Che colpa abbiamo noi?


Caro Diario

Al termine della scuola primaria partii per Castro. E ora sono qui, nel Collegio Santa Lucia. Questa è in sintesi la mia vita anche se, a volte, penso che questa è la vita che ho subìto.

Nella mia storia sono successi dei fatti che non ho capito. Sarà per questo motivo che l’antico pesa come un macigno.

Non so come iniziare. Chi, come me, ha subìto un danno, fa fatica ad aprirsi e a riconoscere la sofferenza che cela nel cuore. Trovo difficile ammettere la verità persino a me stessa. Prendo tempo, rimando a domani il racconto del mio vissuto triste. Non voglio annoiarmi con dei ricordi dolorosi.

Oggi scelgo di parlare dei miei cantanti preferiti, dei ragazzi che mi piacciono e di quelli che, invece, non m’interessano più, delle amiche, della scuola, dei professori. La musica è la mia passione. Ascolto le canzoni di Gianni Morandi, Adriano Celentano, Rita Pavone, i Beatles, i Rolling Stones, i Rokes e tanti altri.
Una delle mie canzoni preferite è “Nessuno mi può giudicare”, che fu interpretata da Gene Pitney e Caterina Caselli al Festival di Sanremo del 1966. Caterina è una giovane cantante modenese, che si presentò al Festival con un’acconciatura bionda a caschetto dei Vergottini e il frangettone sugli occhi e, per questo, fu soprannominata “casco d’oro”.
Un altro brano che apprezzo è “Il ragazzo della Via Gluck”, cantato da Adriano Celentano. Questa canzone fu eliminata a Sanremo la prima sera. Forse, per l’atteggiamento eccentrico di Adriano. La canzone ha un testo d’impegno sociale e ambientalista, pone l’accento su temi ecologici e condanna l’urbanizzazione selvaggia, che causa la scomparsa delle campagne. Conosco il brano a memoria, meglio delle poesie di Pascoli e Carducci, e ne condivido il contenuto e gli ideali.
Gianni è molto giovane. La sua musica è romantica, e mi fa sognare. Tutte le ragazze sono innamorate di lui e dei suoi brani. Le sue canzoni sono la colonna sonora della mia adolescenza.

I Beatles e i Rolling Stones sono gruppi rock inglesi. La loro musica è forte: invoglia a muoversi e a ballare. Preferisco la musica dei Beatles a quella dei Rolling Stones, perché è meno violenta e aggressiva.
Peccato che la musica rock non sia gradita agli anziani, che hanno gusti antiquati. A me piace  Mozart, mi pare rock anche la sua musica.

Gli adulti adesso si chiamano matusa, che è la forma abbreviata di Matusalemme.
Matusalemme è un personaggio biblico, che visse trecento anni, ed ebbe un figlio a centocinquanta. Così è scritto nella Bibbia, e bisogna crederci. Il matusa è, quindi, una persona che ha vissuto tanto.
Questa definizione non la trovo offensiva, come vorrebbe essere. In fondo, a chi non piacerebbe diventare vecchio come Matusalemme? Firmerei subito un contratto per vivere quanto lui.
I matusa, a loro volta, ci chiamano capelloni, un appellativo di grande disprezzo. Guardano con diffidenza le zazzere dei ragazzi e le signorine, che indossano la minigonna stile Mary Quant.
Alcuni quarantenni e, persino, i trentenni ci giudicano disimpegnati e superficiali. Definiscono contestatori e ribelli tutti i capelloni, e considerano spregiudicate le ragazzine con la mini. I grandi ci chiamano “ninfette” o “lolite”, e ci credono sempre disponibili. Ma chi gliel’ha detto? S’illudono.

A ogni modo, ho capito che le donne sono divise in due categorie: le brave ragazze da marito, poca scuola, tanta casa e sempre in chiesa, e le ragazze chiacchierate, quelle “non per bene”,  che vanno a scuola e anche a messa. Devo capire dove sta il limite tra le une e le altre.

Non comprendo la mania di condannare la moda, la musica e i balli “beat”. A me il beat piace moltissimo e mi ritengo una brava ragazza, anche se porto la gonna corta, i capelli lunghi con la frangia, e se ballo alla moda del Piper. Che cosa faccio di male, se mi agito un po’ in uno shake, un twist o un surf?
Dicono bene i Nomadi, quando cantano “Come potete giudicar”, un brano in cui invitano gli adulti a non giudicare senza conoscere, a non condannare senza sapere, solo “… per i capelli che portiamo… , se vi fermaste un po’ a guardar, con noi parlar, vi accorgereste certo che non abbiamo fatto male mai”.
I Nomadi, con la loro canzone, rilevano come gli adulti ci facciano sentire diversi, per qualche centimetro in più di capelli e i colori sgargianti della moda beatnik.
Che cosa pensare dei parrucconi e della moda frivola sia maschile sia femminile del XVII e XVIII secolo e di Luigi XIV, il re sole, che nella sua corte di Versailles impose ornamenti vistosi e il lusso più sfrenato? Ogni epoca ha la sua moda, mi dico.

Ancor più condivido il testo di “Che colpa abbiamo noi”, cantato dai “The Rokes”, in special modo quando eseguono “la gente non sorride più, vediamo un mondo vecchio che ci sta crollando addosso, ormai, ma che colpa abbiamo noi? Sarà una bella società, fondata sulla libertà, però spiegateci perché, se non pensiamo come voi, ci disprezzate, come mai?”

Spesso, gli adulti fraintendono i nostri valori, i bisogni e gli ideali. Esprimono giudizi superficiali, attribuiscono troppa importanza all’apparenza e poca al nostro vero sentire.
Sono convinti che vogliamo solo divertirci. Come se non fossero mai stati giovani. Forse, la loro giovinezza è trascorsa in un mondo impazzito, dove i sogni non avevano spazio.

Certo noi amiamo la musica, il ballo, il cinema e i sogni. Sogniamo un mondo colorato, perché la pace ha tante tinte. Il nostro credo è la fratellanza, la solidarietà e la cultura. Lottiamo contro i privilegi di pochi eletti, la discriminazione e lo sfruttamento. Combattiamo le guerre politiche, sociali e militari con i fiori e le marce di pace.

Allora, qualcuno mi spieghi perché gli adulti giudicano secondo principi ottocenteschi, ormai superati, che paiono biechi pregiudizi.
La nobiltà dei nostri ideali e l’attaccamento alla cultura è dimostrato dall’impegno degli angeli del fango a Firenze.
Tanti giovani, provenienti da ogni parte del mondo, sono accorsi qui, non per assistere a un concerto rock o a un evento sportivo, ma in nome dell’amore per il giglio d’Italia. La parola d’ordine: impegno per salvare i beni artistici di una città del mondo.
Il giornalista Giovanni Grazzini, nell’articolo che sto leggendo, riconosce l’impegno dei capelloni, e ha scritto queste belle parole d’elogio per loro.

Basta! D’ora in poi non sarà più permesso fare dei sarcasmi e delle ironie sui giovani beat, dobbiamo specchiarci in loro. D’ora in avanti più nessuno si permetta di insultarli. Sono stati degli “Angeli del Fango”. (Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 6/11/1966).

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