Il ballo.


Maria e Carla arrivarono alla festa di Maggio con Ottavio e Luigino, i rispettivi ragazzi, e si sistemarono in platea tra gli altri invitati. Invece, io presi posto in galleria, tra le  convittrici e, da lì, potei apprezzare al meglio le coreografie di una tarantella, un valzer viennese e il balletto degli spazzacamini con una sgambettante Mary Poppins. Le piccole ballarono il surf e “Santa Lucia”. Trovai divertenti le scenette comiche, e mi commosse un po’ l’esibizione della signorina Mariella che, a fine spettacolo, intonò “Il valzer delle candele.” La canzone evocò emozioni che ben conoscevo: il distacco dalle persone amate, il dolore, l’accettazione della realtà, la speranza. 

Al termine dello spettacolo, raggiunsi le mie amiche nel parterre. Ero al settimo cielo per la serata che si annunciava emozionante tra gli ospiti, le musiche e le danze.
Avrei voluto trascorrere ogni attimo con il clan delle piccole e i nostri amici, invece Ottavio e Luigino non si curarono delle loro ragazze, e fecero comunella con “le Piper girls”, che si muovevano in modo divino al ritmo di shake e surf.

Lo credo bene. Loro sono di Roma e, durante l’estate, vanno a ballare al Piper Club, dove imparano le novità in fatto di movenze, moda e canzoni.

Maria, nel vedersi trascurata da Ottavio, decise di andarsene, offesa e umiliata, trascinando con sé anche Carla.
Ottavio e Luigino rimasero a divertirsi con le romane. Mi buttai anch’io nei balli di gruppo, finché iniziarono i lenti, e mi ritrovai a dondolare fra le braccia di alcuni ragazzi, che si avvicendavano nel mio inesistente, ma fitto carnet. Luigino, approfittando di una breve pausa, si avvicinò a me, per presentarmi un giovanotto, che non avevo mai visto.
Pensai, che il tipo fosse troppo ingessato e bruttarello, mentre gli stringevo la mano.
«Balliamo?» chiese lui, senza perdere tempo.
Acconsentii per pura cortesia, malgrado non mi piacesse neanche un po’, giacché, su un corpo ben formato, aveva una faccia piena d’acne, che suscitava un certo disgusto, che neppure i capelli biondi ondulati e gli occhi azzurri riuscivano a sdrammatizzare. Era molto garbato e per bene, un vero gentiluomo. Aveva una voce sottile, con un non so ché di dolce, che mi piacque. Portava un vestito elegante: giacca stretta, pantaloni aderenti, cravatta larga, tutto all’ultima moda.
Parlammo poco durante i lenti: lui era impacciato, e io non sapevo che cosa dire.
Fosse dipeso da me, avrei ballato con Ottavio e Giuliano, un ragazzo molto, ma molto attraente. Però loro sembravano non vedermi.
Ebbi la sensazione che tutti volessero lasciarmi tra le braccia dello sconosciuto, perché nessun altro m’invitò a  ballare.
Il timido cavaliere non mollava, e nessuno veniva a salvarmi. Capii, che aveva intenzione di fare coppia fissa con me e, per di più, i lenti non finivano mai. Chi metteva la musica aveva deciso di prolungare all’infinito la mia agonia.

Quando si sciolse un po’, il giovane disse, che si chiamava Roberto, la famiglia era originaria di Castro, ma abitava a Firenze. Poi volle sapere di me. Appena scoprì, che venivo dal meridione d’Italia, disse che lui era nato a Roma, aveva vissuto alcuni anni  a Napoli e chissà in quale altra città avrebbe abitato in futuro. Gli domandai la ragione dei suoi spostamenti. Lui rispose, che era figlio di un generale dell’esercito, e che gli ufficiali vengono trasferiti secondo le necessità. Annuii, e domandai come fosse capitato alla festa. M’informò che i suoi erano stati invitati dalla direttrice, e che tutti gli anni, in occasione del Maggio, trascorrevano qualche giorno di vacanza a Castro. Capii, che era un ospite d’onore, che era stato rifilato a me, per non so quale privilegio della sorte. La conversazione guancia a guancia proseguì sui reciproci studi. Lui frequentava il primo anno del Liceo Classico, disse,  e io fui entusiasta, perché era nei miei progetti futuri. Il suo obiettivo era la Laurea in Giornalismo. Voleva lavorare in televisione, affermò. Aggiunse, che avrei potuto fare la foto modella, perché avevo un bel viso. Replicai, che non ero fotogenica, e posi un punto alla faccenda.
Dopo una dozzina di lenti strazianti, l’insofferenza salì come la colonnina di mercurio al solleone. Sentii un gran magone nel cuore. Divenni triste fra le braccia di Roberto: non mi garbava l’idea di stare strizzata a lui, quando avrei preferito scatenarmi nelle danze di gruppo più divertenti del ballo della mattonella. Avrei voluto almeno cambiare cavaliere, macché. Oltre la spalla di Roberto, vedevo Ottavio,  che ballava ora con una, poi con un’altra. Chiacchierava con tutte, e non mi filava per niente.

C’era forse una norma, che mi obbligava al sacrificio? Certo che no, mi dissi. Sai che allegria, dondolarsi mezz’ora su una piastrella con un partner che non mi piace,  pensai.

In quell’istante compresi che volevo Ottavio. Sentii un nodo alla gola. Ero sempre più arrabbiata e delusa.
Con l’orecchio poggiato alla guancia di Roberto, osservavo Giuliano, che, preso dalla sua bellezza, si lasciava ammirare da tutte, senza badare a nessuna in particolare. Lui era grande, frequentava le scuole superiori e non mi vedeva neppure dall’alto del suo  metro e ottanta centimetri di fusto. Lo aveva inviatato Marisa, non perché fossero fidanzati, ma per ricomporre la coppia più bella del liceo di Castro, giacché loro erano Mister e Miss Liceo ’66.
Del resto, nel salone del teatro, non c’era nessun altro ragazzo, che potesse contendere il titolo di bello e impossibile a quel “gran fusto di giuliano”. Quando paragonai la purezza del suo volto alle rovinose pustole, che avevo a pochi centimetri dai miei occhi, decisi, che non me la sentivo più di soffrire, e piantai in asso il mio ufficiale gentiluomo, il ballo e gli invitati.
Scesi di corsa i ripidi gradini, che conducono alla veranda. Non persi il mocassino di vernice nera, e il mio principe acneico non m’inseguì. Andai a rifugiarmi sulle scale in cortile. Al buio ritrovai un po’ di pace e  la calma. Mi passò il mondo davanti agli occhi. Era un mondo fatto di caos, di contrasti stridenti, di desideri che si rincorrevano. Era un momento della mia vita, che faceva paura.

Non so quanto tempo rimasi rannicchiata là in preda ai miei deliri. Quando decisi di ritornare, la festa era finita. E io ero riuscita a soffrire.

Il giorno dopo, alcune ragazze domandarono, dove fossi andata la sera precedente. Rimasi sorpresa…

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