La casa di conchiglie nel deserto.


La casa di conchiglie nel deserto di Chiara Messina  è una novella che insegna l’importanza dell’amore all’interno del nucleo familiare. Protagonista è un adolescente che, attraverso un distacco, impara che l’amore e il senso d’appartenenza travalicano le distanze geografiche, e sopravvivono nel cuore di chi sa amare.

Quattro storie sulla speranza.


“Quattro storie sulla speranza, Consolazione”, ovvero quattro racconti di formazione consigliati a ragazzi e giovani adulti, ma anche a genitori ed educatori. L’autrice narra quattro storie di cambiamento che conducono i giovani protagonisti verso la maturità.

Nella storia “Lo sguardo di cobalto” troviamo Michael, ragazzino confuso e ribelle, che conduce una vita marginale. Frequenta amici sbandati, uniti intorno al capo carismatico di una gang di teppistelli drogati, che come lui vivono in una periferia fumosa e alienante, metafora di molte città.

Il ragazzo, prima di toccare il fondo, avverte il desiderio di cambiare la propria esistenza, finché, un giorno, un evento drammatico sconvolge la sua esistenza.

Anni dopo, lo ritroviamo altrove a vivere una vita attiva e piena. Però, un pungente rimorso attanaglia il suo cuore, mentre nel suo sguardo passano le ombre del passato e una ragazza dagli occhi color cobalto tormenta le sue notti insonni.

Le altre storie affrontano temi difficili: l’adolescenza, le relazioni familiari, l’uso di sostanze psicotrope, la fede, il lutto, la vita ultraterrena.

Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo l’incidente, papà riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. «Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego più leggero. Purtroppo, è stato licenziato, perché zoppica. Non è più idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre più di me?» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. «Niente, niente», la rassicurava.  «È che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loro che,  appena lo vedono, si attaccano», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papà aveva fatto, suo malgrado.

«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, è un bel giovane. Però, ce ne sono tanti più belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e una», commentava mia madre, scuotendo la testa.

La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

«Me lo tengo», terminava. «Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dell’onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papà, malgrado la pena dei continui tradimenti. C’era l’onore da preservare e anche il mio futuro.

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Frammenti oscuri.


Venerdì, 2 dicembre 1966

Mattina

Caro Diario.

Devo andare a scuola tra poco.
Stamani sono stata l’ultima ad alzarmi dal letto, l’ultima a essere pronta, l’ultima a lasciare la camera e a  scendere nello studio con il diario verde sotto il braccio, ché non lo lascio mai, per paura che le ragazze leggano ciò che scrivo.

La verità è che sono senza forze, del tutto priva di energia e il mio aspetto lo rivela. Ho dedicato un po’ di tempo in più alla cura personale, per sembrare meno emaciata.  Invece niente. La faccia è rimasta uguale e le occhiaie mi fanno sembrare una morta vivente. Adesso, fra l’altro, oltre a vedermi stanca e brutta, ho vergogna del mio pallore. Quasi le sfumature del mio colorito siano la prova di colpe inconfessabili. Ma andiamo con ordine. La questione è seria.

Le relazioni fra noi collegiali non sempre sono limpide. Spesso bisticciamo per nulla, c’insultiamo e mettiamo il broncio. Ciò mi rende molto infelice. Le amicizie più intime, talvolta, diventano motivo di pettegolezzi e commenti ambigui. Le ragazze vedono il sesso ovunque.

Questa mattina – come dicevo – dopo una notte insonne, mi sono svegliata con il viso stanco e sofferente e ho cercato di porvi rimedio con il trucco e un’accurata pettinatura, nella speranza di sembrare più graziosa e meno spossata, ma senza successo. Lo specchio è stato impietoso: il volto troppo smunto ricorda un fiore sciupato.

Non vedo l’ora di ritornare a casa, per tirarmi su di morale, e rimettermi in forze. Qui nessuno si prende cura di me.

Tania, una ragazza “grande”, s’è attardata in camera con me e, posta alle mie spalle, ha osservato ogni mio gesto.

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Il mazzetto di fiori di colza.


Caro Diario

Erano trascorse quasi due settimane dal ballo di “Maggio ’66”, quando, un pomeriggio, sotto un sole luminoso che scaldava il corpo e il cuore, andammo a fare una passeggiata verso la Pieve, la chiesa di campagna, che sorge a poche centinaia di metri dal convitto. Nei campi si scorgevano le prime macchie rosse di papaveri e le distese bianche di margherite. I prati verdi erano punteggiati da schizzi blu e oro: era la stagione dei fiordalisi e dei denti di leone. Il canto degli uccelli, nascosti tra le fronde, accompagnava la nostra passeggiata. Accanto a Jaspreet ammiravo la vastità della campagna, che mi riportava con la mente a Villa Miccioli, ignora che, quel giorno, la mia storia con Ottavio avrebbe avuto un inatteso sviluppo.

