Il mio tempo: gli anni ’70


Dal 25 al 30 marzo offerta libro gratis: Il mio tempo: gli anni ’70 di Giuseppina D’Amato. Leggi l’anteprima.

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“Il mio tempo: gli anni ’70” è il secondo volume della Trilogia “Il mio tempo”.

Narra le vicende di  Michela Visconti, già protagonista de “Il mio tempo: un’adolescente negli anni ’60” ormai adulta, universitaria in un momento storico e sociale difficile, dove anche le relazioni fra coetanei sono ambigue e, spesso, fugaci.

Per descrivere il romanzo ripropongo un articolo recente.

Ringrazio Orso Bianco |Gian Paolo Marcolongo per la recensione sul sito Amazon.

Sinossi – Il mio tempo, gli anni ’70

I protagonisti – Il mio tempo: gli anni ’70

Il mio tempo: gli anni ’70 si svolge nel 1977.

Michela Visconti, la protagonista del romanzo storico contemporaneo, è prossima alla Laurea in Psicologia all’Università La Sapienza di Roma. La sua esistenza ruota intorno allo studio e alle prime esperienze sentimentali, quando nella sua vita irrompe una misteriosa “biondina”.Il Movimento – Il mio tempo: gli anni ’70Nel romanzo Il mio tempo: gli anni ’70, le giornate di Michela e dei suoi amici scorrono sempre uguali, finché il Movimento degli anni ’70 sconvolge le loro vite e il loro tempo. Allora vediamo i giovani animarsi e lottare per la libertà e l’uguaglianza a fianco degli “attivisti” e degli “indiani metropolitani”. Anche Michela fa la sua parte e prende parte alle manifestazioni per l’emancipazione femminile insieme alle femministe delle quali condivide principi e valori.La trama – Il mio tempo: gli anni ’70

La vicenda del romanzo Il mio tempo: gli anni ’70 è incentrata sul Movimento del ’77, un tempo storico difficile, segnato da contrasti e scontri – talvolta violenti – fra studenti da una parte e politici e sindacati dall’altra. Questo è il tempo che segna la perdita dell’innocenza per molti giovani, alcuni dei quali imbracciano le armi, mentre i meno risolti scelgono la droga. Ebbene, ci si domanda: quale cammino imboccherà Michela? e i suoi amici quale via sceglieranno per il futuro?

Incipit – Il mio tempo: gli anni ’70

Il mille novecento settantasette fu un anno terribile per l’Italia e per molti studenti. Ma fu una data risolutiva per Michela Visconti, come narra il romanzo Il mio tempo: gli anni ’70.

Sono in ritardo

“Sono in ritardo. Fuori tempo massimo. Caspita. Non ci sarà un solo posto, e dovrò ascoltare la lezione in piedi”, pensò, mentre beveva l’ultimo sorso di latte e caffè che aveva preparato in gran fretta. Con gesti rapidi poggiò la tazza sul lavandino nell’angolo cottura del bilocale da studentessa universitaria fuori sede. Poi la risciacquò sotto l’acqua corrente.

I preparativi

Subito dopo, prese un blocco per gli appunti sullo scaffale della libreria ingombro di ceramiche dalle tinte intense, e lo pose nella capiente sacca di pelle appesa al pomello. Si sbrigò a togliere il pellicciotto di castorino sintetico dall’appendiabiti, lo indossò, e chiuse gli alamari. Staccò la Tolfa e passò la tracolla sulla testa. “Ahia, accidenti”, imprecò, districando una ciocca impigliata nella chiusura metallica. Ciononostante sistemò il manico su una spalla e di traverso sul petto in modo da porre la Catana lungo un fianco.

Scese di corsa la rampa di scale

Nella specchiera vide i capelli annodati su una tempia, e un ciuffo dritto in aria. Indossare la borsa equivaleva a ritrovarsi arruffata o con qualche ciuffo strappato dalla fibbia. A rapidi tocchi sistemò la frangia e le bande laterali sulle spalle. La chioma incorniciò l’ovale del volto ancora acerbo in cui spiccavano i vivaci occhi verdi. Infine richiuse la porta dietro di sé, e scese di corsa la rampa di scale prima di giungere al portone, affacciato su Via dei Sabelli.

