Buona domenica.


Buona domenica a tutti e buon ascolto!

La casa di conchiglie nel deserto.


La casa di conchiglie nel desertoĀ di Chiara MessinaĀ  ĆØ una novella che insegna l’importanza dell’amore all’interno del nucleo familiare. Protagonista ĆØ un adolescente che, attraverso un distacco, impara che l’amore e il senso d’appartenenza travalicanoĀ le distanze geografiche, eĀ sopravvivono nel cuore di chi sa amare.

L’ultima possibilitĆ .


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finchĆ© un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonĆ². LeiĀ diede un’occhiataĀ dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste,Ā si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. AprƬ l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma Ā io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legnaĀ le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mammaĀ prese la giacca e la borsetta, a me mise ilĀ cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedĆ© accanto al cugino eĀ fui portata in campagna da nonna Beatrice.Ā La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano.Ā Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so,Ā allora il tempo non contava,Ā  la mamma e lo zio ritornarono. Cā€™era anche papaĢ€ con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece, Ā tornĆ² nera e conĀ un muso lungo, neancheĀ Ā si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e leiĀ sembrava sempre piĆ¹ triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui Ā era una cosa meravigliosa, rideva con me,Ā mi faceva giocare,Ā bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentreĀ papaĢ€ riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavoĀ Ā«Che cosa vuol dire? PercheĢ?Ā» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

Ā«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisceĀ», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno Ā potevo supporre lā€™influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtaĢ€ oggettiva.Ā La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

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Questa ĆØ la volta che muoio.


Caro Diario

Ho giĆ  raccontato che la mamma, quando parlava con zia Frida si lamentava che la madre non le aveva fatto capireĀ “certe cose”,Ā e intendeva le relazioniĀ di coppia, com’era un uomo, quel che accadeva sottoĀ le lenzuola tra coniugi, quando spuntava la luna nel cielo.

Ecco, la mamma non ha spiegato nulla neanche a me. A casa non si parla dei rapporti intimi. EĢ€ un segreto. Comunque sia, hoĀ tredici anni e, come la mamma alla mia stessa etĆ , anch’io ignoro i misteri della sfera sessuale, non ho mai visto un uomo nudo, eccetto i dipinti e le sculture, e, cosa piĆ¹ grave, misconoscoĀ il mio corpo e le sue funzioni. Lei non ne parla mai e, se pongo qualche domanda, evita di rispondere.

Ā«Quando sarai signorina, le capirai da sola certe coseĀ», risponde. Ebbene chi mi spiegaĀ perchĆ© Tania ci ha provato con me? Come mai io penso solo ai ragazzi, mentre a leiĀ piacciono ancheĀ le femmine? Questi e molti altri misteriĀ non sono chiari, neanche adesso che sono signorina. Domande. Domande che resteranno senza risposta, finchĆ©Ā non troverĆ² un libro, un manuale, un film o un giornale scientifico,Ā che soddisfi il mio bisogno di sapere.

Caro Diario, voglio confidarti un episodio, che ti farĆ  capire le deleterie conseguenze dei comportamentiĀ ottusi dei genitori, e mi riferisco alla pessima consuetudine di nascondere la veritĆ  a una figlia, che si avvia verso l’adolescenza.

Quando partii per Castro, tre anni fa, la mamma mise in valigia due dozzine di certi panni di lino, che lei e zia Frida avevano ricamato con il punto a giorno e poiĀ ne avevano sfilacciato ad arte i bordi.

