Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo lā€™incidente, papaĢ€ riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. Ā«Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego piuĢ€ leggero. Purtroppo, eĢ€ stato licenziato, percheĢ zoppica. Non eĢ€ piuĢ€ idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre piuĢ€ di me?Ā» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. Ā«Niente, nienteĀ», la rassicurava. Ā Ā«EĢ€ che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loroĀ che, Ā appenaĀ lo vedono, si attaccanoĀ», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papĆ  aveva fatto, suo malgrado.

Ā«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, eĢ€ un bel giovane. PeroĢ€, ce ne sono tanti piuĢ€ belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e unaĀ», commentava miaĀ madre, scuotendo la testa.

La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

Ā«Me lo tengoĀ», terminava. Ā«Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?Ā»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dellā€™onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papaĢ€, malgrado la pena dei continui tradimenti. Cā€™era lā€™onore da preservare e anche il mio futuro.

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L’ultima possibilitĆ .


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finchĆ© un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonĆ². LeiĀ diede un’occhiataĀ dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste,Ā si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. AprƬ l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma Ā io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legnaĀ le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mammaĀ prese la giacca e la borsetta, a me mise ilĀ cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedĆ© accanto al cugino eĀ fui portata in campagna da nonna Beatrice.Ā La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano.Ā Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so,Ā allora il tempo non contava,Ā  la mamma e lo zio ritornarono. Cā€™era anche papaĢ€ con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece, Ā tornĆ² nera e conĀ un muso lungo, neancheĀ Ā si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e leiĀ sembrava sempre piĆ¹ triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui Ā era una cosa meravigliosa, rideva con me,Ā mi faceva giocare,Ā bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentreĀ papaĢ€ riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavoĀ Ā«Che cosa vuol dire? PercheĢ?Ā» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

Ā«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisceĀ», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno Ā potevo supporre lā€™influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtaĢ€ oggettiva.Ā La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

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Questa ĆØ la volta che muoio.


Caro Diario

Ho giĆ  raccontato che la mamma, quando parlava con zia Frida si lamentava che la madre non le aveva fatto capireĀ “certe cose”,Ā e intendeva le relazioniĀ di coppia, com’era un uomo, quel che accadeva sottoĀ le lenzuola tra coniugi, quando spuntava la luna nel cielo.

Ecco, la mamma non ha spiegato nulla neanche a me. A casa non si parla dei rapporti intimi. EĢ€ un segreto. Comunque sia, hoĀ tredici anni e, come la mamma alla mia stessa etĆ , anch’io ignoro i misteri della sfera sessuale, non ho mai visto un uomo nudo, eccetto i dipinti e le sculture, e, cosa piĆ¹ grave, misconoscoĀ il mio corpo e le sue funzioni. Lei non ne parla mai e, se pongo qualche domanda, evita di rispondere.

Ā«Quando sarai signorina, le capirai da sola certe coseĀ», risponde. Ebbene chi mi spiegaĀ perchĆ© Tania ci ha provato con me? Come mai io penso solo ai ragazzi, mentre a leiĀ piacciono ancheĀ le femmine? Questi e molti altri misteriĀ non sono chiari, neanche adesso che sono signorina. Domande. Domande che resteranno senza risposta, finchĆ©Ā non troverĆ² un libro, un manuale, un film o un giornale scientifico,Ā che soddisfi il mio bisogno di sapere.

Caro Diario, voglio confidarti un episodio, che ti farĆ  capire le deleterie conseguenze dei comportamentiĀ ottusi dei genitori, e mi riferisco alla pessima consuetudine di nascondere la veritĆ  a una figlia, che si avvia verso l’adolescenza.

Quando partii per Castro, tre anni fa, la mamma mise in valigia due dozzine di certi panni di lino, che lei e zia Frida avevano ricamato con il punto a giorno e poiĀ ne avevano sfilacciato ad arte i bordi.

