Audiolibri


Le favole dentro la borsa

Che bello ascoltare le favole della buonanotte. http://www.spreaker.com/show/2379128/episodes/feed

Podcast per ascoltare storie.


Buon sabato a tutti.

Ho iniziato a pubblicare il primo racconto dell’audio libro “Le favole dentro la borsa”. Buon ascolto ai bambini, ai nonni, alle amiche che stanno preparando il pranzo o che sono in viaggio  o che fanno una passeggiata… e a coloro i quali amano le storie per bambini di ogni età.

Buon ascolto. (Perdonate le imperfezioni)

Giuseppina D'Amato

Le favole dentro la borsa, raccolta di fiabe e racconti di Giuseppina D’Amato. Voce narrante di Chiara Messina.

Ascolta https://www.spreaker.com/user/9787801/01-la-fantastica-storia-di-tempo-21-11-1 (primo racconto, La fantastica storia di tempo).

Download  https://www.spreaker.com/episode/11909617 (link diretto).

Revontulet, la volpe di fuoco.


Una novella breve, ambientata in Finlandia che narra la storia di Lucia, una giovane pittrice, di cui s’intuisce la vita e il travaglio interiore. Un passato di dipendenza, domande irrisolte, un lutto recente e la voglia di sparire. Poi la leggenda di Revontulet, la volpe di fuoco, lo spettacolo della volta celeste e un’aurora boreale giungono a rappresentare la salvezza che viene dalla terra e dal cielo.

La casa di conchiglie nel deserto.


La casa di conchiglie nel deserto di Chiara Messina  è una novella che insegna l’importanza dell’amore all’interno del nucleo familiare. Protagonista è un adolescente che, attraverso un distacco, impara che l’amore e il senso d’appartenenza travalicano le distanze geografiche, e sopravvivono nel cuore di chi sa amare.

Quattro storie sulla speranza.


“Quattro storie sulla speranza, Consolazione”, ovvero quattro racconti di formazione consigliati a ragazzi e giovani adulti, ma anche a genitori ed educatori. L’autrice narra quattro storie di cambiamento che conducono i giovani protagonisti verso la maturità.

Nella storia “Lo sguardo di cobalto” troviamo Michael, ragazzino confuso e ribelle, che conduce una vita marginale. Frequenta amici sbandati, uniti intorno al capo carismatico di una gang di teppistelli drogati, che come lui vivono in una periferia fumosa e alienante, metafora di molte città.

Il ragazzo, prima di toccare il fondo, avverte il desiderio di cambiare la propria esistenza, finché, un giorno, un evento drammatico sconvolge la sua esistenza.

Anni dopo, lo ritroviamo altrove a vivere una vita attiva e piena. Però, un pungente rimorso attanaglia il suo cuore, mentre nel suo sguardo passano le ombre del passato e una ragazza dagli occhi color cobalto tormenta le sue notti insonni.

Le altre storie affrontano temi difficili: l’adolescenza, le relazioni familiari, l’uso di sostanze psicotrope, la fede, il lutto, la vita ultraterrena.

Famiglie difficili.


📌Buon lunedì a tutti. Oggi, lunedì  20 marzo 2017, il blog non sarà aggiornato. Pubblicherò un nuovo capitolo martedì 21. Ciao, a presto.

Mercoledì, 14 dicembre 1966

Caro Diario

Ieri sera la televisione trasmetteva il film “Il seduttore” con Alberto Sordi. Abbiamo riso; non so quanto.

Ho appena scritto una lettera di protesta alla rivista “Giovani”, perché la redazione non m’invia il materiale del club.

Da qualche mese sono iscritta al “Club Giovani”. Ho aderito alla loro iniziativa per avere l’omonimo mensile. Non esistono molti giornali per noi adolescenti e mi pare eccezionale l’idea di un periodico dedicato ai ragazzi. Sono una persona che legge volentieri, ma non sempre le letture sono adatte a me. Questo giornale riempie un vuoto editoriale e soddisfa le mie esigenze di lettrice giovane e moderna. Mi allettava molto l’idea di ricevere il giornale, la tessera e le spille riservate ai soci.

