Famiglie difficili.


Mercoledì, 14 dicembre 1966

Caro Diario

Ieri sera la televisione trasmetteva il film “Il seduttore” con Alberto Sordi. Abbiamo riso; non so quanto. Ho appena scritto una lettera di protesta alla rivista “Giovani”, perché la redazione non m’invia il materiale del club. Da qualche mese sono iscritta al “Club Giovani”. Ho aderito alla loro iniziativa per avere l’omonimo mensile. Non esistono molti giornali per noi adolescenti e mi pare eccezionale l’idea di un periodico dedicato ai ragazzi. Sono una persona che legge volentieri, ma non sempre le letture sono adatte a me. Questo giornale riempie un vuoto editoriale e soddisfa le mie esigenze di lettrice giovane e moderna. Mi allettava molto l’idea di ricevere il giornale, la tessera e le spille riservate ai soci. L’iscrizione al club era indispensabile per ricevere il periodico. Spedii, quindi, il modulo d’associazione e anche le cinquecento lire richieste ai soci. Da allora, tutti i giorni, aspetto con ansia l’arrivo della pubblicazione e delle cose cui ho diritto. Le mie aspettative, purtroppo, sono disattese. Il materiale promesso tarda troppo ad arrivare. Oggi, che sono particolarmente incavolata, ho scritto una lettera di protesta, per reclamare ciò che mi spetta. Il messaggio ha un tono perentorio: se non possono spedirmi la tessera, il giornalino e tutto il resto, devono restituirmi almeno i soldi, o meglio i francobolli che ho inviato. Ho aggiunto, infine, che la pazienza ha un limite. In questo periodo, per ingannare la noia, ho letto una miriade di libri, tanti fumetti, giornalini, fotoromanzi e riviste.

Sono molto seccata per questa storia del club. In più ho finito i soldi e non ho neanche un francobollo. Devo per forza consegnare le lettere alla direttrice per poterle spedire. Lei metterà in nota il costo dell’affrancatura e la mamma troverà un bel conto da pagare alla fine dell’anno: spendo tanto in dolciumi, quaderni, giornalini, francobolli e cinema.

Se arrivasse una lettera di Nina o di qualche altra amica mi distrarrei un po’, invece nessuno mi pensa, e qui non ci sono passatempi. Non rimane che il diario. Scrivere è un gran bel diversivo. A volte è come reinventare il passato, in altri casi equivale a raccontarsi il futuro. Ora, ad esempio, ripenso a un altro episodio della vita di Nina. Si è capito che Gino è cotto di lei, e spasima per avere un bacio. Una volta, con i soliti modi da teppista, la costrinse in un angolo del cortile sotto casa, e si avvicinò per baciarla. Lei, però, lesta si pose le mani sulla bocca, perché è molto contegnosa e non permette a nessuno di darle baci in bocca.

Gino, allora, si rivolse a  Zita. «Vieni qui. Dai una mano a tua sorella. Tu sei esperta di baci sulla bocca», esclamò, prendendosi gioco di lei.

Zita, che è un’oca, corse, prese le mani della sorella e le tolse dalla bocca. Le labbra di Gino stavano per toccare quelle di Nina, quando lei si divincolò, riuscendo a liberarsi dalla morsa. Lo schiaffo sonoro, che mollò sulla faccia di Gino, lasciò le impronte delle dita per molte ore.

«Azz, che pappina», esclamò Gino, massaggiandosi la guancia rosso fuoco, e l’amore divampò più potente di prima.

Il giorno dopo il ragazzino comparve in cortile, nel luogo del ceffone, trasse dalla tasca dei calzoni un gessetto azzurro, e incominciò a tratteggiare sul muro un volto di donna. Le gemelle osservavano la scena dalla finestra, e notarono che il disegno ricordava, in modo vago, le fattezze del viso di Nina. Mentre erano affacciate, ridacchiavano divertite. Il padre, attratto dalle loro risatine, le raggiunse per vedere che cosa stesse succedendo giù in strada. Nel preciso istante in cui l’uomo sporse la testa fuori dalla finestra, Gino incominciò a baciare il ritratto sulla parete.

