Volare libera. #10


Tre mesi dopo la morte del marito, Gloria sentì il bisogno di dare uno scossone alla propria esistenza che, per la prima volta, ritenne troppo ordinaria e tranquilla.
Si disse che era stata un’adolescente felice con i genitori, e, se un’ombra s’era insinuata nella sua anima, non vi aveva fatto caso. Aveva rimosso ogni dubbio. Non s’era chiesta la ragione di certe occhiate interrogative dei paesani al suo passaggio o al suo ingresso in chiesa. Non aveva fatto domande davanti ai silenzi disperati e agli sguardi malinconici della madre, quando volgeva le spalle alla casa e contemplava il lago, bagnato dalla luce del tramonto.
Non aveva esitato a rinunciare alla Laurea in Lettere all’Università Cattolica, per seguire il suo sposo. Le era parso ovvio e naturale il sacrificio. Allora, credeva che sarebbe stato semplice frequentare un corso analogo a Napoli o a Salerno. Non aveva considerato le distanze fra la Facoltà più vicina e Baronia, la cittadina in cui si erano stabiliti. Occorreva troppo tempo per gli spostamenti e, d’inverno, le strade erano coperte di ghiaccio. Così aveva abbandonato il progetto accademico e si era disposta a fare la moglie, la madre e la casalinga a tempo pieno.

Il marito l’aveva incoraggiata a scrivere.
«Coltiva la tua arte.» le diceva. «Dai sfogo alla creatività! Tu che puoi.»
Lei gli aveva dato ascolto, e aveva ripreso a scrivere poesie e racconti, come faceva prima delle nozze. Quando rimase incinta di Miranda, riscoprì il lato infantile e la bellezza delle fiabe e dei racconti fantastici. Della sua passione per la scrittura ne fece un mestiere che, sebbene non fosse abbastanza redditizio per vivere, costituiva un guadagno di cui andava fiera.

Dopo vent’anni di matrimonio felice, la maternità totalizzante e la sfornata di una dozzina di libri per l’infanzia, Gloria ebbe il coraggio di ribaltare la propria vita.
Non voleva rimanere imprigionata nella contemplazione del passato e nel rimpianto. Non poteva restarsene avvolta nella ragnatela dei suoi pensieri, e in quel dolore sordo che la chiudeva nella prigione dell’impotenza, nella vergogna dei sensi di colpa.

Gloria decise di schiudere di nuovo le ali e ritentare il volo, ancora un po’ esitante e insicura, ma libera.
Lo annunciò a Miranda, senza troppi preamboli, dopo la prova orale agli Esami di Stato, appena tornarono a casa.
«Desidero trasferirmi a Brescia, a casa dei nonni.» iniziò, guardando Miranda, sorpresa all’inverosimile.
«Ma se non ti é mai piaciuto vivere là.» obiettò la ragazza.
«Non sarebbe per sempre.» ammise lei. «Abbiamo due case, due luoghi cari che custodiscono le nostre radici. Perché rinunciare alla libertà di scegliere dove vivere una parte dell’anno o un pezzo dell’esistenza?» terminò, sollevando le palpebre in un gesto interrogativo.
Miranda si toccò il mento, e rifletté. «E l’università? Dove andrò?» chiese, fissando la mamma.
«Non volevi frequentare la Bocconi?» domandò lei, senza distogliere lo sguardo.
Miranda annuì.
«Quindi, non hai cambiato idea?» incalzò la mamma.
«No, ma ora che il babbo ci ha lasciato…» e chinò la testa, per nascondere la commozione. «Ora che dobbiamo fare sacrifici, posso rinunciare. Magari trovo un lavoro…» farfugliò la ragazza fra mille emozioni contrastanti.
«Niente rinunce. Scegli bene: la Bocconi a Milano o Economia e Commercio a Napoli.» terminò Gloria.
La ragazza sospirò. «Mah! In entrambi i casi dovrei trascorrere la settimana fuori casa.»
«Eh, sì!» annuì la madre.
«A Milano avrei maggiori speranze di trovare occupazione.» considerò Miranda già convinta a metà.
La figlia intravide valide motivazioni a un cambio di vita, e accolse di buon grado l’idea materna. Erano libere. Una  novità poteva giovare anche a lei.

