Il segreto dell’isola. Incipit


Ogni essere umano custodisce un segreto nel cuore. Giuseppina D’Amato

Per tre mesi consecutivi, Gloria Bellini si era recata in un paese, sperduto fra le nebbie, senza che nulla accadesse. Non poteva immaginare che, una mattina d’inverno, alcuni indizi le avrebbero rivelato l’inatteso.

Il vecchio grammofono. #1

Di solito, Gloria andava a Emonte la prima settimana del mese, parcheggiava nella piazza, accanto al bar Principe, di fronte alla chiesa, e si dirigeva dritto alla meta: l’Ufficio Postale in cui sbrigava le poche pratiche che non poteva effettuare da casa on-line, durante la notte, quando tutti dormivano e la connessione era veloce.
Aveva scelto le poste del villaggio, perchè odiava le lunghe code all’ufficio di Goto, il suo paese, più popoloso e turistico.
Andava sempre da sola ma, una mattina, imprigionata nella morsa del gelo, Miranda, sua figlia, volle accompagnarla. E, mentre lei era negli uffici, lei andò ad attenderla al bar.
Terminate le faccende amministrative, Gloria la raggiunse al caffè a rapidi passi, il cappello Borsalino con la tesa ben calata sulla fronte. Salì i tre gradini che immettevano alla veranda d’estate, e vide che era deserta. Passò fra i tavolini liberi, in compagnia del suono cadenzato dei suoi passi, e immaginò che gli avventori si fossero rifugiati al caldo, nella sala del bar, per sfuggire a un gelo d’Alaska più che italiano, acuito dalle abbondanti nevicate. 
Quando giunse vicino alla porta a vetri, allungò la mano verso la maniglia, e vide l’ingresso affollato di uomini anziani. Erano circa le undici di mattina e, a quell’ora, solo pensionati, disoccupati o scansafatiche potevano passare il tempo nel bar di un paese operoso. Alcuni erano in piedi davanti al bancone, altri sedevano ai tavoli, in coppia o a gruppi di tre o quattro. Appena dentro, fu investita dal calore, dal vocio dei clienti e dalla musica: una ballata senza tempo di Bob Dylan.
Dalla soglia scorse Miranda nella saletta adiacente all’ingresso. Era da sola nella stanza dall’atmosfera intima e familiare. Sedeva in un angolo, bella come una moderna Monna Lisa avvolta dalla luce soffusa che le cadeva addosso da una lampada a parete.
Quando la vide, Miranda le fece cenno con un sorriso, in cui alla madre parve di scorgere un non so ché di liberatorio.
“Non sono più sola sotto lo sguardo di questi paesani curiosi.” sembrava dire.
Sul tavolino davanti a lei c’era una bottiglia d’acqua minerale naturale e un tagliere di legno con un grande panino tostato che un cameriere giovane, con le braccia tatuate, le aveva appena portato. Il ragazzo, nel voltarsi per ritornare dietro al bancone, scansò la donna per un soffio. Ma non vi fece troppo caso, tanto era impegnato con gli altri avventori.
Fu accanto a Miranda al primo boccone. «Ciao, amo’!» le disse.
«Ciao, ma’. Sei andata all’ufficio postale?» biascicò, educatamente, con una mano davanti alla bocca e gli occhioni sbarrati, dietro alle invisibili lenti senza montatura.
«Sì. Non c’era nessuno.» rispose la mamma.
Fu in quel momento che il suo sguardo si posò su un grammofono “La voce del padrone” con mobiletto.
Si fondò sul cimelio, ancor prima di sedersi, ma non era l’oggetto in sé ad affascinarla, era il profumo del tempo, l’odore della pipa, il calore del caminetto e il profumo del pane, appena sfornato, che si erano materializzati attorno al grammofono.
Un brivido le attraversò il corpo, e strinse le braccia al petto malgrado indossasse ancora guanti, giaccone e il cappello. Socchiuse le palpebre ed emise un lungo sospiro, appoggiandosi con la mano al bordo del grammofono. Ebbe la sensazione che l’oggetto fosse avvolto da un’aura di mistero, e custodisse un segreto, ma non si chiesi quale filo sottile legasse le sue percezioni al grammofono.
“Il solito vizio della scrittrice mi fa vedere ovunque arcani da svelare.” si disse, invece.
Poi fu attratta dalle scritte sull’etichetta del trentatré giri che era stato lasciato sul piatto del grammofono: “Magic notes – Columbia London” e “Poet and Paesant, Suppé – Ouverture Willem Mengelberg and his Concert Gebouw Orchestra”, e non rincorse improbabili segreti.
“Poeti, paesani, musica elegiaca, ricordi antichi, profumo di caffè italiano, suoni del dialetto locale.” pensò, tornando al tavolo. Sedette accanto a Miranda che smanettava con il suo Iphone dorato e multi funzione, incurante dell’entusiasmo materno per il grammofono.
La sua indifferenza era eloquente. “Un intero armadietto per ascoltare un solo concerto.” pareva dire, incredula.

