Ladra d’affetto.


Diario, 22/11/1966

Caro Diario

Alcuni giorni dopo il ballo del ’66, la signorina Mariella, la più giovane delle istitutrici, che frequentava il primo anno del corso di Laurea in Lettere Moderne, volle condurmi con sé all’università. Doveva iscriversi a un esame, e, siccome quella mattina non c’era scuola, perché era la festa del patrono, la direttrice diede il consenso.
Uscimmo presto, dopo esserci preparate con cura. Stavamo per raggiungere il piazzale degli autobus di linea quando, a un tratto, vidi Ottavio accanto a una corriera. Parlava con un uomo di mezz’età, anche loro ci scorsero e, mentre ci avvicinavamo, non ci levarono gli occhi di dosso. Intuii che parlavano di me, e colsi lo sguardo benevole dell’uomo.
Un attimo prima di raggiungerli, la signorina Mariella disse «Ottavio ti vuole bene. Si vede che è innamorato di te. Piaci anche al papà».
«È carino. Mi sta simpatico», risposi.
Quando fummo vicine, i due smisero di parlare. L’istitutrice pagò la corsa e prendemmo posto a destra del conducente.
Ottavio continuò a chiacchierare con il padre e a guardarmi attraverso il finestrino. Non ebbi il coraggio di volgere lo sguardo nella sua direzione, per paura d’incrociare i suoi  occhi,  e svelarmi troppo, però riuscii a contenere l’emozione. La storia con Sandro mi aveva insegnato qualcosa, ed ero già un po’ più consapevole. Quando partimmo, Ottavio rimase a terra , e seguì la corriera con lo sguardo.
Durante il viaggio, la signorina Mariella bisbigliò «Sei fortunata, piaci a un bel ragazzo e, per di più, è anche ricco».
La guardai, e tacqui. A me importava poco l’agiatezza familiare, il mio cuore batteva per i suoi occhi lucenti, i capelli scuri e l’abbigliamento alla moda.
Quel giorno fu davvero speciale. L’istitutrice fu gentile e simpatica, e capii che mi voleva bene. Visitammo il museo archeologico, dove mi raccontò i miti legati alla fondazione della città e, mentre passeggiavamo per le piazze e le vie del centro, fece da cicerone, descrivendo i monumenti e i palazzi rinascimentali.
A ora di pranzo, eravamo in coda davanti a una pizzeria, che serviva pizza a trancio. Rimasi sorpresa, quando scoprii che, per avere un trancio di pizza, bisognava fare una lunga fila e, mentre aspettavo il mio turno, ricordai che nonna Beatrice, tutte le settimane, faceva il pane in casa, lo cuoceva nel forno a legna e, in quell’occasione, non mancavano alcune teglie di pizza con il pomodoro, l’origano, l’olio e il formaggio di casa. Le donne preparavano anche qualche ciambella di pasta lievitata e salata, senza altri condimenti, che chiamavano pizza bianca.
Faticai un poco a mangiare in piedi la fetta di pizza, che colava unto da tutte le parti e, per non imbrattare i vestiti di pomodoro rosso e mozzarella fusa, mi sbrigai a finirla e, per poco, non mi strozzai con un boccone gommoso. Le pizze di nonna Beatrice erano tutta un’altra cosa.
Ritornammo a Castro nel primo pomeriggio. In collegio tirava una brutta aria. Le ragazze erano tutte agitate, perché era successa una cosa gravissima. La direttrice aveva smascherato la ladra, che derubava noi ragazze da mesi, privandoci degli cose più care.
Le sparizioni degli oggetti più impensati si susseguivano, e il sospetto gravava su tutte. Ero tranquilla, perché non avevo mai rubato, però non mi piaceva essere sospettata sapendomi innocente.
Tra l’altro, ero molto arrabbiata con la ladra, perché mi aveva fregato uno zatterone e il quaderno di geografia. Ero quindi rimasta con una sola zeppa e, per sovrappiù, avevo dovuto ricopiare gli appunti, e disegnare di nuovo tutte le cartine geografiche.
Mi dispiaceva, in modo particolare, d’essere stata privata del mio primo paio di scarpe da adulta. Avevo penato moltissimo per convincere la mamma a comprarmi quegli strani sandali estivi di cuoio, con la zeppa alta, di legno.
«Sono troppo moderni», aveva tergiversato lei.
«A me piacciono, mamma. Li desidero tanto. Ti prego, comprameli», avevo replicato.
«Va bene, te li prendo. Però, non stupirti, se i ragazzi ti guarderanno come una donnaccia», era stata la sua ultima parola profetica
«Perché dovrebbero farlo?» chiesi.
«Lo capirai, lo capirai», rispose, enigmatica. Mi domando, perché la mamma pone dei divieti, senza spiegare perché. Forse, capirei le sue ragioni, se le motivasse.
