Le profughe giuliane dalmate.


Caro Diario

Oggi, all’uscita da scuola, ho visto Ottavio. Ci siamo scambiati un’occhiata fugace, e l’ho indicato alla mia amica Giselle, che non lo conosceva. Non ha fatto commenti. Chissà se lo trova carino? Ho intravisto anche Giuliano, il fusto di quarta magistrale. Ottavio è in terza media, perchè lo scorso anno fu bocciato, dunque entrambi sosterremo gli esami il prossimo giugno (1967).

Consuelo è a letto: ha fatto indigestione, ci giurerei. So, che ha ricevuto un pacco dai genitori, che lavorano in Germania, sono emigranti meridionali. Deve essersi ingozzata di dolciumi e würstel. Succede così a tutte: prima arrivano le provviste, dopo finiamo in infermeria con il mal di pancia. A proposito di cibo, oggi a pranzo ho mangiato minestrone, carne, contorno d’insalata e una mela. Durante il pasto, la direttrice distribuisce la posta. Siede a capotavola tra l’economa e le istitutrici, e rimane al suo posto anche durante la consegna della corrispondenza. Pronuncia il cognome della ragazza, che ha ricevuto posta, che si alza, attraversa il refettorio, s’avvicina alla tavolata delle signorine, e ritira la lettera. Questo, per me, è un momento imbarazzante, perchè sento gli occhi delle ragazze puntati addosso. Poi tutte vogliono sapere chi ha scritto.

Oggi, ho ricevuto una lettera da nonna Beatrice, quindi ho fatto da poco la mia passerella. Che vergogna. Nella busta ho trovato una banconota da mille lire. Userò i soldi per pagare il cinema e acquistare caramelle, biscotti e stringhe di liquirizia, di cui sono ghiotta, e che mi fa bene. Mi ha scritto anche da mamma e ho avuto una cartolina da Nina. Sono molto contenta.

Nina è la mia amica prediletta. È una ragazza speciale. Se penso, che si è privata della medaglia vinta alla gara di ricamo, l’unica cosa preziosa che aveva, per donarla a me, mi commuovo.

Nina è bionda, non molto alta, più o meno quanto me, ma un po’ più grassottella e ha gli occhi d’un azzurro ceruleo, che fa pensare al cielo d’autunno. Non è bella, però è simpaticissima. Zita, la sua gemella, è scostante. Si dà un sacco di arie, neanche fosse una miss di bellezza ma è, a mala pena, graziosa. Ha i capelli scuri e gli occhi verdi, è alta e magra. Quando cammina sembra un fenicottero, che si muove su gambe lunghe e sottili. Beh, a dire il vero, le gambe sono niente male. Però le dita delle mani con le unghie rosicchiate sono orribili.

Zita è un’oca: cambia ragazzo ogni due mesi e fa la civetta con tutti. Lei mi sta antipatica, questo è certo. Tuttavia, non so, se non mi garba, perché s’intromette fra me e Nina o perché il suo atteggiamento è respingente.

“Mah! Non lo capirò mai”, penso, mentre tornano alla mente episodi del passato di cui le gemelle furono protagoniste.

Conobbi le sorelle lo scorso anno. Un giorno, la direttrice comunicò a noi piccole, che sarebbe giunta una nuova convittrice e ci pregò di essere gentili e ospitali con lei, perché era una profuga giuliana. Si trattava di Zita.

Non sapevo chi fossero i profughi giuliani, ma cercai di fare amicizia con la nuova compagna, senza riuscirci, poiché lei era molto triste: non sorrideva mai ed era diffidente. Fu difficile entrare in confidenza con lei. Soprattutto ci volle tanto tempo prima che dal suo viso scomparisse la maschera della sofferenza, e iniziasse a sorridere e  a giocare con noi. Zita non amava parlare di sé. Rispondeva malvolentieri alle domande sulla famiglia, la casa e la sua vita in genere. Nominava, spesso, Nina, la sua gemella. Raccontava, che era ricoverata in un ospedale italiano, da qualche parte. Non sapeva dove. Affermava che, presto, si sarebbero ricongiunte qui, e gli occhi le si illuminavano di speranza. Si capiva, che era preoccupata e soffriva. Mi convinsi, che il cipiglio, che me la rendeva odiosa, non era superbia, ma dolore, e che il tormento stampato sul suo viso era da imputare all’esilio, al distacco dai genitori e dalla sorella ammalata. A ogni modo, divenimmo buone amiche, nonostante la sua ritrosia e la riservatezza, che, a ben pensarci, era simile alla vergogna.