Ā«Non li voglio quei fazzolettiĀ», dissi, non sapendo che cosa farmene diĀ cosƬ grandi.
Ā«Devi portarli, invece. Non si puoĢ€ mai sapereĀ», alluse la mamma.
Il suo tono fermo mi mise in Ā allarme. Ā«A che cosa servono?Ā» domandai, incuriosita.
Lei chinĆ² la fronte, e proseguƬ col sistemare la biancheria in bell’ordine.Ā Ā«Al momento opportuno lo sapraiĀ», rispose con un tono, che non ammetteva repliche.Ā Zia Frida la pregĆ² di spiegarmelo, chĆ© se fosse successo quel che doveva accadere, almeno avrei saputo che cosa fare. Lei, che ĆØ una tipa cocciuta, scosse la testa, e s’incaponƬ nel piĆ¹ assoluto mutismo.Ā Ero abituata ai suoi misteri, e non ci pensai. EroĀ proiettata verso l’avventura che stava per iniziare a Castro.
Subii, dunque, la decisione della mamma, e, una volta, in collegio, misi iĀ pannicelli in fondo allā€™armadio della biancheria, e scordai di averli.

Successe che, siccome ne ignoravo la funzione, quando giunse il momento che avrei dovuto usarli, non lo feci.

Ricordo, ero in classe, e, allā€™improvviso, mi trafissero dei forti dolori alla pancia. Chiesi al professore di disegno il permesso d’uscire, e mi chiusiĀ in bagno. Osservai, sbigottita, le manifestazioni del menarca e fui vinta dal terrore. Come mai il mio corpo produceva quella strana sostanza? Mi domandai. Le fitte lancinanti fecero il resto, e fui certa dā€™avere un male incurabile.

ā€œQuesta eĢ€ la volta che muoioā€, pensai nella toilette femminile del corso B. Ā ā€œSe questa roba non sparisce, moriroĢ€ā€, mi dissi, ignorando che cosa fosse. Poi decisi di darmi una possibilitaĢ€ di scampo, e riformulai il pensiero in un piuĢ€ ottimistico ā€œDomani non avroĢ€ piuĢ€ nulla. Se ci saraĢ€ ancora questa roba, mi rassegneroĢ€ alla morteā€.

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Frammenti oscuri.


VenerdiĢ€, 2 dicembre 1966

Mattina

Caro Diario.

Devo andare a scuola tra poco.
Stamani sono stata lā€™ultima ad alzarmi dal letto, lā€™ultima a essere pronta, lā€™ultima a lasciare la camera e a Ā scendere nello studio con il diario verde sotto il braccio, chĆ© non lo lascio mai, per paura che le ragazze leggano cioĢ€ che scrivo.

La veritaĢ€ eĢ€ che sono senza forze, del tutto priva di energia e il mio aspetto lo rivela. Ho dedicato un poā€™ di tempo in piuĢ€ alla cura personale, per sembrare meno emaciata. Ā Invece niente. La faccia eĢ€ rimasta uguale e le occhiaie mi fanno sembrare una morta vivente. Adesso, fra lā€™altro, oltre a vedermi stanca e brutta, hoĀ vergogna del mio pallore. Quasi le sfumature del mio colorito siano la prova diĀ colpe inconfessabili. Ma andiamo con ordine. La questione ĆØ seria.

Le relazioni fra noi collegiali non sempre sono limpide. Spesso bisticciamo per nulla, c’insultiamo e mettiamo il broncio.Ā CioĢ€ mi rende molto infelice. Le amicizie piuĢ€ intime, talvolta, diventano motivo di pettegolezzi e commenti ambigui. Le ragazze vedono il sesso ovunque.

Questa mattina ā€“ come dicevo ā€“ dopo una notte insonne, mi sono svegliata con il viso stanco e sofferente e ho cercato di porviĀ rimedio con il trucco e unā€™accurata pettinatura, nella speranza di sembrare piuĢ€ graziosa e meno spossata, ma senza successo. Lo specchio eĢ€ stato impietoso: il volto troppo smunto ricordaĀ un fiore sciupato.

Non vedo lā€™ora di ritornare a casa, per tirarmi su di morale, e rimettermi in forze. Qui nessuno si prende cura di me.

Tania, una ragazza ā€œgrandeā€, sā€™eĢ€ attardata in camera con me e, posta alle mie spalle, ha osservatoĀ ogni mio gesto.

