Il barattolo di marmellata.


Caro Diario

Ricordo un episodio sgradevole della mia infanzia, che ancora brucia dentro, del quale si rese protagonista nonna Lina.

Un’estate, la zia Teresa, suo marito Gianni e la loro figliola, Antonella, vennero a trascorrere le vacanze estive da noi.
Antonella, minore di me di pochi mesi, era magra e pallida. Tossiva fino a diventare cianotica, seminando ansia tra noi. Gli adulti, preoccupati per la sua salute, erano prodighi di coccole, e le riservavano i migliori bocconi. A me, che scoppiavo di salute e vitalità, lesinavano attenzioni e cure. In più, avvertivo su di me gli sguardi invidiosi degli zii.
«Quando vedo lei bianca e rossa, e l’altra malaticcia e pallida, come un lenzuolo, mi viene la rabbia. Il Signore dà a chi tanto e a chi niente», disse, una volta, nonna Lina a una vicina di casa.
La buona donna pensò bene di riferire la frase alla mamma, che ci rimase male, e corse da nonna Bea a sfogare il malcontento. «Deve ringraziare il Signore che Michela è sana. Invece l’altra, poverina, rischia la polmonite. Invece?» commentò lei, facendosi il segno della croce.

Le premure di nonna Lina verso Antonella e il disamore per me raggiunsero l’apice in un pomeriggio assolato.
All’ora di merenda, Antonella chiese pane e marmellata. La nonna ci condusse in cucina, disse che la marmellata era finita, e diede a entrambe una fetta di pane con lo zucchero.
Poi mandò me a giocare in giardino, e tenne con sé Antonella.
Mi allontanò, ma capii che c’era qualcosa sotto. Era un pretesto. Uscii esclusa, ferita e umiliata, ma rientrai subito in casa, decisa a scoprire le loro malefatte. Non potevo dargliela vinta a quelle due. Dovevo capire.
Le trovai chiuse nello sgabuzzino delle provviste, adiacente alla cucina. Nonna Lina teneva tra le mani un enorme barattolo di vetro trasparente. Il vasetto era vuoto ma la nonna, caparbia e ostinata, ne grattava il fondo con un coltello, nel tentativo di raccogliere un po’ di marmellata, che poi spalmava sul pane della nipote. L’altra.
Osservai la scena attraverso la porta socchiusa, per alcuni istanti lunghi e gravi.
Antonella, magra e smunta, aspettava la seconda fetta di pane, con l’illusione della marmellata spalmata sopra. La vidi guardare in silenzio la nonna, con il capo rivolto verso l’alto e gli occhioni sbarrati sul recipiente graffiato e il pane fragrante appena cotto.
Mi sentii respinta e imbrogliata. Quello fu il primo tradimento e il primo dolore che ricordi. E chi mi aveva tradito? La nonna.
Allo stesso tempo, ero soddisfatta di me, per aver intuito la verità, ed essere riuscita a smascherare l’inganno. Avevo dimostrato a lei e a me stessa, che amava l’altra nipote più di quanto amasse me.
Tanta furbizia, però, mi costò cara: il rimprovero, la collera e il dover assistere all’umiliazione della nonna.
Quel giorno fui esclusa dalla condivisone del nulla e del tutto. Assaggiai il sapore amaro del rifiuto, e percepii la scarsa sensibilità verso il mio essere bambina.
Non era giusto. Anche i sentimenti dei piccoli vanno rispettati.

La nonna, quando s’accorse di me, s’irritò e, mostrandomi il barattolo vuoto, disse con rabbia «Ah, sei ritornata? Guarda. Cosa cosa credi? Non c’è niente, niente».
Poi, con voce strozzata dal dolore, aggiunse «Vai a mangiare da tua nonna, tu. Lei ha la dispensa sempre piena».
In effetti, il barattolo era vuoto e sul pane d’Antonella c’era solo una leccatina di marmellata.
Tuttavia, ero troppo piccola per comprendere, e spiegare le ragioni di tale comportamento e, ancora adesso, ricordo quest’episodio con dolore.
“Ma ho perdonato”, penso, e lo scrivo.
Da allora, adoro la marmellata. Non resisto davanti a un vasetto di confettura.
Tuffo il cucchiaino nella conserva pastosa, e ne mangio a volontà. Poi preparo una fetta sottile di pane e vi spalmo sopra un abbondante strato di confettura di pesca o di ciliegia che, colando da tutte le parti, m’imbratta le mani e, talvolta, persino i vestiti.
Oggi, ho scoperto due cose di me: sono una ragazzina golosa, che rimugina troppo sul passato. Domani, forse, vedrò altro.

