Discorso in favola sul Tempo


Viaggiando nel Tempo e nello Spazio

“Scorrono gli anni, volano i mesi e i giorni. Quanta pioggia è caduta, quanta neve! Ti svegli una mattina, e pare che sia finito un altro anno, ma è soltanto un nuovo giorno, e qua e là è spuntata una nuova ruga: sulla schiena, sul soffitto, sulla guancia.” Marc Chagall, pittore bielorusso di origine ebraica vissuto nel mille e novecento.

Capitolo 1

“La fantastica storia di Tempo”, una favola romantica per spiegare ai più piccini lo scorrere del tempo e l’alternarsi delle stagioni attraverso belle metafore e fantastiche personificazioni.
E perché no? Per far sognare i bambini e la bambine di ogni età.

LA FANTASTICA STORIA DI TEMPO

C’era una volta, e c’è ancora, un re d’età veneranda che regnava dall’inizio della creazione sull’intero universo.
Era, ed è, il padrone assoluto del mondo e di ogni creatura.
Il suo nome è Tempo.

Tempo trascorreva la sua interminabile esistenza in compagnia della madre Gea e delle numerose sorelle. La sua era una vita piuttosto monotona e solitaria: nessuno osava avvicinarsi al sovrano del tempo e, per questa ragione, lui soffriva di malinconia.
«Ti manca l’amore.» gli disse, un giorno, una sorella.
«Già, hai proprio bisogno di una ragazza che ami solo te.» fece un’altra.
«In effetti, ti vedo triste. Sei sempre solo!» affermò Gea, preoccupata. «Una compagna potrebbe colmare il tuo bisogno d’affetto, e allontanare la tristezza.»
Fu così che Tempo decise di prendere moglie.

A corte viveva Realia, una ragazza bellissima e mutevole secondo l’umore.
Fu proprio per la sua mutevolezza che Tempo la preferì a tutte le altre.
La scelse per l’entusiasmo, l’allegria e l’esuberanza ma, soprattutto, per gli improvvisi cambiamenti dello stato d’animo che corrispondevano all’espressione del viso.
Realia, a volte, era spensierata come una bambina, in altre occasioni pensosa. Poi si faceva affascinante e inquieta come un’adolescente attratta dalla vita e dalle emozioni più forti.
Talvolta, era serena e responsabile come solo le donne mature, che hanno conosciuto l’amore, la sofferenza, la pietà e il perdono, sanno essere.

Tempo e Realia erano innamorati l’uno dell’altra sin dalla prima adolescenza ma, per pudore, avevano taciuto i reciproci sentimenti.
E, quando lui trovò il coraggio di dichiararsi, il cielo si accese di luce e sulla Terra si diffuse una nuova serenità.
Tempo e Realia celebrarono le nozze alla presenza di tutti i parenti: i Millenni d’antica nobiltà, i Secoli, gli Anni, i Mesi, le giovani Settimane, i Giorni, le Ore, i brevi Minuti e, persino, gli inafferrabili Secondi.
Il matrimonio fu il più bello che si fosse mai visto: i festeggiamenti durarono giorni e giorni fra banchetti, danze e prelibate libagioni.
Dopo la cerimonia, gli sposi andarono a vivere su una lontanissima Galassia, sperduta ai confini dell’Universo.
Il palazzo reale aveva pareti di nuvole rosa e dai soffitti pendevano luminosi lampadari, fabbricati con le stelle più piccole della volta celeste.
Gli sposi si amavano teneramente ed erano molto felici. La loro gioia contagiosa si diffuse nel Cosmo come una musica armoniosa che, con le sue assonanze, governava il movimento degli astri e la vita delle creature.
Quando la coppia reale ebbe la prima figlia, il cielo si schiarì, stormi d’uccelli cinguettanti incominciarono a svolazzare nell’aria tersa e gli uccelli migratori partirono verso le antiche paludi e i tetti familiari.
I rami degli alberi si coprirono di gemme e dalla terra spuntarono i primi germogli.
I genitori diedero ben due nomi alla neonata: Prima perchè era la primogenita e Vera, perchè era la vera e unica figlia di Tempo e Realia.
Prima Vera cresceva bella e serena. Era una gioia per i parenti e gli Umani vederla giocare nei prati fioriti, circondata da rondini, farfalle e ogni genere di fiori e bestiole.