L’iscrizione al club era indispensabile per ricevere il periodico. Spedii, quindi, il modulo d’associazione e anche le cinquecento lire richieste ai soci. Da allora, tutti i giorni, aspetto con ansia l’arrivo della pubblicazione e delle cose cui ho diritto. Le mie aspettative, purtroppo, sono disattese. Il materiale promesso tarda troppo ad arrivare. Oggi, che sono particolarmente incavolata, ho scritto una lettera di protesta, per reclamare ciò che mi spetta. Il messaggio ha un tono perentorio: se non possono spedirmi la tessera, il giornalino e tutto il resto, devono restituirmi almeno i soldi, o meglio i francobolli che ho inviato. Ho aggiunto, infine, che la pazienza ha un limite. In questo periodo, per ingannare la noia, ho letto una miriade di libri, tanti fumetti, giornalini, fotoromanzi e riviste.

Sono molto seccata per questa storia del club. In più ho finito i soldi e non ho neanche un francobollo. Devo per forza consegnare le lettere alla direttrice per poterle spedire. Lei metterà in nota il costo dell’affrancatura e la mamma troverà un bel conto da pagare alla fine dell’anno: spendo tanto in dolciumi, quaderni, giornalini, francobolli e cinema.

Se arrivasse una lettera di Nina o di qualche altra amica mi distrarrei un po’, invece nessuno mi pensa, e qui non ci sono passatempi. Non rimane che il diario. Scrivere è un gran bel diversivo. A volte è come reinventare il passato, in altri casi equivale a raccontarsi il futuro. Ora, ad esempio, ripenso a un altro episodio della vita di Nina. Si è capito che Gino è cotto di lei, e spasima per avere un bacio. Una volta, con i soliti modi da teppista, la costrinse in un angolo del cortile sotto casa, e si avvicinò per baciarla. Lei, però, lesta si pose le mani sulla bocca, perché è molto contegnosa e non permette a nessuno di darle baci in bocca.

Gino, allora, si rivolse a  Zita. «Vieni qui. Dai una mano a tua sorella. Tu sei esperta di baci sulla bocca», esclamò, prendendosi gioco di lei.

Zita, che è un’oca, corse, prese le mani della sorella e le tolse dalla bocca. Le labbra di Gino stavano per toccare quelle di Nina, quando lei si divincolò, riuscendo a liberarsi dalla morsa. Lo schiaffo sonoro, che mollò sulla faccia di Gino, lasciò le impronte delle dita per molte ore.

«Azz, che pappina», esclamò Gino, massaggiandosi la guancia rosso fuoco, e l’amore divampò più potente di prima.

Il giorno dopo il ragazzino comparve in cortile, nel luogo del ceffone, trasse dalla tasca dei calzoni un gessetto azzurro, e incominciò a tratteggiare sul muro un volto di donna. Le gemelle osservavano la scena dalla finestra, e notarono che il disegno ricordava, in modo vago, le fattezze del viso di Nina. Mentre erano affacciate, ridacchiavano divertite. Il padre, attratto dalle loro risatine, le raggiunse per vedere che cosa stesse succedendo giù in strada. Nel preciso istante in cui l’uomo sporse la testa fuori dalla finestra, Gino incominciò a baciare il ritratto sulla parete.

«Che fai? Baci l’intonaco? Vattene, mascalzone, altrimenti vengo giù io. Ti do io i baci. Ti do! Ti faccio vedere i baci che volano!» lo minacciò il babbo delle ragazza. Così dicendo, agitò la mano in direzione del ragazzo, che corse via a gambe levate. Gino non è mai riuscito a conquistare il cuore di Nina. Lei è innamorata di Toni che, a suo dire, è un giovanotto alto, biondo, di bell’aspetto, nonostante due denti rotti.

«Che sono due denti spezzati a causa di una caduta in bicicletta, in fondo? A me non dispiace questo piccolo difetto. Lo amo, perché è ponderato e affettuoso», ripeteva, spesso.