Siamo così avanti che il futuro è indietro. #2

Boccone dopo boccone, il panino di Miranda era quasi finito e Gloria continuava a guardarsi intorno, avendo notato qualcosa di inusuale. Non sapeva definire cosa fosse, e osservò meglio. La sala aveva un aspetto diverso, e, pur conservando la sua aria campagnola, aveva indossato un velo zuccheroso e shabby da rigatteria di paese.
Guardò Miranda, e si accorsi che sedeva su uno scranno a parete, rivestito di cuoio scuro.
“Prima non c’era.” dubitò fra sé.
“Mi sbaglio, forse c’era!” pensò, fidandosi poco della sua memoria a breve termine, senza considerare che era vero il contrario: era entrata nella sala con un’immagine fissa, e faticava a rimuoverla.
Acuì i sensi, affondò nella memoria, perlustrò la stanza con occhi attenti, e, infine, vide il nuovo arredo del piccolo salone, che la curiosità verso il grammofono aveva offuscato e le visioni avevano oscurato del tutto.
Poi l’evidenza fu palese, non solo agli occhi, ma anche alla mente, troppo abituata alle trame romanzesche. Era tutto molto semplice: i proprietari avevano cambiato l’arredamento del bar. Non solo. Il cameriere con i tatuaggi colorati non l’aveva mai visto, prima.
“Può essere che in un mese il locale abbia dei nuovi gestori.” si disse, dubbiosa, mentre estraeva dalla borsa delle favole un taccuino speziato e la penna nera, inseparabili compagni, su cui annotava qualsiasi stimolo che colpisse la sua fantasia. “Siamo talmente avanti, che il futuro è indietro!” esclamò una voce maschile, all’improvviso.
Istintivamente si volse a guardare: vide un uomo anziano, seduto da solo a un tavolo in mezzo alla sala, che sorrideva e sfogliava un quotidiano locale. Era un tipo rumoroso che faceva chiasso anche con la postura del corpo, il gesticolare incessante delle mani e il viso rubizzo che raccontava di troppi “pirli” e caffè corretti con la grappa.
La scrittrice immaginò si riferisse a novità ovvie e inutili che copiavano l’antico o avesse letto un articolo su qualche eccellenza bresciana di cui sentirsi fiero. Fu tentata di chiedere spiegazioni, ma desistette, quando s’accorse che l’uomo la osservava incuriosito, spostando lo sguardo dai suoi capelli, alla borsetta, al cappello, al taccuino.
“Cos’ha da guardare?” si chiese mentre incominciava a prendere appunti sul piccolo quaderno “pepper & chocolate”.

