Il diario ritrovato


Tutto inizia con il ritrovamento del diario della nonna…

Come promesso, pubblico il prologo del romanzo “Il mio tempo”. Ogni giorno, dopo le ore 16.00, posterò un nuovo capitolo con una veste rinnovata, in seguito a un editing sostanziale. Buona lettura. Leggetemi in tanti. 💋📖 anche qui  wattpad-logo, se preferite.

Prologo
In un vecchio baule impolverato, nella soffitta della nonna, ho trovato il suo diario di quand’era tredicenne. Lo stiamo leggendo insieme; lei sorride nel ricordare la sua giovinezza, invece io non mi ci raccapezzo.
Com’era strano il suo mondo, e antico. Eppure la nonna ha sessant’anni, non è centenaria. Fosse passato un secolo, capirei di più le differenze, a ogni modo il suo tempo a me pare lontano anni luce.
Non sono i sentimenti a essere diversi, quelli sono sempre gli stessi, e ruotano attorno alla famiglia, all’amore e alle amicizie; è cambiato il modo di vivere e, soprattutto, di comunicare.
«Come mantenevi i contatti con le amiche, senza messaggeria, e-mail, chat e internet?» le ho domandato. 
«Scrivevo lettere e cartoline», ha risposto, sollevando le ciglia sugli occhi verdi.
Ho sorriso. «Quanto tempo dopo arrivava una lettera?» ho insistito, curiosa.
«Una settimana o anche più. Però, nei casi urgenti c’era il telefono e il telegramma», ha risposto lei.
A me la cosa è parsa normale. «Sì, come adesso», ho detto, e ho alzato le spalle. «Però, poniamo volessi organizzare un’uscita con tutta la classe, per il pomeriggio, come facevi?» ho aggiunto, e ho visto la faccia della nonna rabbuiarsi.
«Non era possibile. Le feste o gli incontri erano preparati con largo anticipo. Sapessi come aspettavamo una ricorrenza, un compleanno, una fiera di paese. Si andava, di persona, a casa degli amici a portare il biglietto d’invito. Il telefono si usava poco, era per le questioni urgenti, e non tutti lo avevano», afferma, e reclina la testa verso la spalla.
«Nonna, voi giovani degli anni sessanta come facevate a trovare gli amici senza Facebook, Twitter, Whatsapp e Instagram?»
Lei ha allargato le braccia. «C’incontravano nella piazza, ai giardinetti, alle feste in casa», ha risposto. Poi ha frenato la mia curiosità e ha chiesto di pazientare perché nel suo diario dell’adolescenza avrei trovato le risposte a tutte le mie curiosità.
Mi sono adeguata. Però un’altra domanda ho dovuto proprio fargliela, prima di proseguire la lettura del diario.  «Chi sono le persone che nomini? Dove sono adesso? Le hai rintracciate su Face-book?» ho domandato.
«Aspetta, Chiara. Fammi una richiesta alla volta. Dunque, i personaggi del diario sono i miei nonni, che tu non hai conosciuto. C’è mamma Giovanna, la tua bisnonna, zia Frida, sua sorella, entrambe ancora vive e vegete. Narro anche la storia d’amore tra mia madre e mio padre, il bisnonno Mario. E poi c’è Paolo. Descrivo le avventure con i miei amici d’infanzia: Sandro, un tipo strano e molto rock, Gioele, Angelo, Alessio, Glauco e Carmen. Racconto la vita in collegio e le peripezie scolastiche e sentimentali della “gang delle piccole”, composta da me, Jaspreet, Linda, Giselle, Marilina e Consuelo. Parlo anche di altre collegiali: Marisa, miss liceo ’66; Vanna, la sorella maggiore di Marilina; Tania, che contende a Linda il titolo di ragazza più disturbata e devastante del convitto; Rosita e il clan delle ragazze del Piper; Francesca e Marianna, additate perché presunte lesbiche; Sandrina e Alba, le inseparabili amiche del cuore; Giuliana e Fiorenza, le buone amiche “grandi”; le istitutrici, la direttrice, l’infermiera e tanti altri personaggi che, nel diario, fanno solo una breve comparsa. Descrivo la famiglia di Jaspreet, il padre William Francis, la mamma Shaila Gray. Racconto le sofferenze delle gemelle Nina e Zita, due profughe giuliano dalmate. Non ti spiego, adesso, chi sono i profughi giuliani, perché lo capirai durante la lettura del diario», mi ha preceduto la nonna.
