Frammenti oscuri.


Venerdì, 2 dicembre 1966

Mattina

Caro Diario.

Devo andare a scuola tra poco.
Stamani sono stata l’ultima ad alzarmi dal letto, l’ultima a essere pronta, l’ultima a lasciare la camera e a  scendere nello studio con il diario verde sotto il braccio, ché non lo lascio mai, per paura che le ragazze leggano ciò che scrivo.

La verità è che sono senza forze, del tutto priva di energia e il mio aspetto lo rivela. Ho dedicato un po’ di tempo in più alla cura personale, per sembrare meno emaciata.  Invece niente. La faccia è rimasta uguale e le occhiaie mi fanno sembrare una morta vivente. Adesso, fra l’altro, oltre a vedermi stanca e brutta, ho vergogna del mio pallore. Quasi le sfumature del mio colorito siano la prova di colpe inconfessabili. Ma andiamo con ordine. La questione è seria.

Le relazioni fra noi collegiali non sempre sono limpide. Spesso bisticciamo per nulla, c’insultiamo e mettiamo il broncio. Ciò mi rende molto infelice. Le amicizie più intime, talvolta, diventano motivo di pettegolezzi e commenti ambigui. Le ragazze vedono il sesso ovunque.

Questa mattina – come dicevo – dopo una notte insonne, mi sono svegliata con il viso stanco e sofferente e ho cercato di porvi rimedio con il trucco e un’accurata pettinatura, nella speranza di sembrare più graziosa e meno spossata, ma senza successo. Lo specchio è stato impietoso: il volto troppo smunto ricorda un fiore sciupato.

Non vedo l’ora di ritornare a casa, per tirarmi su di morale, e rimettermi in forze. Qui nessuno si prende cura di me.

Tania, una ragazza “grande”, s’è attardata in camera con me e, posta alle mie spalle, ha osservato ogni mio gesto.

«Hai la faccia sbattuta», ha esclamato, a un tratto. «Sembri una che lo fa tutti i giorni. Fallo anche con me».

Sono rimasta senza respiro, non tanto per la proposta, quanto per il modo. Le parole sfrontate e l’accusa falsa mi hanno turbato nel profondo. “Non lo faccio tutti i giorni. Non l’ho fatto mai”, ho pensato, ma la timidezza mi ha impedito di replicare, come avrei voluto.

“Che stupida”, mi dico, mentre scrivo. “Avrei dovuto dirglielo”. Invece sono qui impotente, offesa e amareggiata per colpa dei suoi pensieri cattivi. Si è comportata come Sandro, che faceva passare la sua voglia di stare con me per un mio bisogno d’aiuto a fare i compiti. Lei, la stronza, prima ha sporcato la mia innocenza con la calunnia “Lo fai tutti i giorni”, poi siccome sembra che lo fai, “fallo anche con me”. Quattro parole possono ferire più di uno schiaffo.

La perfida manipolatrice voleva fare sesso con me. Non voglio farlo né con lei, né con un ragazzo. Sono troppo giovane. Devo evitarla. Il fatto inspiegabile è che provo vergogna e un senso di umiliazione. Sembra, quasi, che i suoi pensieri lubrici siano stati causati dal mio aspetto. Preferisco non pensarci. Non sono responsabile dei desideri altrui. Vorrei essere capace di allontanare i sensi di colpa e affrontare la giornata come se nulla fosse accaduto, ma sarà difficile. Sono esausta. I rapporti con le altre signorine rubano preziose energie.

L’episodio fa emergere un altro ricordo. Provai la stessa sensazione di colpevolezza quando, una volta, Jaspreet mi ferì nel profondo. Accadde mentre giocavamo in gruppo a descriverci l’una con l’altra. «Sei banale», mi disse «Sei insignificante».

Rimasi senza parole. Ero irrilevante, marginale, inesistente. Una che non contava niente. La mente era annebbiata e non riuscii a replicare. La lingua rimase incollata al palato, come sempre, quando mi feriscono fin dentro l’anima. Il parere di Jaspreet mi costrinse a riflettere. Guardai me stessa, in relazione alle compagne, per comprendere quali doti avessero in più o che cosa facesse difetto a me.

Da allora cerco di capire, mi paragono alle altre, ma non noto alcuna differenza. Sono più graziosa di alcune. Ho un buon carattere: educato, schivo e un po’ timido. Ho pensieri profondi, provo sentimenti intensi e, talvolta, dolorosi. Evito di ferire le persone in modo intenzionale, perché la mia sensibilità mi porta a pensare che gli altri sono umani come me e, se io soffro, – e giuro, patisco tante pene per le cose che accadono nel mondo intorno a me – penso, che soffrano anche gli altri. Dopo un lungo periodo di autoanalisi, ho scovato un solo difetto: sono troppo buona, arrendevole, educata e, come tutti i buoni, quando m’incavolo, esco dai gangheri. Questa è la mia natura ed è impossibile cambiarla, e non potrei essere più vera e autentica di così.

