Il vecchio libro di favole. #4


L’anziano raggiunse gli amici, sedette sulla sedia libera, e iniziò a mescolare le carte, disinteressandosi a noi. Cosa che feci anch’io.
Fu allora che guardai alla mia destra, e vidi un curioso salottino che faceva bella mostra di sé in un angolo della stanza: il divano di cuoio verde muschio era accostato alla parete, intorno vi erano  dei piccoli sedili di metallo a tinte vivaci, simili a quelli che usano nelle officine, con un’apertura sul piano. Un tavolino basso, posto davanti al divano e seminascosto dagli sgabelli, aveva un aspetto davvero insolito: il ripiano, dipinto con una lacca nera, non poggiava su quattro gambe, come mi sarei aspettata, ma su una base circolare e massiccia colorata di rosso.
Non riuscivo a credere ai miei occhi. “Possibile che siano due gomme d’auto, verniciate e sovrapposte l’una all’altra?” mi chiesi.
Non resistei, e posi la domanda a Chiara, la quale sollevò lo sguardo dallo schermo del telefono, e rispose: «Certo, mamma. Te ne sei accorta adesso?»
«Sì.»  ammisi. «Hanno cambiato tutto l’arredamento?»  insistei.
«No, solo questa stanza.» fece lei.
Annuii, e volli sapere se anche il cameriere tatuato fosse nuovo.
«Non saprei. Vengo di rado in questo bar.» disse, un poco seccata, perché la mia petulanza le impediva di rispondere a un messaggio su Whatsapp.
«Secondo me ha cambiato gestione.» affermai, convinta. «Ci sono più clienti del solito, e alcuni non li ho mai visti prima.»
Lei mi squadrò, sorpresa, aggrottò le ciglia, e rispose: «Non puoi conoscere tutti gli avventori di un bar, sia pure di paese.»
«Certo. Del resto, qui siamo estranee.» convenni.
Chiara annuì, chinò la testa sul telefono, e riprese a digitare.
Allora, feci un cenno al cameriere, che mi raggiunse con solerzia, e ordinai un cappuccino e una brioche.
In attesa del mio spuntino, notai un’altra novità: uno scaffale, sistemato fra il divano e la finestra, che esponeva anticaglie. Una macchina da scrivere Cambridge era stata collocata su un ripiano in basso con intorno, in bell’ordine, degli accessori di cancelleria del tempo. Sul ripiano soprastante, fra ampolle, vasi d’allumino con piccole piante e tazzine da te cinesi, c’era una radio Wega in bachelite dei primi anni ’60.

Ad altezza dei più piccoli, alcuni peluche, intrisiti dall’abbandono, e vecchi giochi da tavolo parevano in attesa di qualche bambino disposto a  giocare di nuovo con loro.
In un angolo un po’ in ombra, scorsi un libro di fiabe. Era uno di quelli illustrati e con la copertina rigida che mi avevano fatto fantasticare da bambina.

E di nuovo sblam. Batticuore. Vampata al viso. Sudorazione e ricordi.
Scostai il collo del maglione, e sventolai le mani davanti al volto che supposi fosse rubizzo come quello del bevitore. Non resistetti, mi alzai, e presi il volume fra le mani. L’aspetto era familiare. Di sicuro, avevo letto quel libro da piccola, lo rigirai e, sulla quarta di copertina, notai alcuni graffi e strappi agli angoli. Strano anche solo pensarlo, ma le piccole lacerazioni mi parvero note, come se gesti consueti e intimi avessero consunto la patina illustrata sotto i miei occhi.
“Mah! Questo è il giorno dei misteri oppure sto impazzendo!” dissi fra me e me, mentre i miei piedi calpestavano qualcosa dalla consistenza di un cartoncino.
Guardai, e vidi alcuni tasselli di un puzzle d’altri tempi che invogliavano a ricomporre l’intero quadro, raccolsi le tessere dal pavimento e le posi sul ripiano.
L’arrivo del cameriere con la consumazione mi salvò da altri deliri. Ignoravo che, quella mattina, un nuovo episodio avrebbe suscitato in me una marea di dubbi e ricordi.

*Le immagini che accompagnano il post appartengono all’autrice.

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