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Tra corbellerie adolescenziali, classe, studio e cineforum.


Corbellerie adolescenziali.

Caro Diario

Ho raccontato, sinora, alcuneĀ Ā vicende rilevanti della mia vita e deiĀ tempi presenti. PerĆ² ci sonoĀ tappe che costituiscono la memoria personale ed evocativa del mio mondo privato che non ho ancora narrato. Devo trovare il coraggio di parlare di mio padre, immenso iceberg di dolore sommerso Ā nella mia coscienza.

Oggi parleroĢ€ di cose frivole: la lista delle ragazze simpatiche, antipatiche e indifferenti, degli amici belli, brutti e cosiĢ€ via. ParleroĢ€ della musica preferita, dei cantanti, dei film… oppure faroĢ€ la lista dei libri che ho amato e di quelli che vorrei leggere.

Insomma, ho intenzione di descrivere cose che a nessuna persona seria e impegnata verrebbe in mente di fare. Chi si sognerebbe di stilare lā€™elenco dei libri piuĢ€ letti o delle persone piuĢ€ popolari? Mah!

A ogni modo, le compagne piacevoli sono pochissime, quindi la lista delle simpatiche eĢ€ presto fatta. Il primo posto va a Jaspreet, cui seguono Giselle, Marilina e Consuelo, anche se devo proprio fare uno sforzo per includerle nella lista bianca, percheĢ non le trovo sempre gradevoli.

Sono odiose pure loro, certe volte. Scocciano e sono pronte alla lite. Questa mattina, per esempio, appena sveglia, ho bisticciato con Marilina. Non ho capito bene per quale ragione. Fatto sta, che sono incavolata nera con lei.Ā Stavamo chiacchierando quiete quiete, quando a un tratto urla Ā«Non mi seccare. Ho i nerviĀ».

Ho impiegato una frazione di millesimo di secondo a offendermi, le ho voltato le spalle e mi sono allontanata, senza chiederle per quale motivo fosse nervosa. Poteva anche usare un tono meno rabbioso con me. E che cacchio ne sapevo, che era nera come la peste. Se lo fa unā€™altra volta, passeraĢ€ nella lista nera, quella delle antipatiche senza possibilitaĢ€ di revoca a vita.

Ho compito in classe di storia, sono abbastanza preparata, peroĢ€ non ho studiato Mazzini. La professoressa, di sicuro, faraĢ€ domande anche sulla Giovane Italia.Ā ā€œSperiamo beneā€, mi auguro.Ā CercheroĢ€ di scopiazzare qualcosa solo su Mazzini, percheĢ il resto lo so.Ā Ora vado a fare colazione. ContinueroĢ€ a scuola.

Ā La colazione.

Certo, le ragazze sono tanto maliziose. Fiorella eĢ€ una convittrice un poā€™ deperita. EĢ€ troppo magra, sempre stanca e, per questo motivo, il dottore le ha consigliato di mangiare le banane a colazione. Ne tiene un casco nella credenza e, tutte le mattine, ne mangia una.Ā Stamani era assonnata piuĢ€ del solito e sedeva accasciata sulla sedia con gli occhi socchiusi. Faceva colazione, ma dormiva ancora. Sorbiva il latte svogliata e mordicchiava la fetta di pane e marmellata con unā€™espressione fra il disgustato e il voluttuoso.Ā Infine ha preso la banana e, con sguardo vuoto e assente, ha staccato la buccia, poi Ā ha iniziato a mordicchiare la polpa bianca con unā€™aria languida.

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Il mazzetto di fiori di colza.


Caro Diario

Erano trascorse quasi due settimane dal ballo di “Maggio ’66”, quando,Ā un pomeriggio, sotto un sole luminoso che scaldava il corpo e il cuore, andammo a fare una passeggiata verso la Pieve, la chiesa di campagna, che sorge a poche centinaia di metri dal convitto. Nei campi si scorgevano le prime macchie rosse di papaveri e le distese bianche diĀ margherite. I prati verdi erano punteggiati da schizzi blu e oro: era la stagioneĀ dei fiordalisi e dei denti di leone. Il canto degli uccelli, nascosti tra le fronde, accompagnava la nostra passeggiata. Accanto a Jaspreet ammiravo la vastitĆ  della campagna, cheĀ mi riportava con la mente a Villa Miccioli, ignora che, quel giorno, la mia storia con Ottavio avrebbe avuto un inatteso sviluppo.

