I miei magnifici anni sessanta.


Diario, 20/11/1966

Caro Diario

Incollo sul diario una mia fotografia di due anni fa. Avevo ancora le trecce. Fabrizio mi scattò la foto, durante un pomeriggio estivo, in cui la sua famiglia fu ospite a Villa Miccioli.

Finora sono stata concentrata sul mio mondo interiore e i ricordi del passato. Ho voluto leggere nella mia anima segreta, per comprendere e comunicare i sentimenti che ho nel cuore. Ora ho scoperto una nuova passione, anche questa è silenziosa e interiore, ma nasce fuori di me, e poi penetra fin dentro l’anima. Amo osservare, carpire lo spirito del mio tempo e descrivere le persone, i luoghi e le consuetudini del mondo in cui vivo.

Quando non ci sono feste, compleanni, concerti, proiezioni di film, litigi, castighi e giochi di società, la vita quotidiana in collegio è monotona. La mattina, le istitutrici danno la sveglia alle sette meno un quarto, ma io ho bisogno di almeno quindici minuti per riavermi, e alzarmi. Sono dormigliona, e, quando metto i piedi nelle babbucce, non connetto. Poi faccio la toilette e mi vesto in fretta, perché ho bisogno di tempo per sistemare i capelli, che si arruffano durante il sonno.

Alle sette e trenta, con le compagne di camera, scendo nello studio a ripetere le lezioni. Tutti gli spostamenti avvengono sempre in fila per due, sotto l’occhio vigile della nostra istitutrice. Le collegiali, che non devono rivedere i compiti, possono andare in chiesa da sole. Chi non ha voglia né di pregare, né di studiare, legge qualche rivista in veranda oppure fa una passeggiata in cortile. A me non piace andare in chiesa tutte le mattine, preferisco rimanere nello studiolo a scrivere o a ripassare, in special modo, se devo essere interrogata.

Ogni mattina, a rotazione, due cenerentole si fermano a pulire la camera. A me capita un turno con Jaspreet e uno con Consuelo. Il lavoro consiste nel raccogliere la polvere sotto ai letti, spolverare il mobilio, e lavare i pavimenti. A me tocca sempre lo spolvero col piumino, giacché Consuelo e Jaspreet detestano rimuovere il pulviscolo dai comodini.

A me quest’attività non dispiace, dato che è leggera, e finisco a tempo di record. Mentre spolvero, ballo, e canto a suon di musica e questo mi mette di buon umore, fin dal mattino. Ancheggio, passo il piumino sui ripiani, canticchio. Poi, sempre muovendo il bacino al ritmo della musica, vado alla finestra a scuotere il piumino e, continuando a saltellare, torno a pulire le altre suppellettili della camerata. Quest’unica attività domestica non è sgradevole, è persino divertente a passo di danza.

Le canzoni hanno un ruolo fondamentale nella mia vita e per i miei coetanei. La musica è la colonna sonora del mio tempo.

Memoria Narrante, mangiadischi, foto web.

Memoria Narrante, mangiadischi, foto web.

La musica ci accompagna ovunque. Molte ragazze hanno il “mangiadischi” e ogni momento è buono per fare casino e ballare. Il mangiadischi è la novità di questi anni, che, più di ogni altra, incontra i gusti dei giovani, perché è semplice da usare, comodo e maneggevole e, poi, niente più puntine rotte o LP graffiati, solo quarantacinque giri fuori uso, ma ogni progresso ha i propri inconvenienti. Questa scatola di plastica colorata ha un’apertura nella parte frontale, in cui s’inseriscono i 45 giri; l’alimentazione elettrica o a pile, come una radiolina, consente di ascoltare i dischi in qualsiasi ambiente, anche all’aperto, in viaggio o mentre si fa una passeggiata.

In genere noi cenerentole di turno alle pulizie ci spicciamo, così rimane tempo per le chiacchiere, le confidenze, uno shake o per leggere, in gran segreto, un fotoromanzo.