«Che fai? Baci l’intonaco? Vattene, mascalzone, altrimenti vengo giù io. Ti do io i baci. Ti do! Ti faccio vedere i baci che volano!» lo minacciò il babbo delle ragazza. Così dicendo, agitò la mano in direzione del ragazzo, che corse via a gambe levate. Gino non è mai riuscito a conquistare il cuore di Nina. Lei è innamorata di Toni che, a suo dire, è un giovanotto alto, biondo, di bell’aspetto, nonostante due denti rotti.

«Che sono due denti spezzati a causa di una caduta in bicicletta, in fondo? A me non dispiace questo piccolo difetto. Lo amo, perché è ponderato e affettuoso», ripeteva, spesso.

Forse non è giusto affermare “lei ama Toni”,  sarebbe meglio scrivere “amava”, poiché nell’ultima lettera rivela d’essersi invaghita d’Andrea, quel giovane “capellone” di cui parla. Spero che Nina non lasci il suo Toni per questo giovanotto zazzeruto che, tra l’altro, è troppo vecchio per lei.

Giovedì, 15 dicembre 1966

Consuelo mi ha chiesto di diventare sua amica, ho risposto che devo pensarci. Magari chiederò consiglio a Jaspreet prima di decidere. Lei, da qualche giorno, è un po’ meno antipatica con me, forse non mi considera più insignificante. Certo il ricordo di quest’attributo mi ossessiona ancora. Non riesco a perdonarla per avermi affibbiato quest’appellativo. Alcuni giorni fa anche Giselle mi chiese di diventare la sua confidente del cuore. Rifiutai. Adesso, però, sono pentita. Vorrei essere sua amica, ma lei passa il tempo con Linda. Però, quando mi vede, continua a sbaciucchiarmi ed è molto affettuosa anche se, a volte, noto strani cambiamenti in lei. Non vorrei che la vicinanza di Linda le nuocesse fino a farla diventare meschina, ladra e dispettosa come lei. Mi auguro che Giselle si accorga in tempo d’essere in compagnia di una persona sbagliata. Linda è una ragazza da schivare. Bisogna guardarsi bene da lei. Nessuno dovrebbe starle vicino. È contagiosa la sua cattiveria. È proprio stramba e meschina. Oggi mi ha fatto leggere un biglietto di Giselle. Il messaggio dice “Mi piace imitarti. Ti ammiro tanto. Vorrei essere simile a te. Giselle”.

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Il gattino e il bacio rubato.


Lunedì, 12 dicembre ‘66

Mattina

Il Conte di Montecristo miete vittime. Marilina, da quando si è  svegliata, non fa altro che sospirare e desiderarlo. Non siamo le uniche a spasimare per Montecristo. Siamo tutte innamorate di lui. Marisa si è svegliata con un labbro gonfio a causa di un herpes. Le ragazze, con fare malizioso, le hanno domandato che cos’avesse fatto durante la notte. «Ho dormito con Bond e Montecristo» ha risposto.

«Dormito? Non direi», ha esclamato una, ridacchiando.

Incollerò sul diario le foto di Andrea Giordana, Sean Connery e dei New Dada, appena possibile. I ragazzi del complesso “New Dada” mi piacciono. Sono dei veri “dandy”.

Stamani ho fatto le pulizie in camerata con Jaspreet. Lei voleva convincermi a spolverare, ma io sono stufa di togliere la polvere da mobili e comodini. È una faccenda barbosa e allergizzante, che nessuna vuole sbrigare. Perciò le più furbe cercano di rifilare questa mansione a un’altra.

