Famiglie difficili.


šŸ“ŒBuon lunedƬ a tutti. Oggi, lunedƬ Ā 20 marzo 2017, il blog non sarĆ  aggiornato. PubblicherĆ² unĀ nuovo capitolo martedƬ 21. Ciao, a presto.

MercolediĢ€, 14 dicembre 1966

Caro Diario

Ieri sera la televisione trasmetteva il film ā€œIl seduttoreā€ con Alberto Sordi. Abbiamo riso; non so quanto.

Ho appena scritto una lettera di protesta alla rivista ā€œGiovaniā€, percheĢ la redazione non mā€™invia il materiale del club.

Da qualche mese sono iscritta al ā€œClub Giovaniā€. Ho aderito alla loro iniziativa per avere lā€™omonimo mensile. Non esistono molti giornali per noi adolescenti e mi pare eccezionale lā€™idea di un periodico dedicato ai ragazzi. Sono una persona che legge volentieri, ma non sempre le letture sono adatte a me. Questo giornale riempie un vuoto editoriale e soddisfa le mie esigenze di lettrice giovane e moderna. Mi allettava molto lā€™idea di ricevere il giornale, la tessera e le spille riservate ai soci.

Lā€™iscrizione al club era indispensabile per ricevere il periodico. Spedii, quindi, il modulo dā€™associazione e anche le cinquecento lire richieste ai soci. Da allora, tutti i giorni, aspetto con ansia lā€™arrivo della pubblicazione e delle cose cui ho diritto. Le mie aspettative, purtroppo, sono disattese. Il materiale promesso tarda troppo ad arrivare. Oggi, che sono particolarmente incavolata, ho scritto una lettera di protesta, per reclamare cioĢ€ che mi spetta. Il messaggio ha un tono perentorio: se non possono spedirmi la tessera, il giornalino e tutto il resto, devono restituirmi almeno i soldi, o meglio i francobolli che ho inviato. Ho aggiunto, infine, che la pazienza ha un limite. In questo periodo, per ingannare la noia, ho letto una miriade di libri, tanti fumetti, giornalini, fotoromanzi e riviste.

Sono molto seccata per questa storia del club. In piuĢ€ ho finito i soldi e non ho neanche un francobollo. Devo per forza consegnare le lettere alla direttrice per poterle spedire. Lei metteraĢ€ in nota il costo dellā€™affrancatura e la mamma troveraĢ€ un bel conto da pagare alla fine dellā€™anno: spendo tantoĀ in dolciumi, quaderni, giornalini, francobolli e cinema.

Se arrivasse una lettera di Nina o di qualche altra amica mi distrarrei un poā€™, invece nessuno mi pensa, e qui non ci sono passatempi. Non rimane che il diario. Scrivere eĢ€ un gran bel diversivo. A volte eĢ€ come reinventare il passato, in altri casi equivale a raccontarsi il futuro. Ora, ad esempio, ripenso a un altro episodio della vita di Nina.Ā Si eĢ€ capito che Gino eĢ€ cotto di lei, e spasima per avere un bacio. Una volta, con i soliti modi da teppista, la costrinse in un angolo del cortile sotto casa, e si avvicinoĢ€ per baciarla. Lei, peroĢ€, lesta si pose le mani sulla bocca, percheĢ eĢ€ molto contegnosa e non permette a nessuno di darle baci in bocca.

Gino, allora, si rivolse aĀ Ā Zita. Ā«Vieni qui. Dai una mano a tua sorella. Tu sei esperta di baci sulla boccaĀ», esclamĆ², prendendosi gioco di lei.

Zita, che ĆØ unā€™oca, corse, preseĀ le mani della sorella e le tolseĀ dalla bocca. Le labbra di Gino stavano per toccare quelle di Nina, quando lei si divincoloĢ€, riuscendo a liberarsi dalla morsa. Lo schiaffo sonoro, che molloĢ€ sulla faccia di Gino, lascioĢ€ le impronte delle dita per molte ore.

Ā«Azz, che pappinaĀ», esclamoĢ€ Gino, massaggiandosi la guancia rosso fuoco, e lā€™amore divampĆ² piĆ¹ potente di prima.

