Il gattino e il bacio rubato.


Lunedì, 12 dicembre ‘66

Mattina

Il Conte di Montecristo miete vittime. Marilina, da quando si è  svegliata, non fa altro che sospirare e desiderarlo. Non siamo le uniche a spasimare per Montecristo. Siamo tutte innamorate di lui. Marisa si è svegliata con un labbro gonfio a causa di un herpes. Le ragazze, con fare malizioso, le hanno domandato che cos’avesse fatto durante la notte. «Ho dormito con Bond e Montecristo» ha risposto.

«Dormito? Non direi», ha esclamato una, ridacchiando.

Incollerò sul diario le foto di Andrea Giordana, Sean Connery e dei New Dada, appena possibile. I ragazzi del complesso “New Dada” mi piacciono. Sono dei veri “dandy”.

Stamani ho fatto le pulizie in camerata con Jaspreet. Lei voleva convincermi a spolverare, ma io sono stufa di togliere la polvere da mobili e comodini. È una faccenda barbosa e allergizzante, che nessuna vuole sbrigare. Perciò le più furbe cercano di rifilare questa mansione a un’altra.

Ho spolverato per ben tre turni, ma stamani non mi hanno incastrato. Mi sono accaparrata la scopa, e ho spazzato in fretta il pavimento.

Poi sono venuta nello studio a ripassare. Oggi devo essere interrogata in geografia. “Avrà spolverato Jaspreet?” mi domando dubbiosa.

Pomeriggio

Sono scampata all’interrogazione di latino.
“Meno male. Non ero troppo preparata”, lo riconosco. La professoressa d’italiano mi sentirà giovedì. Ho preso buoni voti in tutti i compiti in classe. Ho fatto firmare le votazioni alla direttrice, che si è compiaciuta dei risultati. Tuttavia, devo rimediare alcune insufficienze nelle interrogazioni.

Oggi, a pranzo, ho mangiato riso col brodo di fagioli, polpette di carne, cavoli e pere. A fine pranzo avevo ancora fame. Lo stomaco brontolava, allora Fiorella mi ha offerto un po’ d’olio d’oliva, quello buono di casa sua. Ho accettato volentieri, e ho cosparso l’olio profumato su una grossa fetta di pane. Poi ho aggiunto un pizzico di sale, perché il pane toscano è troppo sciapo per i miei gusti. A merenda voglio mangiare tanto. Ho un appetito esagerato in questi giorni. Sono molto affaticata e ora mi è venuto un fortissimo mal di testa. Credo sia colpa della fame.

“Ho sempre fame. Sono affamata d’amore. La deprivazione d’affetto va colmata col cibo? O, forse, devo crescere in fretta?” mi domando.

Ho finito quasi tutti i compiti. Devo studiare ancora la terza declinazione e fare un esercizio di latino. Caspita, mi tocca studiare anche francese e da sola. La direttrice dà ripetizioni, ma solo il martedì e il giovedì. Oggi, purtroppo, è lunedì.

Dopo merenda farò gli esercizi di francese.  Sono già le cinque meno cinque. Tra poco si mangia.

Martedì, 13 dicembre ‘66

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Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo l’incidente, papà riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. «Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego più leggero. Purtroppo, è stato licenziato, perché zoppica. Non è più idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre più di me?» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. «Niente, niente», la rassicurava.  «È che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loro che,  appena lo vedono, si attaccano», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papà aveva fatto, suo malgrado.

«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, è un bel giovane. Però, ce ne sono tanti più belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e una», commentava mia madre, scuotendo la testa.

La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

«Me lo tengo», terminava. «Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dell’onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papà, malgrado la pena dei continui tradimenti. C’era l’onore da preservare e anche il mio futuro.

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L’ultima possibilità.