La folla

Uscì in fretta dal palazzo per recuperare un po’ di tempo. Doveva prendere gli appunti, poiché quello era l’ultimo esame prima della dissertazione. Era necessario passarlo, altrimenti avrebbe dovuto discutere la tesi alla prossima sessione di Laurea. Non poteva permettersi il lusso di temporeggiare. Desiderava terminare quel percorso e iniziare la specializzazione al più presto. S’incamminò a rapidi passi, e proseguì tra la folla, urtando le persone. «Scusi. Permesso», ripeteva, mentre proseguiva sotto gli sguardi degli uomini e dei ragazzi, attratti dalla graziosa figura esile, ma di una morbida armonia. Per fortuna, abitava accanto alla sede del Corso di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma e, dopo una breve corsa, giunse sull’inizio della spiegazione. Giusto in tempo.

L’aula rigurgitava studenti

L’aula rigurgitava studenti, come aveva immaginato. Adocchiò una seggiola libera vicino alla porta posteriore, e vi prese posto. Seguiva Organizzazione e gestione delle risorse umane e prendeva appunti con la solita diligenza. Però faticò a concentrarsi, poiché lo studente vicino a lei si agitava. A un tratto, il tizio si voltò verso una biondina che stava in piedi sulla soglia. Le parve di vedere dei cenni d’intesa fra loro, ma vi diede scarso peso, pertanto continuò ad ascoltare, nonostante l’irrequietezza del ragazzo.

La biondina

D’impeto, il tizio raccolse dal pavimento i propri libri e un eschimo dall’aspetto vissuto. Poi si alzò, e uscì, passando accanto alla Biondina. Allora la biondina, magra coi capelli dritti e lunghi sulla schiena, sedette accanto a lei. Prima sfilò dal collo la capiente borsetta con le frange, infine la poggiò per terra, e prese a scrutarla. Lo sguardo indugiava con strafottenza su di lei. L’evenienza la infastidì e incominciò a provare un certo imbarazzo, misto a un’inspiegabile inquietudine.

Fobie sociali

Sentirsi minacciata o in pericolo quando si aggirava per le vie intorno alla facoltà era una costante. Negli ultimi tempi, ella sognava di venire accoltellata alle spalle da misteriosi soggetti incappucciati. Se ne curava poco e attribuiva i sogni e le sensazioni minacciose alle sue fobie sociali. Mentre il professore spiegava la Teoria della Gestalt, si volse verso la vicina. Poi accennò uno stiramento delle labbra senza sorriso, e la fissò con occhi piccoli e indagatori. Era una tipa interessante, si disse. L’aria assorta e misteriosa le conferivano un fascino particolare, quindi decise di salutarla allo scopo di capire il motivo di tanta insistenza.

La conversazione

«Ciao», eruppe brusca. La tizia rispose. “Mi pare di conoscerla. Non so chi sia esattamente, ma l’ho già vista in giro”, pensò, mentre la memoria fotografica passava in rassegna i visi incontrati a mensa, alle riunioni politiche e ai collettivi studenteschi. «È interessante la lezione», asserì la tipa, convinta. «L’argomento è complesso, ma degno d’attenzione», lasciò intendere che avrebbe voluto ascoltare il professore. «Non riuscirò a preparare l’esame per il prossimo appello», comunicò la Biondina. Le sfuggì lo scopo. “Che me ne frega se lo fa”, le passò per la mente in un primo momento. Invece, domandò «Come mai?» e si trattò di pura cortesia. Forse la nuova arrivata era in vena di chiacchierare per solitudine o qualche altra ragione a lei ignota. «Troppa roba da studiare. Ho poco tempo.» L’altra la scrutò. Il suo istinto rimosse il disagio, lo faceva sempre davanti alle situazioni ansiogene per buona educazione o evitamento. «Hai problemi?, stai male?, lavori?» offrì una gamma di risposte che avrebbe voluto udire. Del resto molti studenti fuori sede erano costretti a lavorare per mantenersi agli studi. «Mi occupo d’altro oltre lo studio. Sto per partire.» La spiò di sottecchi, mentre lei continuava a prendere appunti. «Sono costretta a studiare. Voglio superare l’esame.» «Così credi tu», disse la Biondina.