Avevamo da poco oltrepassato la Pieve rinascimentale quando, in lontananza, scorsi un gruppetto di ragazzi, che faceva capannello sul ciglio della via, comeĀ in attesa di qualcuno. Appena fummo piuĢ€ vicine, tra gli altri, riconobbi Ottavio, Luigino e Mauro. M’accors,i che fumavano con pose da uomini vissuti. Erano, senz’ombra di dubbio, appostati sul percorso della nostra camminata, per incontrare noi. Si lanciavano. Erano i primi approcci con lā€™altro sesso anche per loro. Fecero un timido cenno di saluto con il capo. Noi piccole rispondemmo. Si mossero con circospezione, capii, che temevano le signorine ma, visto che loro non badavano troppo a loro, presero coraggio, e s’avvicinarono. Mauro affiancoĢ€ la sua amata Zita, e inizioĢ€ a chiacchierare con le gemelle. Luigino e Ottavio si diressero verso di me e la mia adorata Jaspreet. SoloĀ ora, che racconto i fatti,Ā riconosco,Ā che ebbero una gran faccia di bronzo. Ero agitatissima. Il cuore batteva a mille: avevo paura che l’istitutrice venisse a sgridarci, e facesse una “piazzata” per la via. Dopo un ciao, che oggi mi pare inappropriatoĀ definire timido, anche se tale lo giudicai, quel giorno, Luigino mi volle presentare Ottavio ma, quando lui porse la mano, non gliela strinsi. Non potei proprio.

Guardai prima la sua faccia, e poi la mano. Ā Ā«Vuoi bruciarmi?Ā» chiesi, in tono brusco, indicando le dita con un gesto esitante.

Lui fissĆ² la sua mano, e aprƬĀ le palpebre. Ā«Scusa. SaraĢ€ lā€™emozioneĀ», disseĀ col viso in fiamme, gettando a terra il mozzicone, che reggeva tra lā€™indice e il medio, e avvitandovi sopra la punta della scarpa. Povero tesoro. OraĀ mi viene da pensare che, forse, la sigaretta era l’appiglio, cui s’era affidato, per farsi coraggio.

Ā«Piacere, MichelaĀ», esclami, porgendogli la mano.

Ā«Molto lieto, Ottavio. Non vedevo lā€™ora di conoscerti. Sono perdonato?Ā» domandĆ² meno, e con il viso non piĆ¹ rosso porporaĀ ma grigio. Grigio cadavere.

Ā«SiĢ€. CertoĀ», replicai con generositaĢ€, come vedevo fare nei film o leggevo nei romanzi dā€™amore.

Finalmente avevo stretto la mano al mio Ottavio e ora, quando lo incontravo, potevo salutarlo e scambiare qualche parola con lui, senza essere giudicata una sfacciata. I giorni seguenti,Ā quella piccola gioia fu guastata dai miei pensieri, sempre troppo severi, e dai desideri reconditi, alimentati dalla mia fervida inventiva,Ā che si scontravano con la prosaica realtĆ . Mi resi conto, che il secondo incontro con Ottavio era statoĀ persino meno romantico del primo. CheĀ delusione: nulla accadeva come nei sogni. Avevamo corso il rischio dā€™ustionarci davanti alla Pieve, la sua stretta era indecisa e la mano molliccia di sudore.

Ho capito che iĀ sogni sono molto piuĢ€ accattivanti della realtaĢ€.

Subito dopo le presentazioni, Ottavio estrasse dalla tasca un mazzetto di fiori, e me lo porse.

Ā«Tieni, Michela.Ā Sono perĀ te Ā», disse, guardando per terra,Ā accanto a me.