La solita Linda, invidiosa della nostra intimità, architettò piani diabolici, e sparse zizzania, per separarci. Linda è una guastafeste: crea ad arte strategie e inganni per fomentare inimicizie tra noi. In passato ha avuto qualche successo ma, da quando l’abbiamo smascherata, nessuna bada alle sue trame sabotanti e distruttive.

Prima delle vacanze di Natale, giunse anche Nina, che mi conquistò con i modi espansivi e la solarità. Nina fu simpatica anche a Linda, che si diede un gran da fare per ottenere la sua fiducia. Linda non ha amiche: tutte la mollano, non appena scoprono le sue bizzarrie e le crudeltà.

Per questa ragione, quando arriva una nuova ragazza, cerca di entrare nelle sue grazie. Nel giro di una settimana, si gioca le carte peggiori e la nuova vittima si dilegua sgomenta. L’instabilità e i dispetti di Linda stancarono anche Nina, che scelse me. Capii che aveva bisogno di un’amica tranquilla, capace di ascoltare discorsi seri e dolorosi, la prima volta che parlammo di noi in modo profondo Avvenne un pomeriggio invernale: c’eravamo soffermate in cortile, a godere il tepore di un raggio di sole, sedute sulla panchina intorno  al cedro, e lei mi confidò certi suoi segreti e io le svelai qualcosa di me.

La mia amica raccontò, che la sua famiglia era originaria di Pola, una città della Venezia Giulia, dove aveva trascorso l’infanzia. Poi in Istria erano accaduti eventi drammatici: era scoppiata la guerra civile e un colpo di stato militare aveva portato al potere un dittatore comunista. Non conosceva tutti i fatti, però sapeva che il regime del colonnello Tito non era gradito a molte famiglie di lingua e cultura italiana, come la sua, che avevano preferito abbandonare le loro terre assegnate alla Jugoslavia.

«Non puoi immaginare quanto dolore ho visto. Noi esuli e perseguitati politici abbiamo sofferto tanto», mi confidò. Non potei immedesimarmi in una situazione tanto pensosa, ma aprii il mio cuore al suo dolore.

Non compresi, se la sua famiglia fosse stata espulsa dalla propria patria o se si fosse allontanata a causa degli eventi, e domandai «Quali sono le vere cause dell’esodo?»

«Non so. Tante. I miei genitori hanno deciso di vivere in Italia, perché non vogliono appartenere alla Jugoslavia del colonnello Tito. Ci sono anche motivi economici. A Pola vivevamo in miseria, papà era senza lavoro e non c’era più denaro per mangiare e acquistare le medicine», disse, chinando la testa su una spalla, e aggrottando la fronte.

«Avevate bisogno di tante medicine?» domandai, curiosa di scoprire quale terribile malattia mettesse in pericolo la salute della mia amica.

«Sì. Zita ed io siamo ammalate e, per questa ragione, alcuni volontari dell’Opera d’assistenza ai profughi giuliani e dalmati ci condussero a Trieste, in un ospedale moderno, per farci curare», spiegò Nina, sollevando le palpebre.

«I vostri genitori rimasero a Pola?» domandai. Lei annuì. «Perché non vennero anche loro a Trieste?» insistei.

«Non lo so. Decisero di rimanere in Istria e basta. È così. Non te lo so spiegare», ammise con aria accigliata e gli angoli della bocca rivolti verso il basso. La sua espressione seria parlava di un tormento insostenibile, e non osai fare altre domande stupide.

