L’ultima possibilità.


Caro Diario

Correva l’anno 1956.

Vivevo serena con i miei genitori nell’appartamento che nonna Beatrice aveva affittato per noi, finché un giorno accadde qualcosa.

Una mattina, mentre facevo colazione con la mamma, il campanello di casa suonò. Lei diede un’occhiata dallo spioncino, e, visto che non era il padrone di casa, che continuava a temere come la peste, si decise ad aprire. Era Loris, un cugino della mamma, figlio di Angelo Maria, il fratello di nonno Gigi, e di Margherita, la stessa che in un momento di follia voleva uccidere i tedeschi con la vanga. Aprì l’uscio, e lo fece entrare. Rimasero a parlottare fitto fitto sulla porta, la mamma faceva certe facce, ma  io continuai a sorbire il latte e a inzuppare i biscotti, che avevano impastato e cotto nel forno a legna le donne di casa Miccioli, qualche giorno prima. A un tratto la mamma prese la giacca e la borsetta, a me mise il cappotto e il berretto di lana, e uscimmo insieme allo zio Loris. Montai sul sedile posteriore della Balilla di seconda mano, la mamma sedé accanto al cugino e fui portata in campagna da nonna Beatrice. La mamma e il cugino ripartirono. Non capii, dove andassero, e non mi posi domande. Erano cose da grandi. Da nonna Bea stavo in paradiso, andassero pure dove volevano. Alcuni giorni dopo, forse uno o due, non so, allora il tempo non contava,  la mamma e lo zio ritornarono. C’era anche papà con loro. Aveva un piede e un braccio ingessati, ma, quando mi vide sorrise, come se nulla fosse. La mamma, invece,  tornò nera e con un muso lungo, neanche  si fosse fratturata lei. Passarono i giorni, ma il suo umore rimase grigio, e lei sembrava sempre più triste e delusa. Pareva che le dispiacesse il babbo. Invece io ero contenta: stare insieme con lui  era una cosa meravigliosa, rideva con me, mi faceva giocare, bastava il suo sorriso o anche la sola presenza per sentire un senso di completezza e totale benessere. Quei giorni furono come una lunga vacanza per me.

A volte, mentre papà riposava, la mamma e zia Frida parlavano a bassa voce fra loro. Ripetevano sempre le stesse cose, il medesimo strano racconto. Io origliavo, giocando accanto a loro, e, se qualcosa non era chiara, domandavo «Che cosa vuol dire? Perché?» cui seguivano certe strane risatine di zia Frida.

«Ascolta sempre tutto. Pare tanto presa dai giochi, ma non le sfugge una parola, e guai se non capisce», commentava Frida con la mamma.

A volte le spiegazioni erano talmente oscure, che alimentavano altri dubbi. Soprattutto non mi spiegavo i fatti, che erano capitati al babbo, e il significato di alcune parole. Men che meno  potevo supporre l’influsso profondo che quegli eventi avevano su di me e sulla realtà oggettiva. La mamma aveva deciso di lasciare mio padre. Voleva separarsi e tornare, per sempre, con me a casa dei nonni.

«La separazione è una vergogna per la famiglia», diceva zia Frida.

«Non importa, questo è il male minore», replicava la mamma.

Non capivo, e mi sorprendevo che la mamma fosse in collera con il babbo: l’uomo più bello, più dolce, più sorridente del mondo. Il suo sorriso scioglieva il gelo, come poteva non addolcire il cuore della mamma? Lei era burbera, nera come nonna Lina. Mi dispiacevo, quando la mamma, con rabbia, sentenziava «Se non fosse andato in giro con quella puttana non si sarebbe rotto il piede. Adesso, invece, perderà il lavoro. Non avremo denaro nemmeno per pagare l’affitto. Ma, poi, dove stava andando con quella? Non potevano farlo dove si trovavano? Era proprio necessario portarla in giro con la motocicletta?»

Nel dire farlo dov’erano, la voce della mamma s’incrinava, era come strozzata dal dolore. Non mi spiegavo, ma intuivo che “farlo” aveva un senso nascosto, un che di vergognoso e indicibile.

«Ma chi è lei? Com’è?» domandava la zia.

«È la proprietaria della locanda, dove Mario alloggia durante le trasferte. Schifosi, se ne andavano in giro come fidanzati. Dove la portava quella?»

«Giravano in cerca di divertimenti», spiegava zia Frida.