Molto tempo passò, e un’altra bambina nacque.
Al suo primo vagito il cielo risplendette, l’aria tiepida s’infuocò, gli alberi si coprirono di succulenti frutti e i campi verdeggianti divennero messi dorate.
Tempo e Realia chiamarono la piccola, Estate.
Tutti i parenti andarono a vederla e a complimentarsi con i genitori per aver concepito un essere così radioso.
Uno degli ospiti osservò: «Avete due figlie molto graziose. Ora ci vorrebbe un maschio!»
«Eh! Sì, sì! Un figlio mi aiuterebbe a governare questo regno infinito!» esclamò Tempo.
Dopo qualche stagione, il desiderato erede maschio venne al mondo.
Nel momento in cui il neonato emise il primo vagito, il cielo s’annuvolò, le foglie caddero dai rami, e coprirono il suolo a formare un meraviglioso tappeto rosseggiante.
L’aria, opaca di caligine, si profumò dell’odore acre dei mosti, dei funghi e dei muschi, e gli uccelli migrarono verso le terre lontane. Non per questo l’arrivo del nascituro fu meno gradita: i genitori gioirono e il cuore degli uomini fu colmo di pace e serenità.
Il neonato fu chiamato Autunno.

Le stagioni passavano e Primavera, Estate e Autunno trascorrevano il tempo in giochi allegri e spensierati. S’inseguivano nei giardini del palazzo reale e per i prati della terra, come tutti i bambini del mondo, e ciascuno con le proprie qualità rendeva orgogliosi i genitori.

Il tempo trascorse e, del tutto inatteso, un altro figlio vide la luce.
Quale sorpresa per tutti! Che calma nel palazzo! Che candore sulla terra!
Gli alberi e il suolo si coprirono di un soffice manto nevoso, mentre il quieto paesaggio innevato invogliava le creature al riposo.
Gli uomini, seduti accanto ai caminetti accesi, ammiravano meravigliati il lento e nuovo calare dei fiocchi di neve.
I sovrani chiamarono il neonato, Inverno.

I quattro bimbi crebbero e diventarono inquieti e ombrosi adolescenti. Si fecero, infine, giovani maturi e affascinanti.
Un giorno, osservandoli, Tempo disse alla moglie: «I nostri ragazzi ti somigliano molto.»
«Ah, sì!» esclamò Realia. «E come?»
«Primavera è come te, quando sei contenta e spensierata.» fece Tempo, mentre la moglie annuiva e sorrideva con aria maliziosa.
«Estate esprime tutto il calore e la passione che sono in te. E io so quanta…» alluse il sovrano, senza finire la frase.
La moglie chinò la testa, e si fece seria. «E Autunno? Lui com’è?» chiese.
«Tranquillo e pensoso, come te adesso.» rispose il re.
Realia annuì. Poi, con tono preoccupato, chiese. «Non pensi che Inverno sia troppo riflessivo e cupo per la sua età?»
Tempo aggrottò le folte sopracciglia, assentì con piccoli cenni della testa, e aggiunse che, a volte, gli sembrava più vecchio di lui.
«Deve annoiarsi parecchio. Non ha mai nulla da fare!» esclamò. «Spero che non diventi asociale e solitario!» si augurò, mentre la regina si portava le mani sul cuore, aggiungendo fra piccoli sospiri uno sconsolato: «Me lo auguro. Non voglio che Inverno sia triste e anaffettivo!»