La lettura dei fotoromanzi e dei fumetti è una di quelle cose che fa arricciare il naso alla direttrice, non che sia proibita, è solo sconsigliata. Quando vede una di noi con un fotoromanzo fra le mani, la guarda con tale aria di riprovazione e disgusto, neanche fosse un giudice del tribunale della santa inquisizione e il giornaletto un libro da mettere al rogo.

Gli adulti addottorati sostengono, che questo genere di lettura sia di bassa qualità e scarso interesse, dunque inadatto alle studentesse colte e impegnate. Ebbene, sarà pure così, ma a noi le vicende romanzate piacciono molto, perché, attraverso belle immagini, raccontano storie d’amore a lieto fine. Di sicuro sono una lettura disimpegnata e d’intrattenimento, ma trasmettono anche sani principi, giacché il confine tra il bene e il male è tracciato in maniera netta e, alla fine, la giustizia trionfa sempre. Purtroppo nella realtà il bene non sempre vince e questa circostanza rende ancora più appetibile il racconto fotografico.

Per tutti questi motivi, i fotoromanzi circolano tra noi in modo clandestino, e sono oggetto di scambi e contrattazione. Arriviamo a metterci in lista d’attesa, per avere in prestito un romanzetto, da chi riesce a procurarsene uno.

Dopo le pulizie e i balletti con lo spolverino, la scopa e lo spazzolone, alle otto in punto andiamo in mensa a fare colazione. Il refettorio, ampio e luminoso, dà sul cortile con le bellissime porte finestra ombreggiate da sottili tende di tulle, rigide e friabili come lo zucchero.

Attigua alla sala da pranzo, c’è la comune “cambusa”, un locale dove ciascuna ragazza ha un armadietto, per riporre le provviste personali. Prima di raggiungere il proprio posto alla tavolata, chi ha qualcosa, passa dalla dispensa a prendere le ghiottonerie che i familiari, di tanto in tanto, inviano in grossi pacchi postali.

Sulla tavola troviamo latte, the, caffè e pane. In genere bevo il the e mangio il pane con le marmellate della mamma o i biscotti, che acquisto alla forneria del custode, che si trova in cima al faticoso Vicolo Ripido.

Il genere alimentare, in realtà, è gestito dalla moglie, un donnone alto e robusto che, a malapena, passa dietro al bancone. , quando serve o prepara quegli ottimi panini farciti di tonno, che toglie da un tino che profuma di pesce e olio d’oliva.

Qualche volta, giunte in cima alla salita, ci fermiamo a fare acquisti, prima di andare a scuola e io, per lo più, prendo i nuovissimi Ringo, i wafer, i Pavesini o una confezione di cracker. Quando non acquisto i biscotti, chiedo un panino col tonno o la pancetta. Sono entrambi molto saporiti e profumati di spezie. Peccato siano tanto untuosi e un po’ indigesti.

Ecco, è incredibile. Mi sono persa tra le reminiscenze del gusto e dei sapori. Un ricordo ne richiama subito un altro e finisco col perdermi dietro alla memoria, a tal punto che, spesso, ho l’impressione di non essere la volontaria artefice della mia narrazione, ma sia la scrittura a impormi quando e quali eventi raccontare. La memoria, ora, è ritornata alla routine quotidiana e al momento della colazione, e mi suggerisce di scrivere che di domenica, oltre ai soliti alimenti, abbiamo anche il burro e la marmellata, oppure un dolce.

Dopo la piccola colazione, vado nello studio dove preparo i libri e li lego ben stretti con l’elastico per non farli scivolare dalle braccia. Poi indosso la divisa del collegio: un cappotto grigio con i bottoni dorati, i guanti bianchi e il cappello blu.