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finché un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonò. Lei diede un’occhiata dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste, si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. Aprì l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma  io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legna le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mamma prese la giacca e la borsetta, a me mise il cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedé accanto al cugino e fui portata in campagna da nonna Beatrice. La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano. Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so, allora il tempo non contava,  la mamma e lo zio ritornarono. C’era anche papà con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece,  tornò nera e con un muso lungo, neanche  si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e lei sembrava sempre più triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui  era una cosa meravigliosa, rideva con me, mi faceva giocare, bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentre papà riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavo «Che cosa vuol dire? Perché?» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisce», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno  potevo supporre l’influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtà oggettiva. La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

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Questa è la volta che muoio.


Caro Diario

Ho già raccontato che la mamma, quando parlava con zia Frida si lamentava che la madre non le aveva fatto capire “certe cose”, e intendeva le relazioni di coppia, com’era un uomo, quel che accadeva sotto le lenzuola tra coniugi, quando spuntava la luna nel cielo.

Ecco, la mamma non ha spiegato nulla neanche a me. A casa non si parla dei rapporti intimi. È un segreto. Comunque sia, ho tredici anni e, come la mamma alla mia stessa età, anch’io ignoro i misteri della sfera sessuale, non ho mai visto un uomo nudo, eccetto i dipinti e le sculture, e, cosa più grave, misconosco il mio corpo e le sue funzioni. Lei non ne parla mai e, se pongo qualche domanda, evita di rispondere.

«Quando sarai signorina, le capirai da sola certe cose», risponde. Ebbene chi mi spiega perché Tania ci ha provato con me? Come mai io penso solo ai ragazzi, mentre a lei piacciono anche le femmine? Questi e molti altri misteri non sono chiari, neanche adesso che sono signorina. Domande. Domande che resteranno senza risposta, finché non troverò un libro, un manuale, un film o un giornale scientifico, che soddisfi il mio bisogno di sapere.

Caro Diario, voglio confidarti un episodio, che ti farà capire le deleterie conseguenze dei comportamenti ottusi dei genitori, e mi riferisco alla pessima consuetudine di nascondere la verità a una figlia, che si avvia verso l’adolescenza.

Quando partii per Castro, tre anni fa, la mamma mise in valigia due dozzine di certi panni di lino, che lei e zia Frida avevano ricamato con il punto a giorno e poi ne avevano sfilacciato ad arte i bordi.

«Non li voglio quei fazzoletti», dissi, non sapendo che cosa farmene di così grandi.
«Devi portarli, invece. Non si può mai sapere», alluse la mamma.
Il suo tono fermo mi mise in  allarme. «A che cosa servono?» domandai, incuriosita.
Lei chinò la fronte, e proseguì col sistemare la biancheria in bell’ordine. «Al momento opportuno lo saprai», rispose con un tono, che non ammetteva repliche. Zia Frida la pregò di spiegarmelo, ché se fosse successo quel che doveva accadere, almeno avrei saputo che cosa fare. Lei, che è una tipa cocciuta, scosse la testa, e s’incaponì nel più assoluto mutismo. Ero abituata ai suoi misteri, e non ci pensai. Ero proiettata verso l’avventura che stava per iniziare a Castro.
Subii, dunque, la decisione della mamma, e, una volta, in collegio, misi i pannicelli in fondo all’armadio della biancheria, e scordai di averli.

Successe che, siccome ne ignoravo la funzione, quando giunse il momento che avrei dovuto usarli, non lo feci.

Ricordo, ero in classe, e, all’improvviso, mi trafissero dei forti dolori alla pancia. Chiesi al professore di disegno il permesso d’uscire, e mi chiusi in bagno. Osservai, sbigottita, le manifestazioni del menarca e fui vinta dal terrore. Come mai il mio corpo produceva quella strana sostanza? Mi domandai. Le fitte lancinanti fecero il resto, e fui certa d’avere un male incurabile.

“Questa è la volta che muoio”, pensai nella toilette femminile del corso B.  “Se questa roba non sparisce, morirò”, mi dissi, ignorando che cosa fosse. Poi decisi di darmi una possibilità di scampo, e riformulai il pensiero in un più ottimistico “Domani non avrò più nulla. Se ci sarà ancora questa roba, mi rassegnerò alla morte”.

