Lo scandalo.


Venerdì, 9 dicembre ‘66

Caro Diario

Ho svolto il compito in classe d’italiano. Il titolo del tema era “Parla di una persona che ti è particolarmente cara”. La traccia era facile e simpatica. È andata bene. Ho descritto la mamma.

Linda è stata una delle prime a finire, e a consegnare il compito. La professoressa ha scorso il tema, poi è avvampata. Ha convocato la mia compagna alla cattedra e le ha chiesto «Sai che cosa vuol dire…?»

Non ho sentito le parole imputate, poiché sono seduta al secondo banco e la signorina ha abbassato la voce.

«No», ha risposto Linda.

«Cercale sul vocabolario. Vai dal bidello, fatti dare un dizionario, e trova il significato di questi vocaboli», e, così dicendo, ha evidenziato con la matita rossa e blu alcune parole sul foglio protocollo.

Non ho mai visto una professoressa tanto contrariata. Domanderò a Linda che cos’ha scritto nel tema.

Sabato, 10 dicembre ‘66

Sera

Lo scandalo.

Poco fa ho preso uno spavento inimmaginabile. Stavo scrivendo il Diario, e guardando “Carosello”, quando a un tratto è arrivata Linda, si è avvicinata, e ha sussurrato all’orecchio che la miss vuole noi di terza media in direzione. Ho fatto segno di seguirci anche a Giselle, Consuelo, Marilina e Jaspreet, e siamo andate nello studio della signorina.

«Sedete. Devo parlarvi di cose importanti», ha preannunciato la miss, mentre ci osservava con espressione severa.

“Tira aria di lavata di capo”, ho pensato. Oggi pomeriggio è andata ai colloqui con i professori, perché era stata convocata dal preside con urgenza. Si è rivolta a me e a Giselle, e ha affermato «Voi due siete a posto. I vostri insegnanti sono abbastanza soddisfatti. Ancora un piccolo sforzo, e supererete l’esame senza problemi», ha affermato.

“Caso strano. Siamo state graziate”, penso, mentre racconto gli strani eventi di questi giorni.

Poi ha sorriso in modo affabile, ha aggiunto che sono una ragazzina seria e studiosa, e ha invitato me e Giselle a tornare in sala TV.

“Sono stupita. È la prima volta che è contenta di me”, considero, ma non me la bevo. Deve esserci dell’altro: una strategia che non mi spiego.

Consuelo, Marilina e Jaspreet ne hanno sentite di tutti i colori. La miss è furibonda con loro, rischiano la bocciatura. Linda è stata l’ultima a ritornare nel salottino. Aveva un’aria affranta e gli occhi lucidi. “Domani mi farò raccontare tutto”, ho pensato.

Tra poco inizia “Studio Uno”, la nuova trasmissione del sabato sera, molto bella e innovativa. I moderni complessi suonano su pedane rialzate e i giovani ballano lo shake davanti a loro. I cantanti formano squadre, che competono tra loro. Questa sera hanno annunciato Françoise Hardy, Don Backy, Nicola Di Bari e un esordiente. È in programma anche Bobby Solo e la sua squadra, in cui gareggiano Wilma Goich, un esordiente e un altro artista di cui non ricordo il nome.

Ora smetto di scrivere. È iniziata la sigla. Chiudo il quaderno e mi ci siedo sopra, così non lo dimentico nella sala TV, a fine trasmissione, quando sarò troppo assonnata per badare al Diario.

Domenica, 11 dicembre ‘66

Mattina.

Questi sono giorni noiosi. Non succede mai niente. Jaspreet è cotta di Mauro, ma lui non se la fila proprio. Lui è ancora il ragazzo di Zita.
«Tanto ho già capito come andrà a finire. Zita è lontana… ».

Sono andata a cinema, davano “Il papavero è anche un fiore”, un film molto bello, non per niente è tratto dall’omonimo romanzo di Jan Fleming. I protagonisti fanno uno strano gioco con le mani. Abbiamo iniziato a farlo anche noi.

Ho appena finito di leggere il libro “La spia, che mi amò” e ho iniziato “Si vive sempre due volte”. Fleming è proprio uno scrittore avvincente. Son guai se la signorina scopre che leggo i suoi romanzi. “Cos’avranno di tanto scabroso? Sono scritti anche molto bene”, penso. Ho scoperto come si chiama il gioco del film. Lo fa anche James con Tigre. È la morra cinese, o janken-jon.