Lo sguardo dell’uomo dal volto rubizzo. #3

Lo sconosciuto vedeva in lei una signora in rosso, scriveva in gran fretta su un taccuino, e aveva un viso fresco, abbellito da una folta treccia, annodata coi toni dell’autunno, che poggiava lungo la spalla sinistra fin sul seno procace. Si leccò le labbra, e spostò lo sguardo dal petto barocco, al maglione a collo alto, al viso. La donna lo incuriosiva molto. Pensò, e gli ricordava qualcosa, ma non sapeva cosa.
Il bevitore si chiese cosa facesse in quel bar di paese, e si spinse a supporre che fosse una giornalista in cerca di notizie locali.
Ancor più di lei, lo intrigava la figlia, il cui volto e la posa sotto la luce della lampada gli sembrava familiare ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a rammentare dove l’avesse vista o chi gli ricordasse.
A ogni modo, vedendosi osservato, l’uomo si ringalluzzì, e rispose a voce alta ai tre uomini gesticolanti, seduti in fondo alla sala, che gli chiedevano qualcosa nella lingua locale. Rispose in un dialetto stretto dai suoni gutturali, poi si alzò rumorosamente con il quotidiano in una mano, e si diresse verso una mensola porta riviste, vi depose sopra il giornale, e prese un mazzo di carte bergamasche. Raggiunse gli amici, sedette sulla sedia libera, e iniziò a mescolare le carte, disinteressandosi alla scrittrice e alla ragazza.

Il vecchio libro di fiabe. #4

Gloria guardò alla sua destra, e vide un curioso salottino che faceva bella mostra di sé in un angolo della stanza. Un divano di cuoio verde muschio era accostato alla parete, lo circondavano dei piccoli sedili di metallo a tinte vivaci, simili a quelli che usano nelle officine, con un’apertura sul piano. Un tavolino basso, seminascosto dagli sgabelli, era stato posto davanti al divano. Notò che aveva un aspetto davvero insolito: il ripiano, dipinto con una lacca nera, non poggiava su quattro gambe, come si sarebbe aspettata, ma su una base circolare e massiccia colorata di rosso.
Non credeva ai propri occhi. “Possibile che la base siano due gomme d’auto, verniciate e sovrapposte l’una all’altra?” si chiesi.
Non resisté, e pose la domanda a Miranda, la quale sollevò lo sguardo dallo schermo del telefono, e rispose: «Certo, mamma. Te ne sei accorta adesso?»
«Sì.»  ammise. «Hanno cambiato tutto l’arredamento?»  aggiunse.
«No, solo questa stanza.» fece lei.
Annuì, e volle sapere se anche il cameriere tatuato fosse nuovo.
«Non saprei. Vengo di rado in questo bar.» disse Miranda, un poco seccata, perché la petulanza materna le impediva di rispondere a un messaggio su Whatsapp.
«Secondo me il bar ha cambiato gestione.» affermò, convinta. «Ci sono più clienti del solito, e alcuni non li ho mai visti prima.»
Miranda la squadrò sorpresa, aggrottò le ciglia, e rispose: «Non puoi conoscere tutti gli avventori di un bar, sia pure di paese.»
«Certo. Del resto, qui siamo estranee.» convenne.
Miranda annuì, chinò la testa sul telefono, e riprese a digitare. Gloria fece un cenno al cameriere che giunse al tavolo con matita e blocchetto, e prese l’ordine: un cappuccino e una brioche.
Nell’attesa, notò uno scaffale, sistemato fra il divano e la finestra, che esponeva oggetti vintage: una macchina da scrivere Cambridge, collocata su un ripiano in basso con intorno, in bell’ordine, degli accessori di cancelleria del tempo. Sul ripiano soprastante, fra ampolle, vasi d’allumino con piccole piante e tazzine da te cinesi, c’era una radio Wega di bachelite, che a Miranda parve modello dei primi anni ’60.
Ad altezza dei clienti più piccoli, alcuni peluche, intrisiti da anni d’abbandono, e vecchi giochi da tavolo parevano in attesa di qualche bambino disposto a  giocare di nuovo con loro.
In un angolo un po’ in ombra, scorse un libro di fiabe. Era uno di quelli illustrati e con la copertina rigida che da bambina le avevano ispirato tante fantasticherie.
E di nuovo sblam. Batticuore. Vampata al viso. Sudorazione e ricordi.
Scostò il maglione dal collo, e fece vento al volto con le mani. Non resistette, si alzò, e prese il volume fra le mani. L’aspetto era familiare. Di sicuro, aveva letto quel libro da piccola, lo rigirò e, sulla quarta di copertina, notò alcuni graffi e strappi agli angoli. Strano anche solo pensarlo, ma le piccole lacerazioni le parvero note, come se gesti consueti e intimi avessero consunto la patina illustrata sotto i suoi occhi.
“Mah! Questo è il giorno dei misteri oppure sto impazzendo!” pensò, mentre i piedi calpestavano qualcosa dalla consistenza di un cartoncino.
Guardò, e vide alcuni tasselli di un puzzle d’altri tempi che invogliavano a ricomporre l’intero quadro, raccolse le tessere dal pavimento e le pose sul ripiano.
L’arrivo del cameriere con la consumazione la salvò da nuovi deliri.

