Tra le rose e i sensi di colpa.



Diario, 17/11/1966

Carissimo Diario

A volte, vorrei andare via. Partire. Mettere una buona distanza fra me e Castro.

La curiosità e la voglia di conoscere luoghi esotici m’invogliano a sognare viaggi fantastici e una vita avventurosa che, di certo, non avrò mai. A essere sincera, c’entrano anche i contrasti con la mamma che, a volte, mi confonde con strani modi di fare e accuse incosistenti. Da quando sono cresciuta, è diventata sospettosa, e vede trame oscure ovunque. È devastante avere una madre severa, che controlla tutto, e soppesa le parole, che mi escono di bocca. Spesso, sparo cavolate. È vero, ma questa è l’età della stupidera. Vorrei diventare adulta in una notte, e bruciare le tappe. Ma non sono scema. So, che devo aspettare.

Voglio bene alla mamma, e l’amerei senza riserve, se non fosse per l’ostilità con la quale, talvolta, m’investe come il vento gelido del nord. Nei casi in cui divento vittima della sua immotivata diffidenza, soffro. I sensi di colpa salgono dal pozzo dell’inconscio, e, come piccoli sgorbi di aracnidi, vengono a punzecchiarmi, anche se non ho fatto niente di male. Perché devo patire per i sospetti e la malizia degli adulti? Si guardassero loro. Allora, penso “Era meglio se non esistevo. Tanto vale morire”.

Tre anni fa, scelsi di lasciare Aqueterne, Feudo Antiquo, e Villa Miccioli. E fu un po’ come morire. L’esilio da Casa Carminio era iniziato molto tempo prima. Tra me e la mamma s’era spalancata una voragine, e non esistevano ponti per superarla. Eravamo due zolle galleggianti nel magma, che aveva devastato le nostre vite.

È una storia penosa, che narrerò in queste pagine, quando la forza della scrittura mi sosterrà.

In questo pasticciaccio di adolescenza, in cui si mescolano tumulti, incertezze e conflitti, i coetanei, come i giovani di casa Giannoni, mi  vengono in aiuto.

I Giannoni sono amici di famiglia, e, quando la signora Lena propose di farmi studiare nel collegio del suo paese, ne fui entusiasta. Era la via di fuga, che aspettavo. La mamma non sembrò troppo felice; nonna Bea, invece, accese il mio entusiasmo. Lena incoraggiò la mia famiglia e me «Ti farò conoscere le mie figliole e anche i ragazzi. Vedrai. Ti piaceranno. La minore ha due anni più di te. Andrete d’accordo», e ne parve certa.

Anita, la terzogenita dei Giannoni, è timida ancor più di me. Quando la conobbi, non la trovai per niente simpatica, anzi mi sembrò fredda e anche un po’ snob. Era molto più amabile Elisa, la sorella maggiore. Ora, che conosco meglio entrambe, confermo l’impressione iniziale.

L’antipatia che provai per Anita e i suoi modi di fare scostanti, in ogni caso, non influenzarono la mia decisione. Non ci piacevamo. Sapevo, che non saremmo mai diventate amiche. In ogni modo, decisi di partire, e lo feci. Credevo che cambiare luogo potesse servire a mutare vita, a mitigare i ricordi, attutire il dolore. Ho voluto, figlia onnipotente e fragile, allontanarmi dalla madre, dalle origini, dalla casa dell’infanzia, per cercare altro.

Eppure adoro la mia famiglia. Villa Miccioli è il luogo che, più di tutti, mi è caro. Come una bambina troppo forte e silenziosa, in apparenza superficiale e serena, ho rifiutato di vivere accanto alle persone che amo, perché mi ricordano ciò che più mi fa soffrire. Ho voluto tagliare i ponti con tutto quello che riporta al doloroso passato, convinta di poter vivere con leggerezza. Che stupida. Il passato è parte di me.

Non ho dimenticato, e neppure ho smesso di soffrire, perché non esiste una vera distanza emotiva tra me e la mamma, tra me e alcuni episodi della primissima infanzia. Il filo sottile che mi lega a loro non si è mai infranto. Non so, se sarò capace di raccontare tutto. Ho bisogno di tempo. Forse non basterà una vita.

Caro Diario, intanto voglio descrivere il posto in cui vivo, ormai, da più di due anni.

Il nome del convitto è una promessa. È un’attesa di luce, chiarezza e serenità. Mi piace. In fondo qui sto bene. Il collegio è grande. Le camerate, gli studi, il refettorio, le sale, il teatro, tutti gli ambienti sono ampi e spaziosi.

Trovo gradevole, soprattutto, la luminosità della veranda, chiusa da ampie vetrate ad arco. Mi è gradito anche l’odore acre di mastice che, spesso, impregna questo locale. Il falegname, infatti, di tanto in tanto usa il mastice o la pomice per isolare i vetri. Le vetrate fanno entrare luce e aria nel porticato, su cui si aprono gli studioli, dove svolgiamo i compiti.

La veranda è il luogo in cui facciamo merenda, giochiamo e riposiamo un po’ durante i freddi pomeriggi invernali. Essa s’apre sul cortile, in mezzo al quale c’è un unico grande albero secolare. Si tratta di un cedro del Libano, i cui rami si estendono per quasi tutta l’ampiezza della corte. La pianta ha un tronco talmente grande, che intorno è stato innalzato un terrapieno circolare, su cui è stata posta una panchina, che abbraccia il fusto tutt’intorno, su di essa possono accomodarsi una decina di ragazze.

