Correva la motocicletta color avorio.


Alcuni mesi dopo l’incidente, papà riprese a lavorare. Tuttavia, non conduceva gli autobus turistici di gran lusso. Adesso, guidava camion. Era retrocesso, e la mamma se ne lagnava. «Se non avesse fatto lo stupido, lavorerebbe con i pullman da turismo. Era un impiego più leggero. Purtroppo, è stato licenziato, perché zoppica. Non è più idoneo, e deve accontentarsi. Almeno smettesse di correre dietro alle zoccole. Ma poi, che avranno le altre più di me?» s’interrogava con gli occhi verdi verdi intrisi di lacrime che parevano due smeraldi.

Frida alzava le spalle in un gesto impotente. «Niente, niente», la rassicurava.  «È che gli piace cambiare. Non fa nulla per convincerle. Sono loro che,  appena lo vedono, si attaccano», affermava, spingendo verso l’alto le labbra. Seguivano ricordi comuni di conquiste che papà aveva fatto, suo malgrado.

«Mah! Ha qualcosa di speciale, tiene i modi e un buon carattere, è un bel giovane. Però, ce ne sono tanti più belli di lui, senza neppure una donna, mentre lui ne ha cento e una», commentava mia madre, scuotendo la testa.

La mamma e la zia andavano avanti, per ore. Si chiedevano che cosa avesse di tanto seducente mio padre. Non si davano spiegazioni. Una sola cosa era certa: alla mamma non piaceva un marito donnaiolo. Non lo voleva, e aveva accettato il compromesso, per amore della famiglia.

«Me lo tengo», terminava. «Non lo lascio, per non disonorare mio padre. La gente parla. Che futuro avrebbe Michela?»

Mia madre rimaneva sposata a un uomo che la tradiva per “non disonorare il padre”. Non capivo. Ero piccola. Era tutto troppo strano. Il concetto dell’onore era incomprensibile e misterioso. Tuttavia, capivo che tante ragioni impedivano alla mamma di separarsi da papà, malgrado la pena dei continui tradimenti. C’era l’onore da preservare e anche il mio futuro.

“Lei teneva unita la famiglia, per amor mio”, affermava e io non ho mai dimenticato queste parole che pesavano come un macigno

Nei suoi ragionamenti con la sorella, non disse mai, che amava il marito. Non la sentii pronunciare la parola amore. Spesso, affermava «Lui non è mai sazio». Capii, che il papà era insaziabile, e faceva cose misteriose, che  inquietavano tanto la mamma. Nonostante tutto, a me continuava a sembrare una brava persona, per niente minacciosa. Piano piano il babbo guarì. Camminava sempre meglio e ne eravamo tutti contenti, solo alla mamma dava noia. Spesso la sentivo ripetere «Si calmerà adesso che zoppica?»

Zia Frida faceva dei piccoli gesti di dissenso con il capo. «Macché, il lupo perde il pelo ma non il vizio», ricordava nella sua saggezza popolare.

La mamma assentiva con le palpebre tirate. «Meglio se non m’illudo. Tempo un mese e ricomincia come prima», profetizzava disincantata.

Il periodo che seguì fu abbastanza tranquillo. Non ho un’idea precisa del tempo. Un giorno, però, successe qualcosa. Era estate, la mamma mi aveva messo un bel vestito smanicato, di cotone bianco a fiorellini rossi, eravamo nel giardino di Casa Carminio, quando disse «Tra poco, papà termina il lavoro, e si ferma a salutarci. Ti faccio andare con lui sul camion. Sei contenta?»

«Sì, tanto. Voglio andare con papà», risposi felice. Lui era il mio dio onnipotente, bello e dolce.

Adoravo mio padre, a ogni suo ritorno c’era un nuovo gioco e un’altra avventura. Al contrario provavo una certa indifferenza per la mamma, che percepivo quasi come una parte di me.

Come promesso, il babbo fece sosta a Casa Carminio che affacciava proprio sulla strada provinciale. Lui e la mamma si parlarono attraverso il finestrino. Disse che portava il mezzo al deposito, e sarebbe ritornato presto con la motocicletta. La mamma gli chiese di farmi fare un viaggetto sul camion. Lui mosse qualche obiezione. Spiegò, che era rischioso farmi viaggiare in moto. La mamma, però, fu cocciuta e insistente, e lo convinse a portarmi con sé, raccomandandogli di non correre.

«Tieniti forte forte», disse rivolta a me.

