Le fate di maggio.


Diario, 19/11/1966

Caro Diario

Castro ha antiche usanze, e “Il maggio” è una di queste.

Il Maggio prevede riti sacri e profani, Sante Messe, processioni alla Madonna, concerti, manifestazioni artistiche, gare sportive e sagre. I grandi festeggiamenti del mese della quinta Luna radunano operatori del settore agro alimentare, piccoli industriali, vinificatori, merciai, commercianti, saltimbanchi e madonnari.

Il paese sembra uscito da un libro di fiabe. Le strade odorose sono cosparse di petali di rosa. I vicoli e le piazze si affollano di bocci. Le fanciulle in fiore, cosparse d’acqua di rose, gironzolano per il paesino, come fate spaurite o principesse ignare, sul capo portano corone di rosa canina o biancospino. 
Noi del Santa Lucia organizziamo un evento speciale, quasi un debutto in società, che risale ai primi del novecento, ed è riproposto tutti gli anni con poche variazioni. L’occasione mondana cade nel bel mezzo del Maggio, e anticipa di poco la fine dell’anno scolastico. Tuttavia, i preparativi, che c’impegnano all’inverosimile, generando grandi fermenti e agitazione, iniziano molto tempo prima. Tant’è vero che, a metà primavera, l’atmosfera in collegio è davvero frizzante.

La festa prevede il cenone, la recita e il ballo con il rinfresco, di cui sono responsabili le grandi e un paio di istitutrici, che dirigono la combriccola.
La cena è riservata a noi convittrici, lo spettacolo e il ballo sono aperti agli ospiti, e ogni ragazza può invitare due persone fra amici o familiari.
Siamo tutte coinvolte, e ciascuna mette a disposizione le proprie abilità.
In genere, si costituisce una compagnia teatrale con musiciste, attrici, ballerine, cantanti, regista, scenografe e decoratrici. Si forma anche una compagine di cuoche ed esperte di galateo e allestimento delle sale. Non mancano le addette alle pubbliche relazioni, capaci di realizzare i biglietti d’invito e scegliere le musiche da ballo.

Lo scorso Maggio, la compagnia teatrale, guidata da due istitutrici, mise in scena uno spettacolo con balletti, gag comiche, recite ed esibizioni canore. Anch’io facevo parte del gruppo ma, durante le prove, mi buscai l’influenza. Rimasi a letto più di una settimana, e finii a fare la spettatrice convalescente. Fu così che il mio contributo alla realizzazione della festa fu meno di zero. Preparai qualche bigliettino d’invito, diedi una mano dove c’era bisogno. Null’altro.

La festa al Santa Lucia è un avvenimento sociale di grande importanza per la gioventù del paese. Tutti vorrebbero partecipare, ma solo pochi prescelti sono invitati. Entrare nell’elenco dei prescelti equivale a un giro di cabala.
Ogni volta, la selezione degli ospiti comporta lunghe e spossanti discussioni, e va precisato, che ogni studio decide da sé, altrimenti scoppierebbe una rivoluzione.

In occasione del Maggio ’66, la cernita non fu meno logorante del solito. Una volta raggiunto l’accordo, dopo litigi furibondi e amicizie infrante, ogni gruppo fece recapitare le liste degli ospiti alla direttrice, per l’approvazione definitiva. Noi piccole invitammo Fabrizio e i suoi amici, io chiesi d’aggiungere Maria e Carla, due compagne di classe molto simpatiche, che mi avevano supplicato d’invitarle con i rispettivi ragazzi.

Neanche a dirlo, furono eliminati dall’elenco quelli che portavano i capelli un centimetro più lunghi degli altri, i ribelli e quelli che si discostavano dal grigio modello borghese. Al loro posto furono inseriti giovani di buona famiglia.

