Scende la pioggia.


Capitolo 1 

Scende la pioggia.  wattpad-logo

Mercoledì, 2 novembre 1966

Mattina

Piove. Piove senza sosta, da molti giorni. La noia è devastante. Non ho nulla da fare. Non si può uscire: il cortile è un pantano. Mi annoio, e sento un vuoto interiore. Ho deciso di scrivere. Provo un irresistibile bisogno di raccontare. Narrare è necessario, per vincere questo tedio struggente.

Pomeriggio

Noi ragazze non possiamo andare in paese, neanche per comprare il necessario. Dipendiamo in tutto dagli adulti. Quando ho saputo che l’istitutrice stava uscendo, sono corsa su per le scale così strette e buie che, quasi, inciampavo in un gradino.
Mi sono precipitata in portineria. Appena in tempo. La signorina Mariella aveva già aperto la porta. L’ho chiamata, lei ha girato la testa, e si è  sorpresa nel vedermi. «Michela, che cosa c’è?» ha domandato, sollevando le sopracciglia sottili. 
«Vorrei un quaderno»,  ho risposto.
«Come dev’essere?» ha domandato in tono brusco, senza togliere la mano dalla maniglia. Ho capito che dovevo sbrigarmi. «Deve avere tante pagine e una copertina rigida e plastificata», ho detto d’un fiato.
«Va bene. Lo vuoi a righe o a quadretti?» ha aggiunto lei con un sorriso gentile.
Ho sollevato una spalla e, increspando le labbra, ho risposto  «Fa lo stesso».
Lei ha corrugato le ciglia, e gli occhi sono diventati piccoli piccoli e vicini. «Per quale materia ti occorre?» ha voluto sapere.
Ho capito che era confusa dalla mia indecisione. «Nessuna. Voglio usarlo come diario personale», mi sono lasciata sfuggire. Poi mi sono morsa le labbra.
Lei ha spalancato gli occhi, che aveva truccato con il kajal nero per farli sembrare più grandi. «No, non dirmi. Anche tu vuoi tenere un diario?» ha fatto eco, e io non ho capito se la sua era una domanda, una critica o un’affermazione.
«Sì, voglio scrivere», ho ammesso con aria seria.
Ha alzato il mento. «Che cosa scriverai?» ha chiesto.
Lo sapessi almeno io, ho pensato, abbassando gli angoli della bocca in un’espressione incerta. «Inizio con la cronaca della mia vita», l’ho sparata grossa.
Ha annuito con piccoli cenni del capo. «Ho capito. Cercherò d’accontentarti. A dopo», mi ha salutato con un gesto della mano, e, prima d’uscire, ha aperto l’ombrello.
«Grazie, torni presto», le ho detto, mentre già si chiudeva la porta alle spalle. Avrei voluto suggerirle di non fermarsi al bar a bere il caffè e a parlare dell’Arno che si gonfia. Ma lei era già sparita. Sono ritornata verso lo studio uno, pensando al suo buon gusto, certa che avrebbe scelto bene. Mi sono aggrappata al corrimano di ferro battuto per non ruzzolare dalla scalinata, che è davvero troppo ripida e pericolosa. Prima di ritornare allo studio, mi sono attardata nella veranda, accanto a una delle porte finestra, che danno sul cortile, e ho osservato la cuoca, che guadava la corte con ai piedi un paio di stivaloni di gomma, e si allontanava a passi lenti sotto la pioggia scrosciante.
La pioggia viene giù a secchiate, da giorni. Ho fissa nella mente l’immagine della direttrice che, disperata, alza lo sguardo al cielo, e ripete «Ohi, il Signore Iddio s’è scordato di noi fiorentini».

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