Ho fatto due ore d’italiano e non ho potuto scrivere. Adesso c’è ricreazione. Scriverò dopo, nell’ora di scienze, poiché in genere si fa chiasso.

Oggi, caso strano, le ragazze stanno in silenzio e la professoressa riesce a fare lezione. Devo chiudere il diario, e iniziare a ripassare, perché la signorina potrebbe anche interrogarmi, dato che ancora non mi ha sentito in scienze, ma solo in matematica. L’intuito suggerisce che potrebbe cogliermi proprio oggi.

Pomeriggio.

Nel pomeriggio, noi piccole siamo andate a comprare un regalo a una ragazza, che torna a casa per sempre. Dietro consiglio della libraia, abbiamo scelto un romanzo di Alberto Bevilacqua, che s’intitola “Questa specie d’amore”.

«È il successo editoriale di quest’anno», ha affermato lei.

«Voglio leggerlo anch’io», ho esclamato all’istante.

«Ho l’ultima copia. La vuoi?» ha domandato.
«Non ho soldi con me», ho replicato.

«Lo comprerai un’altra volta», ha detto e io ho annuito. Pazienza, adesso sto divorando “Dalla Russia con amore” di Jan Fleming. James Bond, il protagonista, è il mio idolo, fa l’agente dei servizi segreti britannici e il suo nome in codice è “007”.

Bond, al cinema, ha il volto di Sean Connery, un attore stupendo, che interpreta tutti i film della serie. I giornalisti definiscono Connery un sex-symbol, però lui avrà trent’anni ed è sposato con una bella donna.

Non fa per le ragazzine, come me. Preferisco il personaggio Bond all’attore. Mi affascinano l’audacia, la galanteria e il mondo pericoloso di Bond, vorrei essere la protagonista di un’avventura spericolata con lui. Bond è un seduttore, galante e raffinato, il dolce amante di una notte. Quale ragazza non vorrebbe essere tra le braccia di Bond per quell’unica volta?

Caro Diario, senti un po’ che roba scrive Ian Fleming.

“Dapprima la bocca della ragazza tremò sotto quella di Bond, poi, a mano a mano che la passione la possedeva, si concesse in un bacio senza fine. Bond si stese sul letto. Mentre la sua bocca continuava a baciarla, la sua mano sinistra corse sul seno sinistro della donna e lo afferrò, sentendo sotto le dita il capezzolo gonfio di desiderio. La mano scese lentamente lungo il morbido ventre piatto. Tatiana gemette dolcemente e staccò la bocca da quella di Bond. Sui suoi occhi chiusi, le lunghe ciglia fremevano come ali di libellula”.

Cavoli, quanto vorrei saper scrivere un brano così intenso, da grande.

Non ho ancora capito bene come si fa l’amore, ma ho già le idee un po’ più chiare, adesso. Rimane oscura la questione delle ciglia di Tatiana frementi come ali di libellula. Perché le ciglia devono sempre fremere? Per quale motivo Fleming descrive la scena d’amore come se fosse un film americano? Tatiana è una spia russa! Perché agisce come un’attrice hollywoodiana che, immancabilmente, sbatte le ciglia mentre il suo amato la bacia?

Giovedì, otto dicembre, 1966.

Oggi sono tristissima, non vado a scuola perché è festa. Però non ricordo quale sia la ricorrenza. Stamattina sono andata a messa. Il corista da brividi non c’era. Ho appena fatto colazione. Sono nello studio e scrivo. Nel pomeriggio faremo una passeggiata, se il tempo è bello. Ora pare che voglia piovere. Anzi, già pioviggina. Non si esce. Ho i nervi a fior di pelle, perché l’istitutrice non vuole colorarmi un bigliettino che ho disegnato. Io non sono capace. L’ho appena strappato per la rabbia. Sono talmente incazzata che fatico persino a scrivere.

La scrittura è nervosa, incerta, più grande e larga del solito. Alcune lettere sono un po’ slegate. Il tratto è più marcato, le “p”, le “g” e le “f” hanno ampie anse. Le lettere “t”, le “l” e le “h” sono puntute. Non è la mia solita calligrafia.