Forse non è giusto affermare “lei ama Toni”,  sarebbe meglio scrivere “amava”, poiché nell’ultima lettera rivela d’essersi invaghita d’Andrea, quel giovane “capellone” di cui parla. Spero che Nina non lasci il suo Toni per questo giovanotto zazzeruto che, tra l’altro, è troppo vecchio per lei.

Giovedì, 15 dicembre 1966

Consuelo mi ha chiesto di diventare sua amica, ho risposto che devo pensarci. Magari chiederò consiglio a Jaspreet prima di decidere. Lei, da qualche giorno, è un po’ meno antipatica con me, forse non mi considera più insignificante. Certo il ricordo di quest’attributo mi ossessiona ancora. Non riesco a perdonarla per avermi affibbiato quest’appellativo. Alcuni giorni fa anche Giselle mi chiese di diventare la sua confidente del cuore. Rifiutai. Adesso, però, sono pentita. Vorrei essere sua amica, ma lei passa il tempo con Linda. Però, quando mi vede, continua a sbaciucchiarmi ed è molto affettuosa anche se, a volte, noto strani cambiamenti in lei. Non vorrei che la vicinanza di Linda le nuocesse fino a farla diventare meschina, ladra e dispettosa come lei. Mi auguro che Giselle si accorga in tempo d’essere in compagnia di una persona sbagliata. Linda è una ragazza da schivare. Bisogna guardarsi bene da lei. Nessuno dovrebbe starle vicino. È contagiosa la sua cattiveria. È proprio stramba e meschina. Oggi mi ha fatto leggere un biglietto di Giselle. Il messaggio dice “Mi piace imitarti. Ti ammiro tanto. Vorrei essere simile a te. Giselle”.

E come sorrideva, la perfida, mentre leggevo lo scritto. Infine, ha esclamato «Che scema. Giselle non ha carattere.» Linda è crudele e non vuole bene alla sua amica. Lei, secondo me, non è affezionata a nessuno. Ho molti dubbi sull’autenticità del biglietto. Non mi fido, potrebbe averlo scritto lei stessa. Linda è troppo arrabbiata per amare qualcuno. Un giorno dello scorso anno, che era in vena di confidenze, mi rivelò alcune cose spiacevoli.

Stavamo passeggiando in cortile, quando iniziò a raccontare della sua famiglia. «Mio fratello e mia sorella non sono affettuosi con me. Si comportano male. Mi odiano e mi considerano un’estranea», raccontò corrucciata. La sua dichiarazione mi sorprese. Pensai che mentisse, per attirare la mia attenzione. «Come mai?» chiesi.
Lei mi squadrò. «Perché non sono miei fratelli», sostenne, mordicchiandosi il labbro.
Spalancai le palpebre. «Che cosa sono, allora?» volli sapere.
Lei chinò la testa di lato. «Loro, in realtà, sono i miei fratellastri», disse, guardandomi dritto negli occhi, per vedere la mia reazione.
Aggrottai le ciglia. «Ah!» dissi, e rimasi a bocca aperta per la scoperta.
Lei fece una smorfia, simile a un ghigno. «Sono figlia di secondo letto», asserì, accentuando la contrazione della bocca.
Annuii più volte con cenni del capo. «Che cosa significa? Che qualcuno si è sposato due volte?» domandai non troppo sorpresa. Anche lei assentì. «Certo. Il babbo è vedovo della prima moglie, la madre dei miei fratellastri», disse, ridendo in modo scomposto.
La sua risata mi spaventò: era più vicina a un grido che al riso. «Ho capito», commentai con un certo imbarazzo.
Lei si rabbuiò in volto. «Non hanno mai perdonato a papà d’essersi risposato, dopo la morte della loro mamma», ammise a testa bassa.
Capii che era sincera. «Sono entrambi crudeli con te?» domandai.
Lei scosse la testa, esitante. «Mio fratello non tanto. Lui è il maggiore ed è più maturo», disse in tono pacato. La storia della sua famiglia incominciava a interessarmi. «Invece tua sorella?» chiesi.
Lei stirò gli angoli della bocca. «Non perde occasione per insultarmi», confessò con un’espressione disgustata.
Sollevai un sopracciglio, incredula. «Che cosa ti dice?» volli sapere. Lei fece spallucce. «Ripete che non sono una vera sorella. “Sei un mezzo sangue. Sei la metà di tutto. Fai ribrezzo. Sei una bastarda. Mi fa schifo averti per sorellastra”.  Me lo dice all’insaputa di mamma e babbo», ammise la mia compagna.

