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Buona notte


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Due righe di me


Quando nacqui ero priva di memoria.

Ero un universo ignorante, egotico e famelico.

Poco importava ch’ero nata d’autunno,

quando le foglie arrossano

e cadono dagli alberi,

come i soldati, ma solo nella poesia.

Ero affamata di vita.

Donne in estate


Le illustrazioni di #CassandraCalin riassumono la lotta quotidiana per restare femminili anche in estate, dall’Huffington Post | Di Jenavieve Hatch
Pubblicato: 09/08/2016 12:34

I capelli e l’umidità, il gonfiore, il caldo. Essere donne durante l’estate può essere particolarmente complicato. Lo sa bene l’artista Cassandra Calin che in  11 vignette ha raccontato la lotta quotidiana per restare femminili nonostante le temperature elevate.

Qui l’articolo completo:

http://www.huffingtonpost.it/2016/08/09/illustrazioni-donna_n_11400522.html#

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Il rientro a casa è una liberazione.                          

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Non c’è nessun filtro.

 

 

 

 

 

 

 

Il post completo è stato pubblicato per la prima volta su Huffpost Usa http://www.huffingtonpost.com

Barbablù


La favola di Barbablù, da “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estes, ed. Frassinelli 1993. Video realizzato e sussurrato (ASMR) da Chiara Messina.

Barbablù


  1. La favola di Barbablù – da “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estes, ed. Frassinelli 1993. Video realizzato e sussurrato (ASMR) da Chiara Messina.

Byron


Il mio gatto “Baby Rex”  ha quaranta giorni e, ora, anche un nome proprio.

«È l’anno della lettera B.» ha detto l’allevatrice.

Allora, mia figlia ed io ci siamo impegnate  a provare tutti i nomi con l’iniziale B, e abbiamo scelto Byron perché anglosassone, nobile e poetico come baby Devon Rex.

L’arrivo a casa é previsto fra tre mesi. Aspettiamo il cucciolo con affetto, ma non dimentichiamo i randagi e gli animali maltrattati, di cui mi figlia si occupa presso i gattili e i canili della zona.

Il vecchio libro di favole. #4


L’anziano raggiunse gli amici, sedette sulla sedia libera, e iniziò a mescolare le carte, disinteressandosi a noi. Cosa che feci anch’io.
Fu allora che guardai alla mia destra, e vidi un curioso salottino che faceva bella mostra di sé in un angolo della stanza: il divano di cuoio verde muschio era accostato alla parete, intorno vi erano  dei piccoli sedili di metallo a tinte vivaci, simili a quelli che usano nelle officine, con un’apertura sul piano. Un tavolino basso, posto davanti al divano e seminascosto dagli sgabelli, aveva un aspetto davvero insolito: il ripiano, dipinto con una lacca nera, non poggiava su quattro gambe, come mi sarei aspettata, ma su una base circolare e massiccia colorata di rosso.
Non riuscivo a credere ai miei occhi. “Possibile che siano due gomme d’auto, verniciate e sovrapposte l’una all’altra?” mi chiesi.
Non resistei, e posi la domanda a Chiara, la quale sollevò lo sguardo dallo schermo del telefono, e rispose: «Certo, mamma. Te ne sei accorta adesso?»
«Sì.»  ammisi. «Hanno cambiato tutto l’arredamento?»  insistei.
«No, solo questa stanza.» fece lei.
Annuii, e volli sapere se anche il cameriere tatuato fosse nuovo.
«Non saprei. Vengo di rado in questo bar.» disse, un poco seccata, perché la mia petulanza le impediva di rispondere a un messaggio su Whatsapp.
«Secondo me ha cambiato gestione.» affermai, convinta. «Ci sono più clienti del solito, e alcuni non li ho mai visti prima.»
Lei mi squadrò, sorpresa, aggrottò le ciglia, e rispose: «Non puoi conoscere tutti gli avventori di un bar, sia pure di paese.»
«Certo. Del resto, qui siamo estranee.» convenni.
Chiara annuì, chinò la testa sul telefono, e riprese a digitare.
Allora, feci un cenno al cameriere, che mi raggiunse con solerzia, e ordinai un cappuccino e una brioche.
In attesa del mio spuntino, notai un’altra novità: uno scaffale, sistemato fra il divano e la finestra, che esponeva anticaglie. Una macchina da scrivere Cambridge era stata collocata su un ripiano in basso con intorno, in bell’ordine, degli accessori di cancelleria del tempo. Sul ripiano soprastante, fra ampolle, vasi d’allumino con piccole piante e tazzine da te cinesi, c’era una radio Wega in bachelite dei primi anni ’60.

Ad altezza dei più piccoli, alcuni peluche, intrisiti dall’abbandono, e vecchi giochi da tavolo parevano in attesa di qualche bambino disposto a  giocare di nuovo con loro.
In un angolo un po’ in ombra, scorsi un libro di fiabe. Era uno di quelli illustrati e con la copertina rigida che mi avevano fatto fantasticare da bambina.

