Il cantore.


Diario, 18/11/1966

Caro Diario

Tutte le domeniche, andiamo a Messa nell’attigua Collegiata di San Francesco. Non è un segreto per nessuna di noi, e, forse, neppure per le istitutrici, che  vi andiamo, per purificare lo spirito, ma anche per ammirare i ragazzi del vicino convitto, e per ascoltare i loro inni. Udire, nel silenzio della chiesa, tra i fumi dell’incenso, un coro di giovani voci maschili, che intona i canti religiosi, è meglio che andare all’opera. Le voci sono potenti e le armonie risuonano dentro l’anima. E l’anima si eleva verso il sacro.

Una domenica mattina dello scorso autunno, mentre recitavo il mea culpa, mea grandissima culpa a capo chino, e con gli occhi socchiusi, nel silenzio ovattato della navata, si levò una voce limpida e melodiosa, che eseguiva in un assolo l’Ave Maria di Schubert. Il mio io immanente e tutti i sensi furono rapiti dalla purezza dei toni. Fui percorsa fino alla punta dei piedi dalle sublimi vibrazioni canore, mentre lunghi brividi correvano sotto la pelle. E l’anima divina fu unita ai sensi profani.
Sollevai la fronte, dischiusi appena le palpebre, e, attraverso il pizzo di tulle bianco del velo muliebre, che ricadeva ai lati del viso, guardai fra i coristi alla ricerca della fonte, che generava in me tale estasi. Tra gli altri, vidi il volto divino di un adolescente. Era uno nuovo. Il suo aspetto mi turbò, non meno della voce. Fui perduta. La voce celestiale di quel ragazzino sconosciuto mi attrasse e la sua bellezza pura e innocente mi conquistò, in modo definitivo.

La notte, non dormii, continuai a pensare a lui, ancora avvolta nella perfezione terrena della sua voce bianca e nell’atmosfera sacra della Santa Messa.
L’indomani, a scuola, durante la ricreazione, mentre gironzolavo  per i corridoi con le mie amiche, lo vidi. Usciva dalla classe accanto alla mia, la seconda C, e i nostri sguardi s’incrociarono per un istante. Le ragazze mi trascinarono via, incuranti del mio rapimento, e lui rimase l’incarnazione di un sogno intangibile.

I giorni seguenti lo incontrai, e la cosa si ripeté per mesi. Lui mi  fissava, io lo covavo con gli occhi. Però, nessuno trovava il coraggio di spiccicare una parola o un saluto. Eravamo entrambi ammutoliti e come pietrificati dai reciproci sguardi.

Al momento nulla è cambiato.
È passato un anno, da allora, lo incontro in occasione di Messe, Novene e Quaresime. A scuola, lui si tuffa nei miei occhi verdi, come in un prato di primavera, e io mi smarrisco nell’oceano del suo sguardo.
Tutto avviene come in un vecchio film muto. Forse, per questa ragione, la cotta è durata poco, anche se ancora ammiro il suo volto dalla carnagione rosata e gli occhi azzurri. È bellissimo. La sua voce sublime provoca in me sempre le stesse sensazioni paradisiache, che durano il tempo di un’Ave Maria.
Il cantore è stato, non solo, un amore platonico, ma anche una passione unidirezionale. L’ho amato solo io e in gran segreto. Non ho mai saputo se gli piacessi almeno un po’. Nulla. Era un affetto ideale e neppure m’importava che fosse corrisposto. Aveva valore per me, più che altro, per le splendide emozioni che mi procurava. Lui era un sogno, qualcuno su cui fantasticare d’amore. In tal modo, sapevo di poter amare e questo, per il momento, bastava.
Tuttavia, capii che il misticismo non faceva per me. La fase contemplativa, infatti, durò non più di quattro mesi.

Durante la festa di fine anno, conobbi due ragazzi: Giuliano e Ottavio, che mi piacquero molto, ma questa è un’altra storia. È molto più complicata, dura ancora, e mi fa soffrire. Prometto, che la scriverò tra le tue pagine, mio caro Diario.

È, appena, entrata Consuelo, e si dirige dritta verso di me.
“Che cosa vorrà?” mi dico.
Si avvicina alla scrivania. «Domani, dopo le lezioni, andrò a trovare mia sorella», m’informa.
L’ascolto con aria stupita, e taccio. Sua sorella non la conosco neppure, e non capisco.
Poi domando. «Dove vive tua sorella?»
«Studia in un collegio a pochi chilometri da qui, dove sta anche Nina», risponde con un sorriso gentile.
«Ah! Nina è qui vicino?» commento tra la sorpresa e la voglia di sapere di più.
«Sì. Parla sempre di te con mia sorella, così ho pensato che, forse, ti farebbe piacere mandarle un biglietto», afferma, chinando la testa di lato, e poggiando una mano sul bordo del banco.
«Certo», rispondo, felice per la sua cortesia.
«Allora, prepara la lettera. Devo averla, al più tardi, domattina», dice, togliendo i polpastrelli dal ripiano del mio tavolino.
«Va bene. Se riesco, la scrivo subito. Grazie», sollevo lo sguardo su di lei, e sorrido.
«Prego», risponde, e si allontana.

Nina è la mia migliore amica. Avevo perso le sue tracce dallo  scorso luglio. Ora, almeno, so dove pensarla. Un giorno ti parlerò di lei.

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