Ho spolverato per ben tre turni, ma stamani non mi hanno incastrato. Mi sono accaparrata la scopa, e ho spazzato in fretta il pavimento.

Poi sono venuta nello studio a ripassare. Oggi devo essere interrogata in geografia. “Avrà spolverato Jaspreet?” mi domando dubbiosa.

Pomeriggio

Sono scampata all’interrogazione di latino.
“Meno male. Non ero troppo preparata”, lo riconosco. La professoressa d’italiano mi sentirà giovedì. Ho preso buoni voti in tutti i compiti in classe. Ho fatto firmare le votazioni alla direttrice, che si è compiaciuta dei risultati. Tuttavia, devo rimediare alcune insufficienze nelle interrogazioni.

Oggi, a pranzo, ho mangiato riso col brodo di fagioli, polpette di carne, cavoli e pere. A fine pranzo avevo ancora fame. Lo stomaco brontolava, allora Fiorella mi ha offerto un po’ d’olio d’oliva, quello buono di casa sua. Ho accettato volentieri, e ho cosparso l’olio profumato su una grossa fetta di pane. Poi ho aggiunto un pizzico di sale, perché il pane toscano è troppo sciapo per i miei gusti. A merenda voglio mangiare tanto. Ho un appetito esagerato in questi giorni. Sono molto affaticata e ora mi è venuto un fortissimo mal di testa. Credo sia colpa della fame.

“Ho sempre fame. Sono affamata d’amore. La deprivazione d’affetto va colmata col cibo? O, forse, devo crescere in fretta?” mi domando.

Ho finito quasi tutti i compiti. Devo studiare ancora la terza declinazione e fare un esercizio di latino. Caspita, mi tocca studiare anche francese e da sola. La direttrice dà ripetizioni, ma solo il martedì e il giovedì. Oggi, purtroppo, è lunedì.

Dopo merenda farò gli esercizi di francese.  Sono già le cinque meno cinque. Tra poco si mangia.

Martedì, 13 dicembre ‘66

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Lo scandalo.


Venerdì, 9 dicembre ‘66

Caro Diario

Ho svolto il compito in classe d’italiano. Il titolo del tema era “Parla di una persona che ti è particolarmente cara”. La traccia era facile e simpatica. È andata bene. Ho descritto la mamma.

Linda è stata una delle prime a finire, e a consegnare il compito. La professoressa ha scorso il tema, poi è avvampata. Ha convocato la mia compagna alla cattedra e le ha chiesto «Sai che cosa vuol dire…?»

Non ho sentito le parole imputate, poiché sono seduta al secondo banco e la signorina ha abbassato la voce.

«No», ha risposto Linda.

«Cercale sul vocabolario. Vai dal bidello, fatti dare un dizionario, e trova il significato di questi vocaboli», e, così dicendo, ha evidenziato con la matita rossa e blu alcune parole sul foglio protocollo.

Non ho mai visto una professoressa tanto contrariata. Domanderò a Linda che cos’ha scritto nel tema.

Sabato, 10 dicembre ‘66

Sera

Lo scandalo.

Poco fa ho preso uno spavento inimmaginabile. Stavo scrivendo il Diario, e guardando “Carosello”, quando a un tratto è arrivata Linda, si è avvicinata, e ha sussurrato all’orecchio che la miss vuole noi di terza media in direzione. Ho fatto segno di seguirci anche a Giselle, Consuelo, Marilina e Jaspreet, e siamo andate nello studio della signorina.

«Sedete. Devo parlarvi di cose importanti», ha preannunciato la miss, mentre ci osservava con espressione severa.

“Tira aria di lavata di capo”, ho pensato. Oggi pomeriggio è andata ai colloqui con i professori, perché era stata convocata dal preside con urgenza. Si è rivolta a me e a Giselle, e ha affermato «Voi due siete a posto. I vostri insegnanti sono abbastanza soddisfatti. Ancora un piccolo sforzo, e supererete l’esame senza problemi», ha affermato.