Gloria non perse tempo. Telefonò a un cugino, per comunicargli l’intenzione di ritornare a Goto, e gli chiese di dare un’occhiata alla casa paterna, per assicurarsi che fosse abitabile.
All’inizio dell’autunno, madre e figlia si erano già sistemate nell’abitazione di famiglia. Era stato tutto molto facile, in fondo. La casa era in buono stato e arredata. A Miranda erano bastate due grosse valigie per iniziare una nuova vita.

Gloria aveva avuto bisogno di molto meno: un bagaglio e il necessario per la scrittura a mano e su file su cui riannodare i fili del passato con gli antenati e il territorio, e ricamare le sottili trame delle loro esistenze vissute al riparo della verità.

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Il segreto dell’isola.#8


Il passato. #8

Paolo, suo padre, si rilassava fumando la pipa, la sera. Sedeva sulla poltrona di pelle un po’ consunta ai bordi e lungo i braccioli, posta davanti alla finestra, la stessa che Gloria aveva di fronte a sé. Caricava il fornello di schiuma di mare con pizzichi di tabacco, che pestava con gentilezza, usando la pressa.
Sul tavolino di servizio, vicino al vecchio grammofono di famiglia, erano sparsi i piccoli accessori del fumatore, che lui prendeva dal sali e tabacchi, cartolibreria di cui era proprietario. Aspirava ad arte per accendere e al giusto ritmo per mantenere viva la combustione. Fra una voluta di fumo e l’altra assaporava le diverse sfumature della miscela di tabacco.
Il gomito, appoggiato a un bracciolo, reggeva un libro o una rivista. La mano destra era asservita al vizio del fumo che Paolo si concedeva solo a casa propria, dopo pranzo e durante la serata.

Aveva voluto quell’angolo fumoir, perché, nel sollevare lo sguardo, la vista si perdeva nel paesaggio in declivio, e, in lontananza, a valle, riusciva a scorgere l’angolo di lago che più amava.
Gloria lo avrebbe guardato oltre l’infinito, quando lo vedeva così assorto, con la pipa in una mano, il libro aperto sulle ginocchia e in contemplazione dell’isolotto lacustre.
L’immagine del padre non era più cara o preziosa di quella materna: aveva amato entrambi come una buona figlia. Tuttavia, non aveva saputo rinunciare, per amor loro, al bel capitano dei carabinieri, di cui si era innamorata appena ventenne. Le lacrime di mamma Olimpia e il dispiacere paterno, reso evidente dalle spalle curve e dai passi lenti e svogliati, non le impedirono di sposare il suo amato, e di seguirlo nella terra d’origine.
Si trasferirono al sud, dopo le nozze. Tornavano a Brescia, quando i meridionali, occupati a nord, partivano verso le regioni del mezzogiorno e le isole, insieme ai vacanzieri estivi o ai temerari turisti d’inverno, che sfidavano il gelo sulle autostrade e i valichi montani.
A lungo andare, Gloria finì per sentirsi estranea a casa propria. La tradiva anche la lingua che, negli anni, perse le cadenze bresciane e acquisì ritmi e inflessioni campane.
Un momento drammatico fu quando i genitori morirono. Se ne andò prima la madre, consumata da un cancro. Siccome la vita senza la sua Olimpia aveva perso ogni gusto, Paolo si lasciò morire poco a poco. Lui che aveva amato solo lei, non concepiva un’esistenza solitaria.
“Ho solo te!” le ripeteva nei momenti bui, quando la nostalgia di Gloria coinvolgeva entrambi.
“Tu sei tutto ciò che ho di più prezioso.” confermava Olimpia con un sospiro. “Ora, che lei non c’è.” aggiungeva, torcendosi le mani.
Fu al funerale dei genitori che Gloria, per la prima volta, avvertì nel cuore un sentimento sconosciuto che travalicava il dolore e lo strazio. Era una sensazione sottile e strisciante, lucida come un flusso elettrico, che poteva chiamarsi solo rimpianto.
Rimpianto per non aver dedicato loro più tempo. Amara nostalgia per le radici perdute. Senso di colpa per aver rinunciato a una conoscenza matura e profonda dei genitori e delle origini, restando.
Allora, sentì di amare in modo struggente quel padre e quella madre distanti e, in fondo, sconosciuti di cui conservava in sé l’essenza e la fisionomia misteriosa.