Il giorno dopo il ragazzino comparveĀ in cortile, nel luogo del ceffone, trasse dalla tasca dei calzoni un gessetto azzurro, e incomincioĢ€ a tratteggiare sul muro un volto di donna. Le gemelle osservavano la scena dalla finestra, e notarono che il disegno ricordava, in modo vago, le fattezze del viso di Nina. Mentre erano affacciate, ridacchiavano divertite. Il padre, attratto dalle loro risatine, le raggiunse per vedere che cosa stesse succedendo giuĢ€ in strada. Nel preciso istante in cui lā€™uomo sporse la testa fuori dalla finestra, Gino incomincioĢ€ a baciare il ritratto sulla parete.

Ā«Che fai? Baci lā€™intonaco? Vattene, mascalzone, altrimenti vengo giuĢ€ io. Ti do io i baci. Ti do! Ti faccio vedere i baci che volano!Ā» lo minacciĆ² il babbo delle ragazza.Ā CosiĢ€ dicendo, agitoĢ€ la mano in direzione del ragazzo, che corse via a gambe levate. Gino non eĢ€ mai riuscito a conquistare il cuore di Nina. Lei eĢ€ innamorata di Toni che, a suo dire, eĢ€ un giovanotto alto, biondo, di bellā€™aspetto, nonostante due denti rotti.

Ā«Che sono due denti spezzati a causa diĀ una caduta in bicicletta, in fondo? A me non dispiace questo piccolo difetto. Lo amo, percheĢ eĢ€ ponderato e affettuosoĀ», ripeteva, spesso.

ForseĀ non eĢ€ giusto affermare ā€œlei ama Toniā€, Ā sarebbe meglio scrivere ā€œamavaā€, poicheĢ nellā€™ultima lettera rivela dā€™essersi invaghita dā€™Andrea, quel giovane ā€œcapelloneā€ di cui parla. Spero che Nina non lasci il suo Toni per questo giovanotto zazzeruto che, tra lā€™altro, eĢ€ troppo vecchio per lei.

GiovediĢ€, 15 dicembre 1966

Consuelo mi ha chiesto di diventare sua amica, ho risposto che devo pensarci. Magari chiederoĢ€ consiglio a Jaspreet prima di decidere. Lei, da qualche giorno, eĢ€ un poā€™ meno antipatica con me, forse non mi considera piuĢ€ insignificante.Ā Certo il ricordo di questā€™attributo mi ossessiona ancora. Non riesco a perdonarla per avermi affibbiato questā€™appellativo.Ā Alcuni giorni fa anche Giselle mi chiese di diventare la sua confidente del cuore. Rifiutai. Adesso, peroĢ€, sono pentita. Vorrei essere sua amica, ma lei passa il tempoĀ con Linda. PerĆ², quando mi vede, continua a sbaciucchiarmi ed eĢ€ molto affettuosa anche se, a volte, noto strani cambiamenti in lei. Non vorrei che la vicinanza di Linda le nuocesse fino a farla diventare meschina, ladra e dispettosa come lei. Mi auguro che Giselle si accorga in tempo dā€™essere in compagnia di una persona sbagliata. Linda eĢ€ una ragazza da schivare. Bisogna guardarsi bene da lei. Nessuno dovrebbe starle vicino. EĢ€ contagiosa la sua cattiveria. EĢ€ proprio stramba e meschina. Oggi mi ha fatto leggere un biglietto di Giselle. Il messaggio dice ā€œMi piace imitarti. Ti ammiro tanto. Vorrei essere simile a te. Giselleā€.

E come sorrideva, la perfida, mentre leggevo lo scritto. Infine, ha esclamato Ā«Che scema. Giselle non ha carattere.Ā» Linda eĢ€ crudele e non vuole bene alla sua amica. Lei, secondo me, non eĢ€ affezionata a nessuno. Ho molti dubbi sullā€™autenticitaĢ€ del biglietto. Non mi fido, potrebbe averlo scritto lei stessa. Linda eĢ€ troppo arrabbiata per amare qualcuno. Un giorno dello scorso anno, che era in vena di confidenze, mi riveloĢ€ alcune cose spiacevoli.

