Tracce di storia.


Caro Diario

Non so quale nome dare al mio diario. Nel dubbio ho deciso di chiamarlo Diario, fino a quando non trovo un nome degno.

Nel tentativo di chiarire i miei intenti, mi sono presentata a mala pena. Del resto, so poche cose di me, e l’esigua consapevolezza del mio mondo è caotica. È il momento di capire chi sono, e che cosa voglio diventare.

Sono Michela Visconti, e ho tredici anni, sono nata in un prosperoso paese dell’Italia meridionale, che chiamerò Aqueterne. Vivo a Castro, un nome fittizio, che ben s’adatta al paesino toscano, in cui mi sono trasferita da tre anni.
Ho frequentato la scuola elementare, in una pluriclasse, a Feudo Antico, un’amena frazione di Aqueterne. Quello fu il periodo più felice della mia esistenza.
La sede scolastica, poco distante da casa, era una semplice villetta di campagna, immersa nel verde, dall’aria domestica e rassicurante, che invogliava ad andarci.
L’unica nota inquietante in tale serenità erano i manifesti degli ordigni bellici, appesi alle pareti bianche dell’aula, accanto all’abbecedario variopinto e illustrato dalla aA di ape alla zZ di zaino.

I cartelloni dell’ENPI erano un esplicito monito a non toccare i terribili oggetti raffigurati: bombe a mano, granate e mine inesplose, che noi bambini potevamo rinvenire, durante i giochi all’aria aperta, sui greti dei ruscelli o nei prati, mentre raccoglievamo le viole mammola in un mazzolino fresco e profumato, da offrire alla maestra, il giorno dopo, oppure le margherite per farne serti e coroncine, con cui ornare il collo e i capelli.

Ricordo che, durante la lezione, guardavo il bambino coi calzoncini e la maglietta estiva a righe arancio e verde, che piangeva dal manifesto. Fissavo a lungo i suoi moncherini, avvolti nelle garze bianche. Il viso innocente e le mani amputate mi straziavano il cuore. Sullo sfondo, l’esplosione di un ordigno di guerra, che dilaniava quattro bambini, mi faceva accapponare la pelle. Poi lo sguardo si soffermava sul piano medio, dove le immagini degli ordigni, s’imprimevano nella mia mente come avvertimento alla minaccia nascosta. In basso, sullo sfondo rosso, a caratteri cubitali la scritta bianca diceva “Se trovate un oggetto simile, non toccatelo! Avvisate subito i carabinieri”.
Il comportamento da tenere in caso di rinvenimento, mi tranquillizzava.

In tal modo, a sette anni, scoprii che il mondo non era stato sempre quieto e in pace, come lo conoscevo io. Poi si aggiunsero i ricordi degli adulti, le tracce dei bombardamenti sugli edifici del paese e le enormi buche nel suolo.
«Qui cadde una bomba», diceva nonno Gigi, quando c’imbattevano in un inspiegabile cratere in mezzo alla piana del fiume o su un’altura. «Qui precipitò l’aeroplano rifornitore. Era grande. Il caccia, piccolo come ‘nu muschillo, come un moscerino, lo attaccò ai fianchi, e non lo perse, fino a quando non esplose a terra», raccontava, mentre io annuivo, e mi dispiacevo per il gigante, che era precipitato, e gli aviatori che erano morti.
«Noi non abbiamo visto niente, ma chi se lo dimentica, quando l’aria si fece scura d’aeroplani, e poi sapemmo che Monte Cassino era stata rasa al suolo», dicevano, durante le lunghe cene invernali, attorno alla tavola riscaldata dal rosso novello e dal fuoco.

Raccontavano episodi di guerra, di quando i soldati tedeschi erano accampati intorno a Villa Miccioli, e, una volta, un ufficiale aveva portato alla nonna dei panni da lavare. «Non potevo rifiutare», ripeteva lei. «Avevamo paura. Però, fu gentile: volle darmi per forza una stecca di cioccolata, per le bambine fece capire a gesti. Ma io non la volevo. Noi avevamo tutto».
«Tu gli davi le uova di nascosto», la rimbrottava il nonno, sistemandosi la coppola sulla fronte con un gesto stizzito.
Lei appuntava le labbra. «Non è vero», affermava.
Tutti scuotevano la testa, e il nonno diceva che avrebbe negato fino alla morte. «Hai  sempre dispensato cibo a tutti, prima ai soldati tedeschi e, dopo, agli americani», precisava nonno Gigi.
«Che cosa dici? Gli alleati regalavano carne in scatola e biscotti. Il nostro “Alòbiscuì” si è guadagnato il soprannome perché, quando vedeva una camionetta americana, si lanciava all’inseguimento, gridando “paisà, alò biscuì”. Ha mangiato più biscotti americani lui che un bambino di Nuova York», e ridevamo tutti dello zio, che si schermiva, e faceva spallucce.
Quando finivano la storia di “Alòbiscuì” attaccavano il racconto tragicomico di zia Margherita che, una notte, in preda al terrore, prese un forcone nella stalla, uscì come una Erinni sul viottolo antistante, e si avviò verso il campo, intenzionata a inforcare i soldati tedeschi, che assediavano il podere dei Miccioli.
«Ci farai fucilare tutti, sei impazzita», le diceva il marito, cercando di strapparle dalle mani il tridente.
«Angelo Maria, fammi andare. Lassami sta’», urlava lei, devastata dalla violenza di quei giorni senza dio, furibonda per il male morale di decenni che stavano distruggendo l’uomo.
Alle sue grida, accorse nonno Gigi a dare man forte al fratello, e insieme trascinarono in casa la povera zia. Nonna Bea riuscì a calmarla con le buone parole e, per maggior sicurezza, le tolse anche il malocchio con l’acqua e l’olio.

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