Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo l’incidente, papà riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. «Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego più leggero. Purtroppo, è stato licenziato, perché zoppica. Non è più idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre più di me?» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. «Niente, niente», la rassicurava.  «È che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loro che,  appena lo vedono, si attaccano», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papà aveva fatto, suo malgrado.

«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, è un bel giovane. Però, ce ne sono tanti più belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e una», commentava mia madre, scuotendo la testa. La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

«Me lo tengo», terminava. «Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dell’onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papà, malgrado la pena dei continui tradimenti. C’era l’onore da preservare e anche il mio futuro.

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L’ultima possibilità.


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finché un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonò. Lei diede un’occhiata dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste, si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. Aprì l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma  io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legna le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mamma prese la giacca e la borsetta, a me mise il cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedé accanto al cugino e fui portata in campagna da nonna Beatrice. La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano. Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so, allora il tempo non contava,  la mamma e lo zio ritornarono. C’era anche papà con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece,  tornò nera e con un muso lungo, neanche  si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e lei sembrava sempre più triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui  era una cosa meravigliosa, rideva con me, mi faceva giocare, bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentre papà riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavo «Che cosa vuol dire? Perché?» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisce», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno  potevo supporre l’influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtà oggettiva. La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

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Questa è la volta che muoio.


Caro Diario

Ho già raccontato che la mamma, quando parlava con zia Frida si lamentava che la madre non le aveva fatto capire “certe cose”, e intendeva le relazioni di coppia, com’era un uomo, quel che accadeva sotto le lenzuola tra coniugi, quando spuntava la luna nel cielo.

Ecco, la mamma non ha spiegato nulla neanche a me. A casa non si parla dei rapporti intimi. È un segreto. Comunque sia, ho tredici anni e, come la mamma alla mia stessa età, anch’io ignoro i misteri della sfera sessuale, non ho mai visto un uomo nudo, eccetto i dipinti e le sculture, e, cosa più grave, misconosco il mio corpo e le sue funzioni. Lei non ne parla mai e, se pongo qualche domanda, evita di rispondere.

«Quando sarai signorina, le capirai da sola certe cose», risponde. Ebbene chi mi spiega perché Tania ci ha provato con me? Come mai io penso solo ai ragazzi, mentre a lei piacciono anche le femmine? Questi e molti altri misteri non sono chiari, neanche adesso che sono signorina. Domande. Domande che resteranno senza risposta, finché non troverò un libro, un manuale, un film o un giornale scientifico, che soddisfi il mio bisogno di sapere.

Caro Diario, voglio confidarti un episodio, che ti farà capire le deleterie conseguenze dei comportamenti ottusi dei genitori, e mi riferisco alla pessima consuetudine di nascondere la verità a una figlia, che si avvia verso l’adolescenza.

Quando partii per Castro, tre anni fa, la mamma mise in valigia due dozzine di certi panni di lino, che lei e zia Frida avevano ricamato con il punto a giorno e poi ne avevano sfilacciato ad arte i bordi.

«Non li voglio quei fazzoletti», dissi, non sapendo che cosa farmene di così grandi.
«Devi portarli, invece. Non si può mai sapere», alluse la mamma.
Il suo tono fermo mi mise in  allarme. «A che cosa servono?» domandai, incuriosita.
Lei chinò la fronte, e proseguì col sistemare la biancheria in bell’ordine. «Al momento opportuno lo saprai», rispose con un tono, che non ammetteva repliche. Zia Frida la pregò di spiegarmelo, ché se fosse successo quel che doveva accadere, almeno avrei saputo che cosa fare. Lei, che è una tipa cocciuta, scosse la testa, e s’incaponì nel più assoluto mutismo. Ero abituata ai suoi misteri, e non ci pensai. Ero proiettata verso l’avventura che stava per iniziare a Castro.
Subii, dunque, la decisione della mamma, e, una volta, in collegio, misi i pannicelli in fondo all’armadio della biancheria, e scordai di averli.

Successe che, siccome ne ignoravo la funzione, quando giunse il momento che avrei dovuto usarli, non lo feci.