Stavamo passeggiando in cortile, quando iniziĆ² a raccontare della sua famiglia.Ā Ā«Mio fratello e mia sorella non sono affettuosi con me. Si comportano male. Mi odiano e mi considerano unā€™estraneaĀ», raccontĆ² corrucciata. La sua dichiarazione mi sorprese. Pensai che mentisse, per attirare la mia attenzione.Ā Ā«Come mai?Ā» chiesi.
Lei mi squadrĆ². Ā«PercheĢ non sono miei fratelliĀ», sostenne, mordicchiandosi il labbro.
Spalancai le palpebre. Ā«Che cosa sono, allora?Ā» volli sapere.
Lei chinĆ² la testa di lato. Ā«Loro, in realtaĢ€, sono i miei fratellastriĀ», disse, guardandomi dritto negli occhi, per vedere la mia reazione.
Aggrottai le ciglia. Ā«Ah!Ā» dissi, e rimasi a bocca aperta per la scoperta.
Lei fece una smorfia, simileĀ a un ghigno. Ā«Sono figlia di secondo lettoĀ», asserƬ, accentuando la contrazione della bocca.
Annuii piĆ¹ volte con cenni del capo. Ā«Che cosa significa? Che qualcuno si eĢ€ sposato due volte?Ā» domandai non troppo sorpresa. Anche lei assentƬ. Ā«Certo. Il babbo eĢ€ vedovo della prima moglie, la madre deiĀ miei fratellastriĀ», disse, ridendo in modo scomposto.
La sua risata mi spaventĆ²: era piĆ¹ vicina a un grido che al riso. Ā«Ho capitoĀ», commentai con un certo imbarazzo.
Lei si rabbuiĆ² in volto. Ā«Non hanno mai perdonato a papaĢ€ dā€™essersi risposato, dopoĀ la morte della loro mammaĀ», ammise a testa bassa.
Capii che era sincera. Ā«Sono entrambi crudeli con te?Ā» domandai.
Lei scosse la testa, esitante. Ā«Mio fratello non tanto. Lui eĢ€ il maggiore ed eĢ€ piuĢ€ maturoĀ», disse in tono pacato. La storia della sua famiglia incominciava a interessarmi.Ā Ā«Invece tua sorella?Ā» chiesi.
Lei stirĆ² gli angoli della bocca. Ā«Non perde occasione per insultarmiĀ», confessĆ²Ā con unā€™espressione disgustata.
Sollevai un sopracciglio, incredula.Ā Ā«Che cosa ti dice?Ā» volli sapere. Lei fece spallucce.Ā Ā«Ripete che non sono una vera sorella. ā€œSei un mezzo sangue. Sei la metaĢ€ di tutto. Fai ribrezzo. Sei una bastarda. Mi fa schifo averti per sorellastraā€. Ā Me loĀ dice allā€™insaputa di mamma e babboĀ», ammise la mia compagna.

Con tali crudeli affermazioni la sorella le ricorda la sua incomoda condizione dā€™usurpatrice e Linda deve essere molto ferita da tanta cattiveria. Rimasi molto dispiaciuta nellā€™udire la sua storia.Ā Ā Ā«I tuoi genitori non la rimproverano?Ā» domandai. Lei si fermĆ² davantiĀ alla balaustra.Ā Ā«SiĢ€, ma lei continua. Mā€™insulta quando loro non sentonoĀ», disse, ponendo le mani sui fianchi. Ā Ero entrata nella parte, ed esclamai Ā«Tu diglieloĀ».
Ā«Glielā€™ho dettoĀ», rispose, picchiettando un piede a un ritmo, che sentiva solo lei.
Ā«E che cosa eĢ€ successo?Ā» incalzai. Lei fece un cenno di diniego, e strinse le labbra.Ā Ā«Per porre fine alla faccenda spedirono mia sorella in collegioĀ», ammise. Rimasi senza parole, sbarrai gli occhi, e strinsi le labbra, sollevando il mento.

Di fronte alla mia espressione incredula, Linda narroĢ€ che la sorella era rimasta orfana a cinque anni. Aveva molto sofferto per lā€™improvvisa morte della mamma e non aveva accettato la nuova donna, che vedeva accanto al papaĢ€. La bambina doveva essersi convinta che la seconda moglie, giunta in casa un anno dopo la morte della madre, avesse fatto scomparire la propria mamma. Quando nacque Linda, la gelosia raggiunse lā€™apice. PiuĢ€ volte la ragazzina tentoĢ€ di capovolgere la culla in cui lei dormiva e non mancarono neppure i tentativi di soffocamento.