“Caso strano. Siamo state graziate”, penso, mentre racconto gli strani eventi di questi giorni.

Poi ha sorriso in modo affabile, ha aggiunto che sono una ragazzina seria e studiosa, e ha invitato me e Giselle a tornare in sala TV.

“Sono stupita. È la prima volta che è contenta di me”, considero, ma non me la bevo. Deve esserci dell’altro: una strategia che non mi spiego.

Consuelo, Marilina e Jaspreet ne hanno sentite di tutti i colori. La miss è furibonda con loro, rischiano la bocciatura. Linda è stata l’ultima a ritornare nel salottino. Aveva un’aria affranta e gli occhi lucidi. “Domani mi farò raccontare tutto”, ho pensato.

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Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo l’incidente, papà riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. «Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego più leggero. Purtroppo, è stato licenziato, perché zoppica. Non è più idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre più di me?» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. «Niente, niente», la rassicurava.  «È che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loro che,  appena lo vedono, si attaccano», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papà aveva fatto, suo malgrado.

«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, è un bel giovane. Però, ce ne sono tanti più belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e una», commentava mia madre, scuotendo la testa. La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

«Me lo tengo», terminava. «Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dell’onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papà, malgrado la pena dei continui tradimenti. C’era l’onore da preservare e anche il mio futuro.

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L’ultima possibilità.


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finché un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonò. Lei diede un’occhiata dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste, si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. Aprì l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma  io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legna le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mamma prese la giacca e la borsetta, a me mise il cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedé accanto al cugino e fui portata in campagna da nonna Beatrice. La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano. Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so, allora il tempo non contava,  la mamma e lo zio ritornarono. C’era anche papà con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece,  tornò nera e con un muso lungo, neanche  si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e lei sembrava sempre più triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui  era una cosa meravigliosa, rideva con me, mi faceva giocare, bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentre papà riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavo «Che cosa vuol dire? Perché?» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisce», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno  potevo supporre l’influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtà oggettiva. La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

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Questa è la volta che muoio.


Caro Diario

Ho già raccontato che la mamma, quando parlava con zia Frida si lamentava che la madre non le aveva fatto capire “certe cose”, e intendeva le relazioni di coppia, com’era un uomo, quel che accadeva sotto le lenzuola tra coniugi, quando spuntava la luna nel cielo.

Ecco, la mamma non ha spiegato nulla neanche a me. A casa non si parla dei rapporti intimi. È un segreto. Comunque sia, ho tredici anni e, come la mamma alla mia stessa età, anch’io ignoro i misteri della sfera sessuale, non ho mai visto un uomo nudo, eccetto i dipinti e le sculture, e, cosa più grave, misconosco il mio corpo e le sue funzioni. Lei non ne parla mai e, se pongo qualche domanda, evita di rispondere.

«Quando sarai signorina, le capirai da sola certe cose», risponde. Ebbene chi mi spiega perché Tania ci ha provato con me? Come mai io penso solo ai ragazzi, mentre a lei piacciono anche le femmine? Questi e molti altri misteri non sono chiari, neanche adesso che sono signorina. Domande. Domande che resteranno senza risposta, finché non troverò un libro, un manuale, un film o un giornale scientifico, che soddisfi il mio bisogno di sapere.

Caro Diario, voglio confidarti un episodio, che ti farà capire le deleterie conseguenze dei comportamenti ottusi dei genitori, e mi riferisco alla pessima consuetudine di nascondere la verità a una figlia, che si avvia verso l’adolescenza.

Quando partii per Castro, tre anni fa, la mamma mise in valigia due dozzine di certi panni di lino, che lei e zia Frida avevano ricamato con il punto a giorno e poi ne avevano sfilacciato ad arte i bordi.