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Il mazzetto di fiori di colza.


Caro Diario

Erano trascorse quasi due settimane dal ballo di “Maggio ’66”, quando, un pomeriggio, sotto un sole luminoso che scaldava il corpo e il cuore, andammo a fare una passeggiata verso la Pieve, la chiesa di campagna, che sorge a poche centinaia di metri dal convitto. Nei campi si scorgevano le prime macchie rosse di papaveri e le distese bianche di margherite. I prati verdi erano punteggiati da schizzi blu e oro: era la stagione dei fiordalisi e dei denti di leone. Il canto degli uccelli, nascosti tra le fronde, accompagnava la nostra passeggiata. Accanto a Jaspreet ammiravo la vastità della campagna, che mi riportava con la mente a Villa Miccioli, ignora che, quel giorno, la mia storia con Ottavio avrebbe avuto un inatteso sviluppo.

Avevamo da poco oltrepassato la Pieve rinascimentale quando, in lontananza, scorsi un gruppetto di ragazzi, che faceva capannello sul ciglio della via, come in attesa di qualcuno. Appena fummo più vicine, tra gli altri, riconobbi Ottavio, Luigino e Mauro. M’accors,i che fumavano con pose da uomini vissuti. Erano, senz’ombra di dubbio, appostati sul percorso della nostra camminata, per incontrare noi. Si lanciavano. Erano i primi approcci con l’altro sesso anche per loro. Fecero un timido cenno di saluto con il capo. Noi piccole rispondemmo. Si mossero con circospezione, capii, che temevano le signorine ma, visto che loro non badavano troppo a loro, presero coraggio, e s’avvicinarono. Mauro affiancò la sua amata Zita, e iniziò a chiacchierare con le gemelle. Luigino e Ottavio si diressero verso di me e la mia adorata Jaspreet. Solo ora, che racconto i fatti, riconosco, che ebbero una gran faccia di bronzo. Ero agitatissima. Il cuore batteva a mille: avevo paura che l’istitutrice venisse a sgridarci, e facesse una “piazzata” per la via. Dopo un ciao, che oggi mi pare inappropriato definire timido, anche se tale lo giudicai, quel giorno, Luigino mi volle presentare Ottavio ma, quando lui porse la mano, non gliela strinsi. Non potei proprio.

Guardai prima la sua faccia, e poi la mano.  «Vuoi bruciarmi?» chiesi, in tono brusco, indicando le dita con un gesto esitante.

Lui fissò la sua mano, e aprì le palpebre. «Scusa. Sarà l’emozione», disse col viso in fiamme, gettando a terra il mozzicone, che reggeva tra l’indice e il medio, e avvitandovi sopra la punta della scarpa. Povero tesoro. Ora mi viene da pensare che, forse, la sigaretta era l’appiglio, cui s’era affidato, per farsi coraggio.

«Piacere, Michela», esclami, porgendogli la mano.

«Molto lieto, Ottavio. Non vedevo l’ora di conoscerti. Sono perdonato?» domandò meno, e con il viso non più rosso porpora ma grigio. Grigio cadavere.

«Sì. Certo», replicai con generosità, come vedevo fare nei film o leggevo nei romanzi d’amore.

Finalmente avevo stretto la mano al mio Ottavio e ora, quando lo incontravo, potevo salutarlo e scambiare qualche parola con lui, senza essere giudicata una sfacciata. I giorni seguenti, quella piccola gioia fu guastata dai miei pensieri, sempre troppo severi, e dai desideri reconditi, alimentati dalla mia fervida inventiva, che si scontravano con la prosaica realtà. Mi resi conto, che il secondo incontro con Ottavio era stato persino meno romantico del primo. Che delusione: nulla accadeva come nei sogni. Avevamo corso il rischio d’ustionarci davanti alla Pieve, la sua stretta era indecisa e la mano molliccia di sudore.

Ho capito che i sogni sono molto più accattivanti della realtà.