A suo dire, prima o poi, la sorellastra avrebbe risolto il problema “Linda” in modo definitivo, se non fossero intervenuti i genitori. I gesti di violenza fisica e verbale non si placarono, come i genitori avevano sperato. Anzi, quando Linda crebbe, si fecero piĆ¹Ā intensi.Ā CosiĢ€ la ragazzina fu mandata in collegio, qui a Castro, per frequentare la scuola media. Dopo il diploma allā€™Istituto Commerciale di Castro, la ragazza tornoĢ€ a casa e Linda fu spedita in convitto, percheĢ le sorelle non possono convivere sotto lo stesso tetto.

Linda soffre e non comprende la decisione familiare: eĢ€ troppo piccola per capire e accettare le scelte dei grandi. Fatto sta, che lā€™allontanamento l’ha resa cattiva e crudele con tutti, percheĢ non si sente amata. Lei eĢ€ convinta che sua madre lā€™abbia respinta percheĢ colpevole, cattiva, non buona.

Ā«Se mi avesse amato, non si sarebbeĀ separata da meĀ», afferma,Ā a volte.

Linda non ha accettato il distacco dalla mamma e reagisce con strani comportamenti. EĢ€ dispettosa, ribelle e ladra. Ruba senza rendersene conto. Vuole qualcosa dagli altri. Sottrae oggetti per chiedere amore.

I rapporti familiari, per me, sono incomprensibili. Lā€™amore, lā€™amicizia, lā€™affetto tra amiche sono sentimenti impenetrabili. I legami, la confidenza e lā€™attaccamento creano nella mia anima un certo disagio. Non sono capace di coltivare relazioni dā€™amicizia e affetto, e mi distacco dopo un poā€™.Ā Poi ho pentimenti e rimpianti per lā€™amica perduta. La paura dā€™essere inadeguata m’impedisce di esprimere i miei sentimenti. Temo di non essere compresa. Ho paura di venire respinta e rifiutata. Per questa ragione, spesso, sono a disagio e timida, fino alla goffaggine.

Non sono sgraziata esteriormente, sono impacciata dentro. Anche se il mio aspetto eĢ€ quello di una ragazza carina, dentro di me cā€™eĢ€ una polverosa cenerentola. Una cenerentola con le sorellastre incorporate, dato che sono figlia unica. E le sorellastre sono le mie paure, lā€™indecisione e la timidezza.Ā Le amiche, alla fine, si allontanano, cercano altre compagne. Allora rimango male, e rimpiango cioĢ€ che non ho piuĢ€.

Lā€™anno scorso, nel mese diĀ novembre, Jaspreet incomincioĢ€ a essermi molto vicina. Si accostoĢ€ a me dopo lā€™episodio dellā€™appellativo, e diventammo amiche senza che me ne rendessi conto. Successe in modo spontaneo, non ci fu determinazione o volontaĢ€ da parte mia.Fu lei a scegliere me. Anche percheĢ, in genere, non oso esprimere desideri. EĢ€ come se fossi priva di volere. Non ardisco sperare, non ho il coraggio di chiedere. Penso molto, tuttavia. Provo sentimenti confusi, ma ho idee personali su ogni cosa e riguardo tutti.

Jaspreet, in quel periodo, mi faceva un poā€™ pena percheĢ alcune ragazze la chiamavano ā€œbastardaā€. Questā€™appellativo glielo aveva appioppato Rosita ed era un chiaro insulto alle sue origini meticce. Jaspreet eĢ€ un tale miscuglio di razze, lingue e culture che non ha uguali in tutta Italia. Lā€™epiteto, peroĢ€, le era stato indirizzato soprattutto a causa dellā€™alterigia, lā€™antipatia, la superbia anglosassone che, spesso, sfoggiava.

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Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo lā€™incidente, papaĢ€ riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. Ā«Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego piuĢ€ leggero. Purtroppo, eĢ€ stato licenziato, percheĢ zoppica. Non eĢ€ piuĢ€ idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre piuĢ€ di me?Ā» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. Ā«Niente, nienteĀ», la rassicurava. Ā Ā«EĢ€ che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loroĀ che, Ā appenaĀ lo vedono, si attaccanoĀ», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papĆ  aveva fatto, suo malgrado.

Ā«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, eĢ€ un bel giovane. PeroĢ€, ce ne sono tanti piuĢ€ belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e unaĀ», commentava miaĀ madre, scuotendo la testa.

La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

Ā«Me lo tengoĀ», terminava. Ā«Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?Ā»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dellā€™onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papaĢ€, malgrado la pena dei continui tradimenti. Cā€™era lā€™onore da preservare e anche il mio futuro.

