Famiglie difficili.


MercolediĢ€, 14 dicembre 1966

Caro Diario

Ieri sera la televisione trasmetteva il film ā€œIl seduttoreā€ con Alberto Sordi. Abbiamo riso; non so quanto.Ā Ho appena scritto una lettera di protesta alla rivista ā€œGiovaniā€, percheĢ la redazione non mā€™invia il materiale del club.Ā Da qualche mese sono iscritta al ā€œClub Giovaniā€. Ho aderito alla loro iniziativa per avere lā€™omonimo mensile. Non esistono molti giornali per noi adolescenti e mi pare eccezionale lā€™idea di un periodico dedicato ai ragazzi. Sono una persona che legge volentieri, ma non sempre le letture sono adatte a me. Questo giornale riempie un vuoto editoriale e soddisfa le mie esigenze di lettrice giovane e moderna. Mi allettava molto lā€™idea di ricevere il giornale, la tessera e le spille riservate ai soci.Ā Lā€™iscrizione al club era indispensabile per ricevere il periodico. Spedii, quindi, il modulo dā€™associazione e anche le cinquecento lire richieste ai soci. Da allora, tutti i giorni, aspetto con ansia lā€™arrivo della pubblicazione e delle cose cui ho diritto. Le mie aspettative, purtroppo, sono disattese. Il materiale promesso tarda troppo ad arrivare. Oggi, che sono particolarmente incavolata, ho scritto una lettera di protesta, per reclamare cioĢ€ che mi spetta. Il messaggio ha un tono perentorio: se non possono spedirmi la tessera, il giornalino e tutto il resto, devono restituirmi almeno i soldi, o meglio i francobolli che ho inviato. Ho aggiunto, infine, che la pazienza ha un limite. In questo periodo, per ingannare la noia, ho letto una miriade di libri, tanti fumetti, giornalini, fotoromanzi e riviste.

Sono molto seccata per questa storia del club. In piuĢ€ ho finito i soldi e non ho neanche un francobollo. Devo per forza consegnare le lettere alla direttrice per poterle spedire. Lei metteraĢ€ in nota il costo dellā€™affrancatura e la mamma troveraĢ€ un bel conto da pagare alla fine dellā€™anno: spendo tantoĀ in dolciumi, quaderni, giornalini, francobolli e cinema.

Se arrivasse una lettera di Nina o di qualche altra amica mi distrarrei un poā€™, invece nessuno mi pensa, e qui non ci sono passatempi. Non rimane che il diario. Scrivere eĢ€ un gran bel diversivo. A volte eĢ€ come reinventare il passato, in altri casi equivale a raccontarsi il futuro. Ora, ad esempio, ripenso a un altro episodio della vita di Nina.Ā Si eĢ€ capito che Gino eĢ€ cotto di lei, e spasima per avere un bacio. Una volta, con i soliti modi da teppista, la costrinse in un angolo del cortile sotto casa, e si avvicinoĢ€ per baciarla. Lei, peroĢ€, lesta si pose le mani sulla bocca, percheĢ eĢ€ molto contegnosa e non permette a nessuno di darle baci in bocca.

Gino, allora, si rivolse aĀ Ā Zita. Ā«Vieni qui. Dai una mano a tua sorella. Tu sei esperta di baci sulla boccaĀ», esclamĆ², prendendosi gioco di lei.

Zita, che ĆØ unā€™oca, corse, preseĀ le mani della sorella e le tolseĀ dalla bocca. Le labbra di Gino stavano per toccare quelle di Nina, quando lei si divincoloĢ€, riuscendo a liberarsi dalla morsa. Lo schiaffo sonoro, che molloĢ€ sulla faccia di Gino, lascioĢ€ le impronte delle dita per molte ore.

Ā«Azz, che pappinaĀ», esclamoĢ€ Gino, massaggiandosi la guancia rosso fuoco, e lā€™amore divampĆ² piĆ¹ potente di prima.

Il giorno dopo il ragazzino comparveĀ in cortile, nel luogo del ceffone, trasse dalla tasca dei calzoni un gessetto azzurro, e incomincioĢ€ a tratteggiare sul muro un volto di donna. Le gemelle osservavano la scena dalla finestra, e notarono che il disegno ricordava, in modo vago, le fattezze del viso di Nina. Mentre erano affacciate, ridacchiavano divertite. Il padre, attratto dalle loro risatine, le raggiunse per vedere che cosa stesse succedendo giuĢ€ in strada. Nel preciso istante in cui lā€™uomo sporse la testa fuori dalla finestra, Gino incomincioĢ€ a baciare il ritratto sulla parete.

