Scrittura autobiografica.


trucco

Diario, 2/11/1966

Ricordo d’aver fatto un tema, ricco di cuore e senso, in prima media, che ancora conservo.

«Oggi compito in classe», disse la professoressa, togliendo dalla borsa tre fascicoli di prove.
«Professoressa, ma non ci ha avvisato», protestammo in coro.
Lei indugiò un istante, poi volse lo sguardo da un angolo all’altro dell’aula, e riprese a rovistare nella borsetta di pelle scamosciata. «Non importa. Si tratta di un tema libero. Voglio vedere come ve la cavate con la fantasia», asserì, posando sulla cattedra la temuta matita rossa e blu.
«Significa che possiamo parlare di un argomento a scelta?» domandai, vincendo la consueta timidezza. Due ore di scrittura libera erano una gradevole novità, pensai, dato che nei temi a piacere so sempre che cosa scrivere.
«Sì. Potete inventare una storia, una fiaba, oppure descrivere una persona, un avvenimento», rispose, ravvivandosi i capelli cotonati.
«Si può parlare di un cantante, di un film, della famiglia?» domandò la sgobbona, seduta al primo banco.
L’insegnante slegò il foulard giardini di seta, che portava al collo, e lo avvolse alla tracolla del bauletto Gucci  con il marchio impresso sulla chiusura di metallo dorato.
«Certo. Qualsiasi argomento va bene», rispose. La bocca color pesca si sollevò in un sorriso, e le linee delle palpebre, bistrate dal kajal, si avvicinarono. «Adesso prendete due fogli protocollo, uno per la brutta, l’altro per la bella copia, e iniziate a lavorare», disse, poggiando la borsa sul registro azzurro.
«Qual è la traccia?» insistè la prima della classe.
La signorina si sporse in avanti. «Parla di un argomento a tua scelta», scandì in tono, che a me parve, un po’ scocciato.
«E basta?» proseguì la secchiona.
L’insegnante, davvero spazientita, s’appoggiò allo schienale della sedia. «Sì, poi decidete voi il titolo del tema», disse, e distese l’orlo della gonna sulle ginocchia con piccoli gesti nervosi.
Poi, considerato che avevamo esaurito tutte le domande, prese un plico, tolse la fascetta, distese i fogli con i palmi aperti, e iniziò a leggere il primo compito, mettendo segni rossi e blu qua e là.

Io scrissi. 

albero-di-gelso-van-gogh

Vincent Van Gogh, l’albero di gelso 1889

L’uomo, il bambino e il cane.

Ho sempre conservato la minuta, non ho mai avuto il coraggio di disfarmene. È la mia prima storia, e voglio tenerla per sempre. Tolgo il foglio, piegato in due, dall’antologia epica, e inizio a ricopiare il testo sul mio diario.

C’era una volta un bambino solo, che viveva in una gran casa isolata in mezzo alla campagna. Il ragazzino era malinconico. Trascorreva, nella solitudine e nel silenzio, intere giornate. Non vedeva anime vive attorno a sé per molte e molte ore. Non c’erano adulti con cui parlare e neppure bambini con i quali giocare.
Il bambino, d’estate, se ne stava quieto e muto sotto un gelso secolare, e attendeva. Passava le giornate nel desiderio di qualcosa, qualcuno. Però, non accadeva mai nulla. Nei torridi pomeriggi del solleone, rimaneva assopito, per ore, al piacevole fresco delle fronde, che producevano un’ombra scura che, a volte, gli dava i brividi lungo la schiena.

Un giorno, sedette ai piedi dell’albero, appoggiò la schiena contro il tronco, e guardò in lontananza. Vide la casa, il viottolo che conduceva all’orto, gli ulivi, i campi di grano dorato, il torrente, la strada nera e sottile, che s’inerpicava tra i calanchi, e scorse le colline punteggiate da case.

Il bambino non sapeva nulla degli uomini, e non conosceva il mondo. Socchiuse gli occhi, rapito dal sonno. Dormì.

