Famiglie difficili.


šŸ“ŒBuon lunedƬ a tutti. Oggi, lunedƬ Ā 20 marzo 2017, il blog non sarĆ  aggiornato. PubblicherĆ² unĀ nuovo capitolo martedƬ 21. Ciao, a presto.

MercolediĢ€, 14 dicembre 1966

Caro Diario

Ieri sera la televisione trasmetteva il film ā€œIl seduttoreā€ con Alberto Sordi. Abbiamo riso; non so quanto.

Ho appena scritto una lettera di protesta alla rivista ā€œGiovaniā€, percheĢ la redazione non mā€™invia il materiale del club.

Da qualche mese sono iscritta al ā€œClub Giovaniā€. Ho aderito alla loro iniziativa per avere lā€™omonimo mensile. Non esistono molti giornali per noi adolescenti e mi pare eccezionale lā€™idea di un periodico dedicato ai ragazzi. Sono una persona che legge volentieri, ma non sempre le letture sono adatte a me. Questo giornale riempie un vuoto editoriale e soddisfa le mie esigenze di lettrice giovane e moderna. Mi allettava molto lā€™idea di ricevere il giornale, la tessera e le spille riservate ai soci.

Lā€™iscrizione al club era indispensabile per ricevere il periodico. Spedii, quindi, il modulo dā€™associazione e anche le cinquecento lire richieste ai soci. Da allora, tutti i giorni, aspetto con ansia lā€™arrivo della pubblicazione e delle cose cui ho diritto. Le mie aspettative, purtroppo, sono disattese. Il materiale promesso tarda troppo ad arrivare. Oggi, che sono particolarmente incavolata, ho scritto una lettera di protesta, per reclamare cioĢ€ che mi spetta. Il messaggio ha un tono perentorio: se non possono spedirmi la tessera, il giornalino e tutto il resto, devono restituirmi almeno i soldi, o meglio i francobolli che ho inviato. Ho aggiunto, infine, che la pazienza ha un limite. In questo periodo, per ingannare la noia, ho letto una miriade di libri, tanti fumetti, giornalini, fotoromanzi e riviste.

Sono molto seccata per questa storia del club. In piuĢ€ ho finito i soldi e non ho neanche un francobollo. Devo per forza consegnare le lettere alla direttrice per poterle spedire. Lei metteraĢ€ in nota il costo dellā€™affrancatura e la mamma troveraĢ€ un bel conto da pagare alla fine dellā€™anno: spendo tantoĀ in dolciumi, quaderni, giornalini, francobolli e cinema.

Se arrivasse una lettera di Nina o di qualche altra amica mi distrarrei un poā€™, invece nessuno mi pensa, e qui non ci sono passatempi. Non rimane che il diario. Scrivere eĢ€ un gran bel diversivo. A volte eĢ€ come reinventare il passato, in altri casi equivale a raccontarsi il futuro. Ora, ad esempio, ripenso a un altro episodio della vita di Nina.Ā Si eĢ€ capito che Gino eĢ€ cotto di lei, e spasima per avere un bacio. Una volta, con i soliti modi da teppista, la costrinse in un angolo del cortile sotto casa, e si avvicinoĢ€ per baciarla. Lei, peroĢ€, lesta si pose le mani sulla bocca, percheĢ eĢ€ molto contegnosa e non permette a nessuno di darle baci in bocca.

Gino, allora, si rivolse aĀ Ā Zita. Ā«Vieni qui. Dai una mano a tua sorella. Tu sei esperta di baci sulla boccaĀ», esclamĆ², prendendosi gioco di lei.

Zita, che ĆØ unā€™oca, corse, preseĀ le mani della sorella e le tolseĀ dalla bocca. Le labbra di Gino stavano per toccare quelle di Nina, quando lei si divincoloĢ€, riuscendo a liberarsi dalla morsa. Lo schiaffo sonoro, che molloĢ€ sulla faccia di Gino, lascioĢ€ le impronte delle dita per molte ore.