E di nuovo sblam. Batticuore. Vampata al viso. Sudorazione e ricordi.
Scostai il collo del maglione, e sventolai le mani davanti al volto che supposi fosse rubizzo come quello del bevitore. Non resistetti, mi alzai, e presi il volume fra le mani. L’aspetto era familiare. Di sicuro, avevo letto quel libro da piccola, lo rigirai e, sulla quarta di copertina, notai alcuni graffi e strappi agli angoli. Strano anche solo pensarlo, ma le piccole lacerazioni mi parvero note, come se gesti consueti e intimi avessero consunto la patina illustrata sotto i miei occhi.
“Mah! Questo è il giorno dei misteri oppure sto impazzendo!” dissi fra me e me, mentre i miei piedi calpestavano qualcosa dalla consistenza di un cartoncino.
Guardai, e vidi alcuni tasselli di un puzzle d’altri tempi che invogliavano a ricomporre l’intero quadro, raccolsi le tessere dal pavimento e le posi sul ripiano.
L’arrivo del cameriere con la consumazione mi salvò da altri deliri. Ignoravo che, quella mattina, un nuovo episodio avrebbe suscitato in me una marea di dubbi e ricordi.

*Le immagini che accompagnano il post appartengono all’autrice.

🏡🏠🏡🌳La leggenda di Tre Capanne


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Immagine personale

Nel bosco di Tre Capanne viveva, da secoli, un folletto.
Lo gnomo era così piccolo che abitava nel tronco cavo di una quercia che aveva il doppio dei suoi anni, e distendeva la folta chioma sulla Radura della Quercia Vecchia.
Lo gnomo, di giorno, dormiva. La notte, scorrazzava per il bosco, facendo i dispetti alle bestiole che vi dimoravano.
Lo spiritello era scontroso e solitario, e nessuno l’aveva mai visto. O quasi!
Molti sospettavano della sua esistenza, ma non osavano confermarla, per timore d’essere considerati folli.
I pochi ingenui che avevano ammesso d’averlo scorto al chiarore della luna, con un berrettino rosso a punta, calato sulla fronte, mentre s’infrattava nei cespugli intricati, erano giudicati pazzi o ubriaconi.
I più temerari avevano provato ad acciuffarlo per il panciotto marrone, strizzato sul ventre prominente, mentre gli avidi miravano al cappuccio, un cimelio magico molto ambito.
Un’antica leggenda popolare narrava che, chi riusciva a prenderlo e a rubargli il berretto, lo aveva in pugno, e poteva costringerlo a cacare denaro in cambio della libertà.
Alcuni anziani raccontavano di visioni fra la veglia e il sonno e di ombre nel lucore lunare che filtrava nella camera attraverso le fessure della finestra. Alcuni confidavano, tra i sudori panici, d’essersi svegliati nottetempo con un senso d’oppressione sull’addome e quel peso, che diveniva sempre più pressante, li immobilizzava per ore. Altri avevano creduto di vedere il folletto aggirarsi per casa, fare scorpacciate di dolci e causare danni. Tranne, poi, dubitarne per via della cascaggine notturna.
Chi si arricchiva all’improvviso o in modo improprio sosteneva che era merito dello gnomo, ché aveva cacato un mucchio di monete d’oro sul pavimento.
Tutti i testimoni lo descrivevano col nasone a rostro e il pizzo caprino sul mento, l’immancabile cappuccio di lana cotta, un paio di calzoni di panno verde, uguale alla giacca striminzita sul gilet marrone, gli stivali di pelle e il tascapane in spalla.
I contadini lo chiamavano Bizza, per la mutevolezza del carattere, e raccontavano che, quando scendeva a valle fino ai villaggi, se era di buon umore, portava loro i frutti del bosco, secondo la stagione ma, se era di cattivo umore, si sfogava, facendo i dispetti ad animali e persone.
Con il passare del tempo, lo spiritello fu dimenticato. Sopravvisse solo nel mito popolare e nei ricordi dei nonni che continuarono a narrare ai nipoti la sua leggenda. Continua…

Sono cresciuta, ascoltando dalla voce dolce di nonna Bea la leggenda popolare irpina dello Scazzamauriello, e, temendo una sua visita notturna indesiderata e sedativa, da piccola, non dormivo mai supina. Non avevo ancora capito che la frittura di peperoni, patate, costatine e frattaglie di maiale, in special modo se mangiata di sera, è difficile da digerire, e può risultare più pesante del leggendario Scazzamauriello! Ha, ha! 

Basta!


Non voglio più vedere bambini, donne e uomini che, costretti a fuggire dalla guerra, in cerca di un abbraccio fraterno e di una terra che li accolga,  finiscono soffocati dall’abbraccio freddo e liquido del nostro Mediterraneo.

“Cosa fate per aiutare i profughi?”  domando ai capi di stato e ai politici, cui abbiamo conferito il potere di governare per il ben collettivo.

“Cosa facciamo noi per accogliere esseri umani, come me e te, che fuggono dalla devastazione della guerra?

Incominciamo a essere umani e misericordiosi!

Sì.


Deve. Il mondo ha bisogno di serenità e pace!