Comunicazione non verbale. #5

Un uomo anziano, con la corporatura nodosa e rigida come una lettera “I”, intagliata nel legno, sedette al tavolo accanto al grammofono, con un amico più giovane.
Il compagno era poco più alto e robusto. Aveva un viso giocondo e ben nutrito, si capiva che era una buona forchetta, un mangiatore a “gogo” di polenta con l’intingolo di burro e salvia. Lui ricordava la morbida rotondità della vocale “O”.
I due, insieme, erano la rappresentazione tridimensionale e vivente del pronome “io”, un perfetto connubio vocalico per indicare la prima persona singolare.
Gloria finì la sua colazione, e riprese a scrivere, la mente impermeabile al vocio incessante della sala bar. Notò che i nuovi arrivati erano sorridenti e contenuti. Non solo tenevano basso il tono della voce, ma non gesticolavano in modo compulsivo, come gli altri. I pochi segni delle loro mani erano composti e finalizzati.
Quando il cameriere si avvicinò al loro tavolo, il cliente giovane distese le labbra in un sorriso aperto, e guardò il suo compagno, che assentì con un cenno del capo. Poi sollevò indice e pollice a formare una “V”.
Pensando che le parole hanno mille sfumature, e la comunicazione non verbale espone a ulteriori rischi, il ragazzo tatuato volle sincerarsi, e ripeté il gesto, al che i due uomini annuirono. Poi il cameriere mise la mano destra all’altezza della bocca, oppose indice e pollice intorno a un oggetto invisibile e minuscolo, e lo avvicinò alle labbra con piccole torsioni della mano. L’ordine fu chiaro anche alla scrittrice: due caffè in tazza piccola.
Lei era posseduta dal vizio della scrittura ed era pronta a rubare l’anima alle persone che le giravano intorno.
Appena il cameriere si allontanò, riprese a scrivere. Miranda digitava un messaggio dopo l’altro, indifferente al mondo intorno a sé. Il ritorno del cameriere con i caffè suscitò di nuovo l’interesse di Gloria per la coppia.
Più guardava l’avventore anziano più il suo viso, secco e scavato dalle rughe, le ricordava la fisionomia di Eduardo De Filippo, il grande attore, regista e commediografo napoletano.
Mentre Gloria nuotava fra le associazioni mentali, il cliente più giovane guardava Miranda con insistenza. Ammiccò verso l’amico, e mosse la testa di lato in modo impercettibile.
Il vecchio non batté ciglio. Sapeva che la donna in rosso li osservava. Poi il giovane fece scivolare i polpastrelli lungo le guance fin sul mento, appuntò le labbra, e le increspò in un gesto d’apprezzamento.
Di nuovo l’anziano annuì, abbassò le palpebre, scosse il capo, e pose l’indice sulle labbra serrate.
La ragazza è carina, parve dire, ma la mamma non ci perde d’occhio. Taci.
Tutto inutile. L’amico continuò a sbirciare, e, scansando le clienti che si erano frapposte fra loro, seguitò a parlare in modo sempre più concitato e con gli occhi sgranati. Disegnava nell’aria una figura con ampi gesti, si soffermava su un viso, occhi e lunghi capelli, che vedeva solo lui. Quando smetteva di descrivere l’immagine femminile, muoveva le mani all’indietro, come se avesse voluto gettarsi qualcosa alle spalle.
L’uomo anziano lo scrutava con la fronte aggrottata e un malcelato imbarazzo. A un tratto, prese il braccio del compagno, con un certo garbo, e lo invitò a uscire dal locale.
Gloria non ebbe tempo per le ipotesi, ché udì la voce di Miranda. «Ma quanto hanno chiacchierato quei due signori sordomuti!» disse.