Spesso mi siedo sulla panca, appoggio la schiena contro il tronco nodoso e corrugato del cedro, e osservo ciò che mi circonda. Vedo il cortile, cinto su tre lati dall’edificio, che s’allarga in un ampio terrazzo, affacciato sulla valle. In lontananza, scorgo la dorsale degli Appennini, su cui riconosco i profili di monti e valichi.

Dal verone si dipartono due rampe di pietra. Noi ragazze trascorriamo i momenti di pausa nel portico, in cortile o nel brolo. Nelle giornate calde ci sediamo a prendere il sole sulla gradinata, che dalla veranda scende verso il patio, o sulle scalinate di pietra, che dal terrazzo salgono verso le camere del primo piano.

A volte,  m’incanto ad ammirare il giardino sottostante, il magnifico oliveto, la Pieve e le mura etrusche, che circondano la cittadina. Nel cortile, sotto la rampa sinistra, c’è una piccola porta, spesso chiusa, durante l’inverno. In primavera, invece, è sempre aperta, e si può  accedere al piano inferiore.

Ricordo. Era maggio, quando, per la prima volta, vidi la porta dischiusa. Varcai la soglia, e mi trovai di fronte al magnifico miraggio di un roseto in fiore.

Oltre il passaggio, c’è un pianerottolo, da cui originano due rampe di scale, che conducono al giardino sottostante. Il giardino, chiuso da un muro di recinzione altissimo, è ornato su tutto il perimetro da arbusti di rose. Il roseto del Santa Lucia è stupendo, ricco di colori e rose d’ogni varietà. Le mie preferite sono le Tea  per il colore tenue e l’inaspettato odore intenso, che emanano.

Penso di possedere alcune caratteristiche “Tea”, anch’io come le rose sono poco appariscente e riservata, ma ho  un “profumo”, un caratterino, niente male.

Caro Diario

L’amore é una componente importante della mia adolescenza. Dopo Sandro ho preso tante cotte, che non posso narrarle tutte. Il primo amore castrense è stato Fabrizio, il figlio minore dei Giannoni. Il maggiore si chiama Franco e le ragazze  Elisa e Anita. Il capo famiglia, originario d’Aqueterne, è un lontano parente di nonna Beatrice e, a volte, la domenica pomeriggio, viene a prendermi, per condurmi nella sua casa di campagna, dove sono accolta con cortesia e affetto da Lena e l’anziana tata.

La signora è graziosa, pallida e slanciata, tanto che sembra un asparago bianco dall’aspetto malsano. Fabrizio è mio coetaneo. Lui mi piace perché è estroverso e gentile. Trascorriamo insieme interi pomeriggi, giocando a Shanghai, a domino e a tris. Gareggiamo a comporre, nel più breve tempo possibile, puzzle o a combinare disegni, infilando puntine colorate in una tavola a fori. A me questo gioco non piace tanto. Sembra un giochetto per ragazzini idioti, tanto è noioso e monotono. Preferisco una bella corsa all’aria aperta, quando il tempo è bello o la lettura di un libro d’avventura, se piove o c’è il gelo.

 Fabrizio, di statura nella media, un po’ robusto, con le labbra carnose, proprio come il padre, cui tanto assomiglia, non è quel che si dice un bel ragazzo. Invece Franco, il fratello maggiore, è bellissimo, alto e delicato come la madre. Lui è un tipo silenzioso e introverso e, purtroppo, ha problemi di salute piuttosto seri. Soffre di violenti attacchi d’asma e, per questa ragione, tutti sono molto premurosi con lui. La famiglia, in primavera, si trasferisce nell’appartamento in paese, per tenerlo lontano dai pollini e dalle graminacee. Effimero tentativo. Lui sta male ugualmente: il paesino è circondato da campi coltivati da ogni parte.

Marisa, Miss Liceo ’66, è perdutamente innamorata di lui, ma non è corrisposta. Grazie a lei ho compreso che la bellezza, da sola, non basta a fare innamorare un ragazzo. Marisa, a detta di molti, non trasmette nessuna emozione e, francamente, neanche a me piace, è vanitosa e sciocca in modo insopportabile. «È vuota, superficiale. È sciapa, come il pane», ripete, spesso, Franco.

Lui affascina molto anche me, però ho rinunciato persino ad amarlo idealmente. Tutto è troppo complicato: è vecchio e tanto fascinoso per me. Il suo potere di seduzione mi spaventa e, soprattutto, temo d’essere rifiutata come la povera Marisa. Inoltre, si dice che sia  innamorato perso di una ragazza, che ha conosciuto all’università.

A ogni modo, la cotta per Fabrizio durò poco. Mi piace ancora e penso a lui come a un caro amico, un compagno di giochi domenicali e di vacanze estive. Nel mese d’agosto, infatti, i Giannoni trascorrono un periodo di riposo fra i monti d’Aqueterne, poiché l’aria fresca e il cibo genuino giovano molto alla salute di Franco. Durante le ferie, ho occasione d’incontrare Fabrizio, e trascorrere con lui ore spensierate e piacevoli, tra passeggiate in campagna, picnic nei prati e corse in bicicletta. Noi due insieme siamo sereni e spensierati, proprio come una coppia di monelli, complici di avventurose scorribande. Per mia sventura, Fabrizio piace anche a Linda, una strana ragazza, molto invidiosa di me per il tempo che trascorro con il suo Fabrizio.

Ti racconterò di lei: è un caso patologico.

Comunque, l’infatuazione per Fabrizio visse una sola estate, come una canzone. L’autunno portò un nuovo amore, musica celestiale e io m’invaghii di un altro ragazzo…

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