Ā«Azz, che pappinaĀ», esclamoĢ€ Gino, massaggiandosi la guancia rosso fuoco, e lā€™amore divampĆ² piĆ¹ potente di prima.

Il giorno dopo il ragazzino comparveĀ in cortile, nel luogo del ceffone, trasse dalla tasca dei calzoni un gessetto azzurro, e incomincioĢ€ a tratteggiare sul muro un volto di donna. Le gemelle osservavano la scena dalla finestra, e notarono che il disegno ricordava, in modo vago, le fattezze del viso di Nina. Mentre erano affacciate, ridacchiavano divertite. Il padre, attratto dalle loro risatine, le raggiunse per vedere che cosa stesse succedendo giuĢ€ in strada. Nel preciso istante in cui lā€™uomo sporse la testa fuori dalla finestra, Gino incomincioĢ€ a baciare il ritratto sulla parete.

Ā«Che fai? Baci lā€™intonaco? Vattene, mascalzone, altrimenti vengo giuĢ€ io. Ti do io i baci. Ti do! Ti faccio vedere i baci che volano!Ā» lo minacciĆ² il babbo delle ragazza.Ā CosiĢ€ dicendo, agitoĢ€ la mano in direzione del ragazzo, che corse via a gambe levate. Gino non eĢ€ mai riuscito a conquistare il cuore di Nina. Lei eĢ€ innamorata di Toni che, a suo dire, eĢ€ un giovanotto alto, biondo, di bellā€™aspetto, nonostante due denti rotti.

Ā«Che sono due denti spezzati a causa diĀ una caduta in bicicletta, in fondo? A me non dispiace questo piccolo difetto. Lo amo, percheĢ eĢ€ ponderato e affettuosoĀ», ripeteva, spesso.

ForseĀ non eĢ€ giusto affermare ā€œlei ama Toniā€, Ā sarebbe meglio scrivere ā€œamavaā€, poicheĢ nellā€™ultima lettera rivela dā€™essersi invaghita dā€™Andrea, quel giovane ā€œcapelloneā€ di cui parla. Spero che Nina non lasci il suo Toni per questo giovanotto zazzeruto che, tra lā€™altro, eĢ€ troppo vecchio per lei.

GiovediĢ€, 15 dicembre 1966

Consuelo mi ha chiesto di diventare sua amica, ho risposto che devo pensarci. Magari chiederoĢ€ consiglio a Jaspreet prima di decidere. Lei, da qualche giorno, eĢ€ un poā€™ meno antipatica con me, forse non mi considera piuĢ€ insignificante.Ā Certo il ricordo di questā€™attributo mi ossessiona ancora. Non riesco a perdonarla per avermi affibbiato questā€™appellativo.Ā Alcuni giorni fa anche Giselle mi chiese di diventare la sua confidente del cuore. Rifiutai. Adesso, peroĢ€, sono pentita. Vorrei essere sua amica, ma lei passa il tempoĀ con Linda. PerĆ², quando mi vede, continua a sbaciucchiarmi ed eĢ€ molto affettuosa anche se, a volte, noto strani cambiamenti in lei. Non vorrei che la vicinanza di Linda le nuocesse fino a farla diventare meschina, ladra e dispettosa come lei. Mi auguro che Giselle si accorga in tempo dā€™essere in compagnia di una persona sbagliata. Linda eĢ€ una ragazza da schivare. Bisogna guardarsi bene da lei. Nessuno dovrebbe starle vicino. EĢ€ contagiosa la sua cattiveria. EĢ€ proprio stramba e meschina. Oggi mi ha fatto leggere un biglietto di Giselle. Il messaggio dice ā€œMi piace imitarti. Ti ammiro tanto. Vorrei essere simile a te. Giselleā€.

E come sorrideva, la perfida, mentre leggevo lo scritto. Infine, ha esclamato Ā«Che scema. Giselle non ha carattere.Ā» Linda eĢ€ crudele e non vuole bene alla sua amica. Lei, secondo me, non eĢ€ affezionata a nessuno. Ho molti dubbi sullā€™autenticitaĢ€ del biglietto. Non mi fido, potrebbe averlo scritto lei stessa. Linda eĢ€ troppo arrabbiata per amare qualcuno. Un giorno dello scorso anno, che era in vena di confidenze, mi riveloĢ€ alcune cose spiacevoli.

