Tra corbellerie adolescenziali, classe, studio e cineforum.


Corbellerie adolescenziali.

Caro Diario

Ho raccontato, sinora, alcune  vicende rilevanti della mia vita e dei tempi presenti. Però ci sono tappe che costituiscono la memoria personale ed evocativa del mio mondo privato che non ho ancora narrato. Devo trovare il coraggio di parlare di mio padre, immenso iceberg di dolore sommerso  nella mia coscienza.

Oggi parlerò di cose frivole: la lista delle ragazze simpatiche, antipatiche e indifferenti, degli amici belli, brutti e così via. Parlerò della musica preferita, dei cantanti, dei film… oppure farò la lista dei libri che ho amato e di quelli che vorrei leggere.

Insomma, ho intenzione di descrivere cose che a nessuna persona seria e impegnata verrebbe in mente di fare. Chi si sognerebbe di stilare l’elenco dei libri più letti o delle persone più popolari? Mah!

A ogni modo, le compagne piacevoli sono pochissime, quindi la lista delle simpatiche è presto fatta. Il primo posto va a Jaspreet, cui seguono Giselle, Marilina e Consuelo, anche se devo proprio fare uno sforzo per includerle nella lista bianca, perché non le trovo sempre gradevoli.

Sono odiose pure loro, certe volte. Scocciano e sono pronte alla lite. Questa mattina, per esempio, appena sveglia, ho bisticciato con Marilina. Non ho capito bene per quale ragione. Fatto sta, che sono incavolata nera con lei. Stavamo chiacchierando quiete quiete, quando a un tratto urla «Non mi seccare. Ho i nervi».

Ho impiegato una frazione di millesimo di secondo a offendermi, le ho voltato le spalle e mi sono allontanata, senza chiederle per quale motivo fosse nervosa. Poteva anche usare un tono meno rabbioso con me. E che cacchio ne sapevo, che era nera come la peste. Se lo fa un’altra volta, passerà nella lista nera, quella delle antipatiche senza possibilità di revoca a vita.

Ho compito in classe di storia, sono abbastanza preparata, però non ho studiato Mazzini. La professoressa, di sicuro, farà domande anche sulla Giovane Italia. “Speriamo bene”, mi auguro. Cercherò di scopiazzare qualcosa solo su Mazzini, perché il resto lo so. Ora vado a fare colazione. Continuerò a scuola.

 La colazione.

Certo, le ragazze sono tanto maliziose. Fiorella è una convittrice un po’ deperita. È troppo magra, sempre stanca e, per questo motivo, il dottore le ha consigliato di mangiare le banane a colazione. Ne tiene un casco nella credenza e, tutte le mattine, ne mangia una. Stamani era assonnata più del solito e sedeva accasciata sulla sedia con gli occhi socchiusi. Faceva colazione, ma dormiva ancora. Sorbiva il latte svogliata e mordicchiava la fetta di pane e marmellata con un’espressione fra il disgustato e il voluttuoso. Infine ha preso la banana e, con sguardo vuoto e assente, ha staccato la buccia, poi  ha iniziato a mordicchiare la polpa bianca con un’aria languida.

Non si capiva se provava repulsione o piacere, perché la sua espressione ricordava un po’ le pose sensuali di certe dive nelle scene d’amore, solo che lei era del tutto inconsapevole del suo atteggiamento. Il contrasto fra la nostra percezione e i suoi gesti ignari rendeva la situazione grottesca e divertente, tanto che ha suscitato molta ilarità e risatine sciocche alla nostra tavolata.

Le ragazze più smaliziate hanno incominciato ad ammiccare, scambiarsi occhiate complici e sorrisi d’intesa. Marilina, a un certo punto, ha iniziato a mugolare, simulando i gemiti d’amore. È stato allora che  Fiorella si è riscossa dal torpore e ha mandato tutte a quel paese. Mi viene ancora da ridere se ci ripenso.

Una giornata tra classe, studio e cineforum.

Prima e seconda ora: matematica.

Ho visto Ottavio prima d’entrare in classe. Ha un’aria sciupata. Non è bello come prima. Se ne sono accorte anche le mie compagne. «Soffre per te», ha detto una.