Il segreto dell’isola. #7


Calliope. Dettaglio del dipinto Urania e Calliope di Simon Vouet (1634 ca.)

La sera, a casa di Gloria. #7

La presenza di Miranda aveva contenuto la scossa emotiva ma, nella solitudine della casa, Gloria decise che era tempo di abbandonarsi all’irrequietezza che sentiva scorrere dentro le vene, alimentata da tossine più irritanti del morso della tarantola.
L’impulso di tornare al bar Principe fu intenso, però prevalse il buon senso, e rinunciò. Scelse di rimanere accanto al caminetto acceso, al sicuro dai pericoli delle gelate notturne.Il sole era tramontato presto, come accade d’inverno, e lei chiuse le ante della finestra nello studio. Aveva intenzione di riordinare gli appunti scritti a mano, prima di copiarli al computer, e voleva chiudere fuori dallo studiolo i rari rumori. Accese la lampada da tavolo, spense l’illuminazione centrale, e sedette davanti allo scrittoio. Il fuoco le gettò una luce calda e vibrante sulla fronte e sul volto. Gloria vi si adagiò a occhi chiusi e con il capo reclinato, quasi a cercare conforto nella fiamma vivida. Fu un attimo.

Si riscosse subito da quel momento di abbandono. Pose il taccuino sul ripiano, e lesse le poche righe che aveva scritto al bar. “Il grammofono é impregnato d’odore di tabacco…” socchiuse le palpebre, e fu necessario un profondo respiro per calmare il tremito che scuoteva le mani. “lo stesso che fumava mio padre nella pipa.”
Raccolse una mano nell’altra. I palmi si fecero conchiglie ospitali, e strinse le dita a contenere lo scorrere della sabbia del tempo.

 

Il segreto dell’isola. Incipit


Ogni essere umano custodisce un segreto nel cuore. Giuseppina D’Amato

Per tre mesi consecutivi, Gloria Bellini si era recata in un paese, sperduto fra le nebbie, senza che nulla accadesse. Non poteva immaginare che, una mattina d’inverno, alcuni indizi le avrebbero rivelato l’inatteso.

Il vecchio grammofono. #1

Di solito, Gloria andava a Emonte la prima settimana del mese, parcheggiava nella piazza, accanto al bar Principe, di fronte alla chiesa, e si dirigeva dritto alla meta: l’Ufficio Postale in cui sbrigava le poche pratiche che non poteva effettuare da casa on-line, durante la notte, quando tutti dormivano e la connessione era veloce.
Aveva scelto le poste del villaggio, perchè odiava le lunghe code all’ufficio di Goto, il suo paese, più popoloso e turistico.
Andava sempre da sola ma, una mattina, imprigionata nella morsa del gelo, Miranda, sua figlia, volle accompagnarla. E, mentre lei era negli uffici, lei andò ad attenderla al bar.
Terminate le faccende amministrative, Gloria la raggiunse al caffè a rapidi passi, il cappello Borsalino con la tesa ben calata sulla fronte. Salì i tre gradini che immettevano alla veranda d’estate, e vide che era deserta. Passò fra i tavolini liberi, in compagnia del suono cadenzato dei suoi passi, e immaginò che gli avventori si fossero rifugiati al caldo, nella sala del bar, per sfuggire a un gelo d’Alaska più che italiano, acuito dalle abbondanti nevicate.  Continua a leggere