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14 pensieri su “Il barattolo di marmellata.

  1. E’ bellissima questa storia, io ho due fratelli, il maggiore ha 14 mesi piu’ di me, il minore ha 8 anni in meno, quando eravamo piccoli il minore era sempre ammalato perche’ era delicato, si prendeva di tutto, mia mamma naturalmente aveva per lui mille attenzioni ma noi capivamo, forse perche’ eravamo piu’ grandicelli o forse perche’ la nostra vita e’ stata piu’ libera della sua, noi stavamo fuori a giocare anche d’inverno con la neve! Tanti baci cara, sei bravissima, sono cosi’ belli i tuoi racconti, un abbraccio e buona giornata, ❤

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  2. I bambini sono così, notano tutto, ma spesso non riescono a cogliere il vero significato di quello che accade. Quando mio figlio era davvero piccolo, (si parla di primissima infanzia, certo al di sotto dei tre anni) il pediatra mia aveva detto che poteva mangiare solo la parte magra del prosciutto. Di solito gli davo la cena prima di mangiare con mio marito e capitava che avessi parecchia fame. Così, mentre gli preparavo il prosciutto, mi mangiavo il grasso. Lui, in seguito, ha sempre manifestato un’esagerata predilezione per le parti grasse del prosciutto e, quando è stato in grado di spiegare, mi ha raccontato di ricordarsi perfettamente il mio comportamento e di aver maturato, senza formulare un vero e proprio pensiero cosciente, l’idea che il grasso fosse il bocconcino migliore, appunto perché se lo pappava la mamma! 🙂

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    • Silvia, grazie per il tuo commento che spiega alla perfezione, dal momento che l’hai vissuto con il tuo bambino, come funziona la psiche di un piccolino. Anch’io, come tuo figlio, avevo circa tre anni, e non potevo capire. Ho sviluppato una predilezione per la marmellata e i dolci, in genere. Allora, più che defraudata del cibo, mi sentii esclusa, perché la nonna mi disse, in modo esplicito, di andare in giardino. Fu l’invito a uscire che mi ferì, e mi fece ritornare sui miei passi, per capire. Vidi che la marmellata era davvero finita e tutto quello che ho scritto… A livello emotivo fu davvero molto forte. C’erano troppe componenti in gioco: l’esclusione, la collera e l’impotenza della nonna, la mia rabbia e il mio dolore, il faccino smunto di Antonella. Ma come dice Ili, anche gli adulti sbagliano. Ti ringrazio per aver letto e commentato. Ci tengo molto al tuo giudizio.

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  3. In effetti sono cose spiacevoli che lasciano il segno perchè per una bambina è difficile comprendere le vere motivazioni di un diverso comportamento degli adulti più cari rispetto agli altri coetanei della famiglia. Si comprenderanno, forse, crescendo e si riuscirà magari a sorriderci sopra.D’altra parte…chi ha mai detto che gli adulti non sbagliano mai? Eccome se sbagliano!

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    • Ili, dici proprio bene. Tutti possono sbagliare. A tredici anni, quando ho scritto il Diario, avevo già perdonato la nonna. Crescendo ho capito che faceva tanti sacrifici. Immagina fare il bucato a mano, e il pane in casa, cucinare, stirare per dieci persone, badare all’orto e al pollaio. Quale donna non sarebbe stata incavolata nera e confusa dai troppi impegni. Grazie per l’interazione, è sempre gradita. Continua a leggermi. Mi fa piacere.

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  4. i bambini rimangono un po’ traumatizzati dalle ingiustizie a quella età… io piccolina venivo portata in montagna (paese di mio nonno) e l’unica nonna che avevo non mi ha voluto tenere. Allora la mia mamma che non aveva ferie mi lasciava da una contadina lontana cugina. Naturalmente facevo quello che faceva lei …pascolo con le mucche raccolta del fieno. Seppi che mia nonna aveva fatto venire su una bimba figlia di amici, io al mattino passavo da lei e vedevo che non le faceva mancare niente… mentre io dovevo alzarmi presto e arrampicarmi per i monti come Haidi.
    Non ho mai perdonato mia nonna anche da adulta. bravissima

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  5. Ciao Marina, mi dispiace per la tua esperienza davvero traumatica. È troppo facile ferire un bambino, che è privo di difese e manca della capacità di spiegarsi le cose, però è ricco d’intelligenza emotiva, qualità che difetta a molti adulti.
    Un caro saluto. Pina.

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