Cristina e Jo


Cristina si affrettò verso casa, con la sensazione che quel pomeriggio noioso, in un quartiere anonimo della periferia urbana, fosse scivolato verso una serata rilassante, come un ruscello nel fiume padano.
Nonostante non conservasse il ricordo di Pierre e Falco, lei procedeva sicura, in uno stato di benessere e attesa, giacché l’incontro le aveva lasciato nel cuore l’illusione di nuove avventure e scoperte avvincenti, con quel tocco di mistero e paura, che le faceva sentire un fremito sotto la pelle.
L’adrenalina scorreva ancora nelle sue vene, il respiro era affannoso e il cuore pulsava a ritmo accelerato, per la visione dei due esseri venuti dal cielo, ma lei  attribuiva le sue funzioni fisiologiche alla lunga passeggiata.
La passeggiata le aveva messo appetito, si disse, ma quella sera pensava a tutto, tranne che a cucinare, e decise di cenare fuori. Non sapeva ancora dove: i sensi avrebbero scelto per lei il ristorante migliore.
E così fu.
Mentre procedeva verso casa, fu attratta dal profumo fragrante di pizza, appena sfornata. Si diresse verso la pizzeria “A Pizz’e Napule”, a un isolato dalla strada in cui abitava e, quando vi giunse davanti, si arrestò, e rimase a guardare la buffa figura di plastica del cuoco obeso e rubizzo, con cappello da chef, camice bianco, fazzoletto rosso al collo, calzoni a scacchi bianchi e neri e un lungo grembiule scuro, legato attorno ai fianchi.
Sbirciò oltre le vetrine: la sala era affollata, ma vide qualche tavolo libero.
“L’odore è ottimo e i clienti sono numerosi: qui si mangia bene!” dedusse.
Diede un’occhiata alla lista delle portate e ai prezzi esposti fra le mani del cuoco baffuto e sorridente, ed entrò. Gli avventori prossimi all’ingresso, una giovane coppia e il loro bambino, si volsero a guardarla, mentre gli altri non fecero caso a lei. Un cameriere in calzoni neri e camicia bianca, con il collo sbottonato e le maniche rivoltate, le si fece incontro.
«È da sola?» chiese.
Alla sua risposta affermativa la fece accomodare a un tavolo apparecchiato per due, accanto al bancone del pizzaiolo.
Tolse l’altro coperto, e chiese: «Ha già deciso cosa ordinare, oppure le porto la lista?»
«Prendo una pizza capricciosa e un bicchiere di birra.» rispose con un sorriso di circostanza.
«Grande, o media?» chiese il ragazzo, senza guardarla, continuando a scrivere a matita la comanda su un taccuino a quadretti.
«Media, bionda.» rispose, alzando lo sguardo verso il cameriere e, questa volta, lui ricambiò il sorriso.
Mentre attendeva, Cristina si guardò intorno in modo discreto.
A un tratto, le parve di cogliere un’occhiata intensa del pizzaiolo, pronto con una infornata.
Non ebbe il tempo di realizzare, lui si era già voltato di spalle, e faceva scivolare la pizza sul suolo di cottura con delicati movimenti degli avambracci. Cristina rimase incantata ad ammirare i gesti del giovane in quel ventre infuocato di maiolica, dall’ampia gola rossa.
“Terrificante.” si disse. “Deve fare un caldo infernale davanti a quella bocca incandescente.”
Ebbe caldo, e bevve un sorso di birra.
Le parvero belle e adeguate all’atmosfera del locale le mattonelle decorative dai vivaci colori nelle tonalità del giallo, sfumanti in cromie verdi e azzurre.
“Anche il forno è impastato con elementi naturali, come il pane.” considerò. “È fatto di terra imbevuta di acqua, seccata all’aria, e cotta nel fuoco.”
Quando il pizzaiolo si volse, per tornare a stendere altre pizze, di nuovo, vide i suoi occhi d’un blu intenso soffermarsi su di lei.