Comunicazione. #5


Un uomo anziano, nodoso e rigido come una lettera “I”, intagliata nel legno, sedette al tavolo accanto al grammofono, con un amico più giovane.
Il compagno, poco più alto e robusto, col viso giocondo e ben nutrito, ricordava la morbida rotondità della vocale “O”. Pensai fosse una buona forchetta, un mangiatore a “gogo” di polenta e spiedo con l’intingolo di burro e salvia.
I due, insieme, erano la rappresentazione tridimensionale e vivente del pronome “io”, un perfetto connubio vocalico per indicare un singolo. Anche la signora in nero con i bei capelli sale e pepe,  giunta in compagnia di una ragazza, sembrava apprezzare la buona cucina, come me del resto.
Il vizio di scrivere e giocare con la lingua e le parole non mi abbandonava mai, a quel tempo. Non c’era riposo per la mia mente affaticata dalla scrittura. Finii la colazione, e iniziai a scrivere sul taccuino al peperoncino, la mente impermeabile al vocio incessante della sala bar. Notai che i nuovi arrivati erano sorridenti e contenuti. Non solo tenevano basso il tono della voce, ma non gesticolavano in modo compulsivo, come gli altri. I pochi segni erano composti e finalizzati. Così mi parve.
Quando il cameriere si avvicinò al tavolo, il cliente giovane distese le labbra in un sorriso aperto. Guardò l’amico, che assentì con una lieve mossa del capo. Poi sollevò indice e pollice a formare una “V”. Il linguaggio verbale ha mille sfumature, pensai, ma la comunicazione non verbale espone a ulteriori rischi: una resa errata conduce a incomprensioni, capaci d’interrompere il flusso comunicativo.
Come se m’avesse letto nella mente, il ragazzo tatuato volle sincerarsi, e ripeté il gesto, al che i due uomini annuirono. Mi stupii non poco, quando il cameriere mise la mano destra all’altezza della bocca, oppose indice e pollice intorno a un oggetto invisibile e minuscolo, e lo avvicinò alle labbra con piccole torsioni della mano. L’ordine fu chiaro anche a me: due caffè in tazza piccola.
Appena il cameriere si allontanò, ripresi a scrivere. Chiara digitava un messaggio dopo l’altro, indifferente al mondo intorno a sé. Il ritorno del cameriere con i due caffè suscitò di nuovo il mio interesse per la coppia.

Più guardavo l’avventore anziano più il suo viso, secco e scavato dalle rughe, ricordava la fisionomia di Eduardo De Filippo, il grande attore, regista e commediografo napoletano. Mentre nuotavo fra le associazioni mentali, il cliente giovane guardava Chiara con insistenza. Ammiccò verso l’amico, e mosse la testa di lato in modo impercettibile.

«Guarda la ragazza.» sembrava dire.
Il vecchio non batté ciglio. Sapeva che lo stavo osservando. Poi il giovane fece scivolare i polpastrelli lungo le guance grassocce, fin sul mento, appuntò le labbra, e le increspò in un gesto d’apprezzamento.
Di nuovo l’anziano annuì, abbassò le palpebre, scosse il capo, e pose l’indice sulle labbra serrate.
La ragazza è carina, parve dire, ma la mamma non ci perde d’occhio. Smettila. Taci. Tutto inutile. L’altro continuò a sbirciare nella nostra direzione, e, scansando le clienti che si erano frapposte fra noi, seguitò a spiegare qualcosa in modo sempre più concitato. Disegnava nell’aria una figura con ampi gesti, poi si soffermava sui dettagli del viso, gli occhi e i capelli lunghi, sciolti sul petto. Indicava la parete, componeva un’immagine che vedeva solo lui, e muoveva le mani all’indietro, come se avesse voluto gettarsi qualcosa alle spalle.
L’uomo anziano lo scrutava con la fronte aggrottata e un malcelato imbarazzo. A un tratto, prese il compagno per un braccio, e lo invitò a uscire dal locale. Non ebbi tempo per le ipotesi, ché udii la voce di Chiara.
«Ma quanto hanno chiacchierato quei due signori sordomuti!» diceva, per nulla turbata.