Mi arrabbio troppo, quando le persone mi offendono in maniera gratuita o mi rifiutano un piacere. Poi sto male. Per sovrappiù, è venuta anche la direttrice a dire alla signorina che tutte le sere deve farmi un’ora di lezione di latino, perché ho preso due nel compito in classe. Quante volte devo spiegarle che gli esami di latino non li faccio? Non ho intenzione di iscrivermi al ginnasio. Posso anche non sostenere quel cavolo di esame di latino. Niente. La mummia è proprio ostinata. Devo studiare anche il latino, per forza.

Sono seccata. La direttrice cambia idea ogni giorno. Ieri, a pranzo, s’era deciso che andassi a ripetizione da Fiorella, una ragazza di quarta magistrale. Ieri sera, a cena, la vecchiarda ha stabilito che devo ripassare francese il martedì e anche il giovedì, insieme a Jaspreet. Questa mattina ha assicurato che mi mandava a ripetizione dal professor Tal dei Tali. Ora ha ricambiato idea e vuole che sia la signorina Mariella a darmi lezione. A me proprio non va giù questo comportamento. Preferisco studiare da sola.

La signorina Mariella era molto simpatica, prima. Adesso, invece, incomincia a rompere le scatole pure lei. Ma so, che lei non mi darà ripetizioni di latino, perché sta preparando un esame all’università e ha tanto da studiare. E vai. Vediamo chi trova quell’acida zitella.

Che giornata schifosa. Non mi va bene niente. Non ho nulla da fare.

Vado da Jaspreet per chiacchierare, ma lei non ha voglia. Le chiedo in prestito un giornalino da leggere, ma rifiuta.

«Ho solo un paio di Linus e li voglio leggere io», afferma senza possibilità di replica.

Che iella.  Jaspreet ha prestato i fumetti a tutte le ragazze tranne che a me. Se mi chiede qualcosa, giuro che non gliela presto. Oggi sono proprio arrabbiata con tutte, anche con Consuelo, Marilina e Giselle. Per fortuna ieri è successa una cosa piacevole. Mi ha scritto Nina. È una bellissima lettera. La incollo sul diario.

Cara Michela,

Non ti vedo da mesi. Mi sei mancata. Sei stata sempre nei miei pensieri. Ho molte cose da raccontarti. La novità più importante è che, finalmente, possediamo una casa. Il babbo ha trovato lavoro come operaio. Quest’estate lui e la mamma hanno lasciato il Villaggio Giuliano Dalmata di Roma e si sono trasferiti a Napoli. Abbiamo trascorso una gradevolissima vacanza. Zita e io abbiamo una bella comitiva e tutti i giorni si andava in spiaggia insieme. Sto molto bene adesso. L’aria di mare, il sole e il clima asciutto giovano alla mia salute. Sono ancora fidanzata con Toni. Lui mi ha anche regalato la fedina. In verità, non mi curo troppo di lui e, spesso, penso a un altro ragazzo, uno che ho conosciuto quest’estate a Licola.

Si chiama Andrea, ha diciannove anni e mi piace tanto. Andrea è un capellone. Ha la capigliatura scura, molto lunga, un po’ ondulata. Quando lo conobbi, indossava scarponcini con il tacco, pantaloni grigi alla Rolling Stones, una camicetta a quadretti e un giubbotto blu. Andrea, da quel giorno, fa parte del mio cuore.

Mi chiese di diventare la sua ragazza, ma le mie amiche spifferarono che ero già fidanzata, e mi misero fuori gioco. Vatti a fidare delle compagne. In quel momento le avrei fatte nere. Spero, che durante la mia assenza non si metta con una di loro. Credo, che lascerò Toni, perché non mi piace più. È diventato persino antipatico. Non lo sopporto a volte.

Sai, ho tagliato i capelli. Adesso, ho la frangetta e i capelli pari lunghi fino alle spalle. Zita ha il taglio uguale al mio, ma i capelli sono più lunghi.

Fai ancora la raccolta dei francobolli? Se vuoi, te ne mando qualcuno. Adesso vado a fare i compiti. Ti saluto con affetto. Ti mando tanti baci.

La tua amica, Nina.

Ho risposto a Nina. La mia lettera, però, non mi piace. Non è niente in confronto alla sua. Avrei voluto descriverle tutto il bene che ho per lei, ma non ci sono riuscita. Non ho trovato le parole giuste per esprimere l’affetto che sento. Chissà se lei lo capirà, leggendo tra le righe?

È difficile, per me, manifestare i sentimenti che provo. Ho sempre paura di sembrare falsa o eccessiva. Riesco a comunicare solo attraverso il diario.

Oggi, se il tempo è bello, dopo pranzo bisogna andare a fare quella stupida passeggiata, ma non ho voglia d’uscire. Desidero scrivere per sfogare la rabbia, visto che non ho un’amica cui affidare i miei segreti e miei pensieri.