Annuii, che ero già sul camion, seduta vicino al babbo. La cabina era grande, e ci sparivo dentro. Durante il viaggio d’andata, fui sballottata sull’enorme sedile a ogni curva. La strada era tutta gomiti, salite e discesce ripide. Dieci chilometri di crepacuore. Ebbi tanta paura. Quando all’erta seguiva la pendenza, i vuoti d’aria mi facevano saltare il cuore in gola, e, mentre lo stomaco si contraeva, mi mancava il respiro. Mi concentrai, aggrappandomi con forza al sedile, per non finire contro il cristallo dell’abitacolo o sobbalzare qua e là. «Stai bene?» chiese papà, a un tratto, ché si era accorto della mia paura. «Sì», risposi.
Lui ridusse la velocità. «Tieniti forte, piccola mia», raccomandò. E mi attaccai ancor più saldamente al sedile.

Quel viaggio con mio padre fu esaltante e adrenalinico. Neanche le montagne russe sortiscono su di me il medesimo effetto. Sarà stato che ero il fulcro della sua attenzione, la protagonista di un viaggio pericoloso, la prima emozione violenta della vita. Certo compivo il primo percorso in camion, accanto a mio padre, lui e io da soli senza la mamma. Ammirai le mani delicate, bianche e sottili del babbo strette al volante, mentre dirigevano il veicolo e il rimorchio scarrozzante e fragoroso. Al termine del viaggio, il babbo condusse il camion al deposito. Una volta parcheggiato il mezzo, saltò a terra, e fece scendere me, stringendomi tra le braccia.

Mi trovai in uno stanzone ampio, un po’ buio, con il soffitto a volta molto alto. Poco dopo, sbucò, non so da dove, una donna alta e bruna, con le labbra rosse e gli occhi di fuoco. Non ho mai saputo chi fosse. Era autoritaria e prepotente. Forse, era la moglie del proprietario dell’azienda. Quando si accorse di me, sembrò sorpresa. Mi aspettavo che, anche lei come tutti, facesse i complimenti al babbo per la mia bellezza o mi prendesse in braccio, e facesse le tipiche moine che i grandi fanno ai bambini, più che altro per compiacere i genitori.

Non mi degnò di uno sguardo. Anzi, parve contrariata. Era interessata a mio padre. Era lui, adesso, in primo piano. Non ricordo molto di quel pomeriggio estivo. Non ho memoria precisa, né di quel che accadde dopo, né del ritorno a casa.

A volte, ripensando alla scena nel garage, ho come l’impressione di vivere un sogno oscuro e annebbiato. Vedo ombre che si muovono, e agiscono ma non so chi siano che cosa fanno e perché. È come un delirio a occhi aperti. Non sono certa di nulla. Ma io possiedo il dono di vedere oltre la nebbia e al di là del tempo, e scorgo mio padre che, dietro insistenza della signora, mi conduce, tenendomi per mano, a casa d’amici. La foschia dell’infanzia si fa memoria, e rammento che mi lasciò a lungo da sola con perfetti sconosciuti che mi fecero sedere al caldo, accanto al caminetto divampante, e mi tennero compagnia.

Trascorse un’eternità. Mi sentii abbandonata e infelice. Ricordo che qualcuno, a un certo punto, disse «Povera bambina, Mario non torna più». Era buio pesto, quando papà venne a riprendermi.

Correva la storica moto Guzzi color avorio, e mi riportava a casa, dalla mamma. Viaggiavo aggrappata a mio padre. Tremavo di paura, ma non lo davo a intendere. Volevo farmi vedere coraggiosa e grande. E, forse, quel pomeriggio d’estate divenni, mio malgrado, un po’ più adulta, sebbene in maniera fortuita e inconsapevole.

In realtà, ero scossa dall’adrenalina e stordita dalle folate fredde nelle orecchie. Rabbrividivo al susseguirsi delle rapide correnti, che sferzavano il collo delicato e nudo, e oltraggiavano il mio tenero corpo di bambina. La mente era piena di quel vento serale che sopraggiungeva furioso e spietato. L’aria violenta sconvolgeva l’anima. Quando la moto oltrepassò i cancelli di Villa Miccioli, mi sentii al sicuro. Le tempeste, le menzogne, le bufere e le passioni erano chiuse fuori, e nessuno poteva ferirmi. Sentii la mamma un po’ più vicina. L’abbracciai stretta stretta, appena la ritrovai solare e tranquilla. Credeva lo fossi anch’io, ma si sbagliava. Da quella volta, non volli mai più fare viaggi sul camion con il babbo.

È stato doloroso scrivere queste pagine. Adesso vado a fare merenda e a chiacchierare un po’ con le mie amiche.

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