La lezione che appresi fu la seguente: i ragazzi diligenti con i capelli corti, figli di operai e contadini, che qualcuno in pubblico definisce “poco signorili” e  in privato, senz’alcuna ipocrisia, “gente così”, “poveracci” o “proletari”, sono messi sullo stesso livello dei capelloni e dei ribelli, con i quali, peraltro, non legano. Però, chissà perchè tutti storcono il naso davanti a loro? Valli a capire gli adulti e anche certe mie compagne, penso, e lo scrivo. Questa è una di quelle cose che devo tenere sotto osservazione, per capire come va il mondo.

La sera della festa, eravamo agitate, stanche per i preparativi e preoccupate di figurare al meglio. C’eravamo improvvisate parrucchiere, esperte di trucco e moda.
Le istitutrici avevano consigliato acconciature semplici e vestiti seri. Il trucco meno si notava e meglio era, dissero. Poteva andare bene un velo di cipria, un rossetto rosa chiaro o uno strato di burro cacao incolore. Gli ombretti blu sfumati sulle palpebre e il mascara nero sulle ciglia curvate all’insù con la pinza erano di moda, ma inadatti a brave ragazze come noi.

Le educatrici, in altre parole, ci suggerirono di evitare gli abiti troppo corti e il  trucco stile Twiggy, la modella londinese, sottile come un grissino, con gli occhi bistrati dal kajal nero e le lunghissime ciglia finte.

Prima di scendere nel salone, misi una gonna grigia, lunga fino al ginocchio, un golfino a righe sottili bianche e nere, calzettoni simili alla maglia, mocassini scuri di pelle lucida. Tutto l’abbigliamento era in perfetto stile “André Courrèges”. Pettinai con cura i capelli, misi una sbavatura d’azzurro sulle palpebre e un po’ di lucido rosa alle labbra.
Davanti allo specchio, mi vidi carina, ben proporzionata, magra. Ero fiera del caschetto, che avevo appena fatto dal parrucchiere, nonostante la direttrice fosse contraria a quella che lei definiva “tendina sugli occhi”. La frangetta, a mio parere, incorniciava l’ovale del viso, e valorizzava il verde degli occhi e il taglio a  mandorla.

Jaspreet, la mia migliore amica, indossò un abito originale di Pierre Cardin. La sua mamma era stata a Parigi per lavoro, e aveva fatto acquisti alla “maison”. Il vestito era all’ultimo grido, e Jaspreet lo portava con eleganza e classe. Le stava proprio bene. Al confronto, io ero vestita come una suorina delle poverette.
L’abito era una mini scamiciata nera con le bretelle e aveva un’ampia apertura sulla schiena. La mia amica lo indossava su una calzamaglia di lana  e una dolce vita verde bosco. Il colore del maglione faceva risaltare i capelli scuri e lisci, raccolti a coda sulla nuca e gli insoliti tratti del viso.

Jaspreet è un miscuglio di razze, una meticcia con la pelle scura e levigata, i grandi occhi verdi, le labbra carnose e lunghe gambe slanciate.

Appena fummo pronte scendemmo lo scalone, che porta al parterre del teatro. Sul pianerottolo incrociammo la direttrice, che saliva verso le nostre camere, forse per controllare che tutte le ragazze fossero scese. Quando mi vide,  fece un complimento di circostanza, forse per la mia semplicità. Non ricordo le parole, perché, in realtà, erano insincere, e lei guardava oltre me. Rammento, che pose uno sguardo di seccata meraviglia sulla mia compagna. Impallidì, sgranò gli occhi, in cui scorsi una punta di nostalgia, e le disse senza riserve, che il vestito era audace e troppo corto.

Jaspreet, con le lacrime agli occhi, replicò, che quell’abito era un regalo della madre, e lo aveva a cuore.

Molte di noi avrebbero voluto possedere un modello così, e glielo dicemmo, per consolarla, raccomandandole di non badare alla direttrice, ché era  una matusa, e non capiva la moda dei nostri tempi.

Maria e Carla arrivarono alla festa con Ottavio e Luigino, i loro ragazzi, e…

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