Subito dopo le presentazioni, Ottavio estrasse dalla tasca un mazzetto di fiori, e me lo porse.

«Tieni, Michela. Sono per te », disse, guardando per terra, accanto a me.

«Grazie», risposi, osservando prima il ramoscello, non troppo convinta, e dopo tra i miei piedi, per vedere che cosa ci fosse. Non c’era niente. Rimasi sorpresa. “Mi sta prendendo per i fondelli? Che fiori mi regala?” mi chiesi. Erano semplici fiori di campagna. Intuii che era andato per solchi, a raccogliere germogli per me, quando mi accorsi che le distese verdi, fino a una settimana prima, erano diventate tutte gialle a perdita d’occhio davanti a me. Avrei preferito uno stelo di calicanto o, piuttosto, un mazzetto di primule e violette, ma dovetti accontentarmi di un’infiorescenza di fiori di colza. Ottavio scelse un omaggio poco romantico, ma di certo più piccante. A ogni modo, conservo ancora quei fiorellini fra le pagine di un libro.

Mi sentivo al settimo cielo. L’emozione era troppo intensa e quel pomeriggio non riuscii a concentrarmi nello studio. La notte stentai a prendere sonno.

L’indomani, all’uscita da scuola, Ottavio si avvicinò, e mi porse un biglietto, che feci scivolare in fretta nella tasca della giacca. Non volevo farmi scoprire dalla signorina Mariella. Temevo, che mi giudicasse male.

Iniziò, in tal modo, un tenero e innocente scambio di messaggi d’amore fra noi. Eravamo cotti l’uno dell’altra. E così lui fu solo mio e io divenni la sua ragazza. La corrispondenza continuò per mesi, anche durante il periodo estivo. Lui spediva le lettere a casa, ad Aqueterne. La mamma non approvava il mio filarino, sosteneva che eravamo troppo giovani, ma non si oppose mai a quell’ingenuo scambio di messaggi. La mia storia d’amore con Ottavio dura da quasi otto mesi. È un tempo infinito.

Scrivere lettere d’amore rompe un po’. Non fa per me. È da qualche settimana che non rispondo alle sue lettere. Ora sono disorientata e pentita, ma non se in quale ordine. Voglio riflettere attraverso la scrittura, ed è anche per questa ragione che scrivo. È successo qualcosa, forse ho fatto una sciocchezza. Mi piace un altro. Penso spesso a lui e la faccenda ha fatto saltare il mio equilibrio. Dopo aver tanto sognato l’amore con Ottavio, e averlo ottenuto, ho scoperto che “può piacermi anche un altro”. La cosa mi disorienta. Mi sento in colpa e confusa. Non credevo, che potesse capitare una tale evenienza. Che strani scherzi fa il cuore? È un pasticcio tremendo. Per punirmi, ho giurato a me stessa che non riprenderò la corrispondenza con Ottavio. Lui merita una ragazza migliore di me. Scrivere il diario mi ha aiutato a capire che ho parecchi problemi: il rapporto conflittuale con la mamma, il dolore inespresso per il babbo, l’amore, gli esami, i ragazzi, le amiche.

Devo trovare risposte dentro di me per tutto ciò che riguarda la sfera degli affetti e questo è molto complicato. Strano a dirsi, il compito meno arduo è passare gli esami di terza media. Basta studiare e la cosa è fatta.

Analizzare e conoscere la mia anima è molto più difficile. Tentare di comprendere il cuore di un’altra persona equivale a esplorare un abisso buio e senza fine.

L’amore è un ingarbuglio tremendo.


Caro Diario

Da quando ho il taccuino, c’è sempre un nuovo ricordo alla soglia della memoria, un pensiero, un sentimento, una riflessione, che vuole essere scritta.

Oggi è di scena l’amore. Di nuovo l’amore.

Eccolo qua. Ritorna alla mente Sandro, il primo ragazzo che ha turbato il mio cuore. Lui è un tipo belloccio, niente male, ha i capelli biondi, un po’ mossi e gli occhi azzurri, è alto e di corporatura media. La sua caratteristica principale, però, non è la bellezza, ma l’originalità. Veste in maniera moderna e anticonformista con jeans, camicie colorate, giacconi corti, pantaloni aderenti e stivaletti con il tacco alto, e, da grande, vuole fare il cantante rock.