Ā«Non li voglio quei fazzolettiĀ», dissi, non sapendo che cosa farmene diĀ cosƬ grandi.
Ā«Devi portarli, invece. Non si puoĢ€ mai sapereĀ», alluse la mamma.
Il suo tono fermo mi mise in Ā allarme. Ā«A che cosa servono?Ā» domandai, incuriosita.
Lei chinĆ² la fronte, e proseguƬ col sistemare la biancheria in bell’ordine.Ā Ā«Al momento opportuno lo sapraiĀ», rispose con un tono, che non ammetteva repliche.Ā Zia Frida la pregĆ² di spiegarmelo, chĆ© se fosse successo quel che doveva accadere, almeno avrei saputo che cosa fare. Lei, che ĆØ una tipa cocciuta, scosse la testa, e s’incaponƬ nel piĆ¹ assoluto mutismo.Ā Ero abituata ai suoi misteri, e non ci pensai. EroĀ proiettata verso l’avventura che stava per iniziare a Castro.
Subii, dunque, la decisione della mamma, e, una volta, in collegio, misi iĀ pannicelli in fondo allā€™armadio della biancheria, e scordai di averli.

Successe che, siccome ne ignoravo la funzione, quando giunse il momento che avrei dovuto usarli, non lo feci.

Ricordo, ero in classe, e, allā€™improvviso, mi trafissero dei forti dolori alla pancia. Chiesi al professore di disegno il permesso d’uscire, e mi chiusiĀ in bagno. Osservai, sbigottita, le manifestazioni del menarca e fui vinta dal terrore. Come mai il mio corpo produceva quella strana sostanza? Mi domandai. Le fitte lancinanti fecero il resto, e fui certa dā€™avere un male incurabile.

ā€œQuesta eĢ€ la volta che muoioā€, pensai nella toilette femminile del corso B. Ā ā€œSe questa roba non sparisce, moriroĢ€ā€, mi dissi, ignorando che cosa fosse. Poi decisi di darmi una possibilitaĢ€ di scampo, e riformulai il pensiero in un piuĢ€ ottimistico ā€œDomani non avroĢ€ piuĢ€ nulla. Se ci saraĢ€ ancora questa roba, mi rassegneroĢ€ alla morteā€.

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Frammenti oscuri.


VenerdiĢ€, 2 dicembre 1966

Mattina

Caro Diario.

Devo andare a scuola tra poco.
Stamani sono stata lā€™ultima ad alzarmi dal letto, lā€™ultima a essere pronta, lā€™ultima a lasciare la camera e a Ā scendere nello studio con il diario verde sotto il braccio, chĆ© non lo lascio mai, per paura che le ragazze leggano cioĢ€ che scrivo.

La veritaĢ€ eĢ€ che sono senza forze, del tutto priva di energia e il mio aspetto lo rivela. Ho dedicato un poā€™ di tempo in piuĢ€ alla cura personale, per sembrare meno emaciata. Ā Invece niente. La faccia eĢ€ rimasta uguale e le occhiaie mi fanno sembrare una morta vivente. Adesso, fra lā€™altro, oltre a vedermi stanca e brutta, hoĀ vergogna del mio pallore. Quasi le sfumature del mio colorito siano la prova diĀ colpe inconfessabili. Ma andiamo con ordine. La questione ĆØ seria.

Le relazioni fra noi collegiali non sempre sono limpide. Spesso bisticciamo per nulla, c’insultiamo e mettiamo il broncio.Ā CioĢ€ mi rende molto infelice. Le amicizie piuĢ€ intime, talvolta, diventano motivo di pettegolezzi e commenti ambigui. Le ragazze vedono il sesso ovunque.

Questa mattina ā€“ come dicevo ā€“ dopo una notte insonne, mi sono svegliata con il viso stanco e sofferente e ho cercato di porviĀ rimedio con il trucco e unā€™accurata pettinatura, nella speranza di sembrare piuĢ€ graziosa e meno spossata, ma senza successo. Lo specchio eĢ€ stato impietoso: il volto troppo smunto ricordaĀ un fiore sciupato.

Non vedo lā€™ora di ritornare a casa, per tirarmi su di morale, e rimettermi in forze. Qui nessuno si prende cura di me.

Tania, una ragazza ā€œgrandeā€, sā€™eĢ€ attardata in camera con me e, posta alle mie spalle, ha osservatoĀ ogni mio gesto.

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Tra corbellerie adolescenziali, classe, studio e cineforum.


Corbellerie adolescenziali.