Ā«GrazieĀ», risposi, osservando prima il ramoscello, non troppo convinta, e dopoĀ tra i miei piedi, per vedere che cosa ci fosse. Non c’era niente. RimasiĀ sorpresa. ā€œMi sta prendendo per i fondelli? Che fiori mi regala?ā€ mi chiesi.Ā Erano semplici fiori di campagna. Intuii che era andato per solchi, a raccogliere germogliĀ per me, quando mi accorsi che le disteseĀ verdi,Ā fino a una settimana prima, erano diventate tutteĀ gialleĀ a perdita dā€™occhio davanti a me. Avrei preferito uno stelo di calicanto o, piuttosto, un mazzetto di primule e violette, ma dovetti accontentarmi di unā€™infiorescenza di fiori di colza. Ottavio scelse un omaggio poco romantico, ma di certoĀ piuĢ€ piccante. A ogni modo, conservo ancora quei fiorellini fra le pagine di un libro.

Mi sentivoĀ al settimo cielo. Lā€™emozione era troppo intensa e quel pomeriggio non riuscii a concentrarmi nello studio. La notte stentai a prendere sonno.

Lā€™indomani, allā€™uscita da scuola, Ottavio si avvicinoĢ€, e mi porse un biglietto, che feci scivolare in fretta nella tasca della giacca. Non volevo farmi scoprire dalla signorina Mariella. Temevo, che mi giudicasse male.

InizioĢ€, in tal modo, un tenero e innocente scambio di messaggi dā€™amore fra noi. Eravamo cotti lā€™uno dellā€™altra. E cosiĢ€ lui fu solo mio e io divenni la sua ragazza.Ā La corrispondenza continuoĢ€ per mesi, anche durante il periodo estivo. Lui spediva le lettere a casa, ad Aqueterne. La mamma non approvava il mio filarino, sosteneva che eravamo troppo giovani, ma non si oppose mai a quellā€™ingenuo scambio di messaggi. La mia storia dā€™amore con Ottavio dura da quasi otto mesi. ƈ un tempo infinito.

Scrivere lettere d’amore rompe un po’. Non fa per me. ƈ da qualche settimana che non rispondo alle sue lettere. Ora sono disorientata e pentita, ma non se in quale ordine. Voglio riflettere attraverso la scrittura, ed eĢ€ anche per questa ragione che scrivo. EĢ€ successo qualcosa, forse ho fatto una sciocchezza. Mi piace un altro. Penso spesso a lui e la faccenda ha fatto saltare il mio equilibrio. Dopo aver tanto sognato l’amore conĀ Ottavio, e averlo ottenuto, hoĀ scoperto che “puĆ² piacermi anche un altro”. La cosa mi disorienta. Mi sento in colpa e confusa. Non credevo, che potesse capitare una tale evenienza. Che strani scherzi fa il cuore? ƈ unĀ pasticcio tremendo. Per punirmi, ho giurato a me stessa che non riprenderoĢ€ la corrispondenza con Ottavio. Lui merita una ragazza migliore di me.Ā Scrivere il diario mi ha aiutato a capire che ho parecchi problemi: il rapporto conflittuale con la mamma, il dolore inespresso per ilĀ babbo, lā€™amore, gli esami, i ragazzi, le amiche.

Devo trovare risposte dentro di me per tutto cioĢ€ che riguarda la sfera degli affetti e questo eĢ€ molto complicato. Strano a dirsi, il compito meno arduo eĢ€ passare gli esami di terza media. Basta studiare e la cosa eĢ€ fatta.

Analizzare e conoscere la mia anima eĢ€ molto piuĢ€ difficile. Tentare di comprendere il cuore di unā€™altra persona equivale a esplorare un abisso buio e senza fine.

Ladra dā€™affetto.


