La porta sul mondo.


girl-beatles

Girl (1965), The Beatles – foto dal web

Mercoledì, 2 novembre 1966

Sera

Sono nello studio del Collegio Santa Lucia. La radio trasmette “Girl” dei Beatles. Non capisco tutte le parole, ma la musica struggente e malinconica mi commuove. Ha il profumo della pioggia e il sapore della nostalgia.

È la prima volta che tengo un diario. Penso che scrivere sia un inizio: il principio di un magnifico cammino, anche se ignoro, dove mi condurrà. Ho deciso di scrivere un diario, un po’ per imitare le mie compagne, che tengono dei quaderni segreti, chiusi da lucchetti dorati con piccole chiavi, che portano appese alle catenine del battesimo o ai braccialetti della cresima, un po’ per colmare un vuoto, attraverso un amico ideale, un confidente che ascolti, senza esprimere giudizi e dare consigli, come i “matusa”.
“Ma perchè gli adulti e i professori hanno sempre di ridire?” mi domando. “A volte, sono odiosi, fanno soffrire con i loro giudizi acidi, e non se ne accorgono nemmeno. Rimangono indifferenti, davanti alla nostra vergogna”.
Emulazione o bisogno di esprimermi? Non so. Quale sia il vero motivo che sostiene la scrittura, poco importa. Le ritengo entrambe possibili e, in fondo, imitare qualcuno non è negativo.
“Esistono molti scrittori al mondo, perché non dovrei scrivere anch’io?” penso, e lo annoto sulla seconda pagina del quaderno. “La scelta di parlare di me, in un diario, è l’ideale, adesso”, mi dico, e metto per iscritto anche questo pensiero.
È la prima volta che tengo un diario.
Seduta davanti alla scrivania, sul cui ripiano è appoggiato il quaderno ancora chiuso, guardo la copertina di cartoncino plastificato di un bel colore verde. Penso che l’istitutrice abbia scelto bene. Il colore verde si adatta a questa fase della vita perché rappresenta la speranza, i miei ottimistici, sia pur vaghi, progetti futuri.
Accarezzo con i polpastrelli la superficie un po’ ruvida della copertina e poi apro il quaderno. Osservo i fogli bianchi a piccoli quadretti, sfoglio le pagine, una a una, quasi a cercare un’idea, l’ispirazione che mi aiuti a prendere la penna e incominciare a scrivere.
Le facciate sono tante, sarà difficile riempire l’intero quaderno o, forse, non ne basterà uno solo. Fisso lo spazio bianco, non so per quanto tempo, e mi sento imbambolata davanti alle caselle vuote.
“Scrivi. Che aspetti? Scrivi”, paiono dire, ma non so come iniziare. Infine, prendo la penna blu, e, sulla prima pagina, solco tre parole essenziali: “Il mio mondo”. Più in basso, tra parentesi, aggiungo un “tu”. La calligrafia è bella. Le lettere “i”, “o” e le “m” hanno svolazzi e ghirigori gotici. Le lezioni di bella grafia, alle scuole elementari, sono state utili e, ancor più, sono servite le attività d’Educazione Tecnica e Artistica con gli esercizi di scrittura e la riproduzione delle lettere versali. La professoressa è odiosa, quando ci costringe a fare e rifare i caratteri antichi, finché non raggiungiamo la perfezione grafica. Dimentica che non dobbiamo diventare amanuensi e che, oggigiorno, esistono le macchine per scrivere e le tipografie. Le poche abilità grafiche apprese, tuttavia, ora mi vengono utili.
Ho un lungo nastrino rosso sotto il banco. Ne taglio un pezzetto. Ripiego la strisciolina in due parti e la incollo, in fondo alla pagina. Sembra una “V” capovolta. Scrivo un nome sotto ciascuna nappa.
Le estremità del delta maiuscolo celano, ora, due nomi: Ottavio e Michela. Ottavio è il mio ragazzo. Michela sono io. Il delta è la quarta lettera dell’alfabeto greco, ma per me è molto di più. È una porta sul mondo.

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