Le relazioni sociali.


Diario 20/11/1966

Caro Diario

La vita in collegio scorre uguale, giorno dopo giorno, in un’alternanza d’impegni e tempo libero. È un’altalena di giochi e studio, bisticci e rappacificazioni, castighi, rare ricompense o gratifiche. I momenti di distensione sono tanti, anche se la maggior parte del tempo è dedicata ai compiti. La prima pausa di una certa importanza è quella pomeridiana.

Quest’intervallo è un bel momento di vita in comune ed è sorprendente constatare come, in un intermezzo così breve, s’intreccino nuove amicizie, se ne sciolgano altre, si trovi il tempo per le confidenze, le ripicche e i pettegolezzi.

Ero una bambina timida e solitaria, quando vivevo ad Aqueterne. Ero buona e troppo educata.

Sono figlia unica, perciò in famiglia non ho dovuto competere con fratelli, sorelle e cugini. Ero sempre al centro dell’interesse dei miei familiari. L’unico ambiente in cui mi confrontavo con i coetanei era la scuola, dove riuscivo a primeggiare per una ragione o per l’altra. Vincevo sui compagni, perché ero educata, in ordine e studiosa. A dirla tutta, non era difficile battere i maschi, poiché loro erano indisciplinati, negligenti,  e non avevano confidenza con l’acqua e il sapone.

 

Talvolta, i maleducati erano messi “in castigo”, in piedi dietro la lavagna o in ginocchio in un angolo dell’aula, con la faccia al muro e i fagioli sotto le ginocchia. I compagni in difficoltà  meritavano un bel paio d’orecchie o  il cartello infamante sulla schiena o  la scritta “asino” sul quaderno. Per fortuna, non sono mai finita nell’elenco dei cattivi, non ho mai ricevuto punizioni e note umilianti, ma solo lodi e coccarde di merito, che appuntavo al grembiule con le spille da balia. Ne avevo una per ogni materia, come un generale le decorazioni. Mancava quella gialla di matematica, che stava al posto giusto: sul petto di Glauco, il bambino più bravo in aritmetica e geometria.

La maestra, talvolta, si lamentava per le patacche di sughi e unti vari, che affrescavano le pagine dei quaderni dei maschi, per i grembiuli impiastricciati, le unghie troppo lunghe sotto le quali si depositavano strati di sporcizia e terriccio. Per non parlare del prezzemolo nelle orecchie. Non ho mai capito, se le mamme dei bambini ignoravano l’igiene personale o se i figli erano refrattari al contatto con l’acqua, come i gatti.

Era facile per noi bambine avere la meglio nei confronti di ragazzini villanzoni e scalmanati. Ricordo, che la mamma sceglieva abiti graziosi e impeccabili, pettinava i miei capelli a regola d’arte con trecce, codini e toupet. Entravo in classe ancora avvolta nell’impalpabile nuvola di borotalco, con cui lei aveva asciugato l’umidità della pelle. E le mie compagne erano aggraziate e in ordine  quanto me.

Profumavamo di bucato a mano.

Le insegnanti affermavano che avevo qualcosa di speciale: ero diversa. Come se venissi da un altro mondo, le sentivo ripetere, quando parlottavano tra loro. E io andavo fiera della mia diversità. Ero orgogliosa per i complimenti e i piccoli privilegi, che la maestra di turno riservava a me e a qualche altra alunna.

La maestra era la mia pigmalione e io la sua coccolina.

Le cose cambiarono, appena giunsi al Santa Lucia. Fui costretta a imparare, e in fretta, a vivere in una comunità d’adolescenti, d’uguale capacità e condizione. Capii che noi signorine eravamo tutte “alla pari”, e non c’erano privilegi per me.

Qui non esiste la parola “voglio”, ma “vorrei”, “potrei”, “sarebbe possibile” e così via.

Non è stato facile. Ho molto sofferto. Tuttavia, ho assorbito le regole degli adulti e, soprattutto, ho imparato a rispettare le norme, che derivano dalla consuetudine della vita comunitaria. In altre parole, ho compreso che esistono regole non scritte e prassi non imposte, che vanno seguite, per vivere in pace con gli altri. Intendo le leggi spietate del gruppo dei pari e le regole del branco.

Dunque, al Santa Lucia bisogna seguire tante formalità, per non contrariare le educatrici ed evitare i litigi con le compagne, che hanno conseguenze dolorose, ma non devastanti, poiché, così come si bisticcia per niente, altrettanto in fretta si fa pace. Le amicizie durano il tempo di una stella cadente, le compagnie sono flessibili e le componenti interscambiabili. Le affiliate di un gruppo sono in continua migrazione da una comitiva all’altra.

Siamo un mondo in perenne evoluzione.

A volte, non capisco quale ragazza mi è amica e quale nemica. Non mi spiego, come mai una gradisce un certo mio atteggiamento, mentre un’altra lo detesta.

È complicato scegliere il giusto modo per ogni persona e circostanza.

Perciò mi comporto in modo spontaneo, e mi sforzo d’essere educata e gentile con tutte. La mia condotta non sempre produce l’effetto sperato. Spesso, è proprio impossibile evitare il litigio, i dispetti e le invidie delle compagne.

Boh! Non ci capisco niente. La società è mutevole come il cielo di marzo o il mare piatto, che invita a tuffarsi nelle sue acque limpide, poi respinge con un’improvvisa burrasca, e, di nuovo, si fa calmo e accogliente.

Cacciarsi nei pasticci con le istitutrici è molto grave, perché sortisce conseguenze spiacevoli: castighi vari, studio supplementare, niente passeggiate, zero cinema e televisione. Nei casi più gravi c’è la temuta telefonata a casa, con arrivo dei familiari. Allora sono cavoli acidi.

Non sono mai stata in punizione, per fortuna, e mi compiaccio della mia rettitudine.

Sono quasi le cinque. È ora di merenda. Ho finito di studiare. Oggi avevo pochi compiti. Sono libera fino a stasera, penso, e gioisco.

Tra poco mi lancerò in dispensa a mangiare pane e marmellata. Dopo, noi piccole andremo a vedere la TV dei ragazzi nel salottino della direttrice.

Che bello, abbiamo guadagnato la TV anche il lunedì e il martedì pomeriggio. Stasera, quindi, non scriverò tra le tue pagine, perché guarderò la televisione.

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