Diario, 22/11/1966

Caro Diario

Alcuni giorni dopo il ballo del ’66, la signorina Mariella, la piĆ¹ giovane delle istitutrici, che frequentava il primo anno del corso di Laurea in Lettere Moderne, volle condurmi con sĆ© allā€™universitĆ . Doveva iscriversi a un esame, e, siccome quella mattina non cā€™era scuola, perchĆ© era la festa del patrono, la direttrice diede il consenso.
Uscimmo presto, dopo esserci preparate con cura. Stavamo per raggiungere il piazzale degli autobus di linea quando, a un tratto, vidi Ottavio accanto a una corriera. Parlava con un uomo di mezzā€™etĆ , anche loro ci scorsero e, mentre ci avvicinavamo, non ci levaronoĀ gli occhi di dosso. Intuii che parlavano di me, e colsi lo sguardo benevole dellā€™uomo.
Un attimo prima di raggiungerli, la signorina Mariella disse Ā«Ottavio ti vuole bene. Si vede che ĆØ innamorato di te. Piaci anche al papĆ Ā».
Ā«Ćˆ carino. Mi staĀ simpaticoĀ», risposi.
Quando fummo vicine, i due smisero di parlare. Lā€™istitutrice pagĆ² la corsaĀ eĀ prendemmo posto a destra del conducente.
Ottavio continuĆ² a chiacchierare con il padre e a guardarmi attraverso il finestrino. Non ebbi il coraggio di volgere lo sguardo nella sua direzione, per paura dā€™incrociare i suoi Ā occhi, Ā e svelarmi troppo, perĆ² riuscii a contenere lā€™emozione. La storia con Sandro mi aveva insegnato qualcosa, ed ero giĆ  un poā€™ piĆ¹ consapevole. Quando partimmo, Ottavio rimase a terra , e seguƬ la corriera con lo sguardo. Continua a leggere

Lā€™amore ĆØ un ingarbuglio tremendo.


Caro Diario

Da quando ho il taccuino, cā€™eĢ€ sempre un nuovo ricordo alla soglia della memoria, un pensiero, un sentimento, una riflessione, che vuole essere scritta.

Oggi eĢ€ di scena lā€™amore. Di nuovo lā€™amore.

Eccolo qua. Ritorna alla mente Sandro, il primo ragazzo che ha turbato il mio cuore. Lui eĢ€ un tipo belloccio, niente male, ha i capelli biondi, un poā€™ mossi e gli occhi azzurri, eĢ€ alto e di corporatura media. La sua caratteristica principale, peroĢ€, non eĢ€ la bellezza, ma lā€™originalitaĢ€. Veste in maniera moderna e anticonformista con jeans, camicie colorate, giacconi corti, pantaloni aderenti e stivaletti con il tacco alto, e, da grande, vuole fare il cantante rock.

Sandro eĢ€ stato il primo adolescente per il quale ho provato emozioni intense e inspiegabili.Ā Il cuore batteva forte, quando lo incontravo, la testa girava, e sentivo unā€™insolita morsa allo stomaco. Stavo male, e non riuscivo a tenere a bada le mani, cheĀ tremavano perĀ lā€™inquietudine e lā€™ansia.

Questi malesseri mi spaventavano moltissimo, e speravo che, con il tempo, si attenuassero, ma non cā€™era nulla da fare. Bastava vederlo o, anche solo pensare a lui, che si ripresentavano. Se la mamma, la zia o chiunque altro faceva il suo Ā lo nome, partiva un colpo al cuore, avvampavo, e fuggivo, per non dare a vedere il mio disagio.

I turbamenti si presentavano anche a scuola, appena le compagne accennavano a lui con ammirazione. Allora era tutto un susseguirsi di tonfi, aritmie cardiache e respiri affannosi, che mi frastornavano, fino a ubriacarmi.Ā Insomma, era sufficiente sentire lā€™eco del suo nome, per inebriarmi dā€™amore e troppo ossigeno.

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Le relazioni sociali.


Diario 20/11/1966

Caro Diario

La vita in collegio scorre uguale, giorno dopo giorno, in unā€™alternanza dā€™impegni e tempo libero. EĢ€ unā€™altalena di giochi e studio, bisticci e rappacificazioni, castighi, rare ricompense o gratifiche. I momenti di distensione sono tanti, anche se la maggior parte del tempo eĢ€ dedicata ai compiti. La prima pausa di una certa importanza eĢ€ quella pomeridiana.

Questā€™intervallo eĢ€ un bel momento di vita in comune ed eĢ€ sorprendente constatare come, in un intermezzo cosiĢ€ breve, sā€™intreccino nuove amicizie, se ne sciolgano altre, si trovi il tempo per le confidenze, le ripicche e i pettegolezzi.