Parlerei con Nina, se fosse qui. Ho deciso di mandarle il Diario, per farglielo leggere. In questo modo saprà tutto di me. Conoscerà i miei sentimenti, e saprà anche che le voglio molto bene.

Ieri pomeriggio ho bisticciato di nuovo con Marilina. Ero seduta in veranda su una panchetta appartata. Stavo leggendo, di nascosto, un fotoromanzo e celavo la rivista tra le pagine del libro di storia, per timore che la direttrice mi scoprisse. Me ne stavo là, un po’ incantata con gli occhi fissi sull’immagine di un bel bacio appassionato tra i due innamorati della storia e con la mente persa dietro chissà quali pensieri e desideri, quando una voce alle mie spalle dice «Come l’hai svolto il compito sui verbi?»

Un sobbalzo e sono tornata alla realtà. Era Marilina che, di soppiatto, s’era avvicinata, per spiarmi e, trovandomi assorta in fantasticherie amorose, e del tutto ignara della sua presenza, ha urlato la sgradevole frase che, in modo brusco, ha riportato alla mente gli insuccessi scolastici della scorsa settimana.

Le ho risposto seria e imbronciata. «Per favore, smettila di prendermi in giro». Lei mi ha guardato con sguardo allucinato di finta sorpresa. “Cade dalle nuvole, la poverina”, ho pensato.
Poi si è girata e se n’è andata.
“Meglio così. Ho una scocciatrice in meno fra i piedi”, mi sono detta.
Non credo alla scena dell’innocenza. Voleva prendermi in giro, l’ho capito dal tono ironico e dal ghigno cinico che aveva stampato in faccia. Lo sa benissimo che ho preso due nella verifica sui verbi. Lo sanno tutti. Qui le notizie volano. Arrivano con la posta via missile. Consuelo, quell’altra gatta morta, anche lei aveva appena finito di burlarsi di me per la medesima ragione.
Mi lasciassero stare in santa pace. E che cavoli. Oggi tutte s’interessano a me, solo perché ho preso due in grammatica italiana. Andassero tutte a quel paese. Uffa. Le donne del collegio, grandi e piccole, sono veramente odiose. Ieri sera, però, mi sono rappacificata con Marilina e siamo state più amiche di prima. Per una notte. Questa mattina mi ha deluso di nuovo. Ho chiesto una sua fotografia, ma lei ha risposto «Mi dispiace, ne ho una soltanto. Voglio tenerla per me», ha spiegato.

“Alle altre, però, la fotografia l’ha regalata” penso, e sospetto che non devo starle simpatica, altrimenti dava anche a me la sua fotografia. Che vada a quel paese.

È ora di pranzo. Pioviggina. Non si esce. Mi metto a studiare con impegno. Ripasso i verbi italiani, le coniugazioni e le declinazioni latine. Alle cinque si va a vedere la TV dei ragazzi. La promessa di questo svago è l’unica cosa che rende confortante questa giornata da schifo.

Sera.

Tra poco andrò a dormire. La televisione non trasmetteva niente di buono oggi pomeriggio. Noi piccole abbiamo chiesto a Rosita d’intercedere presso alcune sue amiche, figlie di non so quale dirigente della RAI, affinché il genitore predisponga programmi divertenti e un po’ più moderni.

Questa sera c’è “Il signore ha suonato?”, uno spettacolo soporifero e noioso che piace solo ai matusa. Per fortuna hanno cantato Dalida, Gino Santercole e Delia Scala.

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9 pensieri su “Frammenti oscuri.

    • Ciao Rebecca, mi fa piacere la tua domanda, perché mi permette di chiarire lo scopo del mio scritto. Chi mi conosce, sa che nel 2014 ho pubblicato il Romanzo-Diario “Il mio tempo – un’adolescente negli anni ’60”. Un romanzo autobiografico, tratto dal mio diario personale del 66/67. Quindi, sì, ho scritto un diario a 13 anni, da cui ho ricavato un diario romanzato, in cui i fatti veri si mescolano a episodi inventati, funzionali alla storia. Nomi e luoghi sono di fantasia. La narrazione rispetta le persone di ogni ceto sociale, razza, religione o inclinazione sessuale. Il Diario vuole essere una testimonianza di un’epoca lontana, dell’immediato dopoguerra, della rivoluzione culturale degli anni ’60, del pacifismo, di alcuni fatti di costume e di politica, che accaddero in quel periodo, di cui ancora si sentono gli echi (ad es.: guerra tra lo stato d’Israele, Egitto, Giordania, Siria… per il controllo della striscia di Gaza…). Ora, sto facendo un editing accurato, prima di stampare una nuova edizione, e pubblico in anteprima sul blog i capitoli rivisitati. Ti auguro una buona notte.

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