Ricordo, ero in classe, e, all’improvviso, mi trafissero dei forti dolori alla pancia. Chiesi al professore di disegno il permesso d’uscire, e mi chiusi in bagno. Osservai, sbigottita, le manifestazioni del menarca e fui vinta dal terrore. Come mai il mio corpo produceva quella strana sostanza? Mi domandai. Le fitte lancinanti fecero il resto, e fui certa d’avere un male incurabile.

“Questa è la volta che muoio”, pensai nella toilette femminile del corso B.  “Se questa roba non sparisce, morirò”, mi dissi, ignorando che cosa fosse. Poi decisi di darmi una possibilità di scampo, e riformulai il pensiero in un più ottimistico “Domani non avrò più nulla. Se ci sarà ancora questa roba, mi rassegnerò alla morte”.

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Frammenti oscuri.


Venerdì, 2 dicembre 1966

Mattina

Caro Diario.

Devo andare a scuola tra poco.
Stamani sono stata l’ultima ad alzarmi dal letto, l’ultima a essere pronta, l’ultima a lasciare la camera e a  scendere nello studio con il diario verde sotto il braccio, ché non lo lascio mai, per paura che le ragazze leggano ciò che scrivo.

La verità è che sono senza forze, del tutto priva di energia e il mio aspetto lo rivela. Ho dedicato un po’ di tempo in più alla cura personale, per sembrare meno emaciata.  Invece niente. La faccia è rimasta uguale e le occhiaie mi fanno sembrare una morta vivente. Adesso, fra l’altro, oltre a vedermi stanca e brutta, ho vergogna del mio pallore. Quasi le sfumature del mio colorito siano la prova di colpe inconfessabili. Ma andiamo con ordine. La questione è seria.

Le relazioni fra noi collegiali non sempre sono limpide. Spesso bisticciamo per nulla, c’insultiamo e mettiamo il broncio. Ciò mi rende molto infelice. Le amicizie più intime, talvolta, diventano motivo di pettegolezzi e commenti ambigui. Le ragazze vedono il sesso ovunque.

Questa mattina – come dicevo – dopo una notte insonne, mi sono svegliata con il viso stanco e sofferente e ho cercato di porvi rimedio con il trucco e un’accurata pettinatura, nella speranza di sembrare più graziosa e meno spossata, ma senza successo. Lo specchio è stato impietoso: il volto troppo smunto ricorda un fiore sciupato.

Non vedo l’ora di ritornare a casa, per tirarmi su di morale, e rimettermi in forze. Qui nessuno si prende cura di me.

Tania, una ragazza “grande”, s’è attardata in camera con me e, posta alle mie spalle, ha osservato ogni mio gesto.

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Tra corbellerie adolescenziali, classe, studio e cineforum.


Corbellerie adolescenziali.

Caro Diario

Ho raccontato, sinora, alcune  vicende rilevanti della mia vita e dei tempi presenti. Però ci sono tappe che costituiscono la memoria personale ed evocativa del mio mondo privato che non ho ancora narrato. Devo trovare il coraggio di parlare di mio padre, immenso iceberg di dolore sommerso  nella mia coscienza.

Oggi parlerò di cose frivole: la lista delle ragazze simpatiche, antipatiche e indifferenti, degli amici belli, brutti e così via. Parlerò della musica preferita, dei cantanti, dei film… oppure farò la lista dei libri che ho amato e di quelli che vorrei leggere.

Insomma, ho intenzione di descrivere cose che a nessuna persona seria e impegnata verrebbe in mente di fare. Chi si sognerebbe di stilare l’elenco dei libri più letti o delle persone più popolari? Mah!

A ogni modo, le compagne piacevoli sono pochissime, quindi la lista delle simpatiche è presto fatta. Il primo posto va a Jaspreet, cui seguono Giselle, Marilina e Consuelo, anche se devo proprio fare uno sforzo per includerle nella lista bianca, perché non le trovo sempre gradevoli.

Sono odiose pure loro, certe volte. Scocciano e sono pronte alla lite. Questa mattina, per esempio, appena sveglia, ho bisticciato con Marilina. Non ho capito bene per quale ragione. Fatto sta, che sono incavolata nera con lei. Stavamo chiacchierando quiete quiete, quando a un tratto urla «Non mi seccare. Ho i nervi».