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L’ultima possibilitĆ .


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finchĆ© un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonĆ². LeiĀ diede un’occhiataĀ dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste,Ā si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. AprƬ l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma Ā io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legnaĀ le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mammaĀ prese la giacca e la borsetta, a me mise ilĀ cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedĆ© accanto al cugino eĀ fui portata in campagna da nonna Beatrice.Ā La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano.Ā Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so,Ā allora il tempo non contava,Ā  la mamma e lo zio ritornarono. Cā€™era anche papaĢ€ con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece, Ā tornĆ² nera e conĀ un muso lungo, neancheĀ Ā si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e leiĀ sembrava sempre piĆ¹ triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui Ā era una cosa meravigliosa, rideva con me,Ā mi faceva giocare,Ā bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentreĀ papaĢ€ riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavoĀ Ā«Che cosa vuol dire? PercheĢ?Ā» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

Ā«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisceĀ», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno Ā potevo supporre lā€™influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtaĢ€ oggettiva.Ā La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

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Questa ĆØ la volta che muoio.


Caro Diario

Ho giĆ  raccontato che la mamma, quando parlava con zia Frida si lamentava che la madre non le aveva fatto capireĀ “certe cose”,Ā e intendeva le relazioniĀ di coppia, com’era un uomo, quel che accadeva sottoĀ le lenzuola tra coniugi, quando spuntava la luna nel cielo.

Ecco, la mamma non ha spiegato nulla neanche a me. A casa non si parla dei rapporti intimi. EĢ€ un segreto. Comunque sia, hoĀ tredici anni e, come la mamma alla mia stessa etĆ , anch’io ignoro i misteri della sfera sessuale, non ho mai visto un uomo nudo, eccetto i dipinti e le sculture, e, cosa piĆ¹ grave, misconoscoĀ il mio corpo e le sue funzioni. Lei non ne parla mai e, se pongo qualche domanda, evita di rispondere.

Ā«Quando sarai signorina, le capirai da sola certe coseĀ», risponde. Ebbene chi mi spiegaĀ perchĆ© Tania ci ha provato con me? Come mai io penso solo ai ragazzi, mentre a leiĀ piacciono ancheĀ le femmine? Questi e molti altri misteriĀ non sono chiari, neanche adesso che sono signorina. Domande. Domande che resteranno senza risposta, finchĆ©Ā non troverĆ² un libro, un manuale, un film o un giornale scientifico,Ā che soddisfi il mio bisogno di sapere.

Caro Diario, voglio confidarti un episodio, che ti farĆ  capire le deleterie conseguenze dei comportamentiĀ ottusi dei genitori, e mi riferisco alla pessima consuetudine di nascondere la veritĆ  a una figlia, che si avvia verso l’adolescenza.

Quando partii per Castro, tre anni fa, la mamma mise in valigia due dozzine di certi panni di lino, che lei e zia Frida avevano ricamato con il punto a giorno e poiĀ ne avevano sfilacciato ad arte i bordi.

Ā«Non li voglio quei fazzolettiĀ», dissi, non sapendo che cosa farmene diĀ cosƬ grandi.
Ā«Devi portarli, invece. Non si puoĢ€ mai sapereĀ», alluse la mamma.
Il suo tono fermo mi mise in Ā allarme. Ā«A che cosa servono?Ā» domandai, incuriosita.
Lei chinĆ² la fronte, e proseguƬ col sistemare la biancheria in bell’ordine.Ā Ā«Al momento opportuno lo sapraiĀ», rispose con un tono, che non ammetteva repliche.Ā Zia Frida la pregĆ² di spiegarmelo, chĆ© se fosse successo quel che doveva accadere, almeno avrei saputo che cosa fare. Lei, che ĆØ una tipa cocciuta, scosse la testa, e s’incaponƬ nel piĆ¹ assoluto mutismo.Ā Ero abituata ai suoi misteri, e non ci pensai. EroĀ proiettata verso l’avventura che stava per iniziare a Castro.
Subii, dunque, la decisione della mamma, e, una volta, in collegio, misi iĀ pannicelli in fondo allā€™armadio della biancheria, e scordai di averli.

Successe che, siccome ne ignoravo la funzione, quando giunse il momento che avrei dovuto usarli, non lo feci.