Ā«Che fai? Baci lā€™intonaco? Vattene, mascalzone, altrimenti vengo giuĢ€ io. Ti do io i baci. Ti do! Ti faccio vedere i baci che volano!Ā» lo minacciĆ² il babbo delle ragazza.Ā CosiĢ€ dicendo, agitoĢ€ la mano in direzione del ragazzo, che corse via a gambe levate. Gino non eĢ€ mai riuscito a conquistare il cuore di Nina. Lei eĢ€ innamorata di Toni che, a suo dire, eĢ€ un giovanotto alto, biondo, di bellā€™aspetto, nonostante due denti rotti.

Ā«Che sono due denti spezzati a causa diĀ una caduta in bicicletta, in fondo? A me non dispiace questo piccolo difetto. Lo amo, percheĢ eĢ€ ponderato e affettuosoĀ», ripeteva, spesso.

ForseĀ non eĢ€ giusto affermare ā€œlei ama Toniā€, Ā sarebbe meglio scrivere ā€œamavaā€, poicheĢ nellā€™ultima lettera rivela dā€™essersi invaghita dā€™Andrea, quel giovane ā€œcapelloneā€ di cui parla. Spero che Nina non lasci il suo Toni per questo giovanotto zazzeruto che, tra lā€™altro, eĢ€ troppo vecchio per lei.

GiovediĢ€, 15 dicembre 1966

Consuelo mi ha chiesto di diventare sua amica, ho risposto che devo pensarci. Magari chiederoĢ€ consiglio a Jaspreet prima di decidere. Lei, da qualche giorno, eĢ€ un poā€™ meno antipatica con me, forse non mi considera piuĢ€ insignificante.Ā Certo il ricordo di questā€™attributo mi ossessiona ancora. Non riesco a perdonarla per avermi affibbiato questā€™appellativo.Ā Alcuni giorni fa anche Giselle mi chiese di diventare la sua confidente del cuore. Rifiutai. Adesso, peroĢ€, sono pentita. Vorrei essere sua amica, ma lei passa il tempoĀ con Linda. PerĆ², quando mi vede, continua a sbaciucchiarmi ed eĢ€ molto affettuosa anche se, a volte, noto strani cambiamenti in lei. Non vorrei che la vicinanza di Linda le nuocesse fino a farla diventare meschina, ladra e dispettosa come lei. Mi auguro che Giselle si accorga in tempo dā€™essere in compagnia di una persona sbagliata. Linda eĢ€ una ragazza da schivare. Bisogna guardarsi bene da lei. Nessuno dovrebbe starle vicino. EĢ€ contagiosa la sua cattiveria. EĢ€ proprio stramba e meschina. Oggi mi ha fatto leggere un biglietto di Giselle. Il messaggio dice ā€œMi piace imitarti. Ti ammiro tanto. Vorrei essere simile a te. Giselleā€.

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Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo lā€™incidente, papaĢ€ riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. Ā«Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego piuĢ€ leggero. Purtroppo, eĢ€ stato licenziato, percheĢ zoppica. Non eĢ€ piuĢ€ idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre piuĢ€ di me?Ā» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. Ā«Niente, nienteĀ», la rassicurava. Ā Ā«EĢ€ che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loroĀ che, Ā appenaĀ lo vedono, si attaccanoĀ», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papĆ  aveva fatto, suo malgrado.

Ā«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, eĢ€ un bel giovane. PeroĢ€, ce ne sono tanti piuĢ€ belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e unaĀ», commentava miaĀ madre, scuotendo la testa. La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

Ā«Me lo tengoĀ», terminava. Ā«Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?Ā»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dellā€™onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papaĢ€, malgrado la pena dei continui tradimenti. Cā€™era lā€™onore da preservare e anche il mio futuro.

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L’ultima possibilitĆ .


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finchĆ© un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonĆ². LeiĀ diede un’occhiataĀ dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste,Ā si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. AprƬ l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma Ā io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legnaĀ le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mammaĀ prese la giacca e la borsetta, a me mise ilĀ cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedĆ© accanto al cugino eĀ fui portata in campagna da nonna Beatrice.Ā La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano.Ā Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so,Ā allora il tempo non contava,Ā  la mamma e lo zio ritornarono. Cā€™era anche papaĢ€ con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece, Ā tornĆ² nera e conĀ un muso lungo, neancheĀ Ā si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e leiĀ sembrava sempre piĆ¹ triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui Ā era una cosa meravigliosa, rideva con me,Ā mi faceva giocare,Ā bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentreĀ papaĢ€ riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavoĀ Ā«Che cosa vuol dire? PercheĢ?Ā» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

Ā«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisceĀ», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno Ā potevo supporre lā€™influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtaĢ€ oggettiva.Ā La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

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Questa ĆØ la volta che muoio.