Con tali crudeli affermazioni la sorella le ricorda la sua incomoda condizione d’usurpatrice e Linda deve essere molto ferita da tanta cattiveria. Rimasi molto dispiaciuta nell’udire la sua storia.  «I tuoi genitori non la rimproverano?» domandai. Lei si fermò davanti alla balaustra. «Sì, ma lei continua. M’insulta quando loro non sentono», disse, ponendo le mani sui fianchi.  Ero entrata nella parte, ed esclamai «Tu diglielo».
«Gliel’ho detto», rispose, picchiettando un piede a un ritmo, che sentiva solo lei.
«E che cosa è successo?» incalzai. Lei fece un cenno di diniego, e strinse le labbra. «Per porre fine alla faccenda spedirono mia sorella in collegio», ammise. Rimasi senza parole, sbarrai gli occhi, e strinsi le labbra, sollevando il mento.

Di fronte alla mia espressione incredula, Linda narrò che la sorella era rimasta orfana a cinque anni. Aveva molto sofferto per l’improvvisa morte della mamma e non aveva accettato la nuova donna, che vedeva accanto al papà. La bambina doveva essersi convinta che la seconda moglie, giunta in casa un anno dopo la morte della madre, avesse fatto scomparire la propria mamma. Quando nacque Linda, la gelosia raggiunse l’apice. Più volte la ragazzina tentò di capovolgere la culla in cui lei dormiva e non mancarono neppure i tentativi di soffocamento.

A suo dire, prima o poi, la sorellastra avrebbe risolto il problema “Linda” in modo definitivo, se non fossero intervenuti i genitori. I gesti di violenza fisica e verbale non si placarono, come i genitori avevano sperato. Anzi, quando Linda crebbe, si fecero più intensi. Così la ragazzina fu mandata in collegio, qui a Castro, per frequentare la scuola media. Dopo il diploma all’Istituto Commerciale di Castro, la ragazza tornò a casa e Linda fu spedita in convitto, perché le sorelle non possono convivere sotto lo stesso tetto.

Linda soffre e non comprende la decisione familiare: è troppo piccola per capire e accettare le scelte dei grandi. Fatto sta, che l’allontanamento l’ha resa cattiva e crudele con tutti, perché non si sente amata. Lei è convinta che sua madre l’abbia respinta perché colpevole, cattiva, non buona.

«Se mi avesse amato, non si sarebbe separata da me», afferma, a volte.

Linda non ha accettato il distacco dalla mamma e reagisce con strani comportamenti. È dispettosa, ribelle e ladra. Ruba senza rendersene conto. Vuole qualcosa dagli altri. Sottrae oggetti per chiedere amore.

I rapporti familiari, per me, sono incomprensibili. L’amore, l’amicizia, l’affetto tra amiche sono sentimenti impenetrabili. I legami, la confidenza e l’attaccamento creano nella mia anima un certo disagio. Non sono capace di coltivare relazioni d’amicizia e affetto, e mi distacco dopo un po’. Poi ho pentimenti e rimpianti per l’amica perduta. La paura d’essere inadeguata m’impedisce di esprimere i miei sentimenti. Temo di non essere compresa. Ho paura di venire respinta e rifiutata. Per questa ragione, spesso, sono a disagio e timida, fino alla goffaggine.

Non sono sgraziata esteriormente, sono impacciata dentro. Anche se il mio aspetto è quello di una ragazza carina, dentro di me c’è una polverosa cenerentola. Una cenerentola con le sorellastre incorporate, dato che sono figlia unica. E le sorellastre sono le mie paure, l’indecisione e la timidezza. Le amiche, alla fine, si allontanano, cercano altre compagne. Allora rimango male, e rimpiango ciò che non ho più.