Stavamo passeggiando in cortile, quando iniziĆ² a raccontare della sua famiglia.Ā Ā«Mio fratello e mia sorella non sono affettuosi con me. Si comportano male. Mi odiano e mi considerano unā€™estraneaĀ», raccontĆ² corrucciata. La sua dichiarazione mi sorprese. Pensai che mentisse, per attirare la mia attenzione.Ā Ā«Come mai?Ā» chiesi.
Lei mi squadrĆ². Ā«PercheĢ non sono miei fratelliĀ», sostenne, mordicchiandosi il labbro.
Spalancai le palpebre. Ā«Che cosa sono, allora?Ā» volli sapere.
Lei chinĆ² la testa di lato. Ā«Loro, in realtaĢ€, sono i miei fratellastriĀ», disse, guardandomi dritto negli occhi, per vedere la mia reazione.
Aggrottai le ciglia. Ā«Ah!Ā» dissi, e rimasi a bocca aperta per la scoperta.
Lei fece una smorfia, simileĀ a un ghigno. Ā«Sono figlia di secondo lettoĀ», asserƬ, accentuando la contrazione della bocca.
Annuii piĆ¹ volte con cenni del capo. Ā«Che cosa significa? Che qualcuno si eĢ€ sposato due volte?Ā» domandai non troppo sorpresa. Anche lei assentƬ. Ā«Certo. Il babbo eĢ€ vedovo della prima moglie, la madre deiĀ miei fratellastriĀ», disse, ridendo in modo scomposto.
La sua risata mi spaventĆ²: era piĆ¹ vicina a un grido che al riso. Ā«Ho capitoĀ», commentai con un certo imbarazzo.
Lei si rabbuiĆ² in volto. Ā«Non hanno mai perdonato a papaĢ€ dā€™essersi risposato, dopoĀ la morte della loro mammaĀ», ammise a testa bassa.
Capii che era sincera. Ā«Sono entrambi crudeli con te?Ā» domandai.
Lei scosse la testa, esitante. Ā«Mio fratello non tanto. Lui eĢ€ il maggiore ed eĢ€ piuĢ€ maturoĀ», disse in tono pacato. La storia della sua famiglia incominciava a interessarmi.Ā Ā«Invece tua sorella?Ā» chiesi.
Lei stirĆ² gli angoli della bocca. Ā«Non perde occasione per insultarmiĀ», confessĆ²Ā con unā€™espressione disgustata.
Sollevai un sopracciglio, incredula.Ā Ā«Che cosa ti dice?Ā» volli sapere. Lei fece spallucce.Ā Ā«Ripete che non sono una vera sorella. ā€œSei un mezzo sangue. Sei la metaĢ€ di tutto. Fai ribrezzo. Sei una bastarda. Mi fa schifo averti per sorellastraā€. Ā Me loĀ dice allā€™insaputa di mamma e babboĀ», ammise la mia compagna.

Con tali crudeli affermazioni la sorella le ricorda la sua incomoda condizione dā€™usurpatrice e Linda deve essere molto ferita da tanta cattiveria. Rimasi molto dispiaciuta nellā€™udire la sua storia.Ā Ā Ā«I tuoi genitori non la rimproverano?Ā» domandai. Lei si fermĆ² davantiĀ alla balaustra.Ā Ā«SiĢ€, ma lei continua. Mā€™insulta quando loro non sentonoĀ», disse, ponendo le mani sui fianchi. Ā Ero entrata nella parte, ed esclamai Ā«Tu diglieloĀ».
Ā«Glielā€™ho dettoĀ», rispose, picchiettando un piede a un ritmo, che sentiva solo lei.
Ā«E che cosa eĢ€ successo?Ā» incalzai. Lei fece un cenno di diniego, e strinse le labbra.Ā Ā«Per porre fine alla faccenda spedirono mia sorella in collegioĀ», ammise. Rimasi senza parole, sbarrai gli occhi, e strinsi le labbra, sollevando il mento.