Caro Diario

Ho raccontato, sinora, alcuneĀ Ā vicende rilevanti della mia vita e deiĀ tempi presenti. PerĆ² ci sonoĀ tappe che costituiscono la memoria personale ed evocativa del mio mondo privato che non ho ancora narrato. Devo trovare il coraggio di parlare di mio padre, immenso iceberg di dolore sommerso Ā nella mia coscienza.

Oggi parleroĢ€ di cose frivole: la lista delle ragazze simpatiche, antipatiche e indifferenti, degli amici belli, brutti e cosiĢ€ via. ParleroĢ€ della musica preferita, dei cantanti, dei film… oppure faroĢ€ la lista dei libri che ho amato e di quelli che vorrei leggere.

Insomma, ho intenzione di descrivere cose che a nessuna persona seria e impegnata verrebbe in mente di fare. Chi si sognerebbe di stilare lā€™elenco dei libri piuĢ€ letti o delle persone piuĢ€ popolari? Mah!

A ogni modo, le compagne piacevoli sono pochissime, quindi la lista delle simpatiche eĢ€ presto fatta. Il primo posto va a Jaspreet, cui seguono Giselle, Marilina e Consuelo, anche se devo proprio fare uno sforzo per includerle nella lista bianca, percheĢ non le trovo sempre gradevoli.

Sono odiose pure loro, certe volte. Scocciano e sono pronte alla lite. Questa mattina, per esempio, appena sveglia, ho bisticciato con Marilina. Non ho capito bene per quale ragione. Fatto sta, che sono incavolata nera con lei.Ā Stavamo chiacchierando quiete quiete, quando a un tratto urla Ā«Non mi seccare. Ho i nerviĀ».

Ho impiegato una frazione di millesimo di secondo a offendermi, le ho voltato le spalle e mi sono allontanata, senza chiederle per quale motivo fosse nervosa. Poteva anche usare un tono meno rabbioso con me. E che cacchio ne sapevo, che era nera come la peste. Se lo fa unā€™altra volta, passeraĢ€ nella lista nera, quella delle antipatiche senza possibilitaĢ€ di revoca a vita.

Ho compito in classe di storia, sono abbastanza preparata, peroĢ€ non ho studiato Mazzini. La professoressa, di sicuro, faraĢ€ domande anche sulla Giovane Italia.Ā ā€œSperiamo beneā€, mi auguro.Ā CercheroĢ€ di scopiazzare qualcosa solo su Mazzini, percheĢ il resto lo so.Ā Ora vado a fare colazione. ContinueroĢ€ a scuola.

Ā La colazione.

Certo, le ragazze sono tanto maliziose. Fiorella eĢ€ una convittrice un poā€™ deperita. EĢ€ troppo magra, sempre stanca e, per questo motivo, il dottore le ha consigliato di mangiare le banane a colazione. Ne tiene un casco nella credenza e, tutte le mattine, ne mangia una.Ā Stamani era assonnata piuĢ€ del solito e sedeva accasciata sulla sedia con gli occhi socchiusi. Faceva colazione, ma dormiva ancora. Sorbiva il latte svogliata e mordicchiava la fetta di pane e marmellata con unā€™espressione fra il disgustato e il voluttuoso.Ā Infine ha preso la banana e, con sguardo vuoto e assente, ha staccato la buccia, poi Ā ha iniziato a mordicchiare la polpa bianca con unā€™aria languida.

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Il mazzetto di fiori di colza.


Caro Diario

Erano trascorse quasi due settimane dal ballo di “Maggio ’66”, quando,Ā un pomeriggio, sotto un sole luminoso che scaldava il corpo e il cuore, andammo a fare una passeggiata verso la Pieve, la chiesa di campagna, che sorge a poche centinaia di metri dal convitto. Nei campi si scorgevano le prime macchie rosse di papaveri e le distese bianche diĀ margherite. I prati verdi erano punteggiati da schizzi blu e oro: era la stagioneĀ dei fiordalisi e dei denti di leone. Il canto degli uccelli, nascosti tra le fronde, accompagnava la nostra passeggiata. Accanto a Jaspreet ammiravo la vastitĆ  della campagna, cheĀ mi riportava con la mente a Villa Miccioli, ignora che, quel giorno, la mia storia con Ottavio avrebbe avuto un inatteso sviluppo.