Con il tempo, Nina raccontò altri particolari del suo percorso in Italia. Seppi dalla sua voce che, quando lei e Zita guarirono, furono trasferite a Carpi, in un campo d’accoglienza. Parlò di Nomadelfia, ma non sono certa che fossero là. Le abitazioni, a suo dire, erano fatiscenti, grigie e umide. L’atmosfera era triste e funerea, la vicinanza dei corsi d’acqua, dei canali e le nebbie invernali rendevano il posto particolarmente malsano e insalubre. Le ragazze vi rimasero a lungo. Nina non seppe dare precise indicazioni temporali. Si capiva che aveva una vaga idea di quegli anni. A Carpi la sua malattia si riacutizzò. Mi disse, che soffriva di una patologia ai polmoni e che i medici l’avevano inviata in una colonia elioterapica per la riabilitazione: aveva bisogno della luce solare per non ricadere nella malattia. Fu allora che le gemelle si separarono la prima volta. Quando Nina guarì, entrambe furono mandate a Roma, ospiti della Casa della Bambina, un collegio fondato dall’Opera per accogliere le esuli giuliane e dalmate. Anche i genitori raggiunsero Roma, avevano trovato accoglienza al Villaggio Giuliano Dalmata, dove tuttora vivono.

«Tu e Zita non state con i vostri genitori. Perché?» chiesi.

«Mio padre non lavora e non possediamo una casa nostra. Papà non può mantenerci. Per fortuna esiste la solidarietà. La Chiesa, lo Stato, gli altri profughi e molti benefattori ci aiutano. Sai, Michela, noi rifugiati politici siamo tanti. Tu non puoi neppure immaginare quanto abbiamo sofferto», asserì in tono angoscioso, con le sopracciglia vicine e le labbra tirate, come volesse trattenere il pianto.

«Perché non siete rimaste a Roma, vicine ai vostri genitori?»

«Perché la Casa della Bambina ospita ragazze fino ai dodici anni. Noi ne abbiamo tredici», spiegò, soddisfacendo tutte le mie curiosità, lasciandomi a bocca aperta.

Nina raccontò la sua odissea, e molte cose furono più chiare: la ritrosia di Zita, la sua tristezza, la diffidenza e, soprattutto, la malattia. In quel momento incominciai a sospettare che il collegio Santa Lucia fosse anche un “luogo di dolore” e non solo uno spazio di gioiosa convivenza. Mi affezionai a Nina, davvero. Stavamo sempre insieme. La sentii sorella e amica. Era come me. Eravamo unite nella sofferenza, io ero custode dei suoi segreti e lei conosceva una parte della mia vita.

“Chissà quali segreti celano nel cuore le altre compagne?” mi domando oggi.

Le mie vicende, forse, sono meno tremende di quanto io creda. Di sicuro non sono le peggiori. Non sono l’unica ad aver sofferto. La vita ha dato a me, come alle altre, una porzione di dolore e sofferenza, però mi ha riservato anche qualche momento di gioia e serenità.

Nina ed io trascorremmo molte ore felici insieme. Lo scorso anno con le piccole (Zita, Linda, Nina, Jaspreet, Giselle, Marilina e Consuelo) formavamo una compagnia molto affiatata, che le altre ragazze chiamavano la gang delle piccole. Mettemmo da parte ripicche e litigi, per unirci a Nina e Zita ed essere solidali fra noi.

Le vacanze estive giunsero a separarci. Ognuna tornò a casa, al paese e ai vecchi amici. Nina annunciò che sarebbe andata in una colonia marina. Quando le chiesi l’indirizzo, dove inviarle qualche cartolina, disse che non aveva un domicilio. Non sapeva in quale centro di vacanza sarebbe stata ospite e neppure se la propria famiglia sarebbe rimasta al Villaggio di Roma.

Anch’io partii per Aqueterne, dove ritrovai i familiari, gli amici d’infanzia e le consuetudini antiche. Feci ritorno a Castro i primi d’ottobre, con un gran desiderio di rivedere la mia amica, abbracciarla e raccontarle le mie avventure estive. Ahimè, Nina non c’era. Ora so che vive a pochi chilometri da me ma non possiamo incontrarci. Sono delusa e triste.
“Chissà se un giorno ci rivedremo?” mi domando con una struggente nostalgia nell’anima.
“No”, risponde il mio cuore. E io gli credo. Non vedrò mai più la mia Nina.

Annunci

3 pensieri su “Le profughe giuliane dalmate.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...