Di fronte alla mia espressione incredula, Linda narroĢ€ che la sorella era rimasta orfana a cinque anni. Aveva molto sofferto per lā€™improvvisa morte della mamma e non aveva accettato la nuova donna, che vedeva accanto al papaĢ€. La bambina doveva essersi convinta che la seconda moglie, giunta in casa un anno dopo la morte della madre, avesse fatto scomparire la propria mamma. Quando nacque Linda, la gelosia raggiunse lā€™apice. PiuĢ€ volte la ragazzina tentoĢ€ di capovolgere la culla in cui lei dormiva e non mancarono neppure i tentativi di soffocamento.

A suo dire, prima o poi, la sorellastra avrebbe risolto il problema “Linda” in modo definitivo, se non fossero intervenuti i genitori. I gesti di violenza fisica e verbale non si placarono, come i genitori avevano sperato. Anzi, quando Linda crebbe, si fecero piĆ¹Ā intensi.Ā CosiĢ€ la ragazzina fu mandata in collegio, qui a Castro, per frequentare la scuola media. Dopo il diploma allā€™Istituto Commerciale di Castro, la ragazza tornoĢ€ a casa e Linda fu spedita in convitto, percheĢ le sorelle non possono convivere sotto lo stesso tetto.

Linda soffre e non comprende la decisione familiare: eĢ€ troppo piccola per capire e accettare le scelte dei grandi. Fatto sta, che lā€™allontanamento l’ha resa cattiva e crudele con tutti, percheĢ non si sente amata. Lei eĢ€ convinta che sua madre lā€™abbia respinta percheĢ colpevole, cattiva, non buona.

Ā«Se mi avesse amato, non si sarebbeĀ separata da meĀ», afferma,Ā a volte.

Linda non ha accettato il distacco dalla mamma e reagisce con strani comportamenti. EĢ€ dispettosa, ribelle e ladra. Ruba senza rendersene conto. Vuole qualcosa dagli altri. Sottrae oggetti per chiedere amore.

I rapporti familiari, per me, sono incomprensibili. Lā€™amore, lā€™amicizia, lā€™affetto tra amiche sono sentimenti impenetrabili. I legami, la confidenza e lā€™attaccamento creano nella mia anima un certo disagio. Non sono capace di coltivare relazioni dā€™amicizia e affetto, e mi distacco dopo un poā€™.Ā Poi ho pentimenti e rimpianti per lā€™amica perduta. La paura dā€™essere inadeguata m’impedisce di esprimere i miei sentimenti. Temo di non essere compresa. Ho paura di venire respinta e rifiutata. Per questa ragione, spesso, sono a disagio e timida, fino alla goffaggine.

Non sono sgraziata esteriormente, sono impacciata dentro. Anche se il mio aspetto eĢ€ quello di una ragazza carina, dentro di me cā€™eĢ€ una polverosa cenerentola. Una cenerentola con le sorellastre incorporate, dato che sono figlia unica. E le sorellastre sono le mie paure, lā€™indecisione e la timidezza.Ā Le amiche, alla fine, si allontanano, cercano altre compagne. Allora rimango male, e rimpiango cioĢ€ che non ho piuĢ€.

Lā€™anno scorso, nel mese diĀ novembre, Jaspreet incomincioĢ€ a essermi molto vicina. Si accostoĢ€ a me dopo lā€™episodio dellā€™appellativo, e diventammo amiche senza che me ne rendessi conto. Successe in modo spontaneo, non ci fu determinazione o volontaĢ€ da parte mia.Fu lei a scegliere me. Anche percheĢ, in genere, non oso esprimere desideri. EĢ€ come se fossi priva di volere. Non ardisco sperare, non ho il coraggio di chiedere. Penso molto, tuttavia. Provo sentimenti confusi, ma ho idee personali su ogni cosa e riguardo tutti.

