Sandro era proprio un tipo rock.


Caro Diario

Ho narrato una parte dell’infanzia, il principio di tutto. Ci sono altri eventi, che vogliono essere scritti, e spiegati. Riflettere aiuta a capire, e ad accogliere i ricordi nell’anima, dove diventano memoria. E la memoria, che si fa scrittura, è anima per sempre.

Scriverò un po’ alla volta, per non scordare il mio tempo, e accogliere il dolore. Però, oggi ho voglia di cose frivole: canzoni, riviste e cotte.

Leggo molti giornali per adolescenti: “Big”, “Ciao” e “Amici”. Passo molto tempo tra le mie riviste. Ritaglio le foto dei cantanti preferiti e anche alcuni articoli, che incollo sulle pagine bianche. Ho appena finito di leggere un pezzo sugli Stones, scritto da un certo George Russel, e tradotto in italiano, che parla del tour dei Rolling Stones negli States.

“Non potete immaginare, ragazzi, quanto è stato fantastico quello spettacolo. Noi che ci siamo stati non lo dimenticheremo mai. Pensate che Mick, Keith, Brian, Bill e Charlie sono stati festeggiati con quattro dischi d’oro ciascuno… per aver superato l’incasso di un milione di dollari… negli Stati Uniti. Il concerto, che ha raggiunto il culmine con l’esecuzione di ‘Lady Jane’ (sotto l’onda degli applausi, la terra ha tremato), è stato interamente registrato su un long-playing, che però sarà messo in vendita esclusivamente negli Stati Uniti”.

Attendo con ansia l’uscita in Italia di questa preannunciata fantastica “Lady Jane”.

Nell’attesa, osservo un’immagine del gruppo. Sono bellissimi. Mick Jagger sprigiona una sconvolgente sensualità.

Durante i concerti dal vivo, quando il complesso esegue “Satisfaction” o “Lady Jane”,

“Mick si lascia andare a movenze provocanti. Sembra quasi un atto d’amore, un convulso, violento, amplesso con se stesso e il pubblico. I giovani vanno in visibilio”.

A me capita spesso di seguire il flusso dei pensieri. Allora, desidero descrivere le sensazioni che sento. Adesso, per esempio, mi viene in mente l’amore e ho voglia di parlare delle mie prime scuffie.
Cotte ne ho prese tante, al punto che non ricordo quanti ragazzi mi sono piaciuti. Da bambina, m’innamorai perdutamente d’Angelo, l’unico figlio dei nostri vicini di casa. Sapevo che era amore quello strano sentimento che provavo per lui perché, quando lo vedevo, il cuore batteva forte e sentivo le farfalle nello stomaco. Le guance diventavano rosse e le sentivo bruciare.

La mamma e la zia scherzavano su quest’affetto infantile. Erano complici e vigili spettatrici. Loro assicuravano che avevo scelto bene, perché Angelo era un ragazzo serio, educato e con un bel faccino. Le donne, però, vegliavano fin troppo su di me e io non gradivo che mi vietassero di giocare, da sola, con lui. Non ricordo quanto durò questa passione, l’infatuazione finì presto, e Angelo non mi piacque più.

Il primo amore da adolescente fu breve, conflittuale, mai espresso. Finì all’improvviso, per l’esattezza nell’istante in cui mi resi conto che nel bene poteva esserci anche sofferenza, aggressività e passione. L’oggetto d’amore che provocò tali sentimenti si chiama Sandro.

Sandro è amico per la pelle d’Angelo. Sono coetanei e frequentano la stessa scuola. Quest’anno Angelo ha gli esami di maturità, mentre Sandro è in terza ragioneria, perché ha perso due anni.

A proposito, anch’io il prossimo giugno dovrò sostenere gli esami di Terza Media. Che fifa.

Sandro abita nei pressi di Villa Miccioli, in una piccola casa colonica. Vive con la madre vedova e la sorella minore.