Primavera ed Estate divennero delle autentiche celebrità nell’Universo, due stelle lucenti del firmamento.
La fama della loro bellezza si sparse nel cosmo, e molti giovani s’invaghirono di loro: alcuni senz’averle mai incontrate!
I ragazzi si lasciavano attrarre dall’eco del loro fascino e s’innamoravano dell’icona leggendaria che le rappresentava.
Fra gli innamorati di Primavera ce n’erano due più invaghiti degli altri: Sereno, un giovane tranquillo e sorridente, e Temporale, un tipo inquieto e turbolento, proprio come prometteva il nome.
Temporale, da autentico presuntuoso, era convinto che Primavera l’avrebbe scelto. Ma, ahimè! Lei preferiva la corte garbata del timido Sereno a quella tempestosa di lui.
Perciò, quando Temporale le chiese di sposarlo, lei lo respinse. Il suo rifiuto alimentò la furia del giovane che soffiò, tuonò, scaricò lampi nel cielo e rovesciò sulla terra piogge scroscianti e violente grandinate.
La notizia si diffuse in tutto l’Universo, e giunse anche nel regno di Sereno che, saputo sconfitto il rivale, decise di dichiarare il suo amore alla ragazza.
Dopo un breve fidanzamento, i due innamorati annunciarono le nozze.
Il giorno del matrimonio, Primavera era incantevole nel suo abito da sposa di candide margherite.
«Oh! Oh! È la sposa più bella che abbiamo visto nell’ultimo millennio!» esclamarono gli invitati alla sua apparizione.
Terminata la cerimonia, gli sposi salutarono gli ospiti e partirono per il regno del principe Sereno, dove giunsero al termine di un lungo viaggio tra le costellazioni.
«Ma è bellissimo!» esclamò Primavera, appena scorse gli incantevoli giardini che circondavano la reggia dello sposo.
Una luce soffusa con tutte le sfumature dell’iride filtrava attraverso le pareti diafane come l’aria e illuminava le stanze del palazzo reale, i pavimenti ricoperti da tappeti di fiori e i mobili di legni pregiati. Lampadari con grappoli di rugiada pendevano dai soffitti a impreziosire e rischiarare la celeste dimora.

Uno dopo l’altro, i figli maggiori di Tempo e Realia si sposarono.
Estate, la secondogenita, s’innamorò di Elios, il ragazzo più fervido e appassionato dell’universo, quand’era ancora un’adolescente sognatrice. Elios le fece una corte così ardente che lei non seppe resistergli e, difficilmente, avrebbe potuto incontrare un marito a lei più adatto, dissero i genitori.
Il matrimonio fu il più raggiante che memoria d’uomo rammenti. La sposa era solare nel suo abito variopinto come i frutti maturi. Il volto risplendeva di gioia, illuminato dal diadema di raggi di luce che Elios le pose sul capo durante la cerimonia nuziale, come pegno della sua eterna fedeltà.

Autunno che, con il passare del tempo, era divenuto un uomo saggio e deciso, s’innamorò di Fosca, una ragazza delicata e dal volto diafano.
Appena la vide, capì che sarebbe stata la sua compagna ideale. Allora, la prese per mano e la condusse nel palazzo in cui viveva, e lei lo seguì con passi dolci e felpati.

Solo il minore, il melanconico e taciturno Inverno, pareva indifferente all’amore.
«Figlio mio,» gli disse un giorno Realia «mi pare giunto il momento che anche tu scelga una compagna!»
Inverno, schivo e riservato, amava in gran segreto Neve, una ragazza delicata e pura. Provava per lei dei sentimenti profondi e intensi, che la sua natura timida gli impediva di dichiarare.
Inverno, a fatica, riuscì ad aprire il proprio cuore alla madre e le confidò i suoi sentimenti per la bellissima Neve.
«Non temere.» lo rassicurò Realia. «Parlerò a tuo padre di questa fanciulla, e lo convincerò a chiedere la sua mano.»
Poco tempo dopo, il sovrano e la moglie si recarono nelle Terre di Gelo, dove furono ricevuti con cortesia, ma senza troppo calore alla corte di Re Icy.
Dopo il banchetto di benvenuto, i sovrani si appartarono nello studio privato del re, e Tempo spiegò il motivo della sua visita.
«Se Neve acconsente, sarò lieto di benedire l’unione dei nostri figli!» esclamò Icy tra i denti.
Il sovrano fece venire Neve, riferì la proposta d’amore, e le chiese se amava il giovane Inverno. Neve abbassò lo sguardo, e le guance pallide si tinsero di una lieve sfumatura rosata, mentre rispondeva con un timido sì.
Tempo e Realia s’intrattennero alcuni giorni nelle Terre del Gelo, poi ripartirono, portando con loro la giovane sposa.
Non so descrivere la felicità dei due innamorati al momento dell’incontro. Lascio immaginare a voi. Fu un momento da brividi, comunque!
Molti e molti anni passarono.
Un giorno, Tempo decise di affidare ai suoi eredi il governo delle Stagioni.
“Ma a chi?” si domandava il re, scuotendo il capo. “I miei figli sono saggi, e ciascuno merita la mia fiducia!”
L’indecisione spinse il sovrano a chiedere un parere alla moglie.
«Non saprei cosa consigliarti!» rispose Realia, dubbiosa. «Però, ho sentito parlare di una vecchia molto sapiente che vive da sola ai margini della Galassia di Andromeda. Lei conosce tutte le cose dell’Universo. Va’ da lei. Forse, sarà un buon giudice!»