Avevamo da poco oltrepassato la Pieve rinascimentale quando, in lontananza, scorsi un gruppetto di ragazzi, che faceva capannello sul ciglio della via, comeĀ in attesa di qualcuno. Appena fummo piuĢ€ vicine, tra gli altri, riconobbi Ottavio, Luigino e Mauro. M’accors,i che fumavano con pose da uomini vissuti. Erano, senz’ombra di dubbio, appostati sul percorso della nostra camminata, per incontrare noi. Si lanciavano. Erano i primi approcci con lā€™altro sesso anche per loro. Fecero un timido cenno di saluto con il capo. Noi piccole rispondemmo. Si mossero con circospezione, capii, che temevano le signorine ma, visto che loro non badavano troppo a loro, presero coraggio, e s’avvicinarono. Mauro affiancoĢ€ la sua amata Zita, e inizioĢ€ a chiacchierare con le gemelle. Luigino e Ottavio si diressero verso di me e la mia adorata Jaspreet. SoloĀ ora, che racconto i fatti,Ā riconosco,Ā che ebbero una gran faccia di bronzo. Ero agitatissima. Il cuore batteva a mille: avevo paura che l’istitutrice venisse a sgridarci, e facesse una “piazzata” per la via. Dopo un ciao, che oggi mi pare inappropriatoĀ definire timido, anche se tale lo giudicai, quel giorno, Luigino mi volle presentare Ottavio ma, quando lui porse la mano, non gliela strinsi. Non potei proprio.

Guardai prima la sua faccia, e poi la mano. Ā Ā«Vuoi bruciarmi?Ā» chiesi, in tono brusco, indicando le dita con un gesto esitante.

Lui fissĆ² la sua mano, e aprƬĀ le palpebre. Ā«Scusa. SaraĢ€ lā€™emozioneĀ», disseĀ col viso in fiamme, gettando a terra il mozzicone, che reggeva tra lā€™indice e il medio, e avvitandovi sopra la punta della scarpa. Povero tesoro. OraĀ mi viene da pensare che, forse, la sigaretta era l’appiglio, cui s’era affidato, per farsi coraggio.

Ā«Piacere, MichelaĀ», esclami, porgendogli la mano.

Ā«Molto lieto, Ottavio. Non vedevo lā€™ora di conoscerti. Sono perdonato?Ā» domandĆ² meno, e con il viso non piĆ¹ rosso porporaĀ ma grigio. Grigio cadavere.

Ā«SiĢ€. CertoĀ», replicai con generositaĢ€, come vedevo fare nei film o leggevo nei romanzi dā€™amore.

Finalmente avevo stretto la mano al mio Ottavio e ora, quando lo incontravo, potevo salutarlo e scambiare qualche parola con lui, senza essere giudicata una sfacciata. I giorni seguenti,Ā quella piccola gioia fu guastata dai miei pensieri, sempre troppo severi, e dai desideri reconditi, alimentati dalla mia fervida inventiva,Ā che si scontravano con la prosaica realtĆ . Mi resi conto, che il secondo incontro con Ottavio era statoĀ persino meno romantico del primo. CheĀ delusione: nulla accadeva come nei sogni. Avevamo corso il rischio dā€™ustionarci davanti alla Pieve, la sua stretta era indecisa e la mano molliccia di sudore.

Ho capito che iĀ sogni sono molto piuĢ€ accattivanti della realtaĢ€.

Subito dopo le presentazioni, Ottavio estrasse dalla tasca un mazzetto di fiori, e me lo porse.

Ā«Tieni, Michela.Ā Sono perĀ te Ā», disse, guardando per terra,Ā accanto a me.