«Non li voglio quei fazzoletti», dissi, non sapendo che cosa farmene di così grandi.
«Devi portarli, invece. Non si può mai sapere», alluse la mamma.
Il suo tono fermo mi mise in  allarme. «A che cosa servono?» domandai, incuriosita.
Lei chinò la fronte, e proseguì col sistemare la biancheria in bell’ordine. «Al momento opportuno lo saprai», rispose con un tono, che non ammetteva repliche. Zia Frida la pregò di spiegarmelo, ché se fosse successo quel che doveva accadere, almeno avrei saputo che cosa fare. Lei, che è una tipa cocciuta, scosse la testa, e s’incaponì nel più assoluto mutismo. Ero abituata ai suoi misteri, e non ci pensai. Ero proiettata verso l’avventura che stava per iniziare a Castro.
Subii, dunque, la decisione della mamma, e, una volta, in collegio, misi i pannicelli in fondo all’armadio della biancheria, e scordai di averli.

Successe che, siccome ne ignoravo la funzione, quando giunse il momento che avrei dovuto usarli, non lo feci.

Ricordo, ero in classe, e, all’improvviso, mi trafissero dei forti dolori alla pancia. Chiesi al professore di disegno il permesso d’uscire, e mi chiusi in bagno. Osservai, sbigottita, le manifestazioni del menarca e fui vinta dal terrore. Come mai il mio corpo produceva quella strana sostanza? Mi domandai. Le fitte lancinanti fecero il resto, e fui certa d’avere un male incurabile.

“Questa è la volta che muoio”, pensai nella toilette femminile del corso B.  “Se questa roba non sparisce, morirò”, mi dissi, ignorando che cosa fosse. Poi decisi di darmi una possibilità di scampo, e riformulai il pensiero in un più ottimistico “Domani non avrò più nulla. Se ci sarà ancora questa roba, mi rassegnerò alla morte”.

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Frammenti oscuri.


Venerdì, 2 dicembre 1966

Mattina

Caro Diario.

Devo andare a scuola tra poco.
Stamani sono stata l’ultima ad alzarmi dal letto, l’ultima a essere pronta, l’ultima a lasciare la camera e a  scendere nello studio con il diario verde sotto il braccio, ché non lo lascio mai, per paura che le ragazze leggano ciò che scrivo.

La verità è che sono senza forze, del tutto priva di energia e il mio aspetto lo rivela. Ho dedicato un po’ di tempo in più alla cura personale, per sembrare meno emaciata.  Invece niente. La faccia è rimasta uguale e le occhiaie mi fanno sembrare una morta vivente. Adesso, fra l’altro, oltre a vedermi stanca e brutta, ho vergogna del mio pallore. Quasi le sfumature del mio colorito siano la prova di colpe inconfessabili. Ma andiamo con ordine. La questione è seria.

Le relazioni fra noi collegiali non sempre sono limpide. Spesso bisticciamo per nulla, c’insultiamo e mettiamo il broncio. Ciò mi rende molto infelice. Le amicizie più intime, talvolta, diventano motivo di pettegolezzi e commenti ambigui. Le ragazze vedono il sesso ovunque.

Questa mattina – come dicevo – dopo una notte insonne, mi sono svegliata con il viso stanco e sofferente e ho cercato di porvi rimedio con il trucco e un’accurata pettinatura, nella speranza di sembrare più graziosa e meno spossata, ma senza successo. Lo specchio è stato impietoso: il volto troppo smunto ricorda un fiore sciupato.

Non vedo l’ora di ritornare a casa, per tirarmi su di morale, e rimettermi in forze. Qui nessuno si prende cura di me.

Tania, una ragazza “grande”, s’è attardata in camera con me e, posta alle mie spalle, ha osservato ogni mio gesto.

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Il mazzetto di fiori di colza.