Jaspreet, in quel periodo, mi faceva un poā€™ pena percheĢ alcune ragazze la chiamavano ā€œbastardaā€. Questā€™appellativo glielo aveva appioppato Rosita ed era un chiaro insulto alle sue origini meticce. Jaspreet eĢ€ un tale miscuglio di razze, lingue e culture che non ha uguali in tutta Italia. Lā€™epiteto, peroĢ€, le era stato indirizzato soprattutto a causa dellā€™alterigia, lā€™antipatia, la superbia anglosassone che, spesso, sfoggiava.

Jaspreet, infatti, quando voleva offendere qualche ragazza parlava in lingua inglese per non farsi capire. Fingeva di non comprendere lā€™italiano. Parlava con una spiccata cadenza britannica, pur essendo capace dā€™esprimersi in un italiano perfetto. Tutto cioĢ€ la rendeva davveroĀ antipatica e insopportabile, avvertivo lā€™ostilitaĢ€ che la circondava e provavo un poā€™ di pena per lei.

Lei si era comportata sempre bene con me, eĀ rimasi molto delusa, quando mi definiĢ€ insignificante. Pensai che, in fin dei conti, lei non era migliore di me.Ā Dopo lā€™offesa, peroĢ€, incomincioĢ€ a starmi appiccicata e cosiĢ€, se prima non mi spiegavo il motivo dellā€™insulto, poi non comprendevo il morboso e repentino attaccamento. Soprattutto non capivo come potesse disprezzarmi e voler essere mia amica allo stesso tempo. Ad ogni modo accettai, quasi subii, la sua confidenza.

Memoria Narrante, La scalinata del collegio, foto personale

Memoria Narrante, La scalinata del collegio, foto personale.

Tutte le sere, ci recavamo in cortile noi due da sole. Andavamo a sederci sulla gradinata piuĢ€ a ovest. Era autunno inoltrato e le notti incominciavano a essere fredde.Ā Jaspreet prendeva il suo pesante cappotto, un plaid, o meglio la sua ā€œcoperta di Linusā€, lā€™atlante geografico, una torcia elettrica e mi conduceva, per mano, sulla scalinata.Ā Restavamo laĢ€, per ore, a contemplare il cielo e a osservare la luna, le stelle e le costellazioni. Stavamo raggomitolate sui gradini con il cappotto sulle spalle e la copertina appoggiata sulle gambe a sognare il nostro futuro. A volte, nelle sere piuĢ€ fresche, tremavo di freddo.Ā Ā«Sento freddoĀ», dicevo Ā«Rientriamo. Prenderemo il raffreddoreĀ».

Allora Jaspreet, pur di tenermi laĢ€, segregata nel suo spazio, cingeva le mie spalle, mi stringeva a seĢ, scaldando il mio corpo e il cuore con il suo abbraccio. Era in quei momenti, che percepivo il suo infinito bisogno dā€™affetto. Non ero marginale. Lei aveva un disperato bisogno di me. Lā€™abbraccio, la prossimitaĢ€ ideale e la confidenza, peroĢ€, mi mettevano in imbarazzo. Il contatto fisico creava qualche ostacolo, e limitava la mia spontaneitaĢ€. Non osavo esprimere questo senso dā€™inibizione e neppure avevo il coraggio di manifestare i sentimenti e i pensieri piuĢ€ intimi. Mi esprimevo attraverso le azioni. Ero sincera, buona e disponibile.

Jaspreet amava guardare lā€™atlante geografico e progettare viaggi con me. Il suo gioco immaginario si spinse fino a elaborare lā€™itinerario del giro del mondo. Lei accendeva la torcia e seguiva i percorsi sulla cartina.