Ricordo, ero in classe, e, allā€™improvviso, mi trafissero dei forti dolori alla pancia. Chiesi al professore di disegno il permesso d’uscire, e mi chiusiĀ in bagno. Osservai, sbigottita, le manifestazioni del menarca e fui vinta dal terrore. Come mai il mio corpo produceva quella strana sostanza? Mi domandai. Le fitte lancinanti fecero il resto, e fui certa dā€™avere un male incurabile.

ā€œQuesta eĢ€ la volta che muoioā€, pensai nella toilette femminile del corso B. Ā ā€œSe questa roba non sparisce, moriroĢ€ā€, mi dissi, ignorando che cosa fosse. Poi decisi di darmi una possibilitaĢ€ di scampo, e riformulai il pensiero in un piuĢ€ ottimistico ā€œDomani non avroĢ€ piuĢ€ nulla. Se ci saraĢ€ ancora questa roba, mi rassegneroĢ€ alla morteā€.

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Lā€™amore ĆØ un ingarbuglio tremendo.


Caro Diario

Da quando ho il taccuino, cā€™eĢ€ sempre un nuovo ricordo alla soglia della memoria, un pensiero, un sentimento, una riflessione, che vuole essere scritta.

Oggi eĢ€ di scena lā€™amore. Di nuovo lā€™amore.

Eccolo qua. Ritorna alla mente Sandro, il primo ragazzo che ha turbato il mio cuore. Lui eĢ€ un tipo belloccio, niente male, ha i capelli biondi, un poā€™ mossi e gli occhi azzurri, eĢ€ alto e di corporatura media. La sua caratteristica principale, peroĢ€, non eĢ€ la bellezza, ma lā€™originalitaĢ€. Veste in maniera moderna e anticonformista con jeans, camicie colorate, giacconi corti, pantaloni aderenti e stivaletti con il tacco alto, e, da grande, vuole fare il cantante rock.

Sandro eĢ€ stato il primo adolescente per il quale ho provato emozioni intense e inspiegabili.Ā Il cuore batteva forte, quando lo incontravo, la testa girava, e sentivo unā€™insolita morsa allo stomaco. Stavo male, e non riuscivo a tenere a bada le mani, cheĀ tremavano perĀ lā€™inquietudine e lā€™ansia.

Questi malesseri mi spaventavano moltissimo, e speravo che, con il tempo, si attenuassero, ma non cā€™era nulla da fare. Bastava vederlo o, anche solo pensare a lui, che si ripresentavano. Se la mamma, la zia o chiunque altro faceva il suo Ā lo nome, partiva un colpo al cuore, avvampavo, e fuggivo, per non dare a vedere il mio disagio.

I turbamenti si presentavano anche a scuola, appena le compagne accennavano a lui con ammirazione. Allora era tutto un susseguirsi di tonfi, aritmie cardiache e respiri affannosi, che mi frastornavano, fino a ubriacarmi.Ā Insomma, era sufficiente sentire lā€™eco del suo nome, per inebriarmi dā€™amore e troppo ossigeno.

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Le relazioni sociali.


Diario 20/11/1966

Caro Diario

La vita in collegio scorre uguale, giorno dopo giorno, in unā€™alternanza dā€™impegni e tempo libero. EĢ€ unā€™altalena di giochi e studio, bisticci e rappacificazioni, castighi, rare ricompense o gratifiche. I momenti di distensione sono tanti, anche se la maggior parte del tempo eĢ€ dedicata ai compiti. La prima pausa di una certa importanza eĢ€ quella pomeridiana.

Questā€™intervallo eĢ€ un bel momento di vita in comune ed eĢ€ sorprendente constatare come, in un intermezzo cosiĢ€ breve, sā€™intreccino nuove amicizie, se ne sciolgano altre, si trovi il tempo per le confidenze, le ripicche e i pettegolezzi.

Ero una bambina timida e solitaria, quando vivevo ad Aqueterne. Ero buona e troppo educata.

Sono figlia unica, percioĢ€ in famiglia non ho dovuto competere con fratelli, sorelle e cugini. Ero sempre al centro dellā€™interesse dei miei familiari. Lā€™unico ambiente in cui mi confrontavo con i coetanei era la scuola, dove riuscivo a primeggiare per una ragione o per lā€™altra. Vincevo sui compagni, percheĢ ero educata, in ordine e studiosa. A dirla tutta, non eraĀ difficile battere i maschi, poicheĢ loro erano indisciplinati, negligenti, Ā e non avevano confidenza con lā€™acqua e il sapone.