Oggi pomeriggio, durante la pausa, ho preferito rinunciare alla merenda e ai balli in teatro, per preparare le decorazioni natalizie. Ho scelto di starmene nello studio con Linda e Giselle, a realizzare piccoli alberi di Natale con il bristol. Ho disegnato sul cartoncino la sagoma di un abete con le decorazioni, ho colorato il tutto e, infine, ho ritagliato l’alberello. Il lavoro è venuto grazioso, perciò l’ho appeso al muro. È stato un bel momento, perché le attività creative mi rilassano. C’era la musica e, tra un disegno e un ritaglio, si ballava anche un po’. Siamo state in armonia e abbiamo trascorso un pomeriggio meraviglioso, fatto di complicità e totale affiatamento. Linda è riuscita a essere gentile persino con me. Noi, di solito, non andiamo d’accordo, perché abbiamo indoli troppo diverse. Lei è estroversa, chiacchierona, socievole, un po’ bizzarra, invece io sono timida, riservata, introversa, molto permalosa, forse, finanche troppo seria per la mia età. Lei mi fa i dispetti, probabilmente per scuotermi un po’, io mi offendo, e tengo il muso.

Non c’è modo d’intendersi. Linda dovrebbe rispettare il mio carattere e la riservatezza e io dovrei aprirmi un po’ di più, confrontarmi e dialogare. Devo imparare a esprimere i miei giudizi, a spiegare le mie idee, a esigere spiegazioni e scuse. Dovrei combattere e negoziare, invece mi ritraggo, rinuncio. Mi chiudo a riccio, e indietreggio. Ho paura del confronto, temo il litigio, i contrasti. Credo che il dissidio sia una cosa terribile.

Oggi, invece, va tutto bene. Regna l’armonia e la concordia tra noi. Linda sembra un’altra persona. È normale, tranquilla. “Che strano. Deve essere accaduto un miracolo”, penso. Neanche il tempo di ipotizzare un cambiamento spontaneo, e vengo a sapere, che Linda è in castigo per non so quale diceria che avrebbe messo in giro sul conto della signorina Elena. Fatto sta che l’istitutrice è arrabbiatissima e Linda non le deve parlare mai più.

Tira aria di scandalo in collegio. La causa è sempre lei, la pestifera Linda che, questa volta, ha combinato grossi danni. Linda sembrava felice d’essere stata affidata alla signorina Elena, e si vantava d’essere la sua prediletta, nonché depositaria di certi suoi segreti, cui alludeva, quando raccontava i segreti d’amore dell’educatrice.

Marilina è informata. Sparla, e spiffera tutto. È meglio di un giornale di cronaca rosa. Pare che, nel compito in classe, Linda abbia descritto la signorina Elena, e si sia soffermata nel racconto di particolari intimi e scabrosi, e l’abbia fatto senza malizia, alla maniera dei piccoli, che non si rendono conto di ciò che dicono e ne ignorano le conseguenze. Così ha sciorinato, con dovizia di particolari, tutto quello che Elena e il suo ragazzo fanno, quando sono insieme. Pare che nel tema ricorrano parole oscene, che le grandi non hanno voluto ripetere. «Sei troppo piccola. Le tue orecchie non possono udire certe schifezze», ha esclamato Marilina. Quando ho insistito, per conoscere i vocaboli incriminati, ha esclamato «Ho vergogna a ripeterli», e ha chinato la fronte.

Poi deve essersi dispiaciuta della delusione, che ha colto sul mio volto, e ha detto «Vieni qui. Te ne dico un paio all’orecchio», e ha fatto cenno con la mano d’avvicinarmi.

Ha sussurrato all’orecchio alcune parole strane e difficili. «Boh! Dici che sono sconce, ma io non le ho mai sentite», ho ribattuto.

Marilina ha raccontato, che la direttrice è molto arrabbiata con la signorina Elena, non solo per il contenuto del tema, ma anche per altre cose.

«Non ci capisco niente. Che cosa sarà mai successo? Sono solo parole scritte in un compito in classe, che si trovano pure sul dizionario della lingua italiana», ho esclamato.

«Sei proprio una bambina. Lei ha descritto come si fa», mi ha redarguito Marilina.

«Ah», mi sono lasciata sfuggire.

«Poi, nel tema, ha riportato anche una canzoncina sconcia, che canta Elena, quando nessuno può udirla.»

«Dimmi le parole», ho preteso, vinta dalla curiosità.

«Non le ricordo tutte. Fa: Il mio amor Marcello è tanto bello, ma è tanto bello che lo voglio amar. Il mio amor Marcello è un pederasta, che fa il cineasta, che fa il cineasta con un ragazzetto e non pensa a me, e non pensa a me», ha terminato Marilina paonazza.

«Capisco», ho replicato senza fare una piega, anche se, in realtà, non ci trovo nulla di strano. Per me è solo un gioco di parole, però mi rendo conto che deve esserci qualcosa che mi sfugge. Ora vado a prendere il vocabolario della lingua italiana, e cerco il significato delle parole incriminate. «Azz! Finalmente, ho capito. Linda si è cacciata in guai seri», mi dico.