Tempo decise che quella era una buon’idea e, fattosi indicare la dimora della donna, andò a farle visita.
Quando giunse nel luogo che gli era stato descritto, vide una casa solitaria, e bussò all’uscio. Dopo una breve attesa, un viso rugoso s’affacciò alla finestra del piano sopraelevato.
«Chi mi cerca?» domandò una voce di donna.
«Il Tempo.»
«Ah, il giovane sovrano del Cosmo!» esclamò in tono diffidente la vecchia dall’aria vissuta. «Perchè picchi alla mia porta? Cosa desideri da me, ragazzo?»
«Un consiglio!» rispose Tempo.
«Non si tratta mica di una stupidaggine, eh giovanotto?» chiese la donna, che a Tempo parve molto, ma molto più astuta di lui.
«Nossignora, è una cosa seria!» fece, chiedendosi dove fosse capitato.
«Aspetta! Vengo ad aprire.»
Così dicendo, richiuse l’imposta, scese con cautela le scale, sollevando la gonna, appesantita da strati e strati di sottane, e aprì l’uscio, con fare sospettoso.
«Entra, ragazzo.» disse.
Poi distese in un sorriso le labbra sottili, confuse fra le rughe, mentre gli occhi indagatori non smettevano di fissarlo.
«È un onore per me essere al cospetto della Signora Esperienza?» iniziò Tempo.
Ma lei lo zittì con un secco: «Poche cerimonie, ragazzino. Seguimi.» e lo condusse in un salotto, attiguo all’ingresso.
Appena si furono accomodati, la donna esclamò: «Tuo padre, il Re Eterno, era mio amico. Ne abbiamo fatto di pazzie insieme… da giovani! Ah, ah! E i balli. Ah, quante danze! le scorribande! le cavolate! Uh, non puoi immaginare. Altri tempi!»
«So così poco di mio padre, Signora Esperienza.» ammise Tempo.
«Ah, sì? Tua madre Gea non ti ha mai rivelato…?» e si zittì, guardando Tempo negli occhi per sincerarsi che non sapesse la sorte che era toccata al vecchio re del tempo dei tempi. «Ma dimmi. Cosa ti conduce a me?» chiese, sviando il discorso.
Il sovrano spiegò il suo problema, e l’anziana replicò: «Mio caro giovanotto, la soluzione è molto semplice! Dividi il regno tra i tuoi quattro figli!»
«Ma come, senza scontentare nessuno?»
«Ecco, ognuno regnerà tre mesi ogni anno, per l’eternità! Primavera sarà regina dal ventuno marzo al ventidue giugno ed Estate nei tre mesi successivi. Autunno governerà dal ventidue settembre al ventuno dicembre e Inverno nel trimestre seguente.»
«Il tuo consiglio è giusto e saggio. Sarà così ogni anno e nei millenni futuri!» asserì Tempo.

Al suo ritorno, il sovrano fece emanare un Regio Decreto in cui sanciva la sua volontà. I figli furono contenti della decisione paterna e, da allora, si susseguono puntuali nel governo delle Stagioni.

Volete sapere che fine ha fatto l’irascibile Temporale?
Si dice che sia ancora innamorato di Primavera e che la sua ira sia implacabile. Infatti, di tanto in tanto, si scaglia contro il rivale Sereno, con grande disappunto degli umani. Di sicuro, anche voi l’avrete sentito brontolare nel cielo e avrete visto lo sfogo violento della sua inestinguibile collera!

Capitolo 2

“Il mito di Tempo” è una personale reinterpretazione del mito arcaico di Chronos e Kairos, diffuso nella Grecia classica a spiegazione degli inaccessibili misteri, legati al succedersi dei cicli del tempo, che comprendono la nascita, la morte e la rinascita.