Ero una bambina timida e solitaria, quando vivevo ad Aqueterne. Ero buona e troppo educata.

Sono figlia unica, percioĢ€ in famiglia non ho dovuto competere con fratelli, sorelle e cugini. Ero sempre al centro dellā€™interesse dei miei familiari. Lā€™unico ambiente in cui mi confrontavo con i coetanei era la scuola, dove riuscivo a primeggiare per una ragione o per lā€™altra. Vincevo sui compagni, percheĢ ero educata, in ordine e studiosa. A dirla tutta, non eraĀ difficile battere i maschi, poicheĢ loro erano indisciplinati, negligenti, Ā e non avevano confidenza con lā€™acqua e il sapone.

Talvolta, iĀ maleducati erano messiĀ “in castigo”, in piedi dietro la lavagna o in ginocchio in un angolo dell’aula, con la faccia al muro e i fagioli sotto le ginocchia. I compagni in difficoltĆ Ā Ā meritavano un bel paio dā€™orecchie o Ā il cartello infamante sulla schiena o Ā la scritta “asino” sul quaderno. Per fortuna, non sono mai finita nell’elenco dei cattivi, non ho mai ricevuto punizioni e note umilianti, ma solo lodi e coccarde di merito, che appuntavo al grembiule con le spille da balia. Ne avevoĀ una per ogni materia, come un generale le decorazioni. Mancava quella gialla di matematica, che stava al posto giusto: sul petto di Glauco, il bambino piĆ¹ bravo in aritmetica e geometria.Ā Memoria Narrante, coccarda, foto web

La maestra, talvolta, si lamentava per le patacche di sughi e unti vari, che affrescavano le pagine dei quaderni dei maschi, per i grembiuli impiastricciati, le unghie troppo lunghe sotto le quali si depositavano strati di sporcizia e terriccio. Per non parlare del prezzemolo nelle orecchie. Non ho mai capito, se le mamme dei bambini ignoravano lā€™igiene personale o se i figliĀ erano refrattari al contatto con lā€™acqua, come i gatti.

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I miei magnifici anni sessanta.


Diario, 20/11/1966

Caro Diario

Incollo sul diario una mia fotografia di due anni fa. Avevo ancora le trecce. Fabrizio mi scattoĢ€ la foto, durante un pomeriggio estivo, in cui la sua famigliaĀ fu ospite a Villa Miccioli.

Finora sono stata concentrata sul mio mondo interiore e i ricordi del passato. Ho voluto leggere nella mia anima segreta, per comprendere e comunicare i sentimenti che ho nel cuore. Ora ho scoperto una nuova passione, anche questa eĢ€ silenziosa e interiore, ma nasce fuori di me, e poi penetra fin dentro lā€™anima. Amo osservare, carpire lo spirito del mio tempo e descrivere le persone, i luoghi e le consuetudini del mondo in cui vivo.

Quando non ci sono feste, compleanni, concerti, proiezioni di film, litigi, castighi e giochi di societaĢ€, la vita quotidiana in collegio eĢ€ monotona.Ā La mattina, le istitutrici danno la sveglia alle sette meno un quarto, ma io ho bisogno di almeno quindici minuti per riavermi, e alzarmi. Sono dormigliona, e, quando metto i piedi nelle babbucce, non connetto. Poi faccio la toilette e mi vesto in fretta, percheĢ ho bisogno di tempo per sistemare i capelli, che si arruffano durante il sonno.

Alle sette e trenta, con le compagne di camera, scendo nello studio a ripetere le lezioni. Tutti gli spostamenti avvengono sempre in fila per due, sotto lā€™occhio vigile della nostra istitutrice.Ā Le collegiali, che non devono rivedere i compiti, possono andare in chiesa da sole. Chi non ha voglia neĢ di pregare, neĢ di studiare, legge qualche rivista in veranda oppure fa una passeggiata in cortile. A me non piace andare in chiesa tutte le mattine, preferisco rimanere nello studiolo a scrivere o a ripassare, in special modo, se devo essereĀ interrogata.

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