Caro Diario

Ho giĆ  raccontato che la mamma, quando parlava con zia Frida si lamentava che la madre non le aveva fatto capireĀ “certe cose”,Ā e intendeva le relazioniĀ di coppia, com’era un uomo, quel che accadeva sottoĀ le lenzuola tra coniugi, quando spuntava la luna nel cielo.

Ecco, la mamma non ha spiegato nulla neanche a me. A casa non si parla dei rapporti intimi. EĢ€ un segreto. Comunque sia, hoĀ tredici anni e, come la mamma alla mia stessa etĆ , anch’io ignoro i misteri della sfera sessuale, non ho mai visto un uomo nudo, eccetto i dipinti e le sculture, e, cosa piĆ¹ grave, misconoscoĀ il mio corpo e le sue funzioni. Lei non ne parla mai e, se pongo qualche domanda, evita di rispondere.

Ā«Quando sarai signorina, le capirai da sola certe coseĀ», risponde. Ebbene chi mi spiegaĀ perchĆ© Tania ci ha provato con me? Come mai io penso solo ai ragazzi, mentre a leiĀ piacciono ancheĀ le femmine? Questi e molti altri misteriĀ non sono chiari, neanche adesso che sono signorina. Domande. Domande che resteranno senza risposta, finchĆ©Ā non troverĆ² un libro, un manuale, un film o un giornale scientifico,Ā che soddisfi il mio bisogno di sapere.

Caro Diario, voglio confidarti un episodio, che ti farĆ  capire le deleterie conseguenze dei comportamentiĀ ottusi dei genitori, e mi riferisco alla pessima consuetudine di nascondere la veritĆ  a una figlia, che si avvia verso l’adolescenza.

Quando partii per Castro, tre anni fa, la mamma mise in valigia due dozzine di certi panni di lino, che lei e zia Frida avevano ricamato con il punto a giorno e poiĀ ne avevano sfilacciato ad arte i bordi.

Ā«Non li voglio quei fazzolettiĀ», dissi, non sapendo che cosa farmene diĀ cosƬ grandi.
Ā«Devi portarli, invece. Non si puoĢ€ mai sapereĀ», alluse la mamma.
Il suo tono fermo mi mise in Ā allarme. Ā«A che cosa servono?Ā» domandai, incuriosita.
Lei chinĆ² la fronte, e proseguƬ col sistemare la biancheria in bell’ordine.Ā Ā«Al momento opportuno lo sapraiĀ», rispose con un tono, che non ammetteva repliche.Ā Zia Frida la pregĆ² di spiegarmelo, chĆ© se fosse successo quel che doveva accadere, almeno avrei saputo che cosa fare. Lei, che ĆØ una tipa cocciuta, scosse la testa, e s’incaponƬ nel piĆ¹ assoluto mutismo.Ā Ero abituata ai suoi misteri, e non ci pensai. EroĀ proiettata verso l’avventura che stava per iniziare a Castro.
Subii, dunque, la decisione della mamma, e, una volta, in collegio, misi iĀ pannicelli in fondo allā€™armadio della biancheria, e scordai di averli.

Successe che, siccome ne ignoravo la funzione, quando giunse il momento che avrei dovuto usarli, non lo feci.

Ricordo, ero in classe, e, allā€™improvviso, mi trafissero dei forti dolori alla pancia. Chiesi al professore di disegno il permesso d’uscire, e mi chiusiĀ in bagno. Osservai, sbigottita, le manifestazioni del menarca e fui vinta dal terrore. Come mai il mio corpo produceva quella strana sostanza? Mi domandai. Le fitte lancinanti fecero il resto, e fui certa dā€™avere un male incurabile.

ā€œQuesta eĢ€ la volta che muoioā€, pensai nella toilette femminile del corso B. Ā ā€œSe questa roba non sparisce, moriroĢ€ā€, mi dissi, ignorando che cosa fosse. Poi decisi di darmi una possibilitaĢ€ di scampo, e riformulai il pensiero in un piuĢ€ ottimistico ā€œDomani non avroĢ€ piuĢ€ nulla. Se ci saraĢ€ ancora questa roba, mi rassegneroĢ€ alla morteā€.

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