Amica o rivale in amore?


Caro Diario

Passò l’autunno del ‘63, e Sandro incominciò a diradare le visite a Villa Miccioli, quando si accorse della mia insofferenza nei suoi confronti. Fui dispiaciuta, ma non cambiai atteggiamento.
Non gradivo che celasse la sua voglia di vedermi dietro un mio inesistente  bisogno d’aiuto, perché me la cavavo da sola nello studio, e disapprovavo la sua finzione. Ancor meno potevo accettare che lui si prendesse un piacevole passatempo, facendolo passare per un favore, peraltro, mai richiesto.

Credevo che il nostro affetto platonico fosse segreto, dato che non avevo  confidato a nessuno i miei turbamenti, e Sandro non aveva espresso il suo amore. Tuttavia, un giorno, in prossimità delle feste di Natale, successe un fatto che mi turbò moltissimo.

Durante le lezioni del mattino, Carmen, la mia amica del cuore, incominciò a

borbottare, e a guardarmi in cagnesco. Proseguì con i suoi modi minatori fino alla ricreazione. Allora, non contenne più la rabbia, e mi lanciò addosso minacce e insulti irripetibili. La sentii borbottare, in modo appena percettibile, le stesse parole che mia madre indirizzava a “quelle che facevano gli occhi dolci” al marito.

Questa è una faccenda non di poco conto, e te la narrerò, appena le parole giuste si presenteranno alla mente. I sentimenti e i ricordi, che hanno a che fare con mio padre, rappresentano un tabù. Sono legati a segreti sacri e inviolabili, che vanno detti con delicatezza, per non infrangere il tabernacolo che li contiene.

Carmen, dunque, osò definirmi con quei termini oscuri di cui, da piccolina, non comprendevo bene il senso, ma le cui accezioni intimidatorie e disonorevoli erano diventate sempre più chiare via via che passavano gli anni.
Mi spaventai. Sapevo di non aver fatto nulla di male, e, il torto che stavo subendo, mi parve ancora più ingiusto e crudele.
Ebbi subito la certezza che Sandro aveva a che fare con quella situazione, e non  sbagliavo.
Appena la maestra uscì dalla classe, la ragazzina mi si gettò addosso con furia, gridando «Brutta puttana, lascialo andare. Lascialo stare. Lui piace a me. È inutile che fai tanto la smorfiosa. Me ne sono accorta, sai?»
Mi difesi. Le tirai le trecce con tutta la forza che avevo, dicendo «Non ho fatto niente. Neanche mi piace».
«Invece lui vuole te. Vuole solamente te», gridò Carmen con le mie trecce fra le mani.
Non mi ero ingannata. Sandro era cotto di me.

Qualche tempo dopo, venne a farci visita a Villa Miccioli. Le donne lo fecero accomodare accanto al focolare, e domandarono notizie di sua madre e della sorella. Rispose che stavano entrambe bene. Poi, all’improvviso, disse che era venuto a scusarsi per quanto era accaduto a scuola, che era colpa sua, ma involontaria. La mamma e zia Frida trasecolarono:  avevo taciuto la storia dell’accapigliamento.

Erano fatti privati, e non ci tenevo a spiattellarli in famiglia. E poi che cosa avrebbero pensato di me, che mi era lasciata coinvolgere in una rissa?

Nonna Bea proseguì il suo lavoro a calza, senza badare a lui, che, come al solito, prese le cose alla lontana. Riferì, che, alcuni giorni prima, Carmen lo aveva invitato a casa. Era andato, e l’aveva trovata da sola.
A suo dire, lei non aveva perso tempo a dichiarargli i propri sentimenti.
«Ha anche cercato di baciarmi, hi, hi», rise, come una porta che cigola. «Mi sono divincolato, un po’ per paura che ritornassero i genitori, un po’ perché lei non mi piace», affermò, schermendosi.
Carmen era rimasta molto delusa, disse, e lui aveva cercato di consolarla, assicurando che la considerava una buona amica, ma amava un’altra. Al che, lei lo aveva costretto a dirle chi era l’altra.
Sandro ripeté «Mi piace Michela», e lo fece come se stesse ancora parlando a Carmen.
Fu un modo insolito e coraggioso per dichiarare i propri sentimenti a una bambina.

Io feci un salto sulla sedia, sempre più in ansia. Quando compariva lui, non sapevo mai che cosa poteva accadere. La mamma rimase sconcertata, e, inorridita, esclamò «Ma che storie sono queste? Siete troppo giovani, pensate a studiare! Carmen, poi, è una mocciosa. Si vuole già fidanzare? Scherzi?», e senza attendere la risposta, incalzò «Michela deve andare all’università e non può perdersi, fin da piccola, dietro alle storie d’amore. Non deve commettere lo stesso errore che ho fatto io. Si sposerà quando sarà matura, a trent’anni», e pose un punto fermo alla questione. La zia rise sotto i baffi, e la nonna cambiò il giro sui ferri da lavoro.
Sandro si fece più piccolo, stringendosi nelle spalle, e accasciandosi su se stesso. Assicurò che sì, gli piacevo, e mi voleva bene e, per questo motivo, avrebbe aspettato che crescessi e rispettato i miei progetti.

Lo sta ancora facendo, credo. Ogni tanto, lo incontro ancora per caso. Ma so, per certo, che lui ha le sue storie, e io vivo la mia vita.
Talvolta, ci vediamo in occasione delle serate danzanti a casa d’amici, alle feste di paese e alle sagre. Lui mi guarda estasiato, mentre io m’irrigidisco e non riesco a essere spontanea. Questo mi fa soffrire, perché un po’ mi piace ancora, e vorrei mostrarmi almeno amica.
Sandro non sospetta che anch’io, per tre anni, ho avuto per lui una segreta passione, perché sono stata muta come una mummia, chiusa nel proprio sarcofago ed enigmatica come una sfinge. Non so che cosa riserverà il futuro, ma sento che non avrò mai una storia con lui.
Lo so, perché siamo troppo distanti.

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