Sandro è stato il primo adolescente per il quale ho provato emozioni intense e inspiegabili. Il cuore batteva forte, quando lo incontravo, la testa girava, e sentivo un’insolita morsa allo stomaco. Stavo male, e non riuscivo a tenere a bada le mani, che tremavano per l’inquietudine e l’ansia.

Questi malesseri mi spaventavano moltissimo, e speravo che, con il tempo, si attenuassero, ma non c’era nulla da fare. Bastava vederlo o, anche solo pensare a lui, che si ripresentavano. Se la mamma, la zia o chiunque altro faceva il suo  lo nome, partiva un colpo al cuore, avvampavo, e fuggivo, per non dare a vedere il mio disagio.

I turbamenti si presentavano anche a scuola, appena le compagne accennavano a lui con ammirazione. Allora era tutto un susseguirsi di tonfi, aritmie cardiache e respiri affannosi, che mi frastornavano, fino a ubriacarmi. Insomma, era sufficiente sentire l’eco del suo nome, per inebriarmi d’amore e troppo ossigeno.

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I miei magnifici anni sessanta.


Diario, 20/11/1966

Caro Diario

Incollo sul diario una mia fotografia di due anni fa. Avevo ancora le trecce. Fabrizio mi scattò la foto, durante un pomeriggio estivo, in cui la sua famiglia fu ospite a Villa Miccioli.

Finora sono stata concentrata sul mio mondo interiore e i ricordi del passato. Ho voluto leggere nella mia anima segreta, per comprendere e comunicare i sentimenti che ho nel cuore. Ora ho scoperto una nuova passione, anche questa è silenziosa e interiore, ma nasce fuori di me, e poi penetra fin dentro l’anima. Amo osservare, carpire lo spirito del mio tempo e descrivere le persone, i luoghi e le consuetudini del mondo in cui vivo.

Quando non ci sono feste, compleanni, concerti, proiezioni di film, litigi, castighi e giochi di società, la vita quotidiana in collegio è monotona. La mattina, le istitutrici danno la sveglia alle sette meno un quarto, ma io ho bisogno di almeno quindici minuti per riavermi, e alzarmi. Sono dormigliona, e, quando metto i piedi nelle babbucce, non connetto. Poi faccio la toilette e mi vesto in fretta, perché ho bisogno di tempo per sistemare i capelli, che si arruffano durante il sonno.

Alle sette e trenta, con le compagne di camera, scendo nello studio a ripetere le lezioni. Tutti gli spostamenti avvengono sempre in fila per due, sotto l’occhio vigile della nostra istitutrice. Le collegiali, che non devono rivedere i compiti, possono andare in chiesa da sole. Chi non ha voglia né di pregare, né di studiare, legge qualche rivista in veranda oppure fa una passeggiata in cortile. A me non piace andare in chiesa tutte le mattine, preferisco rimanere nello studiolo a scrivere o a ripassare, in special modo, se devo essere interrogata.

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Ambasciatrici d’amore.


Il giorno dopo la festa, mentre entravo in teatro per la pausa pomeridiana, le “Piper girls” mi vennero incontro concitate e festose. Una di loro domandò, dove fossi finita la sera precedente. Rimasi sorpresa: non credevo, che avessero notato la mia assenza. Risposi, che ero andata a prendere il fresco sulla scalinata, e a guardare le stelle di maggio. «Male, male», commentò una di loro. «Non hai avuto freddo?» volle sapere. Mentre spiegavo, che ero stata bene, due delle piperine si scambiarono occhiate d’intesa, e le altre ridacchiarono. Notai, che tutte loro avevano sguardi luccicanti e pieni di gioia, e non potei fare a meno di pensare alla tristezza che anneriva il mio cuore, come le nuvole scure il cielo di pioggia. Convinta che si burlassero di me, chiesi perché. «Perché hai fatto conquiste», affermò Margherita. Le gettai addosso un’occhiata, come volessi incenerirla. Poi mi feci largo tra loro, per raggiungere Jaspreet, la mia amica del cuore, mandandole tutte a quel paese, convinta che parlassero di Roberto. Ma alle mie spalle, udii la voce di Margherita. «Ottavio voleva conoscerti. Ha una cotta per te che, a momenti, moriva, quando non ti ha più visto», diceva.