La minaccia

L’insolita replica la sorprese. Si stupì, convinta d’aver udito male. “Vaneggia a 70 gradi”, realizzò, l’aria impacciata, come quando le sfuggivano le situazioni. «È l’ultima prova. Devo superarla. Altrimenti posso dire addio alla discussione della tesi la prossima sessione estiva. I testi sono già pronti. Devo farli correggere alla professoressa, e ricopiarli a macchina», quasi si giustificò. Non voleva sembrare un’arrogante con la pretesa di passare al primo appello e a tutti i costi. «Pensi di laurearti a giugno?» insistè la tizia. «Sì», replicò in  tono perentorio. Si stava incavolando, e pensava “Ha rotto le balle.” «Lo vedrai. Vedrai», minacciò la sconosciuta. Si rabbuiò, le ciglia socchiuse. «Ma di che parli?» incredula, pose la domanda e attese una risposta, ma invano. “

“Il mio tempo, gli anni ’70”, romanzo di Giuseppina D’Amato

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Il mio tempo un'adolescente negli anni '60 - Giuseppina D'Amato
Presentazione del romanzo
“Il mio tempo, un’adolescente negli anni ’60” di Giuseppina D’Amato
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Il mio tempo, un’adolescente negli anni ’60 – Giuseppina D’Amato.
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Il mio tempo, un’adolescente negli anni ’60 di Giuseppina D’Amato https://www.amazon.it/dp/B01HFBTBN8

Il mio tempo: gli anni ’70


Sinossi – Il mio tempo, gli anni ’70

I protagonisti – Il mio tempo: gli anni ’70

Il mio tempo: gli anni ’70 si svolge nel 1977. 

Michela Visconti, la protagonista del romanzo storico contemporaneo, è prossima alla Laurea in Psicologia all’Università La Sapienza di Roma. La sua esistenza ruota intorno allo studio e alle prime esperienze sentimentali, quando nella sua vita irrompe una misteriosa “biondina”.

Il Movimento – Il mio tempo: gli anni ’70

Nel romanzo Il mio tempo: gli anni ’70, le giornate di Michela e dei suoi amici scorrono sempre uguali, finché il Movimento degli anni ’70 sconvolge le loro vite e il loro tempo. Allora vediamo i giovani animarsi e lottare per la libertà e l’uguaglianza a fianco degli “attivisti” e degli “indiani metropolitani”. Anche Michela fa la sua parte e prende parte alle manifestazioni per l’emancipazione femminile insieme alle femministe delle quali condivide principi e valori.

La trama – Il mio tempo: gli anni ’70

La vicenda del romanzo Il mio tempo: gli anni ’70 è incentrata sul Movimento del ’77, un tempo storico difficile, segnato da contrasti e scontri – talvolta violenti – fra studenti da una parte e politici e sindacati dall’altra. Questo è il tempo che segna la perdita dell’innocenza per molti giovani, alcuni dei quali imbracciano le armi, mentre i meno risolti scelgono la droga. Ebbene, ci si domanda: quale cammino imboccherà Michela? e i suoi amici quale via sceglieranno per il futuro?

Incipit – Il mio tempo: gli anni ’70

Il mille novecento settantasette fu un anno terribile per l’Italia e per molti studenti. Ma fu una data risolutiva per Michela Visconti, come narra il romanzo Il mio tempo: gli anni ’70.

Sono in ritardo

“Sono in ritardo. Fuori tempo massimo. Caspita. Non ci sarà un solo posto, e dovrò ascoltare la lezione in piedi”, pensò, mentre beveva l’ultimo sorso di latte e caffè che aveva preparato in gran fretta. Con gesti rapidi poggiò la tazza sul lavandino nell’angolo cottura del bilocale da studentessa universitaria fuori sede. Poi la risciacquò sotto l’acqua corrente.