IL MITO DI TEMPO

E Tempo? Immaginate che lui fosse felice dopo la spartizione del regno? Nient’affatto!
Il tarlo, che l’astuta Esperienza aveva insinuato nella sua mente, rodeva con mille dubbi e lo assillava con altrettanti quesiti.
“Cos’avrebbe dovuto svelarmi madre Gea?” fu la prima domanda che si pose, una volta risolta la questione ereditaria. “Perchè non parla mai di mio padre? Noi immortali discendiamo dagli Immortali: non possiamo morire come le creature della Terra. Allora, dov’è il mio progenitore? Quale terribile segreto mi è ignoto?”
Più s’interrogava e più emergevano i ricordi di quando, ancora bambino, vedendo che tutti avevano un padre, anch’egli chiedeva notizie del proprio.
«Verrà il momento in cui saprai.» gli ripeteva Gea, sfuggente.
Rammentò anche le voci degli uomini che giungevano fino a lui. «La vita fugge, e il tempo inghiotte tutte le cose.» ripetevano.
«Tempo è implacabile: scorre lento e costante in un cammino che nessuno può arrestare.» aggiungeva un eco.
«Tempo è come il vento.» si lamentava un’altra voce. «Una folata ed è già passato. E non si può ingabbiarlo, ci sfugge tra le dita.»
«Il tempo mi angoscia.» disse, una volta, un uomo. «È un predatore tirannico che, un giorno, mi annienterà. Io sono la sua vittima consapevole, ma non posso sfuggire alle sue leggi.»
«Tempo è nemico: prima dona, poi toglie!» si lamentò un altro.
“Sempre le stesse lamentele!” si diceva da adolescente. “Perché gli uomini si lagnano, e accusano me dei loro dispiaceri? Sono insopportabili le loro voci. Gli esseri umani sono noiosi e petulanti.” e, prima imparò a ignorare i loro piagnistei e, poi, smise di ascoltare le loro voci.
Ma, ora, era giunto il momento delle risposte.
Andò da madre Gea. La trovò seduta sul trono della Terra. Si prostrò davanti a lei e le chiese dove fosse il padre, cosa volessero dire le voci degli uomini, e perchè lo accusavano di togliere loro ciò che aveva donato.
Gea attendeva quelle domande da millenni. Fece segno al figlio di sedersi sul trono del Tempo, di fronte a lei, e, con gran dispiacere, si apprestò a svelargli la verità.
«Tu sei stato concepito dall’amore fra me e Re Eterno, un titano splendido e potente.» prese a raccontare con lo sguardo che brillava di gioia.
Tempo annuì, e lei continuò. «Era un giovane buono e gioioso, che amava i divertimenti, tutte le creature e i nostri figli.»
«I vostri figli! Ho dei fratelli?» chiese Tempo, aggrottando la fronte.
«Sì.» ammise Gea, a capo chino.
«Dove sono i miei fratelli?» domandò il sovrano, portandosi una mano alla bocca per la sorpresa.
Gea socchiuse gli occhi, passò le dita sulla fronte, come a voler scacciare un tremendo ricordo, e riprese il racconto.
«Con il passare del tempo, il sovrano cambiò. Divenne crudele. Inghiottiva tutto ciò che creava, stritolandolo nel suo ventre.» ammise Gea con le lacrime agli occhi.
Tempo si fece più attento: intuiva che una grave verità stava per essergli rivelata.
«Eterno divenne un padre oppressivo, ossessionato dalla paura di perdere il dominio sul Cosmo.» disse Gea. Poi tacque, vinta dal dolore.
«Mamma, non capisco.» fece Tempo, turbato dalla sua espressione inorridita.
«Figlio mio, non so come dirtelo. Tuo padre è… un mostro!» esclamò fra i singhiozzi.
«Un mostro!» ripeté Tempo, incredulo.
«Sì, sì. Un mostro che ha impedito ai miei figli di crescere!» gridò Gea con gli occhi sbarrati dall’orrore e i pugni stretti sul seno. «Ha stritolato i tuoi cinque fratelli fra le sue braccia potenti e, poi, li ha ingoiati come fa con tutte le altre creature. Tu sei sopravvissuto grazie a me!» esclamò fra le lacrime.
Tempo ammutolì. Fissò Gea negli occhi alla ricerca di una risposta consolatoria, ma quel che vide fu solo angoscia e disperazione.
Affondò il volto nei palmi aperti, e li bagnò di lacrime. Gea trattenne la commozione, si alzò dal trono in cui era sprofondata, e si avvicinò al figlio.
Passò le dita fra i corti capelli con i primi segni di canizie, accarezzò con tenerezza, prima la testa, poi il viso del figlio e, infine, gli pose le mani sulle spalle scosse dai singhiozzi.
Tempo, allora, sollevò il volto, fissò la madre negli occhi, e vi scorse la medesima tristezza che sentiva nel suo cuore. Poi prese fra le sue le mani di Gea, che ancora stringevano il suo corpo, le accostò alle labbra, e vi depose dei teneri baci.
«Dov’è mio padre?» chiese in tono pietoso.
«L’ho scaraventato sul meteorite Zero.» ammise Gea in tono aspro.
«Dove si trova?» chiese Tempo.
«Si è perso nell’Abisso Spazio-Tempo e vi rimarrà, fino a quando…» e non volle aggiungere altro.
«Fino a quando…» ripeté Tempo in tono d’incoraggiamento, ma Gea continuò a tacere con un’espressione di terrore negli occhi, e il figlio ebbe pietà di lei.