Ho impiegato una frazione di millesimo di secondo a offendermi, le ho voltato le spalle e mi sono allontanata, senza chiederle per quale motivo fosse nervosa. Poteva anche usare un tono meno rabbioso con me. E che cacchio ne sapevo, che era nera come la peste. Se lo fa un’altra volta, passerà nella lista nera, quella delle antipatiche senza possibilità di revoca a vita.

Ho compito in classe di storia, sono abbastanza preparata, però non ho studiato Mazzini. La professoressa, di sicuro, farà domande anche sulla Giovane Italia. “Speriamo bene”, mi auguro. Cercherò di scopiazzare qualcosa solo su Mazzini, perché il resto lo so. Ora vado a fare colazione. Continuerò a scuola.

 La colazione.

Certo, le ragazze sono tanto maliziose. Fiorella è una convittrice un po’ deperita. È troppo magra, sempre stanca e, per questo motivo, il dottore le ha consigliato di mangiare le banane a colazione. Ne tiene un casco nella credenza e, tutte le mattine, ne mangia una. Stamani era assonnata più del solito e sedeva accasciata sulla sedia con gli occhi socchiusi. Faceva colazione, ma dormiva ancora. Sorbiva il latte svogliata e mordicchiava la fetta di pane e marmellata con un’espressione fra il disgustato e il voluttuoso. Infine ha preso la banana e, con sguardo vuoto e assente, ha staccato la buccia, poi  ha iniziato a mordicchiare la polpa bianca con un’aria languida.

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Il mazzetto di fiori di colza.


Caro Diario

Erano trascorse quasi due settimane dal ballo di “Maggio ’66”, quando, un pomeriggio, sotto un sole luminoso che scaldava il corpo e il cuore, andammo a fare una passeggiata verso la Pieve, la chiesa di campagna, che sorge a poche centinaia di metri dal convitto. Nei campi si scorgevano le prime macchie rosse di papaveri e le distese bianche di margherite. I prati verdi erano punteggiati da schizzi blu e oro: era la stagione dei fiordalisi e dei denti di leone. Il canto degli uccelli, nascosti tra le fronde, accompagnava la nostra passeggiata. Accanto a Jaspreet ammiravo la vastità della campagna, che mi riportava con la mente a Villa Miccioli, ignora che, quel giorno, la mia storia con Ottavio avrebbe avuto un inatteso sviluppo.

Avevamo da poco oltrepassato la Pieve rinascimentale quando, in lontananza, scorsi un gruppetto di ragazzi, che faceva capannello sul ciglio della via, come in attesa di qualcuno. Appena fummo più vicine, tra gli altri, riconobbi Ottavio, Luigino e Mauro. M’accors,i che fumavano con pose da uomini vissuti. Erano, senz’ombra di dubbio, appostati sul percorso della nostra camminata, per incontrare noi. Si lanciavano. Erano i primi approcci con l’altro sesso anche per loro. Fecero un timido cenno di saluto con il capo. Noi piccole rispondemmo. Si mossero con circospezione, capii, che temevano le signorine ma, visto che loro non badavano troppo a loro, presero coraggio, e s’avvicinarono. Mauro affiancò la sua amata Zita, e iniziò a chiacchierare con le gemelle. Luigino e Ottavio si diressero verso di me e la mia adorata Jaspreet. Solo ora, che racconto i fatti, riconosco, che ebbero una gran faccia di bronzo. Ero agitatissima. Il cuore batteva a mille: avevo paura che l’istitutrice venisse a sgridarci, e facesse una “piazzata” per la via. Dopo un ciao, che oggi mi pare inappropriato definire timido, anche se tale lo giudicai, quel giorno, Luigino mi volle presentare Ottavio ma, quando lui porse la mano, non gliela strinsi. Non potei proprio.

Guardai prima la sua faccia, e poi la mano.  «Vuoi bruciarmi?» chiesi, in tono brusco, indicando le dita con un gesto esitante.

Lui fissò la sua mano, e aprì le palpebre. «Scusa. Sarà l’emozione», disse col viso in fiamme, gettando a terra il mozzicone, che reggeva tra l’indice e il medio, e avvitandovi sopra la punta della scarpa. Povero tesoro. Ora mi viene da pensare che, forse, la sigaretta era l’appiglio, cui s’era affidato, per farsi coraggio.