Avevamo da poco oltrepassato la Pieve rinascimentale quando, in lontananza, scorsi un gruppetto di ragazzi, che faceva capannello sul ciglio della via, come in attesa di qualcuno. Appena fummo più vicine, tra gli altri, riconobbi Ottavio, Luigino e Mauro. M’accors,i che fumavano con pose da uomini vissuti. Erano, senz’ombra di dubbio, appostati sul percorso della nostra camminata, per incontrare noi. Si lanciavano. Erano i primi approcci con l’altro sesso anche per loro. Fecero un timido cenno di saluto con il capo. Noi piccole rispondemmo. Si mossero con circospezione, capii, che temevano le signorine ma, visto che loro non badavano troppo a loro, presero coraggio, e s’avvicinarono. Mauro affiancò la sua amata Zita, e iniziò a chiacchierare con le gemelle. Luigino e Ottavio si diressero verso di me e la mia adorata Jaspreet. Solo ora, che racconto i fatti, riconosco, che ebbero una gran faccia di bronzo. Ero agitatissima. Il cuore batteva a mille: avevo paura che l’istitutrice venisse a sgridarci, e facesse una “piazzata” per la via. Dopo un ciao, che oggi mi pare inappropriato definire timido, anche se tale lo giudicai, quel giorno, Luigino mi volle presentare Ottavio ma, quando lui porse la mano, non gliela strinsi. Non potei proprio.

Guardai prima la sua faccia, e poi la mano.  «Vuoi bruciarmi?» chiesi, in tono brusco, indicando le dita con un gesto esitante.

Lui fissò la sua mano, e aprì le palpebre. «Scusa. Sarà l’emozione», disse col viso in fiamme, gettando a terra il mozzicone, che reggeva tra l’indice e il medio, e avvitandovi sopra la punta della scarpa. Povero tesoro. Ora mi viene da pensare che, forse, la sigaretta era l’appiglio, cui s’era affidato, per farsi coraggio.

«Piacere, Michela», esclami, porgendogli la mano.

«Molto lieto, Ottavio. Non vedevo l’ora di conoscerti. Sono perdonato?» domandò meno, e con il viso non più rosso porpora ma grigio. Grigio cadavere.

«Sì. Certo», replicai con generosità, come vedevo fare nei film o leggevo nei romanzi d’amore.

Finalmente avevo stretto la mano al mio Ottavio e ora, quando lo incontravo, potevo salutarlo e scambiare qualche parola con lui, senza essere giudicata una sfacciata. I giorni seguenti, quella piccola gioia fu guastata dai miei pensieri, sempre troppo severi, e dai desideri reconditi, alimentati dalla mia fervida inventiva, che si scontravano con la prosaica realtà. Mi resi conto, che il secondo incontro con Ottavio era stato persino meno romantico del primo. Che delusione: nulla accadeva come nei sogni. Avevamo corso il rischio d’ustionarci davanti alla Pieve, la sua stretta era indecisa e la mano molliccia di sudore.

Ho capito che i sogni sono molto più accattivanti della realtà.

Subito dopo le presentazioni, Ottavio estrasse dalla tasca un mazzetto di fiori, e me lo porse.

«Tieni, Michela. Sono per te », disse, guardando per terra, accanto a me.

«Grazie», risposi, osservando prima il ramoscello, non troppo convinta, e dopo tra i miei piedi, per vedere che cosa ci fosse. Non c’era niente. Rimasi sorpresa. “Mi sta prendendo per i fondelli? Che fiori mi regala?” mi chiesi. Erano semplici fiori di campagna. Intuii che era andato per solchi, a raccogliere germogli per me, quando mi accorsi che le distese verdi, fino a una settimana prima, erano diventate tutte gialle a perdita d’occhio davanti a me. Avrei preferito uno stelo di calicanto o, piuttosto, un mazzetto di primule e violette, ma dovetti accontentarmi di un’infiorescenza di fiori di colza. Ottavio scelse un omaggio poco romantico, ma di certo più piccante. A ogni modo, conservo ancora quei fiorellini fra le pagine di un libro.

Mi sentivo al settimo cielo. L’emozione era troppo intensa e quel pomeriggio non riuscii a concentrarmi nello studio. La notte stentai a prendere sonno.

L’indomani, all’uscita da scuola, Ottavio si avvicinò, e mi porse un biglietto, che feci scivolare in fretta nella tasca della giacca. Non volevo farmi scoprire dalla signorina Mariella. Temevo, che mi giudicasse male.