Mi accorsi di lui un giorno d’estate. Avevo dieci anni, la scuola era finita, ed ero stata promossa, a pieni voti, in quinta elementare.
In genere, trascorrevo i lunghi pomeriggi estivi con i miei amici e i compagni di classe.
Giocavamo nelle aie delle fattorie, nella piazzetta della contrada e i ragazzini più fortunati, che possedevano una bicicletta, giravano per il villaggio dandosi arie da grandi. Alcuni avevano costruito il monopattino di legno a rotelle e con quello si lanciavano a capofitto giù per le discese.
Quel pomeriggio, dopo aver giocato a boccette nella strada di terra battuta, ci sedemmo a riposare sul muretto di recinzione della masseria. Faceva caldo.
A un tratto, vidi arrivare un bel ragazzo dai capelli biondi, con un appariscente ciuffo, che ricadeva sulla fronte. Indossava pantaloni di tela blu e una camicia a fiori azzurri e bianchi. Era diverso da tutti gli altri, che portavano ancora i calzoncini corti. Quando ci vide, si fermò a chiacchierare con noi, e sedette anche lui sul muretto tra Glauco e Gioele, due compagni di classe e miei coetanei.
Ero molto incuriosita da lui, però non mi piacque, e non capii il perché.
M’insospettirono sia i suoi atteggiamenti un po’ spavaldi, sia l’abbigliamento e l’insolita pettinatura.
I ragazzini lo conoscevano. Si capiva che lo ammiravano perché era grande.
«Che bei pantaloni», esclamò un bambino «Dove li hai presi?»
«Li ho comprati al mercato. Sono pantaloni da lavoro, li usano in America. Si chiamano blue-jeans», rispose lui, lisciandoli con i palmi delle mani.
Affermò che, da grande, avrebbe fatto il cantante rock. Parlò d’Elvis, un mitico chitarrista e cantante americano. Tacemmo tutti, nessuno di noi sapeva chi fosse Elvis Presley.
«Mi vesto e mi pettino come lui. I vecchi, per questo, ce l’hanno a morte con me», asserì con aria convinta, muovendo il capo avanti e indietro, come il gallo nel pollaio.
«Davvero?» domandò Glauco.
«Certo. Mi hanno pure bocciato», ripeté con tono risentito, spalancando le palpebre.
«Strano. Non credevo succedessero certe cose», considerò Gioele, aggrottando le ciglia d’oro.
«È vero. I professori hanno tanti pregiudizi. C’hanno le loro preferenze», confermò Sandro, con una risatina acuta.
«Le preferenze?» domandò una ragazzina grassottella.
«Sì. Fanno i favoritismi. Hanno le simpatie e le antipatie», ribadì lui, sempre più assertivo, e fece un sorrisetto.
«Tu gli stavi antipatico per il ciuffo e i blue-jeans?» ipotizzò la stessa bambina.
«Sì. Proprio così. Solo che, a volte, non andavo a scuola. Preferivo frequentare le lezioni di chitarra», si lasciò sfuggire.
«Ah!» e la bambina rimase a bacca spalancata, non so se per la sorpresa, o perché non era convinta delle ragioni di
Sandro.
«Devo ripetere l’anno. Accidenti. Che fregatura. I professori se la prendono solo con me. Gli altri li hanno promossi tutti e non sono mica migliori di me», ripeté, e rafforzò il concetto affermando che, in qualsiasi modo fossero andate le cose, lui avrebbe continuato a vestirsi e a pettinarsi come il suo idolo, a dispetto delle discriminazioni e dei pregiudizi degli adulti. Sarà stato per questo che Sandro, a quei tempi, era soprannominato il “ribelle”.

Sandro non mi piacque. Lo giudicai poco serio e inaffidabile, perché non studiava ed era distante anni luce da me, che ero una figlia obbediente e una scolara studiosa: la più brava della scuola.
Sandro era proprio un tipo rock, un vero ribelle. Non mi fidavo di lui, però mi piaceva. Siccome ero stata colpita dal classico colpo di fulmine, nel preciso istante in cui lo avevo visto comparire da lontano, lo temevo come il peggiore dei nemici. Non riuscivo proprio ad ammettere che mi piaceva e, per questo motivo, ne avevo un po’ paura.
Rimasi affascinata da lui, perché parlava di cose che non conoscevo. Ero incuriosita e spaventata e, allo stesso tempo, provavo un senso di fastidio perché lui sapeva più cose di me.
Mi disturbava soprattutto non capire tutti quei termini stranieri con i quali si esprimeva: rock and roll, blue-jeans, sound, rhythm and blues, che, per me, erano parole astruse e prive di senso.
«Facci una canzone», gli chiese Carmen.
«No. Non riesco a cantare senza musica», si schermì.
«Vai a prendere la chitarra», suggerì Gioele.
«Sì. Dai. Vi faccio contenti», rispose, e si capiva che non vedeva l’ora d’esibirsi.
Sandro fece una corsa a casa e ritornò, subito dopo, con una chitarra a tracolla.
I ragazzini applaudirono, e lanciarono grida di gioia. «Sandro, che ci canti?» domandò Glauco.
«Vi faccio Rock around the clock».
«Che? Chi la canta?» osò il più audace, che non temeva di ammettere la propria ignoranza in fatto di musica americana.
«I Comets», rispose lui, guardando il bambino dall’alto in basso.
E notai che, con la chitarra in mano, era persino più fascinoso e non si dava, neppure, troppe di arie. Era disponibile con noi bambini. Stava al nostro gioco.
«Chi sono?» volle sapere uno.
«Un mitico gruppo rock americano, ma non sapete niente», disse, e fece la sua risatina stridula.
«Boh, chi li conosce è bravo», ammise il solito senza vergogna.
«Tutti. Sono famosi in tutto il mondo», spiegò a noi, piccoli ignorantelli di campagna.
«Mi sa tanto che li conosci solo tu», azzardò Gioele, giacché per noi i Comets erano perfetti sconosciuti.
Lui non gli rispose, e si preparò a suonare.

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2 pensieri su “Sandro era proprio un tipo rock.

  1. Leggendo con calma mi porti dietro in un mondo che conosco solo da vecchie film made in USA.. quanti anni non sento più il termine blue-jeans … la mia madre in affidamento lo chiamava i jeans ancora nei anni 80 blue-jeans …
    hai svegliato tanti belli ricordi grazie cara Pina 😉

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