Spero non scoppi lo scandalo “una zanzara in collegio” e che la signorina Elena non sia processata. Sono molto colpita dal caso del giornale scolastico “La Zanzara*” del Liceo Parini di Milano. Mi addolora sapere che una ragazzina minorenne è stata costretta a subire un assurdo processo, perché ha parlato delle cose più naturali del mondo.

Ho sempre saputo che i bambini non si trovano sotto i cavoli, e non li porta la cicogna. Ho visto nascere vitellini e agnelli nelle stalle di Villa Miccioli e non ho mai pensato che le donne partoriscano i bambini in un altro modo. È chiaro che li portano nella  pancia, che cresce a dismisura. Però non so in che modo si fa l’amore e come si può evitare il concepimento dei bambini. Questo è già un argomento più intrigante, e avere le risposte, potrebbe essere utile, quando sarò grande.

La direttrice ha mandato Elena “in congedo forzato” per una settimana. Elena è arrabbiatissima e teme d’essere licenziata.

A me poco importa del contrasto tra la direttrice e la signorina Elena, ho problemi più seri da risolvere. Tra pochi giorni sarà il compleanno di Giuliana, sono invitata alla sua festa, ma non so che cosa regalarle e con quali soldi comprare il cadeau, poiché sono al verde. Dovrei anche comprare dei doni alla mamma, ai nonni, a zia Frida e alla piccola Diana. E come li acquisto? Potrei usare il denaro che mi ha spedito nonna Beatrice, ma è rimasto solo un biglietto da cinquecento lire. Con questa somma non ci compro nulla, neanche un paio di calze di nylon per Giuliana. Non ho scelta. Ho deciso d’andare alla festa anche se non ho il regalo. Gliene farò uno, appena possibile.

«Basta il pensiero», ha detto lei con generosità e comprensione, quando mi sono presentata alla festa, senza dono. Giuliana è una ragazza “grande”, ha diciassette anni, e capisce le situazioni. È matura e responsabile. A volte, mi dà buoni consigli, come una sorella maggiore. A ogni modo, ho capito una cosa importante: senza la grana non si fa niente.

Caro Diario, la mia condizione mi rattrista molto. I fatti che accadono si ripercuotono su di me. Sono dispiaciuta per Linda, ma lei se le va a cercare. È troppo disturbata. Ne combina di tutti i colori. Sono triste e malinconica. Vivo una perenne nostalgia. Comunico solo con il Diario. Sono sincera attraverso la grata  del quaderno a quadretti: mi sento una piccola pazza. Mi manca la mamma. Ho voglia di abbracciare nonna Beatrice e zia Frida.

Non so come risolvere i miei grandi dilemmi. Parlerei con Nina, se fosse qui. Invece confesso le mie pene a un quaderno inanimato e mi sento sciocca, un’illusa che si confida con le tacite pagine a quadretti. Però il bisogno di comunicare è travolgente, allora scrivo. Attraverso la scrittura sfogo la frustrazione, ed esprimo la solitudine interiore. Ed è sui fogli di carta muta e inerte, che i miei pensieri caotici prendono vita e sostanza, e diventano corpo e vita via via che li scrivo. Chi, come me, confida i propri segreti, le pene e le gioie a un diario è un folle? Oppure è una persona, che tenta d’allontanare il dolore tramite la creatività e la scrittura? Chissà? Ho una sola certezza: mi mancano le donne di Casa Miccioli. Desidererei sentire una sua voce amica. Arrivo al punto di rimpiangere i rimproveri della mamma. Vorrei dirle “Ti voglio bene. Tu sei nel mio cuore. Fai parte di me. Sarò sempre tua figlia. E tu sarai mia madre, per l’eternità”.

Provo tanto amore per la mamma, però sono fuggita lontano da lei. Chissà perché? C’è qualcosa, un’ombra, una macchia nascosta negli abissi della mia anima, che riguarda solo noi due, e mi spaventa, ma non ricordo che cosa sia. “Ripeto la fuga all’infinito, come in un circolo improduttivo. Fuggo anche dalle amiche, che mi vogliono bene. Perché temo chi mi ama?” mi domando.

Me la svigno, se qualcuno si avvicina a me. Ripenso a un episodio accaduto di recente.