Iniziò, in tal modo, un tenero e innocente scambio di messaggi d’amore fra noi. Eravamo cotti l’uno dell’altra. E così lui fu solo mio e io divenni la sua ragazza. La corrispondenza continuò per mesi, anche durante il periodo estivo. Lui spediva le lettere a casa, ad Aqueterne. La mamma non approvava il mio filarino, sosteneva che eravamo troppo giovani, ma non si oppose mai a quell’ingenuo scambio di messaggi. La mia storia d’amore con Ottavio dura da quasi otto mesi. È un tempo infinito.

Scrivere lettere d’amore rompe un po’. Non fa per me. È da qualche settimana che non rispondo alle sue lettere. Ora sono disorientata e pentita, ma non se in quale ordine. Voglio riflettere attraverso la scrittura, ed è anche per questa ragione che scrivo. È successo qualcosa, forse ho fatto una sciocchezza. Mi piace un altro. Penso spesso a lui e la faccenda ha fatto saltare il mio equilibrio. Dopo aver tanto sognato l’amore con Ottavio, e averlo ottenuto, ho scoperto che “può piacermi anche un altro”. La cosa mi disorienta. Mi sento in colpa e confusa. Non credevo, che potesse capitare una tale evenienza. Che strani scherzi fa il cuore? È un pasticcio tremendo. Per punirmi, ho giurato a me stessa che non riprenderò la corrispondenza con Ottavio. Lui merita una ragazza migliore di me. Scrivere il diario mi ha aiutato a capire che ho parecchi problemi: il rapporto conflittuale con la mamma, il dolore inespresso per il babbo, l’amore, gli esami, i ragazzi, le amiche.

Devo trovare risposte dentro di me per tutto ciò che riguarda la sfera degli affetti e questo è molto complicato. Strano a dirsi, il compito meno arduo è passare gli esami di terza media. Basta studiare e la cosa è fatta.

Analizzare e conoscere la mia anima è molto più difficile. Tentare di comprendere il cuore di un’altra persona equivale a esplorare un abisso buio e senza fine.

L’amore è un ingarbuglio tremendo.


Caro Diario

Da quando ho il taccuino, c’è sempre un nuovo ricordo alla soglia della memoria, un pensiero, un sentimento, una riflessione, che vuole essere scritta.

Oggi è di scena l’amore. Di nuovo l’amore.

Eccolo qua. Ritorna alla mente Sandro, il primo ragazzo che ha turbato il mio cuore. Lui è un tipo belloccio, niente male, ha i capelli biondi, un po’ mossi e gli occhi azzurri, è alto e di corporatura media. La sua caratteristica principale, però, non è la bellezza, ma l’originalità. Veste in maniera moderna e anticonformista con jeans, camicie colorate, giacconi corti, pantaloni aderenti e stivaletti con il tacco alto, e, da grande, vuole fare il cantante rock.

Sandro è stato il primo adolescente per il quale ho provato emozioni intense e inspiegabili. Il cuore batteva forte, quando lo incontravo, la testa girava, e sentivo un’insolita morsa allo stomaco. Stavo male, e non riuscivo a tenere a bada le mani, che tremavano per l’inquietudine e l’ansia.

Questi malesseri mi spaventavano moltissimo, e speravo che, con il tempo, si attenuassero, ma non c’era nulla da fare. Bastava vederlo o, anche solo pensare a lui, che si ripresentavano. Se la mamma, la zia o chiunque altro faceva il suo  lo nome, partiva un colpo al cuore, avvampavo, e fuggivo, per non dare a vedere il mio disagio.

I turbamenti si presentavano anche a scuola, appena le compagne accennavano a lui con ammirazione. Allora era tutto un susseguirsi di tonfi, aritmie cardiache e respiri affannosi, che mi frastornavano, fino a ubriacarmi. Insomma, era sufficiente sentire l’eco del suo nome, per inebriarmi d’amore e troppo ossigeno.

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Ambasciatrici d’amore.