Caro Diario

Erano trascorse quasi due settimane dal ballo di “Maggio ’66”, quando, un pomeriggio, sotto un sole luminoso che scaldava il corpo e il cuore, andammo a fare una passeggiata verso la Pieve, la chiesa di campagna, che sorge a poche centinaia di metri dal convitto. Nei campi si scorgevano le prime macchie rosse di papaveri e le distese bianche di margherite. I prati verdi erano punteggiati da schizzi blu e oro: era la stagione dei fiordalisi e dei denti di leone. Il canto degli uccelli, nascosti tra le fronde, accompagnava la nostra passeggiata. Accanto a Jaspreet ammiravo la vastità della campagna, che mi riportava con la mente a Villa Miccioli, ignora che, quel giorno, la mia storia con Ottavio avrebbe avuto un inatteso sviluppo.

Avevamo da poco oltrepassato la Pieve rinascimentale quando, in lontananza, scorsi un gruppetto di ragazzi, che faceva capannello sul ciglio della via, come in attesa di qualcuno. Appena fummo più vicine, tra gli altri, riconobbi Ottavio, Luigino e Mauro. M’accors,i che fumavano con pose da uomini vissuti. Erano, senz’ombra di dubbio, appostati sul percorso della nostra camminata, per incontrare noi. Si lanciavano. Erano i primi approcci con l’altro sesso anche per loro. Fecero un timido cenno di saluto con il capo. Noi piccole rispondemmo. Si mossero con circospezione, capii, che temevano le signorine ma, visto che loro non badavano troppo a loro, presero coraggio, e s’avvicinarono. Mauro affiancò la sua amata Zita, e iniziò a chiacchierare con le gemelle. Luigino e Ottavio si diressero verso di me e la mia adorata Jaspreet. Solo ora, che racconto i fatti, riconosco, che ebbero una gran faccia di bronzo. Ero agitatissima. Il cuore batteva a mille: avevo paura che l’istitutrice venisse a sgridarci, e facesse una “piazzata” per la via. Dopo un ciao, che oggi mi pare inappropriato definire timido, anche se tale lo giudicai, quel giorno, Luigino mi volle presentare Ottavio ma, quando lui porse la mano, non gliela strinsi. Non potei proprio.

Guardai prima la sua faccia, e poi la mano.  «Vuoi bruciarmi?» chiesi, in tono brusco, indicando le dita con un gesto esitante.

Lui fissò la sua mano, e aprì le palpebre. «Scusa. Sarà l’emozione», disse col viso in fiamme, gettando a terra il mozzicone, che reggeva tra l’indice e il medio, e avvitandovi sopra la punta della scarpa. Povero tesoro. Ora mi viene da pensare che, forse, la sigaretta era l’appiglio, cui s’era affidato, per farsi coraggio.

«Piacere, Michela», esclami, porgendogli la mano.

«Molto lieto, Ottavio. Non vedevo l’ora di conoscerti. Sono perdonato?» domandò meno, e con il viso non più rosso porpora ma grigio. Grigio cadavere.

«Sì. Certo», replicai con generosità, come vedevo fare nei film o leggevo nei romanzi d’amore.

Finalmente avevo stretto la mano al mio Ottavio e ora, quando lo incontravo, potevo salutarlo e scambiare qualche parola con lui, senza essere giudicata una sfacciata. I giorni seguenti, quella piccola gioia fu guastata dai miei pensieri, sempre troppo severi, e dai desideri reconditi, alimentati dalla mia fervida inventiva, che si scontravano con la prosaica realtà. Mi resi conto, che il secondo incontro con Ottavio era stato persino meno romantico del primo. Che delusione: nulla accadeva come nei sogni. Avevamo corso il rischio d’ustionarci davanti alla Pieve, la sua stretta era indecisa e la mano molliccia di sudore.

Ho capito che i sogni sono molto più accattivanti della realtà.

Subito dopo le presentazioni, Ottavio estrasse dalla tasca un mazzetto di fiori, e me lo porse.