I preparativi

Subito dopo, prese un blocco per gli appunti sullo scaffale della libreria ingombro di ceramiche dalle tinte intense, e lo pose nella capiente sacca di pelle appesa al pomello. Si sbrigò a togliere il pellicciotto di castorino sintetico dall’appendiabiti, lo indossò, e chiuse gli alamari. Staccò la Tolfa e passò la tracolla sulla testa. “Ahia, accidenti”, imprecò, districando una ciocca impigliata nella chiusura metallica. Ciononostante sistemò il manico su una spalla e di traverso sul petto in modo da porre la Catana lungo un fianco.

Scese di corsa la rampa di scale

Nella specchiera vide i capelli annodati su una tempia, e un ciuffo dritto in aria. Indossare la borsa equivaleva a ritrovarsi arruffata o con qualche ciuffo strappato dalla fibbia. A rapidi tocchi sistemò la frangia e le bande laterali sulle spalle. La chioma incorniciò l’ovale del volto ancora acerbo in cui spiccavano i vivaci occhi verdi. Infine richiuse la porta dietro di sé, e scese di corsa la rampa di scale prima di giungere al portone, affacciato su Via dei Sabelli.

La folla

Uscì in fretta dal palazzo per recuperare un po’ di tempo. Doveva prendere gli appunti, poiché quello era l’ultimo esame prima della dissertazione. Era necessario passarlo, altrimenti avrebbe dovuto discutere la tesi alla prossima sessione di Laurea. Non poteva permettersi il lusso di temporeggiare. Desiderava terminare quel percorso e iniziare la specializzazione al più presto.
S’incamminò a rapidi passi, e proseguì tra la folla, urtando le persone.
«Scusi. Permesso», ripeteva, mentre proseguiva sotto gli sguardi degli uomini e dei ragazzi, attratti dalla graziosa figura esile, ma di una morbida armonia. Per fortuna, abitava accanto alla sede del Corso di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma e, dopo una breve corsa, giunse sull’inizio della spiegazione. Giusto in tempo.

L’aula rigurgitava studenti

L’aula rigurgitava studenti, come aveva immaginato.
Adocchiò una seggiola libera vicino alla porta posteriore, e vi prese posto. Seguiva Organizzazione e gestione delle risorse umane e prendeva appunti con la solita diligenza. Però faticò a concentrarsi, poiché lo studente vicino a lei si agitava. A un tratto, il tizio si voltò verso una biondina che stava in piedi sulla soglia. Le parve di vedere dei cenni d’intesa fra loro, ma vi diede scarso peso, pertanto continuò ad ascoltare, nonostante l’irrequietezza del ragazzo.

La biondina

D’impeto, il tizio raccolse dal pavimento i propri libri e un eschimo dall’aspetto vissuto. Poi si alzò, e uscì, passando accanto alla Biondina. Allora la biondina, magra coi capelli dritti e lunghi sulla schiena, sedette accanto a lei. Prima sfilò dal collo la capiente borsetta con le frange, infine la poggiò per terra, e prese a scrutarla. Lo sguardo indugiava con strafottenza su di lei. L’evenienza la infastidì e incominciò a provare un certo imbarazzo, misto a un’inspiegabile inquietudine. 

Fobie sociali

Sentirsi minacciata o in pericolo quando si aggirava per le vie intorno alla facoltà era una costante. Negli ultimi tempi, ella sognava di venire accoltellata alle spalle da misteriosi soggetti incappucciati. Se ne curava poco e attribuiva i sogni e le sensazioni minacciose alle sue fobie sociali. Mentre il professore spiegava la Teoria della Gestalt, si volse verso la vicina. Poi accennò uno stiramento delle labbra senza sorriso, e la fissò con occhi piccoli e indagatori. Era una tipa interessante, si disse. L’aria assorta e misteriosa le conferivano un fascino particolare, quindi decise di salutarla allo scopo di capire il motivo di tanta insistenza.