«Caspita, hai riempito due quaderni alti con una scrittura minuta e fitta. Hai scritto sempre e solo con la penna blu», ho osservato, sgranando gli occhi.
«Sì, allora preferivo il colore blu. La scrittura sembrava più fine, persino più delicata e intima», ha risposto in tono dolce e con un bel sorriso sulla bocca con gli angoli all’insù.
Ho annuito, piena di attese. «Per quanto tempo hai scritto il diario?» ero troppo curiosa, e ho sparato domande a raffica. Povera nonna, l’ho tartassata.
Lei non si è scomposta. Ha riflettuto, e ha aggrottato la fronte: e sono comparse tante rughe, che prima non si vedevano. «Pochi mesi: da novembre del 1966 fino a giugno del 1967. Sono circa sei mesi», ha detto, contando a mente.
Sono rimasta a bocca aperta. «Meno male, altrimenti scrivevi un’enciclopedia», ho commentato.
La nonna ha sorriso, e ho capito che già pensava ai personaggi e alle atmosfere che, di lì a poco, avremmo incontrato fra le pagine scritte.
«Il protagonista assoluto è il mio mondo: il tempo e lo spazio, la società, la scuola, la musica, la televisione, il cinema, i romanzi, l’informazione, la moda, la tecnologia. Poi ci sono gli amori e i ragazzi. Non faccio altro che parlare di Ottavio, il mio ragazzo, e dei suoi amici: Luigino, Mauro, Fabrizio, Fausto e Guido, che formavano una band musicale. Ci sono le immancabili rivali in amore, come Maria e Carla. Esprimo dubbi e opinioni sui sentimenti e le amicizie, pongo mille domande sul sesso, che allora era un argomento tabù, e manifesto tutte le paure adolescenziali sull’iniziazione sentimentale e l’ipotetica vita di coppia. Poi ci sono i coniugi Giannoni, i cui figli Fabrizio, Franco, Anita ed Elena intrecciano rapporti d’amicizia e affetto con me e altri personaggi. Non posso anticipare tutto, bisogna avere la pazienza e la volontà di leggere, senza fretta, come si faceva una volta. Chiara, tesoro, sappi che nel mio diario parlo anche di dolori, traumi, distacchi, sofferenze, paure tipiche dell’adolescenza e mali dell’anima», ha terminato, e io ho creduto di scorgere un velo di lacrime nei suoi occhi. Poi ha lisciato i capelli sulla tempia, e mi ha guardato, pronta a soddisfare nuove curiosità.
«Stai dicendo che avevi la vocazione ad aiutare i giovani già allora?» ho domandato, ma la risposta la conoscevo bene.
Lei ha scosso la testa, e ha riso, mostrando i due piccoli incisivi sovrapposti, che rendono unico il suo  sorriso. «Sì, sono stata psicologa di me stessa fin dai tempi del collegio. Fu nel convitto Santa Lucia che giurai di prendermi cura dei ragazzi fragili, che soffrono a causa di famiglie disturbate, padri violenti, genitori separati, lutti, malattie. Ho imparato ad accettare la morte di mio padre, raccontando a me stessa ciò che gli adulti avrebbero dovuto dire e fare, ma che non dissero e non fecero, per ignoranza e misconoscenza della psiche di un bambino e un errato senso del pudore della morte», ha ammesso in tono serio, e la piega delle sue labbra ha perso la morbidezza di prima.

Avevo in mente tante curiosità, però ho capito che non era opportuno fare altre domande, l’accenno alla morte mi ha bloccato, le conservo, per quando avremo finito di scorrere, una a una, tutte le pagine a quadretti di questo diario, che la nonna ha chiamato “Il mio mondo”.

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7 pensieri su “Il diario ritrovato

  1. Sì, Eufemia, nel 2014. Ora, dopo un’attenta rilettura con uno sguardo critico, ho sentito il bisogno di fare un editing più accurato. Un’ottima occasione per condividere il romanzo con i lettori di WordPress. È bello se le storie circolano e hanno vita propria. Spero di regalare momenti piacevoli con le pagine del mio libro. Buona serata.

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