Memoria Narrante, Audry Hepburn in Courrege, foto web

Memoria Narrante, Audry Hepburn in Courrege, foto web

Quest’anno ho sostituito il berretto con una cuffia grigia stile spaziale, chiusa da una fettuccia che passa sotto il mento e si allaccia con il velcro all’altezza dell’orecchio sinistro. La direttrice mi ha guardato male la prima volta che l’ho indossata, ma ha taciuto.

Prima d’uscire, andiamo nella cappella del convitto a dire le preghiere. Per fortuna il momento di raccoglimento dura appena tre minuti. Poi, accompagnate dalle istitutrici, ci avviamo verso le rispettive sedi scolastiche. La scuola media dista poche centinaia di metri dal collegio, mentre gli istituti superiori sono un po’ più distanti.

La mia scuola si trova nel punto più alto del paese, vicino alla torretta medievale, e la mattina, per arrivare fin lassù, dobbiamo percorrere due vie ripide e strette lastricate di pietra lavica. La salita di Vicolo Ripido è faticosa. Toglie il respiro. A volte, al termine del primo tratto, sento il cuore in gola. Per fortuna segue un tragitto pianeggiante che mi fa riprendere fiato, quanto basta, per riuscire a percorrere senza affanno l’ultima costa.

La scuola media è collocata in un palazzo antico, che a me ricorda un po’, per lo stile e la vetustà, Palazzo Pitti. La mia classe è al terzo piano, ciò significa tanti gradini e, ancora, fatica e fiatone. Arrivo in classe ansimante come nonno Gigi, che è asmatico cronico. Le femmine entrano, subito in classe, mentre i maschi sono costretti ad attendere nella piazzola antistante o a sostare sulle scale, ma solo se piove. Guai, è proibito a maschi e femmine stare insieme senza guardiani. Quest’abitudine è strana. A me sembra di partecipare a una sfilata. Quando passiamo, i ragazzi ci scrutano e fanno commenti e, non sempre, gli apprezzamenti sono gradevoli.

Una volta, al mio passaggio, un bamboccio ha esclamato «Ma chi sei, una principessa?»

Non ho mai capito se fosse sincero o si prendesse gioco di me per via del cappellino blu che assomiglia tanto a certi bizzarri berretti da cavallerizza che ho visto in testa alla regina Elisabetta.

Le lezioni iniziano alle otto e trenta e terminano alla mezza o alle tredici e trenta. La scuola media unificata, dal mille e novecento sessantatré, è diventata scuola media dell’obbligo, in pratica ciò significa che tutti hanno diritto all’istruzione obbligatoria e gratuita fino a quattordici anni. Inoltre sono stati aboliti i due percorsi distinti: l’avviamento professionale che porta all’apprendistato lavorativo e la formazione per accedere agli studi ginnasiali. Questo è un buon provvedimento per vincere l’analfabetismo ma, soprattutto, per formare giovani più istruiti e qualificati.

L’industria crescente ha bisogno d’impiegati colti, manodopera istruita e specializzata, ripetono gli adulti.

Si parla tanto di boom economico, crescente benessere e progresso. Boh! Vedremo. Chissà che cosa ne sarà di noi giovani?

L’orario scolastico non mi piace molto. Ho sempre cinque ore, a eccezione del giovedì e del venerdì. Queste due giornate sono più leggere, perché ci sono le discipline opzionali, che ho deciso di non fare. Preferisco non seguire le lezioni di Educazione Musicale e Applicazioni Tecniche per tornare a casa un’ora prima.

Del resto, a me non piace il solfeggio e detesto i lavori di cucito. Ho scelto, invece, i corsi di latino, non tanto perché la materia sia semplice o divertente, tutt’altro, ma poiché è necessario. Ho, infatti, intenzione di proseguire la mia istruzione con studi classici o pedagogici. Sono ancora indecisa. Al momento non so, se iscrivermi al Ginnasio o al nuovo Istituto Magistrale. Deciderò alla fine dell’anno.