La conversazione

«Ciao», eruppe brusca. La tizia rispose.
“Mi pare di conoscerla. Non so chi sia esattamente, ma l’ho già vista in giro”, pensò, mentre la memoria fotografica passava in rassegna i visi incontrati a mensa, alle riunioni politiche e ai collettivi studenteschi.
«È interessante la lezione», asserì la tipa, convinta.
«L’argomento è complesso, ma degno d’attenzione», lasciò intendere che avrebbe voluto ascoltare il professore.
«Non riuscirò a preparare l’esame per il prossimo appello», comunicò la Biondina.
Le sfuggì lo scopo. “Che me ne frega se lo fa”, le passò per la mente in un primo momento. Invece, domandò «Come mai?» e si trattò di pura cortesia. Forse la nuova arrivata era in vena di chiacchierare per solitudine o qualche altra ragione a lei ignota.
«Troppa roba da studiare. Ho poco tempo.» L’altra la scrutò. Il suo istinto rimosse il disagio, lo faceva sempre davanti alle situazioni ansiogene per buona educazione o evitamento.
«Hai problemi?, stai male?, lavori?» offrì una gamma di risposte che avrebbe voluto udire. Del resto molti studenti fuori sede erano costretti a lavorare per mantenersi agli studi.
«Mi occupo d’altro oltre lo studio. Sto per partire.» La spiò di sottecchi, mentre lei continuava a prendere appunti.
«Sono costretta a studiare. Voglio superare l’esame.»
«Così credi tu», disse la Biondina.

La minaccia

L’insolita replica la sorprese. Si stupì, convinta d’aver udito male. “Vaneggia a 70 gradi”, realizzò, l’aria impacciata, come quando le sfuggivano le situazioni.
«È l’ultima prova. Devo superarla. Altrimenti posso dire addio alla discussione della tesi la prossima sessione estiva. I testi sono già pronti. Devo farli correggere alla professoressa, e ricopiarli a macchina», quasi si giustificò. Non voleva sembrare un’arrogante con la pretesa di passare al primo appello e a tutti i costi.
«Pensi di laurearti a giugno?» insistè la tizia.
«Sì», replicò in  tono perentorio. Si stava incavolando, e pensava “Ha rotto le balle.”
«Lo vedrai. Vedrai», minacciò la sconosciuta.
Si rabbuiò, le ciglia socchiuse. «Ma di che parli?» incredula, pose la domanda e attese una risposta, ma invano.

Il mio tempo, gli anni '70 - Romanzo di Giuseppina D'Amato
Il mio tempo, gli anni ’70 – Romanzo di Giuseppina D’Amato
La prima copertina del romanzo


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Il mio tempo|Giuseppina D'Amato
Il mio tempo|Giuseppina D’Amato

PROLOGO

I diari

Salgo nel mezzanino intenzionata a ripulirlo dalle cianfrusaglie. Appena spalanco la porta, particelle umide di aria calda si affollano sul mio viso e riempiono i polmoni. Ansimo. 

Sono le nove di mattina e l’afa è già intollerabile in quest’estate surriscaldata. Indosso la mascherina anti polvere e inizio a liberare il pavimento dalla congerie che lo invade. Soffoco. Tolgo la maschera. 

Metto da parte qualche pezzo da restaurare e getto il ciarpame in grossi sacchi di plastica nera: ne ho riempiti già quattro. Li porto in giardino due alla volta. Ritorno in soffitta, boccheggiando. Salgo, ridiscendo e torno sù, sudata e senza fiato.

Mi guardo intorno, ho ancora tanto lavoro: un armadio sbilenco traboccante abiti vintage, una credenza rustica con improbabile vasellame e pile di libri stipate contro il muro. Posso farcela. 

Comincio a disporre i volumi negli scatoloni per il centro di raccolta differenziata. Mentre li sposto, intravedo del legno. 

Forse, c’è una cartiera addossata alla parete. Proseguo e scorgo delle guarnizioni di metallo dorate, poi compare la bocchetta istoriata di una serratura e riconosco le parti di una cassa. 

Libero in fretta il coperchio e lo sollevo.

Il baule contiene un mondo di libri stratificati, alcuni sono appartenuti a mia madre, altri ai nonni. Ne apro qualcuno a caso e sul frontespizio riconosco le loro firme. Sposto i volumi delle superiori, scendo alla Moho delle scuole medie fino al mantello di riviste e giornali, datati anni ottanta, settanta, sessanta. 

Ho una decina di scatole da portare in garage: il che significa macchinate di rifiuti all’isola ecologica. Già mi prefiguro le occhiate sbieche della responsabile. 