L’anno scorso, nel mese di novembre, Jaspreet incominciò a essermi molto vicina. Si accostò a me dopo l’episodio dell’appellativo, e diventammo amiche senza che me ne rendessi conto. Successe in modo spontaneo, non ci fu determinazione o volontà da parte mia.Fu lei a scegliere me. Anche perché, in genere, non oso esprimere desideri. È come se fossi priva di volere. Non ardisco sperare, non ho il coraggio di chiedere. Penso molto, tuttavia. Provo sentimenti confusi, ma ho idee personali su ogni cosa e riguardo tutti.

Jaspreet, in quel periodo, mi faceva un po’ pena perché alcune ragazze la chiamavano “bastarda”. Quest’appellativo glielo aveva appioppato Rosita ed era un chiaro insulto alle sue origini meticce. Jaspreet è un tale miscuglio di razze, lingue e culture che non ha uguali in tutta Italia. L’epiteto, però, le era stato indirizzato soprattutto a causa dell’alterigia, l’antipatia, la superbia anglosassone che, spesso, sfoggiava.

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Il gattino e il bacio rubato.


Lunedì, 12 dicembre ‘66

Mattina

Il Conte di Montecristo miete vittime. Marilina, da quando si è  svegliata, non fa altro che sospirare e desiderarlo. Non siamo le uniche a spasimare per Montecristo. Siamo tutte innamorate di lui. Marisa si è svegliata con un labbro gonfio a causa di un herpes. Le ragazze, con fare malizioso, le hanno domandato che cos’avesse fatto durante la notte. «Ho dormito con Bond e Montecristo» ha risposto.

«Dormito? Non direi», ha esclamato una, ridacchiando.

Incollerò sul diario le foto di Andrea Giordana, Sean Connery e dei New Dada, appena possibile. I ragazzi del complesso “New Dada” mi piacciono. Sono dei veri “dandy”.

Stamani ho fatto le pulizie in camerata con Jaspreet. Lei voleva convincermi a spolverare, ma io sono stufa di togliere la polvere da mobili e comodini. È una faccenda barbosa e allergizzante, che nessuna vuole sbrigare. Perciò le più furbe cercano di rifilare questa mansione a un’altra.

Ho spolverato per ben tre turni, ma stamani non mi hanno incastrato. Mi sono accaparrata la scopa, e ho spazzato in fretta il pavimento.

Poi sono venuta nello studio a ripassare. Oggi devo essere interrogata in geografia. “Avrà spolverato Jaspreet?” mi domando dubbiosa.

Pomeriggio

Sono scampata all’interrogazione di latino.
“Meno male. Non ero troppo preparata”, lo riconosco. La professoressa d’italiano mi sentirà giovedì. Ho preso buoni voti in tutti i compiti in classe. Ho fatto firmare le votazioni alla direttrice, che si è compiaciuta dei risultati. Tuttavia, devo rimediare alcune insufficienze nelle interrogazioni.

Oggi, a pranzo, ho mangiato riso col brodo di fagioli, polpette di carne, cavoli e pere. A fine pranzo avevo ancora fame. Lo stomaco brontolava, allora Fiorella mi ha offerto un po’ d’olio d’oliva, quello buono di casa sua. Ho accettato volentieri, e ho cosparso l’olio profumato su una grossa fetta di pane. Poi ho aggiunto un pizzico di sale, perché il pane toscano è troppo sciapo per i miei gusti. A merenda voglio mangiare tanto. Ho un appetito esagerato in questi giorni. Sono molto affaticata e ora mi è venuto un fortissimo mal di testa. Credo sia colpa della fame.

“Ho sempre fame. Sono affamata d’amore. La deprivazione d’affetto va colmata col cibo? O, forse, devo crescere in fretta?” mi domando.

Ho finito quasi tutti i compiti. Devo studiare ancora la terza declinazione e fare un esercizio di latino. Caspita, mi tocca studiare anche francese e da sola. La direttrice dà ripetizioni, ma solo il martedì e il giovedì. Oggi, purtroppo, è lunedì.