Al termine delle lezioni, troviamo la nostra istitutrice in attesa nella piazzetta antistante alla scuola. Torniamo in collegio verso le tredici e quaranta ma, poiché il pranzo è servito alle due, abbiamo il tempo di rilassarci un po’ in teatro, con la musica, i balli, i giochi e tante chiacchiere.

Il pasto principale dura fino alle quattordici e trenta. Dopo si va in camera a rifare i letti e per le pulizie personali. Poi ritorniamo in teatro e alle quindici scendiamo negli studi. Le istitutrici ci aiutano a svolgere i compiti scritti e le ricerche e ascoltano le nostre esposizioni che, talvolta, sono proprio pietose. Alle cinque si fa merenda e un’altra capatina nella dispensa.

Quest’anno noi studentesse di terza media, dopo la pausa pomeridiana, andiamo a ripetizione di francese. Abbiamo tutte pessimi voti, tranne Giselle, che è di nazionalità e lingua francese.

Ahimè! È la direttrice in persona a farci lezione.

Da quando la frequento da vicino e con maggiore assiduità mi sto accorgendo che non è antipatica e severa come sembra. Talvolta, durante la lezione, offre biscotti e cioccolatini e, in quei momenti, la trovo simpatica e molto umana. È comprensiva quando qualche ragazza si reca nel suo studio privato per lamentarsi di un torto subito o se ha un grave problema personale o scolastico. Interviene con prontezza, e riporta la pace fra le contendenti, ascolta i nostri sfoghi, cerca di mitigare le frustrazioni con parole d’incoraggiamento e ci sprona con buoni consigli. Non lesina le lodi alle ragazze di successo e non è avara di rimproveri nei confronti delle signorine che studiano poco o, ancor peggio, si acconciano come donnacce e pensano solo ai fidanzati. A ogni modo, le ripetizioni di francese durano fin quasi all’ora di cena.

Prima del pasto serale, la veranda si ripopola di ragazze tristi e solitarie, di gruppetti ciarlieri o litigiosi. Finito di mangiare, ci raccogliamo nelle preghiere della sera per tre minuti cronometrati, poi ritorniamo in teatro ancora un’ora, dove c’è sempre qualche ragazza che suona il pianoforte.

Memoria Narrante, miley cyrus al piano, foto web

Memoria Narrante, Miley Cyrus al piano, foto web

Le sonate più eseguite sono “Per Elisa”, “Al chiaro di luna”, “Preghiera a una vergine”. Lo strumento, un vecchio Bachmann a cassettone, il più delle volte è scordato per la malagrazia con cui le signorine lo suonano. Spesso arriva l’accordatore, un signore basso con una gran pancia e un viso rubizzo, su cui spicca un luccicante cranio pelato, che infila nel cassettone, dove armeggia un intero pomeriggio e, nei casi disperati, porta via lo strumento.

Le signorine che prendono lezioni di solfeggio e pianoforte sono autorizzate a esercitarsi al bellissimo pianoforte a coda, un prezioso Stainway & Sons che si trova nell’appartamento della direttrice.

Una volta all’anno, le pianiste in fiore si esibiscono in un saggio musicale alla presenza di un selezionato e ristretto gruppo d’ospiti esterni. Si tratta, per lo più, di parenti o musicisti. Solo a poche ragazze è consentito assistere al concerto. La scelta, in genere, è fatta dalla direttrice in base ai nostri meriti scolastici e personali. Io sono stata invitata una sola volta.

Non perché sia una ribelle o una maleducata, tutt’altro, sono una ragazzina timida, fin troppo formale, capace di assistere in modo contegnoso a un concerto. Il problema è che studio poco e i miei voti lasciano molto a desiderare.

Gli anni precedenti sono stata promossa per il “rotto della cuffia” e io stessa mi stupisco per lo scarso interesse che dimostro verso la scuola. A me lo studio, la cultura e i giudizi positivi interessano molto e lo dimostra il fatto che alle elementari fossi una scolara dotata e volenterosa. Adesso, invece, mi sento pigra, stupida e, per di più, ottusa.

