La vita familiare.


Caro Diario

Nacqui undici mesi dopo il matrimonio dei miei genitori nella Cattedrale di Aqueterne. Venni al mondo nel mese di ottobre, a Villa Carminio, la casa del nonno paterno. Ancora oggi, tutti chiamano così quella piccola casa di campagna, tinta di un bel rosso pompeiano, circondata da un giardino con l’orto sul retro. Il brolo era una tale combinazione di fiori, ortaggi e piante che non si capiva bene dove finisse l’orto e iniziasse il frutteto. Era il tipico orto giardino di campagna. Tra i cavoli, i pomodori, le patate e i piselli sbocciavano, secondo la stagione, rose, dalie, crisantemi, celosie, asfodeli e anturi e maturavano ciliegie, amarene, pesche, albicocche, uva e mele.

Abitammo coi nonni quasi due anni. Eravamo poveri: papà faceva l’autista, guadagnava poco, e non poteva permettersi una casa per noi. La famiglia paterna non era agiata: il nonno viveva del suo stipendio d’impiegato statale e i soldi non bastavano ma, intorno alla tavola, sedevamo sempre in nove. Mio padre era il maggiore, il braccio destro di nonno Ettore. Il secondogenito si era trasferito in città, dove aveva trovato lavoro in una sartoria. Zia Molly e zia Pamela erano due belle studentesse ancora adolescenti e Manlio, il piccolo di casa, frequentava la scuola elementare. Lo zio Giò, poco più che adolescente, era disoccupato. Le due zie maritate vivevano, con le proprie famiglie, in un paese distante un centinaio di chilometri. Avevano sposato due fratelli. Spesso, ci si riuniva tutti. Allora, compariva una moltitudine di zii, cugini, mariti, fidanzati, mogli da sfamare. Eravamo tanti. Troppi.

La mamma sembrava infelice in mezzo a loro. Era persuasa che i membri della famiglia si volessero bene, ed escludessero noi dalla loro cerchia d’affetto. Noi eravamo respinte e marginali. Uniche a non essere amate rappresentavamo per loro solo due bocche in più da sfamare. La mamma era giovane, ma si rendeva conto della miseria e, per questa ragione, viveva in casa come un’ospite indesiderata. Secondo la mamma, la più crudele nei nostri confronti era nonna Lina, e, spesso, se ne lamentava con sua madre, che la confortava come meglio poteva.

Nella mia memoria di bambina, la ricordo grassoccia e vecchia. La rivedo triste, arrabbiata, vestita di nero, con la peluria fra il labbro superiore e le narici. Era nera, in tutti i sensi, e a me faceva molta paura. Forse era ammalata o solo stanca di servire i numerosi figli e i nipoti. A ogni modo, sembrava cattiva e astiosa, soprattutto, nei confronti della mamma. Reagiva in maniera brusca e severa anche con me, al punto che non ricordo un suo gesto affettuoso o una carezza. Spesso, mi sentivo rifiutata, e non capivo perché.
Soprattutto, non mi spiegavo, e come avrei potuto? perché, invece, fosse dolce e amorevole con i propri figli, mentre a me e alla mamma riservava occhiate torve e freddezza. Rammento che preferivo girarle al largo. Non riesco a pensare a lei con l’affetto che non mi ha insegnato.

Nonna Lina è scomparsa cinque anni fa. Non l’ha portata via l’età. Sono stati i troppi dolori. Questo mi rattrista. Spero con l’anima piena di compassione che, ovunque sia, abbia trovato la pace e l’amore,  che non ha avuto in questo mondo.

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