Ā«GrazieĀ», risposi, osservando prima il ramoscello, non troppo convinta, e dopoĀ tra i miei piedi, per vedere che cosa ci fosse. Non c’era niente. RimasiĀ sorpresa. ā€œMi sta prendendo per i fondelli? Che fiori mi regala?ā€ mi chiesi.Ā Erano semplici fiori di campagna. Intuii che era andato per solchi, a raccogliere germogliĀ per me, quando mi accorsi che le disteseĀ verdi,Ā fino a una settimana prima, erano diventate tutteĀ gialleĀ a perdita dā€™occhio davanti a me. Avrei preferito uno stelo di calicanto o, piuttosto, un mazzetto di primule e violette, ma dovetti accontentarmi di unā€™infiorescenza di fiori di colza. Ottavio scelse un omaggio poco romantico, ma di certoĀ piuĢ€ piccante. A ogni modo, conservo ancora quei fiorellini fra le pagine di un libro.

Mi sentivoĀ al settimo cielo. Lā€™emozione era troppo intensa e quel pomeriggio non riuscii a concentrarmi nello studio. La notte stentai a prendere sonno.

Lā€™indomani, allā€™uscita da scuola, Ottavio si avvicinoĢ€, e mi porse un biglietto, che feci scivolare in fretta nella tasca della giacca. Non volevo farmi scoprire dalla signorina Mariella. Temevo, che mi giudicasse male.

InizioĢ€, in tal modo, un tenero e innocente scambio di messaggi dā€™amore fra noi. Eravamo cotti lā€™uno dellā€™altra. E cosiĢ€ lui fu solo mio e io divenni la sua ragazza.Ā La corrispondenza continuoĢ€ per mesi, anche durante il periodo estivo. Lui spediva le lettere a casa, ad Aqueterne. La mamma non approvava il mio filarino, sosteneva che eravamo troppo giovani, ma non si oppose mai a quellā€™ingenuo scambio di messaggi. La mia storia dā€™amore con Ottavio dura da quasi otto mesi. ƈ un tempo infinito.

Scrivere lettere d’amore rompe un po’. Non fa per me. ƈ da qualche settimana che non rispondo alle sue lettere. Ora sono disorientata e pentita, ma non se in quale ordine. Voglio riflettere attraverso la scrittura, ed eĢ€ anche per questa ragione che scrivo. EĢ€ successo qualcosa, forse ho fatto una sciocchezza. Mi piace un altro. Penso spesso a lui e la faccenda ha fatto saltare il mio equilibrio. Dopo aver tanto sognato l’amore conĀ Ottavio, e averlo ottenuto, hoĀ scoperto che “puĆ² piacermi anche un altro”. La cosa mi disorienta. Mi sento in colpa e confusa. Non credevo, che potesse capitare una tale evenienza. Che strani scherzi fa il cuore? ƈ unĀ pasticcio tremendo. Per punirmi, ho giurato a me stessa che non riprenderoĢ€ la corrispondenza con Ottavio. Lui merita una ragazza migliore di me.Ā Scrivere il diario mi ha aiutato a capire che ho parecchi problemi: il rapporto conflittuale con la mamma, il dolore inespresso per ilĀ babbo, lā€™amore, gli esami, i ragazzi, le amiche.

Devo trovare risposte dentro di me per tutto cioĢ€ che riguarda la sfera degli affetti e questo eĢ€ molto complicato. Strano a dirsi, il compito meno arduo eĢ€ passare gli esami di terza media. Basta studiare e la cosa eĢ€ fatta.

Analizzare e conoscere la mia anima eĢ€ molto piuĢ€ difficile. Tentare di comprendere il cuore di unā€™altra persona equivale a esplorare un abisso buio e senza fine.

Lā€™amore ĆØ un ingarbuglio tremendo.


Caro Diario

Da quando ho il taccuino, cā€™eĢ€ sempre un nuovo ricordo alla soglia della memoria, un pensiero, un sentimento, una riflessione, che vuole essere scritta.

Oggi eĢ€ di scena lā€™amore. Di nuovo lā€™amore.