Domenica scorsa me ne stavo in cortile da sola, quando Giselle, si avvicinò e, a bruciapelo, chiese se volessi diventare la sua amica intima. Provai un’inspiegabile sensazione di fastidio, e le risposi che volevo pensarci. Giselle mi fece persino antipatia. In realtà trovai molto imbarazzante la sua richiesta d’amicizia, troppo esplicita per la mia norma affettiva. Lei, adesso, passa il tempo con Linda, e non ha più accennato alla nostra amicizia. Vorrei essere sua amica, ma non ho il coraggio di dirglielo, perché il mio riserbo impedisce la spontaneità. Credo d’essere una ragazza complicata. Non so capire gli altri e, soprattutto, non riesco ad attribuire un nome ai sentimenti. Le emozioni rimangono al limite della coscienza, parziali e innominate: idee nate a vuoto e inespresse, in rari casi trasposte in parole. In tal modo perdo occasioni e amicizie preziose, e soffro molto. Giselle, del resto, è molto diversa da Nina e sono convinta che tra noi non possa esistere la vera amicizia. La verità, forse, è molto più semplice: o Giselle non mi garba oppure ho il terrore di deluderla, quando scoprirà le mie debolezze. Non voglio provare la gioia dell’amicizia per poi perderla, dato che nulla dura per sempre. Ecco, seguendo il filo sconclusionato dei miei pensieri, sono arrivata alla verità.

In questi giorni anche Consuelo mi sta appiccicata. Eccola qui.
«A chi dedichi il diario?»
«A Nina», rispondo. «Perché non a me?» dice lei.
«Perché tu non sei mia amica».
«Scrivi d’Ottavio?»
«No», le ho risposto un po’ seccata. Poi, pentita delle maniere brusche, le ho fatto leggere la lettera di Nina, tanto per consolarla un po’.

Consuelo ha annunciato che, quando le risponderò, vuole mandarle i saluti. È appena andata via. Consuelo è strana. L’amore per il suo lui la scimunisce.

Sera

Ho visto “Sette Voci”. Attendo con impazienza che vengano le nove, perché Rai Uno trasmette lo sceneggiato “Il Conte di Montecristo” in prima serata. Già so che questa notte sognerò Andrea Giordana, il bellissimo attore che recita il ruolo del Conte di Montecristo.

*“La Zanzara” era il giornale scolastico del Liceo Parini di Milano, famoso per essere il più severo liceo italiano, frequentato dalla buona borghesia milanese. Il foglio fu fondato nel 1945, il giorno della Liberazione, ma nel febbraio del 1966 divenne il giornale scolastico più famoso nel mondo a causa dello scandalo che investì il liceo. Il giornale era realizzato dagli studenti delle classi finali, che facevano da caporedattori, mentre gli articoli erano scritti dai ragazzi dei primi anni. Il giornale era di trentasei pagine e realizzarlo, una volta al mese, era molto impegnativo. Al centro del mensile c’era una doppia pagina con un sondaggio, che coinvolgeva tutta la scuola attraverso un questionario da compilare. I temi trattati erano diversi e riguardavano il successo, la ricchezza, la religione, il lavoro, la famiglia, ecc. Tuttavia, lo scandalo scoppiò sul tema del sesso, nell’ambito dell’inchiesta-sondaggio sulla condizione delle donne, per l’esattezza sul “dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso”. Le risposte delle studentesse furono del genere “Nei rapporti pongo limiti, solo perché non voglio correre il rischio di avere delle conseguenze. Ma se potessi usare liberamente gli anticoncezionali, non avrei problemi di limiti”. Oppure “Entrambi i sessi hanno diritto ai rapporti prematrimoniali”. Dall’inchiesta, dunque, emerse che molte adolescenti non trovavano per niente scandaloso fare l’amore prima del matrimonio, alcune erano favorevoli alla pillola e altre non erano contrarie alla convivenza anche senza matrimonio. Apriti cielo. Fu scandalo. Nel 1966, in Italia, non c’era il divorzio, non c’era l’aborto, la contraccezione era un tabù e si diventava maggiorenni a ventuno anni. I risultati del sondaggio risultarono clamorosi e suscitarono uno scandalo i cui echi fecero tremare il paese e accorrere la stampa internazionale. Il solo fatto che i ragazzi osassero parlare di sessualità era inconcepibile, per quei tempi. I ragazzi incriminati, Marco Sassano, Marco De Poli e Claudia Beltramo Ceppi, furono convocati in questura e trattati in maniera indegna e vergognosa, tanto che persino il vicepresidente del consiglio, Pietro Nenni, prese le loro difese. Nei giorni seguenti, a Milano, ventimila studenti manifestarono la loro solidarietà ai tre giovani. Erano gli albori del movimento studentesco. Poi ci fu il processo alla Zanzara, in cui i redattori furono accusati di distribuire stampa oscena, che poteva turbare i minori e, persino, di stampa clandestina, senza tener conto che la Zanzara era un giornale interno della scuola. Il processo durò cinque giorni in un clima di tensione. Gli studenti degli istituti superiori proclamarono quattro giorni di sciopero. Al processo c’erano molti giornalisti, provenienti da tutte le parti del mondo. Alla fine di ben due processi, il primo celebrato a Milano e il secondo a Genova, i ragazzi furono assolti.

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