Verso casa. #6

Mentre Gloria guidava in direzione di Goto, Miranda volgeva lo sguardo verso le colline innevate, oltre il torrente.
«Mamma, chi vive in quella villa?» chiese, a un tratto, riferendosi a Villa Querceto, una residenza nobiliare di campagna del mille e settecento, edificata a metà collina.
«Non lo so.» rispose. «Forse vi abitano i discendenti dei Conti.»
«Li hai conosciuti, da giovane?»
«No, mai visti! Ai miei tempi, i nobili non si mescolavano a chi non aveva almeno un cromosoma blu o un conto da capogiro.»
Miranda rise. «E tu non avevi né l’uno, né l’altro.»
«Già, ma non ho mai desiderato più di quanto possedessi.» rispose la madre.
Miranda tacque, e continuò a volgere lo sguardo dalla Villa alla cima della Piccola Rocca, e, di nuovo, alla vallata, lungo il torrente ingrossato dalle recenti nevicate.
Madre e figlia rimasero in silenzio fino a casa. Miranda rifletteva sui prossimi esami universitari. Gloria, ancora immersa nelle suggestioni della mattina, cercava di far luce nel garbuglio di pensieri che affollavano la mente. Neppure a casa, il turbamento si placò, ma mise da parte l’inquietudine, e iniziò a preparare la confezione della sopravvivenza, con le marmellate dell’amica frutticultrice, le salse e i biscotti della gastronomia di fiducia, mentre Miranda faceva la valigia e le ricordava, non senza ironia, che a Milano c’erano anche i negozi di alimentari.
Nel pomeriggio, Miranda partì, per fare ritorno il venerdì successivo.
Gloria aveva il tempo d’indagare le proprie emozioni, e inseguire l’invisibile filo di seta di ragno che la riconduceva al bar.

Ho pubblicato l’ultima stesura del capitolo introduttivo. Ho taciuto i veri nomi dei paesi in cui è ambientata la vicenda, per proteggere la riservatezza degli abitanti che vivono nella loro terra generosa, gelosi custodi delle proprie vite.
I nomi fittizi che ho scelto per i borghi antichi, di cui parlo, sono Emonte e Goto. Non cercateli sulle mappe geografiche o sui motori di ricerca, perché non li troverete.
Sappiate, però, che la storia si svolge nell’Italia settentrionale in provincia di Brescia, fra le Alpi lombarde e le terre di Franciacorta intorno al Lago di Iseo, celebri per gli ameni paesaggi e la produzione di vini pregiati.

Domani il prossimo capitolo.

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5 pensieri su “Il segreto dell’isola. Incipit

  1. Ciao Giuseppina, immagino che hai aperto da poco il blog. E’ molto bello, ma a mio avviso dovresti fare una presentazione di te stessa di questo sito. Comunque ti faccio i miei complimenti, sai tenere la penna in mano, sapresti far parlare anche un tavolo, un sasso, un qualsiasi oggetto. Per la presentazione ti consiglia di aprire un’altra pagina come “Home page”. Roberta

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    • Ciao Roberta, grazie per il bel messaggio. Il sito è aperto dal mese di luglio 2014. Prima ne avevo altri su Libero. Ho scelto un tema essenziale con menù laterale, la griglia a sinistra. Ho aggiunto molte pagine fra cui Info, foto, video, collegamenti ad altri miei blog. Fino a pochi giorni fa avevo un post di presentazione bloccato in alto. L’ho tolto dalla postazione fissa perchè ho pensato che chi legge un blog vuole vedere subito gli ultimi post. Ciao. Pina.

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