Dopo merenda farò gli esercizi di francese.  Sono già le cinque meno cinque. Tra poco si mangia.

Martedì, 13 dicembre ‘66

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Lo scandalo.


Venerdì, 9 dicembre ‘66

Caro Diario

Ho svolto il compito in classe d’italiano. Il titolo del tema era “Parla di una persona che ti è particolarmente cara”. La traccia era facile e simpatica. È andata bene. Ho descritto la mamma.

Linda è stata una delle prime a finire, e a consegnare il compito. La professoressa ha scorso il tema, poi è avvampata. Ha convocato la mia compagna alla cattedra e le ha chiesto «Sai che cosa vuol dire…?»

Non ho sentito le parole imputate, poiché sono seduta al secondo banco e la signorina ha abbassato la voce.

«No», ha risposto Linda.

«Cercale sul vocabolario. Vai dal bidello, fatti dare un dizionario, e trova il significato di questi vocaboli», e, così dicendo, ha evidenziato con la matita rossa e blu alcune parole sul foglio protocollo.

Non ho mai visto una professoressa tanto contrariata. Domanderò a Linda che cos’ha scritto nel tema.

Sabato, 10 dicembre ‘66

Sera

Lo scandalo.

Poco fa ho preso uno spavento inimmaginabile. Stavo scrivendo il Diario, e guardando “Carosello”, quando a un tratto è arrivata Linda, si è avvicinata, e ha sussurrato all’orecchio che la miss vuole noi di terza media in direzione. Ho fatto segno di seguirci anche a Giselle, Consuelo, Marilina e Jaspreet, e siamo andate nello studio della signorina.

«Sedete. Devo parlarvi di cose importanti», ha preannunciato la miss, mentre ci osservava con espressione severa.

“Tira aria di lavata di capo”, ho pensato. Oggi pomeriggio è andata ai colloqui con i professori, perché era stata convocata dal preside con urgenza. Si è rivolta a me e a Giselle, e ha affermato «Voi due siete a posto. I vostri insegnanti sono abbastanza soddisfatti. Ancora un piccolo sforzo, e supererete l’esame senza problemi», ha affermato.

“Caso strano. Siamo state graziate”, penso, mentre racconto gli strani eventi di questi giorni.

Poi ha sorriso in modo affabile, ha aggiunto che sono una ragazzina seria e studiosa, e ha invitato me e Giselle a tornare in sala TV.

“Sono stupita. È la prima volta che è contenta di me”, considero, ma non me la bevo. Deve esserci dell’altro: una strategia che non mi spiego.

Consuelo, Marilina e Jaspreet ne hanno sentite di tutti i colori. La miss è furibonda con loro, rischiano la bocciatura. Linda è stata l’ultima a ritornare nel salottino. Aveva un’aria affranta e gli occhi lucidi. “Domani mi farò raccontare tutto”, ho pensato.

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Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo l’incidente, papà riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. «Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego più leggero. Purtroppo, è stato licenziato, perché zoppica. Non è più idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre più di me?» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. «Niente, niente», la rassicurava.  «È che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loro che,  appena lo vedono, si attaccano», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papà aveva fatto, suo malgrado.

«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, è un bel giovane. Però, ce ne sono tanti più belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e una», commentava mia madre, scuotendo la testa.

La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

«Me lo tengo», terminava. «Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dell’onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papà, malgrado la pena dei continui tradimenti. C’era l’onore da preservare e anche il mio futuro.

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L’ultima possibilità.


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finché un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonò. Lei diede un’occhiata dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste, si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. Aprì l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma  io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legna le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mamma prese la giacca e la borsetta, a me mise il cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedé accanto al cugino e fui portata in campagna da nonna Beatrice. La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano. Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so, allora il tempo non contava,  la mamma e lo zio ritornarono. C’era anche papà con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece,  tornò nera e con un muso lungo, neanche  si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e lei sembrava sempre più triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui  era una cosa meravigliosa, rideva con me, mi faceva giocare, bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentre papà riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavo «Che cosa vuol dire? Perché?» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisce», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno  potevo supporre l’influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtà oggettiva. La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

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