Mi dispiace far soffrire. Sono confusa. Ottavio mi piace, ma non desidero una storia impegnativa. Lui, invece, vuole fare sul serio. Ho paura. Sono piccola. Siamo entrambi troppo giovani, penso, mentre Linda sussurra alle mie spalle «Che fai? Scrivi il diario?»

E io «Certo. Siamo nell’ora di matematica. Che cosa vuoi che faccia?» rispondo. Non ho proprio voglia di stare attenta. La professoressa sta interrogando Jaspreet, o meglio, ci prova con esito zero. Lei fa scena muta, perché non ha studiato. Pensa troppo, rimugina sul papà, la mamma e le loro storie. Anch’io sono impreparata, ma almeno ho risolto mezzo problema, e non sono riuscita a svolgerne un altro. Jaspreet non ci ha nemmeno provato.

Mi conviene dire una preghiera, anzi due: una per Jaspreet, l’altra per me, mi dico, e la corrente elettrica va via. La matematica causa corti circuiti. Se la luce non ritorna salta il Cineforum.

Il “Cineforum” è il film gratuito del giovedì, seguito dal dibattito sui temi della pellicola, di solito di grande impegno sociale. Alcuni film parlano di guerra, però sono interessanti e molto belli.

Sta piovendo e non c’è corrente elettrica. Il film salta. Appena possibile trascriverò le trame dei film, che ho visto quest’anno. Voglio pure incollare sul diario una mia fotografia, magari quella con le trecce. Ho attaccato un rametto di mimosa sul retro copertina del quaderno. È un regalo di Lena, la mia compagna di classe più cara. Anche il fiocchetto rosso, in prima pagina, me l’ha regalato lei. Il suo papà, adesso, è all’ospedale. Spero guarisca presto.

Terza e quarta ora: italiano e storia.

La professoressa ha corretto i compiti in classe. Ho preso sette; Linda ha avuto sette meno, Consuelo sette più, come Lena. Jaspreet ha avuto cinque meno. L’insegnante ha affermato che riguarderà le verifiche e cambierà qualche votazione. Speriamo che non abbassi il mio voto. Non mi piacerebbe un sei e mezzo stiracchiato. La professoressa ha minacciato d’interrogare Jaspreet su tutto il programma di geografia. Deve mettersi a studiare d’impegno per rimediare.

È appena suonata la campanella della ricreazione. Faccio una pausa dalla scrittura, che tanto mi conforta. Dopo ho la prova di storia, e non potrò scrivere il Diario.

Quinta ora: educazione fisica.

Il compito di storia era facile. Quattro domande alle quali ho saputo rispondere, ma in modo impreciso. Devo aspettarmi un’interrogazione, per sabato prossimo, su tutti gli argomenti svolti.

Oggi non mi andava di fare ginnastica, perciò mi sono giustificata. Ho inventato la scusa del mal di testa e, caso strano, la signorina mi ha creduto. Non ha sbraitato. È rimasta calma, però ha detto di prendere appunti sulla lezione. Lo sto facendo, però di nascosto scrivo anche il Diario.

Che barba! Adesso ci fa tenere il quaderno d’educazione fisica. La professoressa detta norme d’igiene e pronto soccorso, e pretende, anche, che le studiamo.

«Sono nozioni utili. Vi serviranno nella vita. Studiate», ripete lei.

Noi che ci giustifichiamo, inoltre dobbiamo descrivere tutti gli esercizi che svolgono le compagne. Capirai che noia. Meglio fare ginnastica. Mi sa tanto che la professoressa lo fa apposta. Ha trovato un bel deterrente alle continue defezioni alle sue lezioni.

“Ora mi spiego perché non sbraita”, non ci sgrida neanche più, ci punisce e basta. “Lei non mi frega. Farò sempre ginnastica da oggi in poi”.

Ho un appetito smisurato. Spero che l’ora finisca in fretta per catapultarmi nella dispensa a prendere qualche biscotto, tanto sono già in convitto. La palestra femminile è al Santa Lucia.

Pomeriggio.

Ora inizio a studiare scienze, è l’unica materia che devo preparare per domani.

Farò anche due ore d’italiano con la signorina “pomme de terre”, ma non ho compiti da svolgere. La professoressa di Lettere ha robuste mani da contadina e noi l’abbiamo soprannominata “mademoiselle pomme de terre”. Pensa, se lo sapesse.

