Che cosa è degno di essere scritto?


Diario 7/11/1966

virginia-woolf

Il diario è appena nato e già mi tormenta. Non vorrei pentirmi d’averlo iniziato. Poi mi convinco che avere un diario è una bella opportunità. Lui è un amico taciturno e, persino, un po’ omertoso, e i segreti difficili da confidare li scriverò.
Con le parole posso narrare tutto di me: il presente, come lo vivo; il passato, come lo ricordo; e il futuro, come lo immagino. Che meraviglia. La scrittura è un potere e la penna è la mia bacchetta magica.
Le parole scritte non hanno tempo, però mi permettono di viaggiare nel mio tempo e di fare una capatina anche nel passato.
“Che cosa scrivo? Che cosa è degno di essere scritto?” mi domando.
Ho solo tredici anni, dunque posso raccontare la mia fanciullezza e il presente. Parlerò delle piccole cose che conosco: i miei sentimenti, l’amore, lo studio, la famiglia, le amicizie e i fatti che avvengono nel mondo.
Però, prima di tutto, voglio fare luce nella mia vita, perché molti episodi dolorosi hanno ferito la mia anima.
È per quelle vicende del passato che, oggi, mi trovo qui, e sono come sono. È necessario scalfire la patina per leggere dentro, intendo nel pensiero e nell’anima. Devo raccontarmi, per capire.
Sono una che rimugina pensieri tristi, e si lascia soffocare dai ricordi della fanciullezza.

A forza di scervellarmi… l’istitutrice ricorda che è ora di andare a dormire.
Ha, appena, lanciato l’ultimo avviso. «Ragazze, sbrigatevi».
“Che rompi balle”, penso, e lo scrivo.
Intanto, infilo il diario nella cintura della gonna, distendo il maglione, in modo che non si veda, e raggiungo le compagne nel teatro del collegio dove, tra le varie attività ludiche, si recitano drammoni, nascono e muoiono le migliori amicizie, il tutto nell’arco di un’ora.

All’ennesimo appello, ci raduniamo nell’atrio e, in un ordine silenzioso e innaturale per delle adolescenti, ci incamminiamo verso le camere.

Mi distolgo dal diario e dai miei pensieri, giusto il tempo dell’igiene serale, d’indossare il pigiama, infilarmi nel letto, e, in gran segreto, ricominciare a scrivere. Ho deciso, domani, parlerò di cantanti e canzonette. È più facile incollare le fotografie dei miei idoli, copiare i testi delle canzoni, commentare i fatti di cronaca, attualità e costume, che descrivere i miei sentimenti.

Sono preda dei pensieri notturni, e, prima d’addormentarmi, macino una fantasia dietro l’altra. Per fortuna, ogni tanto, stacco la spina, e mi concentro sull’idea del sonno. Però, poco dopo, un episodio sgradevole fa ripartire il tormentone.
Insomma, appena l’istitutrice spegne la luce, io rivivo il mio spazio e il mio tempo. Guardo il mondo intorno ma, più spesso, guardo dentro di me. Divento una cercatrice d’oro, che staccia mucchi e mucchi di rena alla ricerca delle pepite preziose. Le pepite sono i pensieri positivi, i ricordi belli e le emozioni piacevoli, che vanno disseppellite dalla sabbia, e ripulite dalle scorie, per farle splendere.

Comunque sia, penso troppo, e, sapessi, caro diario, com’è difficile vivere immersa in un mare di pensieri.

Ora è proprio tardi. L’istitutrice scalpita. «Spengo tutte le luci», urla.
Chiudo il diario, lo nascondo nel cassetto del comodino, e serro a chiave. Porterò la chiave sempre con me, ben nascosta nella tasca del grembiule nero.

Adesso, è il momento di guardare il mondo.

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