Da quando sono al Santa Lucia, succede qualcosa di strano: manca la forza d’applicarmi, ma non la volontà. È come se le compagne mi sottraessero energia preziosa. Non riesco a concentrarmi. Mi lascio distrarre e fuorviare da giochi, musica e

ragazzi. Sono consapevole che devo cambiare e mi sforzerò per riuscirci.

Ma torniamo alla giornata tipo del Santa Lucia.

Verso le nove e mezza si va in camera e ci si prepara per la notte. Alle dieci la signorina viene a darci la buonanotte e a spegnere la luce.

Spegne la luce, ma non i sogni. Al buio, al calduccio del letto, la fantasia corre a briglia sciolta. Ripenso alla giornata trascorsa, a quanto di bello o spiacevole è accaduto. Ricordo la mamma, nonna Beatrice e zia Frida. Rivedo, come in un film a colori, gli spazi sconfinati, il verde dei campi, la masseria, i viottoli di campagna, gli orti coltivati e me, padrona dei miei luoghi e persa nei sogni infantili.

Poi il pensiero ritorna al presente, alle compagne, ai ragazzini che mi piacciono, alla scuola. Fantastico sul mio futuro, quand’anche ne abbia solo una vaga idea. Penso che, da grande, tutto sarà magnifico e bello, perché sarò padrona di me stessa.

A volte, quando il sonno tarda ad arrivare, nel buio della camerata scorgo qualche barlume furtivo. Le signorine delle superiori, infatti, leggono romanzi proibiti, celate sotto le coperte, alla luce della torcia elettrica. Nascondono i libri nei loro comodini, che tengono sempre chiusi a chiave. Mi è capitato d’intravedere i titoli dei romanzi vietati: “Madame Bovary”, “L’amante di Lady Chatterley”, “Nanà”, “Tropico del Cancro”, “Dalla Russia con amore” e tanti, tanti libri gialli che desidero leggere, ma non ho mai potuto farlo, perché la mamma lo ha proibito.

Consuelo è ritornata. L’ho vista in refettorio, a ora di pranzo. Chissà se Nina ha risposto alla mia lettera, mi domando. Sono nello studio, cerco di concentrarmi sui libri ma non ci riesco e aspetto, con ansia, notizie della mia amica.
Consuelo sta entrando. Che emozione.  Smetto di scrivere

Diario dell’ultimo istante.

Si è fermata davanti al mio banco e, porgendomi una busta bianca, ha esclamato «Tieni. Nina ha risposto».
«Grazie» ho detto con un bel sorriso, mentre, in silenzio, una parte di me gridava “Ha scritto. Ha risposto al mio messaggio”.

Nella busta c’é un bigliettino e qualcos’altro, forse un regalo, che sento sotto le dita. Apro la busta e la vedo: è la medaglia di bronzo che, spesso, ammiravo con occhi concupiscenti.

Nina, nel breve messaggio, scrive “Assieme a questa lettera ti mando anche la medaglia che vinsi alle gare di ricamo. L’hai riconosciuta? Ti piaceva tanto. Ti dono questo piccolo trofeo, per dimostrarti la mia vera e grande amicizia. Ti scriverò presto una lunga lettera. Baci, tua Nina”.

“Ora sì che sono felice”, penso, mentre contemplo  il prezioso regalo. “Nina mi ha donato l’unico oggetto che possedeva. Devo esserne fiera”, ripeto fra me e me.

Poi ripongo la medaglia tra gli altri cimeli nella scatola del cucito, e ricomincio a scrivere. Domani le spedirò una bella cartolina.