Primo tragitto: Castro, Roma.
Secondo percorso: Roma, Parigi.
Terza tappa: Parigi, Londra.
Poi Londra, Bombay, Calcutta, Nuova Delhi e cosiĢ€ via, on theĀ road fino in America, Africa, Oriente. Noi ci sentivano novelle viaggiatrici alla stregua dellā€™eroe Ulisse.Ā Venne lā€™inverno, e divenneĀ impossibile trascorrere in giardino le ore serali. Fummo costrette a fermarci in teatro, insieme con le altre signorine.Ā A quel punto le cose tra noi cambiarono. La nostra amicizia era sotto gli occhi di tutte. Lā€™affetto e la confidenza erano palesi e il nostro affiatamento incuriosiĢ€ alcune ragazze.Ā Altre signorine incominciarono a criticare e fareĀ commenti sgradevoli. Le ragazze sembravano tutte molto invidiose di noi.

Rosita manifestava la propria gelosia piĆ¹ di tutte le altre. Cercava di parlare con Jaspreet, tentava dā€™allontanarla da me. Le chiedeva di ballare lo shake solo con lei ed escludeva me. Compresi dā€™avere una rivale. Non mi piaceva che Rosita mostrasse un taleĀ attaccamento verso Jaspreet e tentasse di mettere me da parte.

Rosita e Jaspreet divennero amiche. Lasciai Jaspreet libera di scegliere. Soffrii molto. Crebbi. Ora, quando Jaspreet mā€™ignora, e non mi presta i giornalini, ci rimango male e mi rattristo. In questi giorni eĢ€ scontrosa con tutti, anche con me. Per fortuna cā€™eĢ€ Nina.

Potrei diventare la confidente di Giselle o di Consuelo, ma non mi va. Ho imparato a essere sospettosa, quando una ragazza domanda la mia amicizia. Provo fastidio percheĢ ricorda tanto una dichiarazione dā€™amore. Lā€™amicizia eĢ€ come lā€™amore. E lā€™amore eĢ€ anche un poā€™ come unā€™amicizia profonda.

Consuelo, oggi, mi ha fatto rivivere la stessa sensazione che provai quando Giselle mi chiese di divenire la sua amica del cuore.Ā Sono a disagio. Il fastidio sfocia in discordanza e avversione. Consuelo, in questo momento, mi sta antipatica e io vorrei essere amica di Giselle e Jaspreet.Ā ā€œChissaĢ€ se cambieroĢ€?ā€ mi domando, mentre faccio queste considerazioni sperticate.

Intanto devo pensare alle cose serie. Questā€™anno ho gli esami. Per fortuna, a scuola le cose non vanno tanto male: ho avuto sei nel compito di matematica e mezzo punto in piuĢ€ nella prova di storia. Sono rimasta delusa, poicheĢ speravo in voti migliori. Ho persino pianto, e questo eĢ€ grave, giaccheĢ non piango mai. Piuttosto divento rigida e mi prosciugo, come una fontana arida.Ā Sono inquietata, percheĢ la professoressa non mi ha interrogato in geografia.Ā Avevo studiato tanto, ieri pomeriggio.

Jaspreet ha avuto tre nella verifica di matematica. Linda e Consuelo hanno preso quattro e mezzo. Jaspreet eĢ€ castigata: niente televisione e cineforum per un mese.Ā Oggi pomeriggio, al cineforum, ho incontrato Mauro e Paolo, il cantore. Dopo un anno, ho scoperto il suo nome divino. Lui eĢ€ Paolo e io Francesca. Non so chi siano, ma le grandi parlano del loro tragico amore, che narra Dante Alighieri, il poeta fiorentino, nella Divina Commedia. Paolo e Francesca devono essere come Giulietta e Romeo.

Paolo e io ci guardiamo ammutoliti lā€™uno di fronte allā€™alta. Lui mi piace, tanto.Ā ā€œChissaĢ€ se anchā€™io gli piaccio?ā€ mi chiedo.

Questa eĢ€ lā€™etaĢ€ degli amori e si prendono facilmente le scuffie. Ho preso tante cotte che non me le ricordo tutte.Ā ā€œCi si puoĢ€ invaghire di unā€™immagine?ā€ mi domando. ā€œEĢ€ possibile amare in modo ideale un ragazzo di cui conosco a mala pena il nome? Bohā€.Ā ā€œSono pazzoide e Linda eĢ€ Ā piuĢ€ folle di meā€, mi dico.