Non capii più niente. Mi fermai. Slam! Tuffo al cuore, lingua incollata al palato, e mille pensieri presero a correre nella mente. E che cacchio, quante complicazioni per una serata mondana.

«Davvero?» domandai, appena mi riebbi dalla sorpresa. Annuirono in sei.
«Mi state prendendo per i fondelli?» chiesi, sospettando, che mi avessero letto nel cuore.
«No. Domanda alla signorina», aggiunse Margherita.
Anche l’istitutrice sapeva. Io ero l’unica tonta, che non s’era accorta di nulla. Chi ci capiva qualcosa era brava, pensai.

Le storie sentimentali sono un casino. Dunque, mentre io piangevo insieme al cielo stellato, Ottavio mi cercava, ed era triste come me. La notizia, anziché farmi felice, mi rese folle di rabbia. Mi posi mille interrogativi. Chi era Ottavio: uno stronzo o un gran furbo? Aveva trascurato Maria per me? No, non potevo accettarlo. Perché aveva ballato con tutte e mai con me, l’unica che desiderava? Aveva sviato i sospetti, per proteggermi oppure, oppure… ?
Tanti dubbi e una sola verità: Ottavio aveva fatto soffrire me, e aveva ferito Maria.

La magia del ballo di Maggio era svanita per sempre, e non sarebbe ritornata mai più.

L’ambasciata delle mie compagne ebbe un effetto dirompente, però il mondo implose dentro di me, e su tutto cadde il silenzio. Ancora più fui turbata dalle parole della signorina Mariella. Era vero, mi disse. Le amiche non avevano mentito. Ottavio voleva me. Lo sapevano tutti. Solo io ero all’oscuro di tutto.
Mi sentii una piccola fata ignorante in fatto di ragazzi e strategie d’amore. Avevo tanto da imparare, prima di comprendere com’era fatta l’altra metà del mondo.

Il ballo.


Maria e Carla arrivarono alla festa di Maggio con Ottavio e Luigino, i rispettivi ragazzi, e si sistemarono in platea tra gli altri invitati. Invece, io presi posto in galleria, tra le  convittrici e, da lì, potei apprezzare al meglio le coreografie di una tarantella, un valzer viennese e il balletto degli spazzacamini con una sgambettante Mary Poppins. Le piccole ballarono il surf e “Santa Lucia”. Trovai divertenti le scenette comiche, e mi commosse un po’ l’esibizione della signorina Mariella che, a fine spettacolo, intonò “Il valzer delle candele.” La canzone evocò emozioni che ben conoscevo: il distacco dalle persone amate, il dolore, l’accettazione della realtà, la speranza.  Continua a leggere

Le fate di maggio.


Diario, 19/11/1966

Caro Diario

Castro ha antiche usanze, e “Il maggio” è una di queste.

Il Maggio prevede riti sacri e profani, Sante Messe, processioni alla Madonna, concerti, manifestazioni artistiche, gare sportive e sagre. I grandi festeggiamenti del mese della quinta Luna radunano operatori del settore agro alimentare, piccoli industriali, vinificatori, merciai, commercianti, saltimbanchi e madonnari.

Il paese sembra uscito da un libro di fiabe. Le strade odorose sono cosparse di petali di rosa. I vicoli e le piazze si affollano di bocci. Le fanciulle in fiore, cosparse d’acqua di rose, gironzolano per il paesino, come fate spaurite o principesse ignare, sul capo portano corone di rosa canina o biancospino.  Continua a leggere