Cristina e l’incontro con Falco


Quando fu sola, Cristina pensò che la passeggiata, in fondo, era stata proficua: aveva fatto movimento fisico, fino a percepire gli effetti nocivi e dolorosi dell’acido lattico, cosa che le succedeva di rado e, soprattutto, stava per intraprendere un viaggio fantastico nel Mondo Contrario, insieme con il suo amico.

Era sul punto di alzarsi dalla panchina, quando udì un grido stridulo trapassare l’aria. Alzò la testa, e vide il cielo tinto di rosso dietro le nuvole basse e l’ultimo arco di sole che si distendeva oltre l’orizzonte. La ragazza aguzzò le pupille e, in controluce, scorse la sagoma di un rapace che scendeva in picchiata sopra di lei.  Continua a leggere

Cristina e il ritorno di Pierre


Il ritorno di Pierre.

Da quando viveva a Milano, Cristina era stata indaffarata con gli scatoloni dei libri, le stoviglie e le valigie stracolme di biancheria e vestiti. Presa dal trasloco, non aveva avuto il tempo di visitare il quartiere, e quella rappresentava la sua prima uscita esplorativa. S’incamminò in direzione di uno spazio verde che aveva scorto dal balcone del suo appartamento e, mentre procedeva, lesse i nomi delle strade: via dei Garofani, via dei Gerani, via dei Giaggioli, via dei Giacinti, e pensò che il senso evocativo e poetico di quei fiori non riusciva a vincere la desolazione del quartiere e dei caseggiati tutti eguali.  Continua a leggere

Cristina, ragazza strana, scrittrice alle prese con la realtà, le metafore, le allegorie


4 – Cristina, ragazza strana, scrittrice alle prese con la realtà, le metafore, le allegorie.

La luminosità del sole che sorgeva a est, dietro la ferrovia, congedò le luci dei lampioni e le insegne dei negozi. Entrò nella camera, attraverso ogni feritoia, e sfiorò il viso di Cristina. Lei schiuse gli occhi e, quando ebbe coscienza, non ricordò nulla. Avvertì un cerchio alla testa e una lieve nausea. Provò a muoversi, e sentì il peso del suo corpo, indolenzito al punto di non potersi alzare. Un nodo di paura le strinse la gola, mentre il cuore rimbombava nelle tempie. Massaggiò le gambe, per ridar loro vita, e si trascinò fuori dal letto. Infilò i piedi nelle pantofole rosa, e si diresse in cucina.  Continua a leggere

Cristina, ragazza strana, scrittrice alle prese con la realtà, le metafore, le allegorie


4 – Cristina, ragazza strana, scrittrice alle prese con la realtà, le metafore, le allegorie.

La luminosità del sole che sorgeva a est, dietro la ferrovia, congedò le luci dei lampioni e le insegne dei negozi. Entrò nella camera attraverso ogni feritoia, e sfiorò il viso di Cristina.
Lei schiuse gli occhi e, quando ebbe coscienza, non ricordò nulla.
Avvertì un cerchio alla testa e una lieve nausea. Provò a muoversi, e sentì il peso del suo corpo, indolenzito al punto di non potersi alzare. Un nodo di paura le strinse la gola, mentre il cuore rimbombava nelle tempie.
Massaggiò le gambe, per ridar loro vita e si trascinò fuori dal letto. Infilò i piedi nelle pantofole rosa, e si diresse in cucina. Continua a leggere