Questa è la volta che muoio.


Caro Diario

Ho già raccontato che la mamma, quando parlava con zia Frida si lamentava che la madre non le aveva fatto capire “certe cose”, e intendeva le relazioni di coppia, com’era un uomo, quel che accadeva sotto le lenzuola tra coniugi, quando spuntava la luna nel cielo.

Ecco, la mamma non ha spiegato nulla neanche a me. A casa non si parla dei rapporti intimi. È un segreto. Comunque sia, ho tredici anni e, come la mamma alla mia stessa età, anch’io ignoro i misteri della sfera sessuale, non ho mai visto un uomo nudo, eccetto i dipinti e le sculture, e, cosa più grave, misconosco il mio corpo e le sue funzioni. Lei non ne parla mai e, se pongo qualche domanda, evita di rispondere.

«Quando sarai signorina, le capirai da sola certe cose», risponde. Ebbene chi mi spiega perché Tania ci ha provato con me? Come mai io penso solo ai ragazzi, mentre a lei piacciono anche le femmine? Questi e molti altri misteri non sono chiari, neanche adesso che sono signorina. Domande. Domande che resteranno senza risposta, finché non troverò un libro, un manuale, un film o un giornale scientifico, che soddisfi il mio bisogno di sapere.

Caro Diario, voglio confidarti un episodio, che ti farà capire le deleterie conseguenze dei comportamenti ottusi dei genitori, e mi riferisco alla pessima consuetudine di nascondere la verità a una figlia, che si avvia verso l’adolescenza.

Quando partii per Castro, tre anni fa, la mamma mise in valigia due dozzine di certi panni di lino, che lei e zia Frida avevano ricamato con il punto a giorno e poi ne avevano sfilacciato ad arte i bordi.

«Non li voglio quei fazzoletti», dissi, non sapendo che cosa farmene di così grandi.
«Devi portarli, invece. Non si può mai sapere», alluse la mamma.
Il suo tono fermo mi mise in  allarme. «A che cosa servono?» domandai, incuriosita.
Lei chinò la fronte, e proseguì col sistemare la biancheria in bell’ordine. «Al momento opportuno lo saprai», rispose con un tono, che non ammetteva repliche. Zia Frida la pregò di spiegarmelo, ché se fosse successo quel che doveva accadere, almeno avrei saputo che cosa fare. Lei, che è una tipa cocciuta, scosse la testa, e s’incaponì nel più assoluto mutismo. Ero abituata ai suoi misteri, e non ci pensai. Ero proiettata verso l’avventura che stava per iniziare a Castro.
Subii, dunque, la decisione della mamma, e, una volta, in collegio, misi i pannicelli in fondo all’armadio della biancheria, e scordai di averli.

Successe che, siccome ne ignoravo la funzione, quando giunse il momento che avrei dovuto usarli, non lo feci.

Ricordo, ero in classe, e, all’improvviso, mi trafissero dei forti dolori alla pancia. Chiesi al professore di disegno il permesso d’uscire, e mi chiusi in bagno. Osservai, sbigottita, le manifestazioni del menarca e fui vinta dal terrore. Come mai il mio corpo produceva quella strana sostanza? Mi domandai. Le fitte lancinanti fecero il resto, e fui certa d’avere un male incurabile.

“Questa è la volta che muoio”, pensai nella toilette femminile del corso B.  “Se questa roba non sparisce, morirò”, mi dissi, ignorando che cosa fosse. Poi decisi di darmi una possibilità di scampo, e riformulai il pensiero in un più ottimistico “Domani non avrò più nulla. Se ci sarà ancora questa roba, mi rassegnerò alla morte”.

Le perdite non scomparvero, e misi un muso e un’aria torva, che si preoccupò finanche Linda. «Perché sei così giù?» domandò, mentre me ne stavo seduta sulla scalinata a rimuginare, e a prepararmi al trapasso.