A un tratto,  una presenza accanto a sé lo riscosse. Si destò dal torpore e, in controluce, vide un uomo con un cane. Lo sconosciuto era giovane e lo guardava e gli sorrideva.
Il cane gli si avvicinò, scodinzolando, e lui si ritrasse.
«Non avere paura. È un animale buono», lo rassicurò il nuovo arrivato.
Il piccolo si rimise tranquillo, e tese una mano verso la bestia, che la  leccò. Il ragazzo rise,  e accarezzò la testa del meticcio nero.
«È vero. Questo cane è proprio bravo», disse, guardando l’uomo, che gli sorrideva con aria bonaria.
«Sì. È il mio compagno di viaggio», affermò lo sconosciuto, e distese le labbra in un sorriso leggero.
Un lieve soffio accarezzò il viso del bambino, e lui mise il palmo sulla guancia, a fermare il soffio blando del vento. Poi aggrottò le ciglia. «Chi sei?» domandò, lo sguardo in alto e la mano sulla fronte a schermire la luce del sole.
L’altro si chinò verso di lui. «Sono un viandante», rispose.
Non convinto, il bambino lo scrutò di traverso. «Dove vai?» chiese accigliato.
Il pellegrino si raddrizzò, e volse gli occhi al cielo. «Torno a casa», spiegò.
Il ragazzo sentì un brivido sotto la pelle, e strinse le braccia al petto. «Hai viaggiato molto?» disse, e nei suoi occhi guizzò un lampo di curiosità.
L’altro assentì. «Sì. Ho visto posti che tu non immagini. Ho incontrato stranieri, ho conosciuto cose e mondi impensabili», rispose il pellegrino.
«Io non so com’è il mondo. Non conosco nulla», ammise il bambino.
L’uomo annuì. «Non hai un maestro?» volle sapere.
Il piccolo a testa bassa disse «No. Sono solo».
L’altro gli si accovacciò accanto. «Vuoi partire con me?» propose con voce suadente.
Il ragazzo strinse le labbra, e fece spallucce. «Non so», rispose.
Un bel sorriso aggiunse nuova luce al viso dell’uomo. «Vieni. Viaggeremo. Sarò la tua guida»,  disse, allungando la mano verso di lui.
Ma lui si ritrasse, e sbirciò di traverso i suoi gesti. «E se poi volessi tornare?» domandò, alzando appena lo sguardo.
Il viandante annuì. «Tornerai», lo rassicurò.

L’uomo, il ragazzo e il cane partirono. Viaggiarono giorni e giorni. Videro paesi e città. Incontrarono persone d’ogni genere e razza. Il bambino scoprì le alte montagne, le verdi pianure e i deserti di sabbia dorata. Vide la neve, i ghiacciai, i fiumi, i laghi. Il mare e le sue creature lo riempirono di meraviglia. Nuotò con i delfini. Quando oltrepassarono le paludi, lo stupì il volo rosa degli aironi.
Ed ebbe voglia di volare.
Planò nel cielo azzurro sul dorso di un ippogrifo. Discese su una pianura, figlia di un torrente assediato dai calanchi. Vide la casa grande, il gelso. Ebbe paura di cadere. Avvertì i forti battiti del suo cuore, e sentì che la schiena doleva. Si mosse e, attraverso la maglietta estiva, percepì la corteccia ruvida del tronco.
«Ho sognato?» si disse, e aprì gli occhi.
Volse lo sguardo intorno, e ritrovò il suo mondo. Accanto a lui, sdraiato sul ventre, c’era il meticcio nero.

bambino-cane

immagine web

«Arf!» il cane guaì, e stese le zampe anteriori verso il bambino.
«Ruff!» guaiolò, e pose la testa sulle zampe.
Il ragazzo gli fece una lieve carezza. Capì tutto. L’uomo era ritornato là, da dov’era venuto, perché non poteva rimanere, ma gli aveva lasciato un fedele amico. Quel cane, che ora lo fissava con gli occhi umidi e supplichevoli, divenne il suo compagno di giochi. Il ragazzo non si separò mai dal meticcio, giacché era il dono, il legame tra lui e l’uomo, che non c’era più.

Scrissi la storia di getto. Potrei affermare che la storia si scrisse da sé, e non sarei bugiarda. Fui una delle prime a consegnare, e la signorina diede un’occhiata al compito. Osservai ogni suo cenno, ogni ruga d’espressione per carpire dai minimi gesti le sue impressioni. A un trattò, aggrottò la fronte, e si fece attenta. Lesse con avidità le tre facciate. Quando finì, mi fissò, come se mi vedesse per la prima volta. Non so dire se il suo sguardo fosse più commosso o sorpreso. Pareva illuminata, come se avesse compreso qualcosa che a me sfuggiva. Avevo svelato nel compito in classe qualche verità nascosta persino a me stessa?
Poi suonò la campanella della ricreazione, e la vidi parlottare con una collega. «È sempre taciturna. Sembra impassibile», bisbigliò, e l’altra annuì.
«La scrittura è il suo modo d’esprimersi», mi parve, che dicesse dopo.

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