Miraggi lontani fra le dita.


Caro Diario

Ripenso alla mia infanzia. Frugo nella memoria, e arzigogolo in modo smisurato. Mi faccio del male, ma non riesco a evitarlo. Smetterò, quando avrò capito.

Dopo l’episodio della marmellata, che riferii alla mamma, e lei riportò con dovizia di particolari dolorosi e arricchito di certe sue convinzioni a zia Frida e a nonna Beatrice, molte cose cambiarono.

In primo luogo le donne fecero marmellate con tutti i frutti dell’orto e del frutteto.
Le sentivo ripetere «Che stupide. Tanta frutta sprecata, e non abbiamo mai fatto la marmellata per la piccinina. Certo, a noi non piace, ma lei è ghiotta di cibi dolci. La creaturina ha dovuto patire, per farci capire che le piace la marmellata».
Quell’estate mangiai confetture di fragole, ciliegie, fichi, prugne, albicocche, fino a non desiderarne più per tanto tempo. Non mancò neanche ad Antonella, perché nonna Bea regalò alcuni barattoli alla consuocera, senza fare riferimento all’episodio.
La mamma proseguì con le lagnanze per le ristrettezze economiche dei Visconti. «È insopportabile. Non ce la faccio più a convivere con loro», ripeté un’intera estate.
«Ti maltrattano?» s’informava nonna Bea.
«No. Però, mi sembra di rubargli il cibo dai piatti, per quanto sono poveri. Chi se la immaginava tanta miseria. Lina non ha di che sfamare la famiglia, e sgobba dalla mattina alla sera», raccontava con un misto di pena e ammirazione per i sacrifici della nonna.

Le sofferenze spinsero nonna Beatrice a prendere delle iniziative, per cambiare in meglio la nostra vita: fu deciso che la mamma ed io avremmo trascorso la giornata a Villa Miccioli e saremmo tornate alla Casa Carminio per trascorrervi la notte.

In tutto ciò, nonno Gigi aveva un ruolo marginale, lasciava fare alle donne. Però, ogni tanto, lo sentivo ripetere «Lu ddicevo io ca nun eva cosa pì essa, lo dicevo io che non era cosa per lei», e calava la coppola grigia sugli occhi azzurri, che sembravano due acquemarine sul viso da lupo di mare, lui che il mare lo aveva visto a Genova, la prima volta, quand’era stato chiamato alla visita di leva militare nel 1918. Aveva pensato che quel campo d’erba di grano fosse troppo vasto e piatto, e si era smarrito nella sua immensità, prima di capire che quello era il mare, come non l’aveva mai immaginato.

A ogni modo, ricordo che, appena sveglia, la mamma mi preparava, e ci avviavamo a piedi verso la masseria. Era un tragitto di pochi chilometri, che percorrevo dandole la mano. Però, mi stancavo subito, e lei era costretta a proseguire sulla via polverosa in terra battuta con me in braccio. La fatica era ricompensata all’arrivo: nonna Beatrice faceva trovare la tavola apparecchiata per la prima colazione nell’accogliente cucina, ancora intrisa del profumo acre della recente cagliata. Sulla tavola c’era sempre del latte appena munto, il pane casereccio e la forma di ricotta cremosa, oppure uova sode, patate lesse fumanti e salsiccia di casa. Ci fermavano a pranzo, e, a cena, c’era anche papà. Era bello mangiare tutti insieme: noi tre, zia Frida e i nonni.
L’estate passò in questo andirivieni dalla casa rossa al podere e ritorno serale.

Trascorsi una bellissima stagione fra i giochi con i bambini del vicinato e le baruffe in mezzo ai cani e ai gatti della fattoria. Provavo una grande tenerezza per gli animali che accudivo, coccolavo o rincorrevo, secondo l’umore del momento.
Ero serena. Mi sentivo protetta e accolta. La mamma aiutava in casa, e dava una mano nei lavori in campagna e nell’orto.

In autunno, i nonni Jorio affittarono un appartamento ad Aqueterne per noi. Si diedero anche da fare per trovare al babbo un lavoro meglio retribuito, sempre da autista.
Il babbo guidava autobus da turismo per conto della “Marozzi”. Le cose andavano meglio. La mamma era felice e orgogliosa del marito, che conduceva pullman di lusso, simili ai mitici Greyhound americani.

Rammento poco del periodo cittadino. La casa era piccola, ma si trovava vicino al centro, nel punto più alto e panoramico del paese. Per raggiungere il nostro appartamento dovevamo attraversare un lungo corridoio semibuio.

Una volta, successe qualcosa. La mamma e io tornavamo dal mercato, ricordo la mia mano accolta nel suo palmo tiepido.
A metà dell’angusto passaggio, trovammo ad attenderci un uomo. Vi fu uno scambio di saluti, poi lui disse delle parole che non compresi, ma dovevano essere minacciose: lo diceva la tensione, che percepivo nella mano della mamma, aggrappata sempre più forte alla mia. Poi entrammo in casa, e l’ansia si dissolse.
Da quel giorno, lei attraversò il corridoio, correndo con me in braccio. Aveva paura. Avvertivo la sua angoscia, che si dissipava dietro l’uscio chiuso a chiave.
Non ho mai saputo che cosa le avesse detto quell’uomo che, poco dopo, scoprii essere il padrone di casa, di certo parole gravi, perché le donne confabularono giorni e giorni. Smettevano di discorrere in segreto all’arrivo di papà o del nonno. Alla fine fu deciso che, se l’uomo si fosse ripresentato, la mamma doveva minacciare senza timore, che avrebbe riferito la faccenda al marito. E questo è tutto ciò che so di quel segreto. Ignoro se fu, ancora una volta, nonna Bea a sistemare la questione con il proprietario dell’appartamento o se lui capì quel che doveva capire, fatto sta che abitammo là fino al giorno che sconvolse, per sempre, la mia vita. Ma questa è un’altra storia. Non sono pronta a parlarne.

Ora, mi rivedo bambina tra le braccia della mamma o, forse, del papà, accanto alla finestra della camera, che si apriva su uno splendido scenario sulle vallate circostanti, mentre osservo le zone sottostanti e, in lontananza, abbarbicati sulle colline, scopro i paesi vicini.

Una notte, mi si offrì alla vista una visione fantastica: le contrade e le cittadine illuminate dalla luce elettrica. Rimasi talmente affascinata dallo spettacolo notturno, che mi sporsi con il corpo in avanti, quasi a voler afferrare le luci dei paesi, come facevo con le lucciole. Il fascino dei bagliori lontani m’impedì di vedere il vetro della finestra a pochi centimetri dalla mia testa. Vi andai contro con la fronte, la lastra si ruppe, e mi tagliò la guancia. Ricordo i frammenti che piovevano dall’alto e le grida della mamma. Ancora adesso, se si osserva bene, si può scorgere una sottile cicatrice sulla gota destra, tra l’occhio e il lobo dell’orecchio.

A parte questo, non serbo altre memorie di quel periodo.

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