“Sarà perché gli siedo di fronte.” si disse, continuando a osservarlo di sottecchi.
Era abile con le mani, pensò, nel vedere la premura con cui lisciava l’impasto lievitato, lo spianava in gesti abili e decisi, per rendere docile e arrendevole quella pasta flessibile ed elastica, riluttante ad assumere la forma perfetta nelle sue mani.
Poi Cristina notò la bandana fantasia, legata dietro la nuca, i cui motivi in stile cubistico riproponevano i colori della bandiera italiana, e l’insieme le parve molto patriottico.
“Italiano verace, come la pizza.” pensò, e sorrise.
Lui ricambiò il sorriso, e le fece un cenno con il capo. Cristina ne fu intimamente turbata, ma contenne l’emozione.
Mentre lavorava, il ragazzo le lanciava occhiate furtive da sotto la bandana, e le pupille riflettevano le scintille delle fiamme nel forno a legna. Poi, con rapidi gesti, poneva una margherita, o una capricciosa sulla pala rotonda e forata, dal lungo manico in fibra di carbonio e, prima di voltarsi a infornare, sollevava lo sguardo su di lei, ma giusto un istante. Chinava subito il capo, e lo riaccostava alla bocca dell’inferno.
Cuoceva quattro pizze alla volta, sempre con lo stesso rituale: a ogni infornata le lanciava uno sguardo peccaminoso. La cottura durava non più di tre minuti, durante i quali rigirava le pizze un paio di volte. Le rivolgeva un’altra occhiata bassa e sbieca, quando sfornava, prima di ritornare al suo mestiere.
“È bello da togliere il respiro.” pensò la ragazza, stupita dal suo insolito coinvolgimento e preoccupata per quei nuovi battiti del cuore che non erano né di gioia, né di paura, ma parevano originati da un sentimento sconosciuto.
Non riusciva a staccare lo sguardo da quel volto d’angelo in cui brillavano le pupille da demone in maglietta bianca, aderente sul petto scolpito e sulle braccia muscolose. Di tanto in tanto, si distoglieva da lui, per riscoprirsi, dopo un attimo, sempre più attratta e con gli occhi puntati sul suo corpo di una bellezza indescrivibile.
“Dovrei iniziare a scrivere romance.” si disse Cristina, non senza ironia, e, mentre ancora sorrideva, vide il cameriere avvicinarsi al suo tavolo con il piatto fumante sul palmo della mano.
«Prego, signorina, la sua pizza!» esclamò, appena le fu accanto. «Con gli omaggi di Jo, il pizzaiolo.» aggiunse, posando la pizza a forma di cuore davanti a lei e un bigliettino ripiegato sul tovagliolo.
«Grazie, che meraviglia!» esclamò, guardando il cuore roseo di cotto.
Poi sorrise, e lanciò un’occhiata di riconoscenza a Jo che, davanti alla bocca dell’inferno, accennò un inchino, portandosi le mani sul cuore. Cristina rimase inebetita, e continuò a guardarlo con le pupille scintillanti, dilatate in una nuova felicità, mentre lui le sorrideva non solo con la bocca, ma con gli occhi e ogni gesto del corpo. Senza distogliere lo sguardo da lui, Cristina prese il foglietto, lo aprì, e, consapevole che Jo stesse studiando ogni sua reazione, lo lesse.
“Sei una visione, o esisti davvero?” diceva, e un tuffo al cuore la fece fremere.
“Se sei una creatura terrena, chiamami.”
Con le mani tremanti, lei si distolse da quel volto, che l’aveva rapita con il sorriso impertinente e seduttivo, chinò il capo per nascondere l’emozione, e infilò il messaggio nella tasca dei blu-jeans e, quando sollevò gli occhi, fu avvolta dal fascino di Jo, che ancora la fissava, e sorrideva  solo a lei.

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