Manca l’ultima stratificazione di questo piccolo pianeta in soffitta. Sul fondo, nucleo di un universo sconosciuto, ci sono delle copie formato gigante di Gioia, Amica, Grazia, Oggi, Tempo, Fotografare e due quaderni, uno ha la copertina verde e l’altro rossa. 

Li prendo e li getto in un cartone, felice d’aver sgomberato buona parte del pavimento. 

Uno dei taccuini si apre su una calligrafia minuta e delicata che mi incuriosisce. Lo ripesco, mi avvicino al lucernario, da cui filtrano i raggi del solleone, e leggo qualche riga. Scorro fino in fondo alla pagina, ma chi ha scritto non ha lasciato la propria firma.

IL DIARIO VERDE

Capitolo 1 

1. Scende la pioggia

Mercoledì, 2 novembre 1966 

Mattina

Piove. Piove senza sosta, da molti giorni. La noia è devastante. Non ho nulla da fare. Uscire è impossibile: il cortile è un pantano. Mi angoscio e sento un vuoto interiore. La pioggia che annega il cielo e la campagna, m’inquieta e ne ignoro la ragione. 

Ho deciso di scrivere. Provo un irresistibile bisogno di raccontare. Narrare è necessario, per vincere questo tedio struggente. 

Pomeriggio

Noi ragazze non possiamo uscire e in tutto dipendiamo dagli adulti. Quando ho saputo che l’istitutrice andava in centro, sono corsa su per le scale strette e buie, e sono inciampata in un gradino: sarei caduta, se non mi fossi aggrappata al corrimano.

Mi sono precipitata in portineria, appena in tempo. La signorina Mariella aveva già aperto la porta. Al mio richiamo si è girata, sorpresa di vedermi. 

«Michela, dimmi», ha esclamato, sollevando le sopracciglia sottili.

«Vorrei un quaderno», ho risposto.

«Come dev’essere?» ha chiesto brusca, senza togliere la mano dalla maniglia, come chi ha molta fretta.

«Alto e con la copertina plastificata», ho precisato.

«Va bene. Lo vuoi a righe o a quadretti?» ha aggiunto con un sorriso gentile.

Ho sollevato una spalla e, increspando il labbro superiore, ho replicato «Fa lo stesso.»

Lei ha strizzato le ciglia e le pupille sono diventate piccole piccole. «Per quale materia ti occorre?» ha voluto sapere.

La mia indecisione deve averla confusa. «Nessuna. Scriverò di me», mi è sfuggito. Poi mi sono pentita.

Lei ha spalancato le palpebre truccate con il kajal nero che sporca lo sguardo innocente. «No, non dirmi. Anche tu, il diario?»

«Sì», ho ammesso, seria. Ora, sorge il dubbio. «La sua era una domanda o una critica?»

Ha alzato il mento. «Che cosa scriverai?» ha chiesto.

A saperlo, ho pensato, abbassando gli angoli della bocca in un’espressione incerta. «Inizio con la cronaca della mia vita», l’ho sparata grossa. 

Ha annuito con piccoli cenni del capo. «Vedrò d’accontentarti», ha detto salutando con un gesto della mano. Poi ha aperto l’uscio. 

«Grazie, torni subito», le ho detto, mentre si chiudeva la

porta alle spalle. Avrei voluto suggerirle di non fermarsi al bar a bere il caffè e a parlare dell’Arno gonfio di pioggia, ma lei era già sparita. 

Sono ritornata verso lo studio uno, rasserenata dal suo buon gusto, aggrappandomi al regolo, per non ruzzolare dalla scalinata. Accidenti, è davvero pericolosa. 

Prima di rientrare, mi sono attardata in veranda accanto a una delle numerose porte finestra. Rapita dall’acqua, ho osservato la cuoca che guadava la corte con ai piedi un paio di stivaloni di gomma e si allontanava a passi lenti sotto la pioggia scrosciante. Viene giù a secchiate, da ore e ore. 

Ho fissa nella mente l’immagine della direttrice che, disperata, alza gli occhi al cielo e ripete «Ohi, il Signore Iddio s’è scordato di noi fiorentini.»

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