«Sono malata. Sto per morire», risposi, chinando la testa sulla spalla.
Linda sbarrò gli occhi. «Morire di cosa?» esclamò incredula, vedendomi viva e vegeta.
Alzai lo sguardo, sperando in una parola di conforto. «Ho dolori, e perdo una cosa strana… », affermai, incapace di spiegare meglio la malattia incurabile, che mi era capitata.
Linda rimase senza parole, e rise. La detestai: io stavo male, e lei si prendeva gioco di me. «Non sei ammalata. Hai le mestruazioni», esclamò.

«Che cosa?» domandai più stupita di lei. Non avevo mai sentito quella parola sulla bocca delle donne di casa Miccioli.

Linda mi fissò, e scosse il capo. «Hai il principe, il mese, il menarca o come lo chiami tu», disse, stringendo le labbra, nel tentativo di rimanere seria.

«Io non lo chiamo, e non so neppure chi è questo principe», esclamai, in tono seccato, e mi volsi dall’altra parte.

«Non ti ha spiegato nulla tua madre?» domandò lei, con un’espressione buffa sul viso.
Feci dei cenni di dissenso. «Che cos’è?» volli sapere.

«Sei diventata signorina. Beata te. Sapessi come t’invidio. Ora ti cresceranno le tette», spiegò la mia compagna, in modo molto naturale e semplice.

Emisi un respiro di sollievo. Non sarei morta a dodici anni. «Succederà ancora tante volte?» volli accertarmi.
«Una volta al mese, finché sei giovane», confermò la mia compagna.
Arricciai il naso, e storsi la bocca di lato. «A me non piace», ammisi.
Lei corrugò la fronte. «Che sciocca. Se non hai le tue cose tutti i mesi non puoi avere bambini», affermò.
Sentii un tuffo al cuore. «Neanche li voglio» esclamai, pensando che ero una bambina anch’io. Lei fece spallucce e mi chiese, se avevo messo l’assorbente igienico. Dissi di no, che ignoravo che cosa fosse. Mi spiegò che erano dei pannolini di lino oppure di cotone usa e getta. Impiegai una frazione di secondo di troppo a collegare gli assorbenti ai fazzoletti con l’orlo sfilato.

«Adesso chiedo al portinaio di andare a comprarli», disse Linda, e, prima che avessi il tempo di fermarla, era già sparita su per le scale, che conducono all’astanteria. Il pover’uomo dovette trovare assai strana la richiesta, perché riferì la faccenda alla direttrice. La direttrice la riportò all’economa, l’economa all’istitutrice e l’istitutrice a Giuliana, la quale venne da me e, con un certo imbarazzo, domandò «Michela, è vero che sei diventata signorina?»

«Sì», risposi.
«Non ti aveva detto niente la mamma?» s’informò con un tono dolce, da buona sorella maggiore.
Scossi la testa. «Nulla», dissi.
«Perché hai mandato il custode ad acquistare gli assorbenti? Non sai che queste sono cose da donna?»
«Non volevo. È stata un’idea di Linda», affermai, sgranando gli occhi.
«La solita pasticciona. Se ti servono degli assorbenti, te ne presto qualcuno. Poi me li restituisci», disse lei, con modi garbati.
Smisi il muso lungo, e le sorrisi. «No, grazie. La mamma mi ha dato quelli di lino», risposi, sollevata.
Allora lei mi guardò, increspando le ciglia.  «Beh, qualcosa sapevi», esclamò.
Sollevai le spalle, e strinsi le labbra. «Mi ha insegnato a ripiegarli, senza spiegarmene l’uso», risposi con sincerità.
Lei fece dei gesti di diniego. «Non è possibile», commentò incredula. «Poi dicono che le donne di campagna sono più spontanee… », disse, continuando a scuotere la testa.

Tacqui per la vergogna. “Se la mamma avesse spiegato che cosa significava diventare signorina, mi sarei risparmiata una figuraccia”, pensai, non so, se più sopraffatta dall’onta o dal risentimento.