Il giorno dopo la festa, mentre entravo in teatro per la pausa pomeridiana, le “Piper girls” mi vennero incontro concitate e festose. Una di loro domandò, dove fossi finita la sera precedente. Rimasi sorpresa: non credevo, che avessero notato la mia assenza. Risposi, che ero andata a prendere il fresco sulla scalinata, e a guardare le stelle di maggio. «Male, male», commentò una di loro. «Non hai avuto freddo?» volle sapere. Mentre spiegavo, che ero stata bene, due delle piperine si scambiarono occhiate d’intesa, e le altre ridacchiarono. Notai, che tutte loro avevano sguardi luccicanti e pieni di gioia, e non potei fare a meno di pensare alla tristezza che anneriva il mio cuore, come le nuvole scure il cielo di pioggia. Convinta che si burlassero di me, chiesi perché. «Perché hai fatto conquiste», affermò Margherita. Le gettai addosso un’occhiata, come volessi incenerirla. Poi mi feci largo tra loro, per raggiungere Jaspreet, la mia amica del cuore, mandandole tutte a quel paese, convinta che parlassero di Roberto. Ma alle mie spalle, udii la voce di Margherita. «Ottavio voleva conoscerti. Ha una cotta per te che, a momenti, moriva, quando non ti ha più visto», diceva.

Non capii più niente. Mi fermai. Slam! Tuffo al cuore, lingua incollata al palato, e mille pensieri presero a correre nella mente. E che cacchio, quante complicazioni per una serata mondana.

«Davvero?» domandai, appena mi riebbi dalla sorpresa. Annuirono in sei.
«Mi state prendendo per i fondelli?» chiesi, sospettando, che mi avessero letto nel cuore.
«No. Domanda alla signorina», aggiunse Margherita.
Anche l’istitutrice sapeva. Io ero l’unica tonta, che non s’era accorta di nulla. Chi ci capiva qualcosa era brava, pensai.

Le storie sentimentali sono un casino. Dunque, mentre io piangevo insieme al cielo stellato, Ottavio mi cercava, ed era triste come me. La notizia, anziché farmi felice, mi rese folle di rabbia. Mi posi mille interrogativi. Chi era Ottavio: uno stronzo o un gran furbo? Aveva trascurato Maria per me? No, non potevo accettarlo. Perché aveva ballato con tutte e mai con me, l’unica che desiderava? Aveva sviato i sospetti, per proteggermi oppure, oppure… ?
Tanti dubbi e una sola verità: Ottavio aveva fatto soffrire me, e aveva ferito Maria.

La magia del ballo di Maggio era svanita per sempre, e non sarebbe ritornata mai più.

L’ambasciata delle mie compagne ebbe un effetto dirompente, però il mondo implose dentro di me, e su tutto cadde il silenzio. Ancora più fui turbata dalle parole della signorina Mariella. Era vero, mi disse. Le amiche non avevano mentito. Ottavio voleva me. Lo sapevano tutti. Solo io ero all’oscuro di tutto.
Mi sentii una piccola fata ignorante in fatto di ragazzi e strategie d’amore. Avevo tanto da imparare, prima di comprendere com’era fatta l’altra metà del mondo.

Il ballo.


Maria e Carla arrivarono alla festa di Maggio con Ottavio e Luigino, i rispettivi ragazzi, e si sistemarono in platea tra gli altri invitati. Invece, io presi posto in galleria, tra le  convittrici e, da lì, potei apprezzare al meglio le coreografie di una tarantella, un valzer viennese e il balletto degli spazzacamini con una sgambettante Mary Poppins. Le piccole ballarono il surf e “Santa Lucia”. Trovai divertenti le scenette comiche, e mi commosse un po’ l’esibizione della signorina Mariella che, a fine spettacolo, intonò “Il valzer delle candele.” La canzone evocò emozioni che ben conoscevo: il distacco dalle persone amate, il dolore, l’accettazione della realtà, la speranza.  Continua a leggere

Con 24mila baci.


Caro Diario,

Correva l’anno 1963, quando Sandro improvvisò un concerto nella piazzola della contrada del Feudo Antico con “Rock around the clock” e altre canzoni incomprensibili, dal ritmo sfrenato.
Appena finì, partirono applausi incontenibili e grida d’entusiasmo. Non mancò un fischio da pecoraio, ma non so chi fu l’artefice.  Poi alcuni bambini, i più scalmanati del gruppo, vollero intonare anche loro un brano di successo.
Scelsero “Con 24 mila baci” di Adriano Celentano.
Quegli svitati dei miei compagni, piegati sulle ginocchia, ancheggiando e contorcendo Continua a leggere

Sandro era proprio un tipo rock.


Caro Diario

Ho narrato una parte dell’infanzia, il principio di tutto. Ci sono altri eventi, che vogliono essere scritti, e spiegati. Riflettere aiuta a capire, e ad accogliere i ricordi nell’anima, dove diventano memoria. E la memoria, che si fa scrittura, è anima per sempre.

Scriverò un po’ alla volta, per non scordare il mio tempo, e accogliere il dolore. Però, oggi ho voglia di cose frivole: canzoni, riviste e cotte.

Leggo molti giornali per adolescenti: “Big”, “Ciao” e “Amici”. Passo molto tempo tra le mie riviste. Continua a leggere