«Piacere, Michela», esclami, porgendogli la mano.

«Molto lieto, Ottavio. Non vedevo l’ora di conoscerti. Sono perdonato?» domandò meno, e con il viso non più rosso porpora ma grigio. Grigio cadavere.

«Sì. Certo», replicai con generosità, come vedevo fare nei film o leggevo nei romanzi d’amore.

Finalmente avevo stretto la mano al mio Ottavio e ora, quando lo incontravo, potevo salutarlo e scambiare qualche parola con lui, senza essere giudicata una sfacciata. I giorni seguenti, quella piccola gioia fu guastata dai miei pensieri, sempre troppo severi, e dai desideri reconditi, alimentati dalla mia fervida inventiva, che si scontravano con la prosaica realtà. Mi resi conto, che il secondo incontro con Ottavio era stato persino meno romantico del primo. Che delusione: nulla accadeva come nei sogni. Avevamo corso il rischio d’ustionarci davanti alla Pieve, la sua stretta era indecisa e la mano molliccia di sudore.

Ho capito che i sogni sono molto più accattivanti della realtà.

Subito dopo le presentazioni, Ottavio estrasse dalla tasca un mazzetto di fiori, e me lo porse.

«Tieni, Michela. Sono per te », disse, guardando per terra, accanto a me.

«Grazie», risposi, osservando prima il ramoscello, non troppo convinta, e dopo tra i miei piedi, per vedere che cosa ci fosse. Non c’era niente. Rimasi sorpresa. “Mi sta prendendo per i fondelli? Che fiori mi regala?” mi chiesi. Erano semplici fiori di campagna. Intuii che era andato per solchi, a raccogliere germogli per me, quando mi accorsi che le distese verdi, fino a una settimana prima, erano diventate tutte gialle a perdita d’occhio davanti a me. Avrei preferito uno stelo di calicanto o, piuttosto, un mazzetto di primule e violette, ma dovetti accontentarmi di un’infiorescenza di fiori di colza. Ottavio scelse un omaggio poco romantico, ma di certo più piccante. A ogni modo, conservo ancora quei fiorellini fra le pagine di un libro.

Mi sentivo al settimo cielo. L’emozione era troppo intensa e quel pomeriggio non riuscii a concentrarmi nello studio. La notte stentai a prendere sonno.

L’indomani, all’uscita da scuola, Ottavio si avvicinò, e mi porse un biglietto, che feci scivolare in fretta nella tasca della giacca. Non volevo farmi scoprire dalla signorina Mariella. Temevo, che mi giudicasse male.

Iniziò, in tal modo, un tenero e innocente scambio di messaggi d’amore fra noi. Eravamo cotti l’uno dell’altra. E così lui fu solo mio e io divenni la sua ragazza. La corrispondenza continuò per mesi, anche durante il periodo estivo. Lui spediva le lettere a casa, ad Aqueterne. La mamma non approvava il mio filarino, sosteneva che eravamo troppo giovani, ma non si oppose mai a quell’ingenuo scambio di messaggi. La mia storia d’amore con Ottavio dura da quasi otto mesi. È un tempo infinito.

Scrivere lettere d’amore rompe un po’. Non fa per me. È da qualche settimana che non rispondo alle sue lettere. Ora sono disorientata e pentita, ma non se in quale ordine. Voglio riflettere attraverso la scrittura, ed è anche per questa ragione che scrivo. È successo qualcosa, forse ho fatto una sciocchezza. Mi piace un altro. Penso spesso a lui e la faccenda ha fatto saltare il mio equilibrio. Dopo aver tanto sognato l’amore con Ottavio, e averlo ottenuto, ho scoperto che “può piacermi anche un altro”. La cosa mi disorienta. Mi sento in colpa e confusa. Non credevo, che potesse capitare una tale evenienza. Che strani scherzi fa il cuore? È un pasticcio tremendo. Per punirmi, ho giurato a me stessa che non riprenderò la corrispondenza con Ottavio. Lui merita una ragazza migliore di me. Scrivere il diario mi ha aiutato a capire che ho parecchi problemi: il rapporto conflittuale con la mamma, il dolore inespresso per il babbo, l’amore, gli esami, i ragazzi, le amiche.