Ecco, ho perso il filo della scrittura. Avevo intenzione di parlare d’altro. Invece mi capita, troppo spesso, di fare voli pindarici da un pensiero all’altro. I miei ricordi si ricorrono sulle autostrade della memoria. Si sorpassano e lottano per conquistare la pole position. La mano è lenta, non riesce a correre dietro a tutti. Sarebbe bello avere una macchina, che ne so, un robot che legga nella mente e scriva i pensieri. Allora saremmo tutti scrittori. O forse no. Dipende sempre dalla qualità dei pensieri, dallo stile, dal senso, dall’originalità delle idee.

Ancora. E ancora. Mi sono smarrita, di nuovo. Che caos.

La professoressa di italiano, se leggesse questo diario, direbbe “Che pasticcio, Michela. Sei andata fuori tema. Salti di palo in frasca. Ti do due”.

Però questo è il mio diario personale, e scrivo come pare a me. Comunque adesso non ricordo che cosa dicevo della mamma. Forse è preferibile che mi dia una regola, un ordine, per evitare un guazzabuglio di tutto. A ogni modo, scrivere a briglia sciolta, correre fra le righe della mente, come un cavallo selvaggio nella prateria, mi emoziona. Vorrei scrivere con la stessa rapidità del pensiero. Mi piacerebbe che l’inchiostro blu mare scorresse sulla pagina come la coscienza fluisce dalle foschie della memoria. Vorrei scrivere come il flusso della corrente, continuo, incessante, ora lento, ora rapido, a volte stagnante. Poi ancora intenso, travolgente in un fluire che porta via i punti, le virgole, le virgolette, per rincorrere nuovi ricordi e gettarsi nel mare della creatività. E, infine, una volta giunta al mare, vorrei tuffarmi sott’acqua e nuotare alla ricerca di quel pensiero smarrito, riconoscerlo fra gli altri, acciuffarlo e riportarlo a galla. Ecco, dunque, dicevo che la mamma non conosceva i piaceri, come pure le sofferenze d’amore, invece io ho capito che l’amore fa soffrire.

Di sicuro lei era innamorata di papà. Tuttavia non credo lo amasse in maniera profonda e matura. Era invaghita del bel ragazzo con gli occhi di fuoco, il viso da divo americano e l’aria da bello e impossibile. Le piaceva l’idea d’essere amata da uno così desiderabile, ma ignorava che i sentimenti esigono impegno e coinvolgimento, per edificarsi nel tempo. Era ancora una bambina. Credeva fosse tutto un bel gioco.

Non giocavano, invece, gli adulti di casa Visconti, per i quali lei non era solo una stupenda ragazza, ma anche un buon partito. Nonno Ettore, lungimirante e astuto, si diede da fare per combinare il matrimonio tra il suo figliolo primogenito e la mamma. Sfoderò la parlantina e tutte le sue arti seduttive per convincere nonna Beatrice delle buone qualità del suo Mario.

Nonno si lasciò sfuggire un non casuale «Presto Mario avrà un ottimo lavoro statale», e nonna Beatrice fu illusa dal miraggio dell’impiegato statale.

«Mario è un buon partito. Ti vuole. È un bel giovanotto, non fartelo scappare. Una fortuna così quando ricapita? Un impiegato statale ha il posto fisso e lo stipendio assicurato e tu vai a fare la signora», ripeteva la nonna.

Si lasciò incantare nonna Bea. Non sapeva che nonno Ettore aveva mentito. Non c’era nessun lavoro sicuro, le uniche certezze erano le proprietà Jorio. Nonno Gigi non si fece conquistare dalla faciloneria di Ettore. «È un bel giovane, non dispiace, ma non tiene niente», diceva.