«Si va al cineforum. Ragazze, preparatevi», comunica la signorina Mariella.

«Evviva».

Sera.
Al cineforum davano “Per il re e per la patria”, un film inglese del 1964 diretto dal regista Joseph Losey con Dirk Bogarde e Tom Courtenay, tratto dal dramma “Hamp” di John Wilson e sceneggiato da Evan Jones.

Il film era impegnativo e un po’ stomachevole. Quello della scorsa settimana, “I sette samurai” del grande regista giapponese Akira Kurosawa, sarà anche un capolavoro, divertente, ma non si poteva guardare. Ho passato metà tempo con una mano sugli occhi e l’altra sulla bocca.

Trascrivo il giudizio sul film di non so quale critico cinematografico. Ricopio la recensione dal foglio che ho avuto al Cineforum la settimana scorsa.

“ ‘I Sette Samurai’ è un film grande e bello, importante, rapido e divertente. Siamo nel Giappone del 1500. Una banda deruba e uccide i contadini di un villaggio nella stagione del raccolto. Per una volta, i contadini decidono di organizzarsi e difendersi. Assumono un samurai e lo incaricano di trovarne altri. In cambio, daranno una ciotola di riso tutti i giorni. Il capo trova altri cinque samurai e Mifune, un sedicente samurai, perdigiorno e gradasso. Anche Mifune, comunque, si riscatta alla fine del film. I samurai preparano la strategia d’azione. Il più giovane s’innamora di una contadina, altri familiarizzano con i poveri contadini, scoprendo valori sconosciuti.

Alla fine lo scontro è durissimo. Molti muoiono. I banditi sono sconfitti. Sopravvivono tre samurai. Prima di andarsene, il capo dice ‘Non abbiamo vinto noi, ma i contadini’. Kurosawa rappresenta una storia medievale ma, allo stesso tempo, tratteggia la realtà rurale del Giappone del dopoguerra, dove, oltre le vicende storiche, drammatiche e sconvolgenti, rimanevano immutati alcuni principi. Resistevano, appunto, le certezze e gli immutabili valori dei contadini nipponici. E, forse, del mondo. ‘I sette samurai’ è un film di culto, ricordato e amato come i grandi film americani”.

Non riesco neanche a raccontare la trama del film d’oggi pomeriggio. È troppo disgustoso. Mi ha turbato, ma non ne capisco del tutto la ragione. Anche di questo film preferisco ricopiare la recensione dal volantino dattiloscritto che ho ricevuto.

“ ‘Per il re e per la patria’ narra la storia di Hamp, un soldato britannico accusato di diserzione e del suo difensore, il capitano Hargreaves, designato d’ufficio a difenderlo davanti alla corte marziale. Egli non riesce a sottrarre il militare Hamp al plotone d’esecuzione, anzi sarà lui a riservargli il colpo di grazia.

Il film, ambientato nel 1917, rientra nel filone del cinema antimilitarista del dopoguerra. Tuttavia, ‘King and the country’ non è un film antibellico nella misura in cui ‘Il servo’ non è un film contro la volgarità o ‘Eva’ un film contro le donne.

L’opera è, piuttosto, una requisitoria sul male che è in noi, nel mondo in cui viviamo. ‘Per il re e per la patria’ è il crollo di tutto l’ordine costituito sul piano individuale; il film più amaro e terribile su un’epoca ma, allo stesso tempo, un’opera di poesia sull’uomo contemporaneo anche se spietatissima, un film che trasuda lacrime di dolore, di disgusto e che trova la sua più grande espressione nell’impotenza colpevole di Hargreaves.

Dopo aver visto il mondo di Losey, è indubbio che il problema della guerra, del servizio militare e della difesa dei valori patriottici sia uno dei grandi temi della società contemporanea da impostare su basi completamente nuove, che tengano conto dei valori della vita umana e della pace”.

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6 pensieri su “Tra corbellerie adolescenziali, classe, studio e cineforum.

  1. “Per il re e per la patria”, un film inglese del 1964 … pensa nel 64 sono nata io, quando ti lego sembra che posso ricuperare un periodo che mi sarebbe più piaciuto, credo gli anni 60 erano gli anni della libertà..

    spero che oggi stai già un po’ meglio, ti abbraccio cara Pina

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