Eccolo qua. Ritorna alla mente Sandro, il primo ragazzo che ha turbato il mio cuore. Lui eĢ€ un tipo belloccio, niente male, ha i capelli biondi, un poā€™ mossi e gli occhi azzurri, eĢ€ alto e di corporatura media. La sua caratteristica principale, peroĢ€, non eĢ€ la bellezza, ma lā€™originalitaĢ€. Veste in maniera moderna e anticonformista con jeans, camicie colorate, giacconi corti, pantaloni aderenti e stivaletti con il tacco alto, e, da grande, vuole fare il cantante rock.

Sandro eĢ€ stato il primo adolescente per il quale ho provato emozioni intense e inspiegabili.Ā Il cuore batteva forte, quando lo incontravo, la testa girava, e sentivo unā€™insolita morsa allo stomaco. Stavo male, e non riuscivo a tenere a bada le mani, cheĀ tremavano perĀ lā€™inquietudine e lā€™ansia.

Questi malesseri mi spaventavano moltissimo, e speravo che, con il tempo, si attenuassero, ma non cā€™era nulla da fare. Bastava vederlo o, anche solo pensare a lui, che si ripresentavano. Se la mamma, la zia o chiunque altro faceva il suo Ā lo nome, partiva un colpo al cuore, avvampavo, e fuggivo, per non dare a vedere il mio disagio.

I turbamenti si presentavano anche a scuola, appena le compagne accennavano a lui con ammirazione. Allora era tutto un susseguirsi di tonfi, aritmie cardiache e respiri affannosi, che mi frastornavano, fino a ubriacarmi.Ā Insomma, era sufficiente sentire lā€™eco del suo nome, per inebriarmi dā€™amore e troppo ossigeno.

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Le relazioni sociali.


Diario 20/11/1966

Caro Diario

La vita in collegio scorre uguale, giorno dopo giorno, in unā€™alternanza dā€™impegni e tempo libero. EĢ€ unā€™altalena di giochi e studio, bisticci e rappacificazioni, castighi, rare ricompense o gratifiche. I momenti di distensione sono tanti, anche se la maggior parte del tempo eĢ€ dedicata ai compiti. La prima pausa di una certa importanza eĢ€ quella pomeridiana.

Questā€™intervallo eĢ€ un bel momento di vita in comune ed eĢ€ sorprendente constatare come, in un intermezzo cosiĢ€ breve, sā€™intreccino nuove amicizie, se ne sciolgano altre, si trovi il tempo per le confidenze, le ripicche e i pettegolezzi.

Ero una bambina timida e solitaria, quando vivevo ad Aqueterne. Ero buona e troppo educata.

Sono figlia unica, percioĢ€ in famiglia non ho dovuto competere con fratelli, sorelle e cugini. Ero sempre al centro dellā€™interesse dei miei familiari. Lā€™unico ambiente in cui mi confrontavo con i coetanei era la scuola, dove riuscivo a primeggiare per una ragione o per lā€™altra. Vincevo sui compagni, percheĢ ero educata, in ordine e studiosa. A dirla tutta, non eraĀ difficile battere i maschi, poicheĢ loro erano indisciplinati, negligenti, Ā e non avevano confidenza con lā€™acqua e il sapone.

Talvolta, iĀ maleducati erano messiĀ “in castigo”, in piedi dietro la lavagna o in ginocchio in un angolo dell’aula, con la faccia al muro e i fagioli sotto le ginocchia. I compagni in difficoltĆ Ā Ā meritavano un bel paio dā€™orecchie o Ā il cartello infamante sulla schiena o Ā la scritta “asino” sul quaderno. Per fortuna, non sono mai finita nell’elenco dei cattivi, non ho mai ricevuto punizioni e note umilianti, ma solo lodi e coccarde di merito, che appuntavo al grembiule con le spille da balia. Ne avevoĀ una per ogni materia, come un generale le decorazioni. Mancava quella gialla di matematica, che stava al posto giusto: sul petto di Glauco, il bambino piĆ¹ bravo in aritmetica e geometria.Ā Memoria Narrante, coccarda, foto web

La maestra, talvolta, si lamentava per le patacche di sughi e unti vari, che affrescavano le pagine dei quaderni dei maschi, per i grembiuli impiastricciati, le unghie troppo lunghe sotto le quali si depositavano strati di sporcizia e terriccio. Per non parlare del prezzemolo nelle orecchie. Non ho mai capito, se le mamme dei bambini ignoravano lā€™igiene personale o se i figliĀ erano refrattari al contatto con lā€™acqua, come i gatti.