Ieri si avvicinoĢ€ al mio banco, e volle mostrarmi alcune parole annotate sul retro copertina dellā€™antologia.Ā Guardai, e mi accorsi, che qualcuno aveva scritto, a matita Ā ā€œOggi coniugi Fabrizio e Linda Giannoniā€.Ā Ā«Che cosa significa?Ā» chiesi.
Ā«Questā€™antologia eĢ€ di FabrizioĀ», disse, con un sorrisetto furbo.
Ā«PercheĢ ce lā€™hai tu?Ā»
Ā«Me lā€™ha prestata, per copiare una poesia e ho trovato questa fraseĀ», affermĆ² tutta contenta.
Ā«AuguriĀ», esclamai, e ripresi a studiare.
Linda vuole farmi credere che Fabrizio eĢ€ cotto di lei? No.Ā Non ci casco.
Mi sa che la frase lā€™ha scritta lei, per giunta sul suo libro, solo per farmi un dispetto.
ā€œE se, invece, Fabrizio avesse unā€™infatuazione per lei? No,Ā non eĢ€ possibile. Linda eĢ€ troppo stranaā€, penso, convinta del mio giudizio.

Ecco qui, un nuovo ricordo. Sta emergendo dalla nebbia della memoria, cosiĢ€ allā€™improvviso e senzā€™alcuna connessione con quanto ho narrato oggi. Si tratta di un episodio che successe lā€™estate scorsa.Ā Durante le vacanze ad Aqueterne presi ripetizioni di francese e, due volte a settimana, mi recavo in corriera da una professoressa. La fermata dista circa un chilometro da Villa Miccioli e, per raggiungerla, bisogna percorrere un tratto di strada provinciale in aperta campagna.

La via, solitaria e poco trafficata, attraversa i campi coltivati. Vi sono solo due o tre case coloniche fra i poderi lungo lā€™intero percorso.

Un giorno, saraĢ€ stato il quindici di luglio, mentre costeggiavo la cunetta della carreggiata sinistra, per scansare i rari veicoli che passavano in direzione opposta alla mia, sopraggiunse unā€™automobile scura.

Lā€™autista, un uomo di mezzā€™etaĢ€, appena mi vide deceleroĢ€, e si affiancoĢ€ a me. Si sporse dal finestrino e, in quellā€™istante, notai sul suo volto sudaticcio unā€™espressione lasciva e agitata, che mise in allarme il mio spirito selvatico. DomandoĢ€, se volevo un passaggio. Risposi di no in modo cortese, ma deciso. A un tratto, lā€™uomo staccoĢ€ una mano dal volante e prese ad armeggiare sulla patta dei pantaloni.

TiroĢ€ fuori dalle mutande uno strano carniccio rigido. Provai un senso di repulsione e schifo. Ebbi il voltastomaco e fui sul punto di scappare via ma, per fortuna, una vettura strombazzante sopraggiunse a gran velocitaĢ€. I colpi di clacson costrinsero il molestatore a ripartire e tirai un respiro di sollievo. Tuttavia, una sensazione di schifo e disgusto mi accompagnoĢ€ per molti giorni. Raccontai lā€™episodio alla mamma e lei raccomandoĢ€ di fare molta attenzione.

Ā«Purtroppo esistono maiali dā€™ogni tipo. Stai attenta. Quello era solo un esibizionista. Sappi, Michela, viĀ sono uomini che abusano dei bambini e violentano le donne. Se qualcun altro si avvicina a te con cattive intenzioni, difenditi. Fuggi, se puoi. Sferra calci e pugni. Chiama aiuto. Grida forte. Non avere paura. E dimmelo, come hai fatto oggiĀ», mi smaliziĆ² la mamma.

Fui presa dal terrore. Ā«Non voglio andare piuĢ€ a lezioneĀ»,Ā Ā esclamai, con le lacrime sul ciglio.

CosiĢ€ i giorni successivi la mamma percorse con me quel tratto di strada solitario.

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