Devo trovare risposte dentro di me per tutto ciò che riguarda la sfera degli affetti e questo è molto complicato. Strano a dirsi, il compito meno arduo è passare gli esami di terza media. Basta studiare e la cosa è fatta.

Analizzare e conoscere la mia anima è molto più difficile. Tentare di comprendere il cuore di un’altra persona equivale a esplorare un abisso buio e senza fine.

Ladra d’affetto.


Diario, 22/11/1966

Caro Diario

Alcuni giorni dopo il ballo del ’66, la signorina Mariella, la più giovane delle istitutrici, che frequentava il primo anno del corso di Laurea in Lettere Moderne, volle condurmi con sé all’università. Doveva iscriversi a un esame, e, siccome quella mattina non c’era scuola, perché era la festa del patrono, la direttrice diede il consenso.
Uscimmo presto, dopo esserci preparate con cura. Stavamo per raggiungere il piazzale degli autobus di linea quando, a un tratto, vidi Ottavio accanto a una corriera. Parlava con un uomo di mezz’età, anche loro ci scorsero e, mentre ci avvicinavamo, non ci levarono gli occhi di dosso. Intuii che parlavano di me, e colsi lo sguardo benevole dell’uomo.
Un attimo prima di raggiungerli, la signorina Mariella disse «Ottavio ti vuole bene. Si vede che è innamorato di te. Piaci anche al papà».
«È carino. Mi sta simpatico», risposi.
Quando fummo vicine, i due smisero di parlare. L’istitutrice pagò la corsa e prendemmo posto a destra del conducente.
Ottavio continuò a chiacchierare con il padre e a guardarmi attraverso il finestrino. Non ebbi il coraggio di volgere lo sguardo nella sua direzione, per paura d’incrociare i suoi  occhi,  e svelarmi troppo, però riuscii a contenere l’emozione. La storia con Sandro mi aveva insegnato qualcosa, ed ero già un po’ più consapevole. Quando partimmo, Ottavio rimase a terra , e seguì la corriera con lo sguardo. Continua a leggere

L’amore è un ingarbuglio tremendo.


Caro Diario

Da quando ho il taccuino, c’è sempre un nuovo ricordo alla soglia della memoria, un pensiero, un sentimento, una riflessione, che vuole essere scritta.

Oggi è di scena l’amore. Di nuovo l’amore.

Eccolo qua. Ritorna alla mente Sandro, il primo ragazzo che ha turbato il mio cuore. Lui è un tipo belloccio, niente male, ha i capelli biondi, un po’ mossi e gli occhi azzurri, è alto e di corporatura media. La sua caratteristica principale, però, non è la bellezza, ma l’originalità. Veste in maniera moderna e anticonformista con jeans, camicie colorate, giacconi corti, pantaloni aderenti e stivaletti con il tacco alto, e, da grande, vuole fare il cantante rock.

Sandro è stato il primo adolescente per il quale ho provato emozioni intense e inspiegabili. Il cuore batteva forte, quando lo incontravo, la testa girava, e sentivo un’insolita morsa allo stomaco. Stavo male, e non riuscivo a tenere a bada le mani, che tremavano per l’inquietudine e l’ansia.

Questi malesseri mi spaventavano moltissimo, e speravo che, con il tempo, si attenuassero, ma non c’era nulla da fare. Bastava vederlo o, anche solo pensare a lui, che si ripresentavano. Se la mamma, la zia o chiunque altro faceva il suo  lo nome, partiva un colpo al cuore, avvampavo, e fuggivo, per non dare a vedere il mio disagio.

I turbamenti si presentavano anche a scuola, appena le compagne accennavano a lui con ammirazione. Allora era tutto un susseguirsi di tonfi, aritmie cardiache e respiri affannosi, che mi frastornavano, fino a ubriacarmi. Insomma, era sufficiente sentire l’eco del suo nome, per inebriarmi d’amore e troppo ossigeno.

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Le relazioni sociali.