Talvolta, iĀ maleducati erano messiĀ “in castigo”, in piedi dietro la lavagna o in ginocchio in un angolo dell’aula, con la faccia al muro e i fagioli sotto le ginocchia. I compagni in difficoltĆ Ā Ā meritavano un bel paio dā€™orecchie o Ā il cartello infamante sulla schiena o Ā la scritta “asino” sul quaderno. Per fortuna, non sono mai finita nell’elenco dei cattivi, non ho mai ricevuto punizioni e note umilianti, ma solo lodi e coccarde di merito, che appuntavo al grembiule con le spille da balia. Ne avevoĀ una per ogni materia, come un generale le decorazioni. Mancava quella gialla di matematica, che stava al posto giusto: sul petto di Glauco, il bambino piĆ¹ bravo in aritmetica e geometria.Ā Memoria Narrante, coccarda, foto web

La maestra, talvolta, si lamentava per le patacche di sughi e unti vari, che affrescavano le pagine dei quaderni dei maschi, per i grembiuli impiastricciati, le unghie troppo lunghe sotto le quali si depositavano strati di sporcizia e terriccio. Per non parlare del prezzemolo nelle orecchie. Non ho mai capito, se le mamme dei bambini ignoravano lā€™igiene personale o se i figliĀ erano refrattari al contatto con lā€™acqua, come i gatti.

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I miei magnifici anni sessanta.


Diario, 20/11/1966

Caro Diario

Incollo sul diario una mia fotografia di due anni fa. Avevo ancora le trecce. Fabrizio mi scattoĢ€ la foto, durante un pomeriggio estivo, in cui la sua famigliaĀ fu ospite a Villa Miccioli.

Finora sono stata concentrata sul mio mondo interiore e i ricordi del passato. Ho voluto leggere nella mia anima segreta, per comprendere e comunicare i sentimenti che ho nel cuore. Ora ho scoperto una nuova passione, anche questa eĢ€ silenziosa e interiore, ma nasce fuori di me, e poi penetra fin dentro lā€™anima. Amo osservare, carpire lo spirito del mio tempo e descrivere le persone, i luoghi e le consuetudini del mondo in cui vivo.

Quando non ci sono feste, compleanni, concerti, proiezioni di film, litigi, castighi e giochi di societaĢ€, la vita quotidiana in collegio eĢ€ monotona.Ā La mattina, le istitutrici danno la sveglia alle sette meno un quarto, ma io ho bisogno di almeno quindici minuti per riavermi, e alzarmi. Sono dormigliona, e, quando metto i piedi nelle babbucce, non connetto. Poi faccio la toilette e mi vesto in fretta, percheĢ ho bisogno di tempo per sistemare i capelli, che si arruffano durante il sonno.

Alle sette e trenta, con le compagne di camera, scendo nello studio a ripetere le lezioni. Tutti gli spostamenti avvengono sempre in fila per due, sotto lā€™occhio vigile della nostra istitutrice.Ā Le collegiali, che non devono rivedere i compiti, possono andare in chiesa da sole. Chi non ha voglia neĢ di pregare, neĢ di studiare, legge qualche rivista in veranda oppure fa una passeggiata in cortile. A me non piace andare in chiesa tutte le mattine, preferisco rimanere nello studiolo a scrivere o a ripassare, in special modo, se devo essereĀ interrogata.

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Ambasciatrici dā€™amore.


Il giorno dopo la festa, mentre entravo in teatro per la pausa pomeridiana,Ā le “Piper girls” mi vennero incontro concitate e festose. Una di loro domandĆ²,Ā dove fossi finita la sera precedente. Rimasi sorpresa:Ā non credevo, che avessero notato la mia assenza. Risposi, che ero andata a prendere il fresco sulla scalinata, e a guardare le stelle di maggio. Ā«Male, maleĀ», commentĆ²Ā una di loro. Ā«Non hai avuto freddo?Ā» volle sapere. Mentre spiegavo, che ero stata bene, due delle piperine si scambiarono occhiate dā€™intesa, e le altre ridacchiarono. Notai, che tutte loro avevano sguardi luccicanti e pieni di gioia, e non potei fare a meno di pensare alla tristezza che anneriva il mio cuore, comeĀ leĀ nuvole scure il cielo di pioggia. ConvintaĀ che si burlassero di me, chiesi perchĆ©. Ā«PerchĆ© hai fatto conquisteĀ», affermĆ² Margherita. Le gettai addosso unā€™occhiata, come volessi incenerirla. Poi mi feci largo tra loro, per raggiungere Jaspreet, la mia amica del cuore, mandandole tutte a quel paese, convinta che parlassero diĀ Roberto. Ma alle mie spalle, udii la voce di Margherita. Ā«Ottavio voleva conoscerti. Ha una cotta per te che, a momenti, moriva, quando non ti ha piĆ¹ vistoĀ», diceva.