«Già, lui si svaga, sperpera lo stipendio con le puttane intristite e a noi manca il necessario. Ricordi, l’inverno scorso, quando non avevamo i soldi per comprare le scarpe a Michela?» domandava la mamma, guardando la sorella con le ciglia vicine e la fronte corrugata, in cerca di conferme.  «Certo. Le prese mamma», rispondeva la zia.
«Ecco. Secondo te lo stipendio come l’aveva speso?» incalzava la mamma con voce piena di rancore.
«Con le z*****e?» rinforzava la sorella.
«Proprio così. Se penso che mamma prese le scarpe nuove a Michela e gli diede pure il denaro per la motocicletta mi viene da piangere», esclamava la mamma, con gli angoli delle labbra che si piegavano sotto il peso delle colpe del babbo.

«Ah! Povera, scioscia mia, sorellina mia.  Mi dispiace. Se non avesse avuto la moto, non sarebbe successo», sospirava zia Frida.

«Certo, comoda la vita. Ha voluto la moto “Guzzi”. Assicurava che gli serviva per andare a lavorare. E mamma, stupida, gliel’ha regalata», recriminava la mamma. «Adesso è colpa di mamma. Poverina come poteva immaginare che, invece, sarebbe andato a z*****le?» replicava la zia.

«Invece non ritornava. Rimaneva a dormire in albergo con la sua puttana. Poi se ne andavano in giro a divertirsi».

«Ma tu come l’hai scoperto?» chiedeva zia Frida.

«Quando siamo arrivati in ospedale, lui piangeva con certi lacrimoni. Credevo fosse per il dolore delle fratture. Mi sono commossa anch’io. Ero spaurita, ma contenta perché era vivo. Mentre stavo là, seduta al suo capezzale, è arrivata una. Era stata medicata pure lei. Si avvicina al letto, lo abbraccia, e incomincia ad accarezzarlo. Poi mi vede, e fa “ma questa chi è?”. Chi sono? Come chi sono? Sono la moglie, no? Brutta puttana. Allora non ho risposto. Non mi rendevo conto. Sono rimasta a bocca aperta, come una scema. Per fortuna c’era Loris. Lui ha capito la situazione, l’ha invitata fuori dalla camera, e le ha spiegato tutto».

La zia annuiva, e arricciava il naso, turbata dall’episodio sconveniente. «Pensa, se fosse rimasta a letto, ferita pure lei, tu non l’avresti mai saputo», commentava, scuotendo la testa.

La mamma faceva spallucce, e stirava da un lato l’angolo della bocca. «Già. Anche lei, però, poverina, c’è rimasta male. Non sapeva, che fosse sposato. L’ha giurato a Loris. È furbo, non lo dice a nessuna. Ti ricordi, quando si è fidanzato in casa con quella ragazza di Girò?» rivangava, e, già che c’era, tirava le somme.

Zia Frida, serrava le labbra, per nascondere il riso, ché lei era l’unica a vedere il lato comico nel dramma della mamma. «Come no. Aveva dato il nome del cugino Benedetto. Quando il padre della signorina si è informato, ha avuto buone credenziali. Era una ragazza seria quella», rispondeva la zia, e, a quel punto, non si tratteneva, e le  scappava una risatina per le peripezie amorose del babbo.

La mamma la rimbrottava, con gli occhi spalancati e le palpebre tese. «Tu sorridi, io lo ammazzerei. Ma perché l’ho sposato? Almeno fosse morto, adesso mi darei pace», sentenziava, spalancando le braccia.

Frida scuoteva la testa, facendo ballonzolare il ciuffo con le onde sulla fronte, che si era fatta con mollettone ondulato.  «Com’era lei?» domandava incuriosita. La mamma arricciava la bocca, disgustata.«Mah! Non l’ho neanche guardata. È stato un attimo. Una tutta pitturata. Avrà avuto un chilo di rossetto sulle labbra», rispondeva.

«Mah! Non poteva essere più bella di te».

«No, era più vecchia. Mario non mi merita».

Tutti i giorni le donne riprendevano gli stessi discorsi, e ragionavano sul da farsi. Intuivo, che era successo qualcosa di grave, ma non m’importava, poiché il papà era a casa. Finalmente, lo avevo tutto per me. Mi resi anche conto che “puttana”, “z*****a”, e, soprattutto, “farlo” erano termini con un senso sinistro e pericoloso.

Poi al babbo tolsero l’ingessatura, e ricominciò a camminare. La nonna e la zia convinsero mamma a dare al marito un’altra possibilità.

«L’ultima», giurò lei.
La famiglia Jorio impose al babbo regole precise e inderogabili. I miei giovani e tempestosi genitori stabilirono patti chiari fra loro, suggellati dall’infrangibile promessa di fedeltà. Alla prima inadempienza, tradimento o richiesta di soldi, la mamma l’avrebbe lasciato. E lui giurò d’esserle fedele per tutta la vita.

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