Le nostre abitudini, nei giorni feriali, sono immutabili, invece il sabato pomeriggio il convitto sembra un salone di bellezza: le ragazze si aggirano per i corridoi, fra le camere e le docce, in accappatoio o vestaglia, con le pantofole ai piedi e gli asciugamani avvolti attorno alla testa. E, quando passano, lasciano una scia profumata alla vaniglia, al pino silvestre o alla rosa selvatica, secondo il bagno schiuma che hanno usato.

Dopo la doccia, il fermento continua nelle camere, dove visagiste e parrucchiere improvvisate asciugano i capelli a un’amica, mentre un’altra fa la manicure, prova uno smalto o un make-up all’ultimo grido.

C’è sempre qualcuna che si arriccia i capelli lisci con i bigodini e un’altra che si stira la chioma ricciuta con fon e spazzola o con la piastra. Alcune si depilano le gambe con la lametta o la carta abrasiva e c’è chi si scolorisce la peluria sulle labbra con la crema schiarente. Molte curano mani e piedi e, poi, si dipingono le unghie con lo smalto rosato. Altre si strappano le sopracciglia con la pinzetta e curvano le ciglia all’insù, come le dive del cinema.

“Come fanno le ragazze a non urlare di dolore quando si sottopongono al supplizio della depilazione?” mi domando, e giuro che mai e poi mai martorierò il mio corpo con quelle pratiche incivili.

Noi signorine, di domenica, ci svegliamo riposate e fragranti come i gigli bianchi e subito ci prepariamo per andare a messa. Durante il sacro rito, a volte, avverto una certa debolezza. L’esercizio spirituale, assieme all’odore dell’incenso, provoca le vertigini e un senso di stordimento, e non certo per effetto della fede o dell’ascesi mistica, quanto a causa della fame. La funzione religiosa continua tra languori di stomaco e capogiri ma, terminata la santa messa, si va direttamente in refettorio a fare un’abbondante colazione. Nonostante tutto, rimango stordita l’intero giorno e non capisco se per il forzato digiuno mattutino o per l’effetto inebriante dell’incenso.

“Ma che ci mettono i preti nell’incensiere?” mi domando.

La mattinata finisce con una breve passeggiata in paese prima della matinée al teatro comunale. Le signorine che non desiderano andare a cinema, perché preferiscono riposare o studiare, possono rimanere “a casa”, mentre quelle che si sono comportate male o hanno avuto brutti voti devono rimanere in “castigo”. È tutta una questione di potere e dovere.

Il pasto domenicale, in genere, è più gradevole e ricco del solito, e termina sempre con la frutta e un dessert.

Le prime ore del pomeriggio le trascorriamo nel teatro e, quando il tempo è bello, si esce per fare una breve passeggiata, però, ahimè, anche la domenica ci toccano due ore di studio. E fino alle diciassette occorre mettere da parte balli, canti e confidenze all’amica del cuore, chinare la testa sui libri e studiare. Spesso, però, la voglia d’applicarsi manca e il pensiero vola in altri luoghi. La mente va oltre lo studiolo, fuori dalla finestra, e si dirige là, dove c’è la vita vera.

La fantasia immagina ragazzi affascinanti, compagne di scuola simpatiche, amici fidati, famiglie affettuose, feste divertenti e magnifici passatempi.

La merenda interrompe le fantasticherie e dopo c’è la “TV dei ragazzi” con i cartoni animati di Yogi e Bubu o gli sketch di Paolo Poli.

Ora va in onda “Sette Voci”, un nuovo programma musicale, neanche troppo innovativo, ma abbastanza piacevole. La sera guardiamo Carosello e i programmi che seguono, ma solo fino alle dieci.

La TV serale è una novità di quest’anno.

La direttrice ha voluto modernizzare un po’ le abitudini del collegio. Del resto non poteva negare l’informazione alle grandi che, in classe, durante i dibattiti su temi sociali, politici e d’attualità, facevano la figura delle belle addormentate. Insomma, loro hanno chiesto di poter assistere al Tg della sera e ai programmi culturali, e noi piccole abbiamo ottenuto la TV dei ragazzi.

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