E, fedele ai suoi principi, non permise mai alla mamma di frequentare il babbo. Era contrario al matrimonio, sia per la giovane età della figlia, sia per il lavoro incerto del babbo, anche perché ambiva a imparentarsi con i ricchi agricoltori di Aqueterne. Il nonno si fidava poco di chi non possedeva la terra, e, ancora adesso, pensa che lavorare la proprietà sia il modo più nobile per assicurarsi soddisfazioni, sicurezza economica e vera libertà. «Chi non tiene la terra, non tiene niente»,  afferma spesso.

L’impiego statale, secondo lui, è un lavoro vago e inconsistente, che non può dare certezze e soddisfazioni.

«Gli impiegati non hanno nulla. Tengono poca roba. Pigliano lo stipendio, ma non è sufficiente. È poco. Quanto può bastare una mesata, se devono comprare tutto, anche il sole che spunta?» si domandava, e invitava a riflettere.

Spesso gli ho sentito ripetere «Come fanno gli impiegati a essere contenti, sempre chiusi tra quattro mura, seduti davanti a una scrivania? Come sopportano d’essere comandati? Io non prendo ordini da nessuno: sono padrone e garzone», terminava  sempre con la stessa massima l’elogio al suo lavoro di agricoltore.

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8 pensieri su “Questa è la volta che muoio.

  1. Gran bella scrittura, profonda e coinvolgente. In che epoca è ambientata? Terribile l’imbarazzo di certi genitori nello spiegare ai figli le leggi fondamentali della natura e renderne creature del tutto impreparate alla vita, certamente retaggio del danno enorme di un cattolicesimo bigotto che ha distrutto questo paese per secoli, confermata dalla parte conclusiva del racconto sulla diatriba tra la “sicurezza” dell’impiego statale (orrore!) e l’autonomia…con i dovuti distinguo sono dalla parte di nonno Gigi….del resto non potrebbe essere altrimenti…ehehehehe 😉

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    • Ciao Gigi, ho molto apprezzato il tuo commento. Con tale nome, poi! Il diario è stato scritto nel 1966/67 da una bambina poco più che dodicenne. Per certi aspetti potrebbe risalire al 1866, ma, per altri eventi che vi sono raccontati: esondazione dell’Arno, canzoni in voga negli anni ’60, Cantagiro e Festival di Sanremo, è chiaramente contemporaneo, e, al contempo, antico. C’è un abisso tra i tredicenni del terzo millennio e la generazione dei loro nonni, di sicuro più marcato che in nessun’altra epoca. Oggi leggevo sul Corriere che il 28% degli impiegati statali, e non, soffre di patologie psichiatriche (ansia, depressione, attacchi di panico). Tra loro i più stressati sarebbero gli impiegati di banca che, se non producono, vengono licenziati, se acquisiscono utenti a qualsiasi “prezzo”, per il cliente, corrono il rischio di linciaggi e insulti, quando gli investimenti non vanno a buon fine. E con l’aria che tira… Quindi una delle più ambite professioni, ahimè non sarebbe molto desiderabile. Io sono prof. e anche nella scuola, con le problematiche adolescenziali, i tiri mancini della Fornero e i pasticci di Matteo, c’è poco da stare allegri. Se non mi mandano in pensione, giuro mi licenzio, e seguo il consiglio di Gigi. Vado a coltivare la terra, a raccogliere le olive, a piantare patate. Chissà, magari le prossime generazioni avranno voglia di tornare all’orticello di famiglia o alle terre abbandonate, per prendersi cura della terra e della Terra (la madre). 🌻

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    • Siamo ormai una classe di alienati dallo stress e dal lavoro, dipendente o autonomo che sia. So benissimo che non c’è da stare allegri, infatti io ho fatto la scelta che tu hai anticipato. Ero un libero professionista nell’alienante Milano, ora ho mollato tutto e mi sono ritirato a vivere e scrivere in un piccolissimo pesino di montagna…per il momento. Un saluto a te!

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