«Tieni, Michela. Sono per te », disse, guardando per terra, accanto a me.

«Grazie», risposi, osservando prima il ramoscello, non troppo convinta, e dopo tra i miei piedi, per vedere che cosa ci fosse. Non c’era niente. Rimasi sorpresa. “Mi sta prendendo per i fondelli? Che fiori mi regala?” mi chiesi. Erano semplici fiori di campagna. Intuii che era andato per solchi, a raccogliere germogli per me, quando mi accorsi che le distese verdi, fino a una settimana prima, erano diventate tutte gialle a perdita d’occhio davanti a me. Avrei preferito uno stelo di calicanto o, piuttosto, un mazzetto di primule e violette, ma dovetti accontentarmi di un’infiorescenza di fiori di colza. Ottavio scelse un omaggio poco romantico, ma di certo più piccante. A ogni modo, conservo ancora quei fiorellini fra le pagine di un libro.

Mi sentivo al settimo cielo. L’emozione era troppo intensa e quel pomeriggio non riuscii a concentrarmi nello studio. La notte stentai a prendere sonno.

L’indomani, all’uscita da scuola, Ottavio si avvicinò, e mi porse un biglietto, che feci scivolare in fretta nella tasca della giacca. Non volevo farmi scoprire dalla signorina Mariella. Temevo, che mi giudicasse male.

Iniziò, in tal modo, un tenero e innocente scambio di messaggi d’amore fra noi. Eravamo cotti l’uno dell’altra. E così lui fu solo mio e io divenni la sua ragazza. La corrispondenza continuò per mesi, anche durante il periodo estivo. Lui spediva le lettere a casa, ad Aqueterne. La mamma non approvava il mio filarino, sosteneva che eravamo troppo giovani, ma non si oppose mai a quell’ingenuo scambio di messaggi. La mia storia d’amore con Ottavio dura da quasi otto mesi. È un tempo infinito.

Scrivere lettere d’amore rompe un po’. Non fa per me. È da qualche settimana che non rispondo alle sue lettere. Ora sono disorientata e pentita, ma non se in quale ordine. Voglio riflettere attraverso la scrittura, ed è anche per questa ragione che scrivo. È successo qualcosa, forse ho fatto una sciocchezza. Mi piace un altro. Penso spesso a lui e la faccenda ha fatto saltare il mio equilibrio. Dopo aver tanto sognato l’amore con Ottavio, e averlo ottenuto, ho scoperto che “può piacermi anche un altro”. La cosa mi disorienta. Mi sento in colpa e confusa. Non credevo, che potesse capitare una tale evenienza. Che strani scherzi fa il cuore? È un pasticcio tremendo. Per punirmi, ho giurato a me stessa che non riprenderò la corrispondenza con Ottavio. Lui merita una ragazza migliore di me. Scrivere il diario mi ha aiutato a capire che ho parecchi problemi: il rapporto conflittuale con la mamma, il dolore inespresso per il babbo, l’amore, gli esami, i ragazzi, le amiche.

Devo trovare risposte dentro di me per tutto ciò che riguarda la sfera degli affetti e questo è molto complicato. Strano a dirsi, il compito meno arduo è passare gli esami di terza media. Basta studiare e la cosa è fatta.

Analizzare e conoscere la mia anima è molto più difficile. Tentare di comprendere il cuore di un’altra persona equivale a esplorare un abisso buio e senza fine.

Le profughe giuliane dalmate.


Caro Diario

Oggi, all’uscita da scuola, ho visto Ottavio. Ci siamo scambiati un’occhiata fugace, e l’ho indicato alla mia amica Giselle, che non lo conosceva. Non ha fatto commenti. Chissà se lo trova carino? Ho intravisto anche Giuliano, il fusto di quarta magistrale. Ottavio è in terza media, perchè lo scorso anno fu bocciato, dunque entrambi sosterremo gli esami il prossimo giugno (1967).