A ogni modo, compresi quello che la mamma intendeva, la prima volta che calzai gli zatteroni a Castro e Marilina, senza giri di parole, disse «Hai messo un paio di sandali da puttana».
Inorridii, e non osai replicare. Qualche giorno dopo uno zatterone sparì, e l’altro rimase solitario nel comodino. Si vede che erano piaciuti anche alla ladra.
«Beata te» esclamò Marilina, appena entrai nello studio.
«Perché?» volli sapere.
«Perché non eri qui. Non puoi immaginare, quanto è stato brutto subire la perquisizione delle istitutrici. Abbiamo dovuto aprire gli armadietti e i comodini. Ci hanno costretto a svuotare i cassetti. Hanno frugato sotto i materassi. È stata un’esperienza molto umiliante», considerò.
«Almeno hanno scoperto la ladra?»
«Sì.»
«Chi è? Chi ha fregato le nostre cose?» domandai, pensando all’eventualità di riavere il mio zatterone.
«Linda. È lei la ladra», ammise Marilina.
«Linda? Certo, si vedeva che era strana. Sembrava socievole, ma era molto dispettosa. A me ne ha sempre combinate di tutti i colori», affermai.
«Dicono sia malata», disse la mia amica.
«Il furto, adesso, è una malattia?» chiesi, senza attendere la risposta.
«Così dicono le signorine che studiano pedagogia», spiegò lei, aggrottando la fronte.
«Con quale medicina si cura?» ribadii.
«Che ne so. È cleptomane. Ruba senza rendersene conto. Ha bisogno d’affetto. I cleptomani rubano per esprimere il loro disagio interiore. Vogliono attirare l’attenzione degli adulti», spiegò Marilina con pazienza.
«Linda è in castigo, adesso?»
«No. La direttrice l’ha affidata alla signorina Elena, dormirà nella camera dell’istitutrice per qualche mese. Sta male», disse la mia compagna, abbassando gli angoli della bocca.
«Hanno ritrovato gli oggetti rubati?»
«Non lo so. A me non aveva rubato niente. E a te?»
«A me sono spariti uno zatterone, mille lire e il quaderno di geografia», raccontai, confortata, dato che, quando avevo denunciato i furti, nessuno mi aveva creduto. La direttrice aveva persino minacciato di mettermi in castigo, perché non avevo le cartine di geografia. Per fortuna, l’istitutrice aveva visto i miei lavori e mi aveva salvato dal castigo.
«Certo, tu non volevi essere sua amica e ti ha fregato le cose», fu il commento di Marilina.
«Può essere, ma le riavremo?» insistei.
«Non lo so».
«Vorrei appaiare almeno le scarpe. Però, mi sa che non restituiscono nulla», dissi sconfortata.
Fu proprio così. Non ci resero niente. Il giorno dopo gettai nel cestino della spazzatura anche l’unico zoccolo, che avevo conservato con cura nel comodino, nella speranza di riottenere quello rubato.
Il malessere di Linda non mi turbò troppo, poiché avevo intuito, da molto tempo, che era particolare. Aveva sempre avuto un pessimo carattere e un modo distorto di chiedere affetto e attirare l’attenzione.
«Linda ha atteso il tuo arrivo con impazienza. Non vede l’ora di conoscerti. Vedrai, andrete d’accordo», esclamò la direttrice, appena arrivai in collegio.
Le cose andarono in modo molto diverso. La mia estrema timidezza faceva di me una bambina silenziosa e glaciale. Avevo sempre avuto bisogno dei miei spazi e dei momenti di silenzio interiore. Lei, forse, aveva bisogno dell’affetto, che non potevo darle, e si appiccicò a me come la coccoina. Voleva giocare, parlare, e starmi sempre accanto. Non ero abituata a rapporti così ravvicinati e agli spazi ristretti e opprimenti del collegio. A Villa Miccioli vivevo come una piccola selvaggia, negli spazi sconfinati della campagna e con gli amici che andavano e tornavano. Dopo alcuni giorni, la sua vicinanza morbosa incominciò a soffocarmi. Sentivo mancarmi l’aria e, quanto più si avvicinava, tanto più mi ritraevo. Divenni, se possibile, ancora più scostante e fredda e lei ricambiò con ingiurie, dispetti e sberleffi d’ogni tipo. Le sue torture durarono mesi. Sopportai sgarbi e offese con pazienza, sino al giorno, in cui mi stufai e le diedi una sonora mazziata, nel senso che le lanciai contro la gruccia per gli abiti, che avevo tra le mani, dal momento che stavo riordinando il mio guardaroba. Non la centrai, ma bastò il gesto e l’urlo da karateka, per togliermela di torno per sempre. Da allora smise di tormentarmi. Non le serbo rancore, ma la evito come la peste.

Annunci

Un pensiero su “Ladra d’affetto.

I commenti sono chiusi.