Non capii piĆ¹ niente. Mi fermai. Slam! Tuffo al cuore, lingua incollata al palato, e mille pensieri presero aĀ correreĀ nella mente. E che cacchio, quante complicazioni per una serata mondana.

Ā«Davvero?Ā» domandai, appena mi riebbi dalla sorpresa. Annuirono in sei.
Ā«Mi state prendendo per i fondelli?Ā» chiesi, sospettando, che mi avessero letto nel cuore.
Ā«No. Domanda alla signorinaĀ», aggiunse Margherita.
Anche lā€™istitutrice sapeva. Io ero lā€™unica tonta, che non sā€™era accorta di nulla.Ā Chi ci capiva qualcosa era brava, pensai.

LeĀ storie sentimentali sono un casino. Dunque, mentre io piangevo insieme al cielo stellato, Ottavio mi cercava, ed era triste come me. La notizia, anzichĆ© farmi felice, mi rese folle di rabbia. Mi posi mille interrogativi. Chi eraĀ Ottavio: uno stronzo o un gran furbo? Aveva trascurato Maria per me? No, non potevo accettarlo.Ā PerchĆ© aveva ballato con tutte e mai con me, lā€™unica che desiderava?Ā Aveva sviatoĀ i sospetti, per proteggermi oppure, oppure… ?
Tanti dubbi e una sola veritĆ : Ottavio aveva fatto soffrire me, e aveva ferito Maria.

La magiaĀ del ballo di Maggio era svanita per sempre, e non sarebbe ritornata mai piĆ¹.

Lā€™ambasciata delle mie compagne ebbe un effetto dirompente, perĆ² il mondo implose dentro di me, e su tutto cadde il silenzio. Ancora piĆ¹ fui turbata dalle paroleĀ della signorina Mariella. Era vero, mi disse. Le amiche non avevano mentito. Ottavio voleva me. Lo sapevano tutti. Solo io ero allā€™oscuro di tutto.
Mi sentiiĀ una piccolaĀ fata ignorante in fatto di ragazzi e strategie dā€™amore. Avevo tanto da imparare, prima di comprendere comā€™era fatta lā€™altra metĆ  del mondo.

Il ballo.


Maria e Carla arrivarono alla festa di Maggio con Ottavio e Luigino, i rispettivi ragazzi, e si sistemarono in plateaĀ tra gli altri invitati. Invece, io presiĀ posto in galleria, tra le Ā convittrici e, da lƬ, potei apprezzare al meglio le coreografie di una tarantella, un valzer viennese e il balletto degli spazzacamini con una sgambettante Mary Poppins. Le piccole ballarono il surf e “Santa Lucia”. Trovai divertenti le scenette comiche, e mi commosse un poā€™ lā€™esibizione della signorina Mariella che, a fine spettacolo, intonĆ² “Il valzer delle candele.”Ā La canzone evocĆ² emozioni che ben conoscevo: il distacco dalle persone amate, il dolore, lā€™accettazione della realtĆ , la speranza.Ā  Continua a leggere

Le fate di maggio.


Diario, 19/11/1966

Caro Diario

Castro ha antiche usanze, eĀ “Il maggio” ĆØ una di queste.

Il MaggioĀ prevede riti sacri e profani, Sante Messe, processioni alla Madonna, concerti, manifestazioni artistiche, gare sportive e sagre. IĀ grandi festeggiamenti del mese della quinta Luna radunanoĀ operatori del settore agro alimentare, piccoli industriali, vinificatori, merciai, commercianti, saltimbanchi e madonnari.

Il paese sembra uscito da un libro di fiabe. Le strade odorose sono cosparse di petali di rosa. I vicoli e le piazze si affollano di bocci. Le fanciulle in fiore, cosparse dā€™acqua di rose, gironzolano per il paesino, come fate spaurite o principesse ignare, sul capo portano corone di rosa canina o biancospino.Ā  Continua a leggere