Consuelo è a letto: ha fatto indigestione, ci giurerei. So, che ha ricevuto un pacco dai genitori, che lavorano in Germania, sono emigranti meridionali. Deve essersi ingozzata di dolciumi e würstel. Succede così a tutte: prima arrivano le provviste, dopo finiamo in infermeria con il mal di pancia. A proposito di cibo, oggi a pranzo ho mangiato minestrone, carne, contorno d’insalata e una mela. Durante il pasto, la direttrice distribuisce la posta. Siede a capotavola tra l’economa e le istitutrici, e rimane al suo posto anche durante la consegna della corrispondenza. Pronuncia il cognome della ragazza, che ha ricevuto posta, che si alza, attraversa il refettorio, s’avvicina alla tavolata delle signorine, e ritira la lettera. Questo, per me, è un momento imbarazzante, perchè sento gli occhi delle ragazze puntati addosso. Poi tutte vogliono sapere chi ha scritto.

Oggi, ho ricevuto una lettera da nonna Beatrice, quindi ho fatto da poco la mia passerella. Che vergogna. Nella busta ho trovato una banconota da mille lire. Userò i soldi per pagare il cinema e acquistare caramelle, biscotti e stringhe di liquirizia, di cui sono ghiotta, e che mi fa bene. Mi ha scritto anche da mamma e ho avuto una cartolina da Nina. Sono molto contenta.

Nina è la mia amica prediletta. È una ragazza speciale. Se penso, che si è privata della medaglia vinta alla gara di ricamo, l’unica cosa preziosa che aveva, per donarla a me, mi commuovo.

Nina è bionda, non molto alta, più o meno quanto me, ma un po’ più grassottella e ha gli occhi d’un azzurro ceruleo, che fa pensare al cielo d’autunno. Non è bella, però è simpaticissima. Zita, la sua gemella, è scostante. Si dà un sacco di arie, neanche fosse una miss di bellezza ma è, a mala pena, graziosa. Ha i capelli scuri e gli occhi verdi, è alta e magra. Quando cammina sembra un fenicottero, che si muove su gambe lunghe e sottili. Beh, a dire il vero, le gambe sono niente male. Però le dita delle mani con le unghie rosicchiate sono orribili.

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Ladra d’affetto.


Diario, 22/11/1966

Caro Diario

Alcuni giorni dopo il ballo del ’66, la signorina Mariella, la più giovane delle istitutrici, che frequentava il primo anno del corso di Laurea in Lettere Moderne, volle condurmi con sé all’università. Doveva iscriversi a un esame, e, siccome quella mattina non c’era scuola, perché era la festa del patrono, la direttrice diede il consenso.
Uscimmo presto, dopo esserci preparate con cura. Stavamo per raggiungere il piazzale degli autobus di linea quando, a un tratto, vidi Ottavio accanto a una corriera. Parlava con un uomo di mezz’età, anche loro ci scorsero e, mentre ci avvicinavamo, non ci levarono gli occhi di dosso. Intuii che parlavano di me, e colsi lo sguardo benevole dell’uomo.
Un attimo prima di raggiungerli, la signorina Mariella disse «Ottavio ti vuole bene. Si vede che è innamorato di te. Piaci anche al papà».
«È carino. Mi sta simpatico», risposi.
Quando fummo vicine, i due smisero di parlare. L’istitutrice pagò la corsa e prendemmo posto a destra del conducente.
Ottavio continuò a chiacchierare con il padre e a guardarmi attraverso il finestrino. Non ebbi il coraggio di volgere lo sguardo nella sua direzione, per paura d’incrociare i suoi  occhi,  e svelarmi troppo, però riuscii a contenere l’emozione. La storia con Sandro mi aveva insegnato qualcosa, ed ero già un po’ più consapevole. Quando partimmo, Ottavio rimase a terra , e seguì la corriera con lo sguardo. Continua a leggere