Tempo possedeva tre spiriti: uno era il principio divino e creatore, immoto e inesauribile, che rappresentava l’eternità, l’intera durata della vita.
L’altro scandiva il tempo nelle sue tre dimensioni: il passato, il presente e il futuro. Il terzo spirito governava il momento propizio, il tempo decisivo in cui ogni azione umana e divina doveva essere compiuta. Quest’essenza aveva il potere di invertire il corso degli eventi e dare loro un nuovo esito: mutare la condanna in salvezza, la vita in morte e la morte in rinascita.
E grazie a questa virtù, Tempo seppe cosa fare.
Partì verso i confini dell’Universo in espansione. S’inabissò negli orridi dello Spazio-Tempo, attraversò quark, buchi neri e antimateria, e giunse sul meteorite Zero, che la madre Gea aveva sprofondato nello spazio vuoto all’inizio della creazione.
Giunto davanti a un androne, Tempo udì orribili grida e urla di dolore.
Per nulla spaventato, varcò la soglia e, nella semioscurità della caverna umida, vide un titano seduto su una roccia. I capelli bianchi, fluenti sul corpo nudo e possente, coprivano la nudità, lasciando intuire i muscoli asciutti. La barba scendeva dal mento fin sulle cosce, e poggiava a terra proprio tra i piedi, calzati in primitivi sandali di cuoio.
Appena lo vide, il titano smise di gemere, e chiese: «Chi sei? Come osi comparire davanti a me?»
«Sono uno che si ricorda di te. Ti ho portato un dono.» affermò Tempo, sforzandosi di nascondere la propria emozione.
«Un dono? Dunque, non mi hanno dimenticato.» considerò Eterno che, dopo tanta solitudine, ancora non aveva vinto la propria vanità.
«E come potremmo scordarci di te? Sei Eterno, il re di tutti i tempi.» fece il sovrano.
Poi si avvicinò al gigante, tolse dallo zaino una coppa d’oro, chiusa da un prezioso coperchio, adorno di gemme preziose, e gliela porse.
«Cosa mi hai portato?»
«Una bevanda divina, degna di te.» mentì Tempo che, in realtà, aveva riempito il calice con il più schifoso degli emetici.
Eterno prese la coppa dalle mani del figlio, ancora ignaro della sua identità, e ne tracannò il contenuto. Bevve tutto d’un fiato, perchè non assaggiava un liquido da millenni.
La bevanda gli procurò all’istante un rigetto incontenibile, e il titano prima vomitò la pietra, avvolta nelle fasce, che Gea gli aveva fatto ingoiare al posto del loro ultimo nato, prima di spedirlo sul meteorite Zero.

Poi, uno ad uno, sputò gli altri cinque figli che uscirono vivi dal suo ventre, perchè come tutti gli immortali non potevano morire.
Così Eterno, dopo aver regnato sull’universo nel periodo d’oro dell’umanità ed essere stato segregato per millenni sul meteoroide Zero, ritornò nel mondo degli Immortali.
Il mito narra che Eterno e Gea non si rappacificarono mai, e i loro figli regnarono rispettivamente sulle Acque, sull’Aria, sui Continenti, sull’Altrove, sugli Astri e sul Tempo.
Gea, dopo aver auto-generato le sue numerose figlie, continuò a partorire le nuove creature della Terra.
Eterno divenne il sovrano delle Isole Beate, un luogo fantastico al di là del mondo abitato.
Tempo insegnò agli umani ad accettare il passaggio dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce. L’uomo si immerse nelle acque eterne e divenne una creatura nuova, capace di cogliere la grazia e il momento giusto, e fu chiamato “colui che non ha paura della morte.”

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