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Ambasciatrici dā€™amore.


Il giorno dopo la festa, mentre entravo in teatro per la pausa pomeridiana,Ā le “Piper girls” mi vennero incontro concitate e festose. Una di loro domandĆ²,Ā dove fossi finita la sera precedente. Rimasi sorpresa:Ā non credevo, che avessero notato la mia assenza. Risposi, che ero andata a prendere il fresco sulla scalinata, e a guardare le stelle di maggio. Ā«Male, maleĀ», commentĆ²Ā una di loro. Ā«Non hai avuto freddo?Ā» volle sapere. Mentre spiegavo, che ero stata bene, due delle piperine si scambiarono occhiate dā€™intesa, e le altre ridacchiarono. Notai, che tutte loro avevano sguardi luccicanti e pieni di gioia, e non potei fare a meno di pensare alla tristezza che anneriva il mio cuore, comeĀ leĀ nuvole scure il cielo di pioggia. ConvintaĀ che si burlassero di me, chiesi perchĆ©. Ā«PerchĆ© hai fatto conquisteĀ», affermĆ² Margherita. Le gettai addosso unā€™occhiata, come volessi incenerirla. Poi mi feci largo tra loro, per raggiungere Jaspreet, la mia amica del cuore, mandandole tutte a quel paese, convinta che parlassero diĀ Roberto. Ma alle mie spalle, udii la voce di Margherita. Ā«Ottavio voleva conoscerti. Ha una cotta per te che, a momenti, moriva, quando non ti ha piĆ¹ vistoĀ», diceva.

Non capii piĆ¹ niente. Mi fermai. Slam! Tuffo al cuore, lingua incollata al palato, e mille pensieri presero aĀ correreĀ nella mente. E che cacchio, quante complicazioni per una serata mondana.

Ā«Davvero?Ā» domandai, appena mi riebbi dalla sorpresa. Annuirono in sei.
Ā«Mi state prendendo per i fondelli?Ā» chiesi, sospettando, che mi avessero letto nel cuore.
Ā«No. Domanda alla signorinaĀ», aggiunse Margherita.
Anche lā€™istitutrice sapeva. Io ero lā€™unica tonta, che non sā€™era accorta di nulla.Ā Chi ci capiva qualcosa era brava, pensai.

LeĀ storie sentimentali sono un casino. Dunque, mentre io piangevo insieme al cielo stellato, Ottavio mi cercava, ed era triste come me. La notizia, anzichĆ© farmi felice, mi rese folle di rabbia. Mi posi mille interrogativi. Chi eraĀ Ottavio: uno stronzo o un gran furbo? Aveva trascurato Maria per me? No, non potevo accettarlo.Ā PerchĆ© aveva ballato con tutte e mai con me, lā€™unica che desiderava?Ā Aveva sviatoĀ i sospetti, per proteggermi oppure, oppure… ?
Tanti dubbi e una sola veritĆ : Ottavio aveva fatto soffrire me, e aveva ferito Maria.

La magiaĀ del ballo di Maggio era svanita per sempre, e non sarebbe ritornata mai piĆ¹.

Lā€™ambasciata delle mie compagne ebbe un effetto dirompente, perĆ² il mondo implose dentro di me, e su tutto cadde il silenzio. Ancora piĆ¹ fui turbata dalle paroleĀ della signorina Mariella. Era vero, mi disse. Le amiche non avevano mentito. Ottavio voleva me. Lo sapevano tutti. Solo io ero allā€™oscuro di tutto.
Mi sentiiĀ una piccolaĀ fata ignorante in fatto di ragazzi e strategie dā€™amore. Avevo tanto da imparare, prima di comprendere comā€™era fatta lā€™altra metĆ  del mondo.