Diario 20/11/1966

Caro Diario

La vita in collegio scorre uguale, giorno dopo giorno, in un’alternanza d’impegni e tempo libero. È un’altalena di giochi e studio, bisticci e rappacificazioni, castighi, rare ricompense o gratifiche. I momenti di distensione sono tanti, anche se la maggior parte del tempo è dedicata ai compiti. La prima pausa di una certa importanza è quella pomeridiana.

Quest’intervallo è un bel momento di vita in comune ed è sorprendente constatare come, in un intermezzo così breve, s’intreccino nuove amicizie, se ne sciolgano altre, si trovi il tempo per le confidenze, le ripicche e i pettegolezzi.

Ero una bambina timida e solitaria, quando vivevo ad Aqueterne. Ero buona e troppo educata.

Sono figlia unica, perciò in famiglia non ho dovuto competere con fratelli, sorelle e cugini. Ero sempre al centro dell’interesse dei miei familiari. L’unico ambiente in cui mi confrontavo con i coetanei era la scuola, dove riuscivo a primeggiare per una ragione o per l’altra. Vincevo sui compagni, perché ero educata, in ordine e studiosa. A dirla tutta, non era difficile battere i maschi, poiché loro erano indisciplinati, negligenti,  e non avevano confidenza con l’acqua e il sapone.

 

Talvolta, i maleducati erano messi “in castigo”, in piedi dietro la lavagna o in ginocchio in un angolo dell’aula, con la faccia al muro e i fagioli sotto le ginocchia. I compagni in difficoltà  meritavano un bel paio d’orecchie o  il cartello infamante sulla schiena o  la scritta “asino” sul quaderno. Per fortuna, non sono mai finita nell’elenco dei cattivi, non ho mai ricevuto punizioni e note umilianti, ma solo lodi e coccarde di merito, che appuntavo al grembiule con le spille da balia. Ne avevo una per ogni materia, come un generale le decorazioni. Mancava quella gialla di matematica, che stava al posto giusto: sul petto di Glauco, il bambino più bravo in aritmetica e geometria.

La maestra, talvolta, si lamentava per le patacche di sughi e unti vari, che affrescavano le pagine dei quaderni dei maschi, per i grembiuli impiastricciati, le unghie troppo lunghe sotto le quali si depositavano strati di sporcizia e terriccio. Per non parlare del prezzemolo nelle orecchie. Non ho mai capito, se le mamme dei bambini ignoravano l’igiene personale o se i figli erano refrattari al contatto con l’acqua, come i gatti.

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I miei magnifici anni sessanta.


Diario, 20/11/1966

Caro Diario

Incollo sul diario una mia fotografia di due anni fa. Avevo ancora le trecce. Fabrizio mi scattò la foto, durante un pomeriggio estivo, in cui la sua famiglia fu ospite a Villa Miccioli.

Finora sono stata concentrata sul mio mondo interiore e i ricordi del passato. Ho voluto leggere nella mia anima segreta, per comprendere e comunicare i sentimenti che ho nel cuore. Ora ho scoperto una nuova passione, anche questa è silenziosa e interiore, ma nasce fuori di me, e poi penetra fin dentro l’anima. Amo osservare, carpire lo spirito del mio tempo e descrivere le persone, i luoghi e le consuetudini del mondo in cui vivo.

Quando non ci sono feste, compleanni, concerti, proiezioni di film, litigi, castighi e giochi di società, la vita quotidiana in collegio è monotona. La mattina, le istitutrici danno la sveglia alle sette meno un quarto, ma io ho bisogno di almeno quindici minuti per riavermi, e alzarmi. Sono dormigliona, e, quando metto i piedi nelle babbucce, non connetto. Poi faccio la toilette e mi vesto in fretta, perché ho bisogno di tempo per sistemare i capelli, che si arruffano durante il sonno.

Alle sette e trenta, con le compagne di camera, scendo nello studio a ripetere le lezioni. Tutti gli spostamenti avvengono sempre in fila per due, sotto l’occhio vigile della nostra istitutrice. Le collegiali, che non devono rivedere i compiti, possono andare in chiesa da sole. Chi non ha voglia né di pregare, né di studiare, legge qualche rivista in veranda oppure fa una passeggiata in cortile. A me non piace andare in chiesa tutte le mattine, preferisco rimanere nello studiolo a scrivere o a ripassare, in special modo, se devo essere interrogata.

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