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Cristina, ragazza strana, scrittrice, cresciuta con i giocattoli impigliati nei capelli della sua Fantasia.


giuseppina d'amato

Romanzo a episodi. 
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Presentazione

Cristina D’Amore è una ragazza strana con un raro talento letterario che, a vent’anni, l’ha resa ricca e famosa. Vive e risiede a New York in un appartamento di sua proprietà, ma la prima volta, la incontriamo a Milano in preda a strane fobie e a preoccupazioni quantiche.
Nel capoluogo lombardo, abita nei pressi della ferrovia e, durante le notti insonni, lo sferragliamento di ciascun treno sembra una voce che narra una storia.
Cristina ode i rumori, e sogna.
Sogna e, accanto a lei, compaiono personaggi fantastici, eroi epici, che nulla hanno in comune con le persone ordinarie della vita reale.
L’esistenza di Cristina è un intrico di sogno e realtà, misteri inspiegabili, memoria e oblio.


Prologo.

Conosco Cristina D’Amore da molto tempo, ma definire il “tempo” con un banale aggettivo non è corretto per chi, come me, sa che il tempo non ha confini e la sua vastità è incomprensibile alla mente umana.
A ogni modo, per gli uomini che vivono in un’unica dimensione e misurano la vita in millenni storici, posso affermare di conoscere Cristina dal giorno in cui è venuta al mondo e che le sarò accanto fino a quando “vedrà la luce”.

Cristina è una giovane donna eterea e deliziosa, se volete immaginarla, pensatela simile a Elle Fanning: una creatura da sogno.
Lei esprime le sue fragilità e la paura dell’ignoto attraverso la scrittura e, a soli vent’ anni, è un’affermata scrittrice di romanzi urban fantasy.
Vive tra New York e Milano, ed è spesso in viaggio per presentare le sue opere.
Nel capoluogo lombardo la sua identità e il suo vero nome sono noti a pochissimi, giacché lei pubblica i romanzi con uno pseudonimo, come fa da anni l’affermata scrittrice napoletana Elena Ferrante, di cui tutti parlano, ma nessuno sa chi sia e qualcuno pensa che, dietro al nome femminile, si nasconda uno scrittore.
Di Cristina non si sospetta nemmeno il passato, e chi sa, non ne  parla. Lei stessa ricorda poco. Qualcosa o qualcuno ha rimosso i ricordi.
Nottetempo, nella sospensione della coscienza, fa strani sogni, in cui compaiono personaggi misteriosi, e i suoi sogni sono così vividi che sembrano reali.
Per questo, sono convinta che nella sua vita vi sia un segreto avvincente che Pierre, Falco, la sorprendente Cassandra, Joe Di Benedetti, Anton, Mauro Franchi e Catia Poli ci aiuteranno a scoprire.

Elle Fanning

Elle Fanning


Capitolo 1 

      Preoccupazioni quantiche di Cristina: ragazza strana, scrittrice, cresciuta con i giocattoli impigliati nei capelli della sua Fantasia.

Primavera 2015, New York.

Cristina è una strana ragazza.
Cristina non ha pace. Ha paura di tutto. Teme il futuro. Quando parla del passato, ripete «Sono cresciuta con i giocattoli impigliati nei capelli della mia Fantasia. Sono spaventata dai mondi capovolti, dal cosmo multiverso. Ho il terrore d’inciampare nelle stringhe vibranti, e smarrirmi fra le pieghe del tempo.»
Cristina fa la scrittrice.
Cristina quando dorme, sogna. Fa sempre lo stesso sogno. Sogna una schiera di giocattoli, che invade la sua camera attraverso la serratura, le feritoie della porta e della finestra. I più intraprendenti arrivano su una mongolfiera colorata. Si lanciano. Entrano. Affollano la stanza. Si arrampicano ai capelli, per entrale nella testa. Cristina teme che le rubino i sogni, o che siano i sogni irrealizzati a svegliarsi nel sonno.
Cristina è stanca di combattere contro il panico del vuoto, la paura del nulla, l’estensione del multiverso. Cristina, a volte, pensa: “Le dimensioni del multiverso sono smisurate. Di conseguenza, esistono altri esseri uguali a noi. In qualche bolla lontanissima c’è un’altra me. Agisce come me. Ha le mie stesse paure. Le due me non si incontreranno mai, perché la distanza che le separa è impensabile e non bastano tutte le particelle dell’Universo a scrivere le cifre dei chilometri.”
Cristina quando si sveglia, scrive. Scrive per non pensare.
Scrive per non cedere alla follia.

Leggi l’intero romanzo.


   Il viaggiatore.

In un altro tempo.

Alba.

In un’altra dimensione, in un’alba grigia e fumosa di un altro tempo, qualcuno guarda dall’alto una città, disegnata da una miriade di luci al neon. Sotto di sé, scorge i tetti di cotto, terrazze bitumate con i condizionatori d’aria e i depositi dell’acqua, un’arteria trafficata, un lungo viadotto di cemento armato, su cui dei treni sfrecciano, in una direzione e nell’altra, infuocando le rotaie incandescenti. I vagoni passano veloci davanti a un palazzo di cristallo e fiancheggiano case e altri edifici.
Occhi pieni di attesa scorgono il terminal di un aeroporto e il vasto parcheggio tutt’intorno, mentre le insegne colorate si mescolano ai cartelloni pubblicitari e ai segnali stradali, fra corsie, segnaletica spartitraffico, strisce pedonali zebrate e transenne di sbarramento a losanghe bianche e rosse.
Una piccola macchia verde, non più grande di un’unghia, è una tenda da sole, e se ne vedono altre, bianche, a righe gialle e arancio, davanti ai negozi, lungo la strada.
L’occhio dello sconosciuto si sofferma sulla via in cui transitano rapide le automobili, che lasciano lunghe scie, colorate di vento, al loro passaggio.

Alla fermata del taxi, una macchina gialla si stacca dal marciapiede, e parte.
Parte, per condurre altrove quel qualcuno.


   Il viaggiatore anziano.

Nello stesso tempo, Milano.

Pomeriggio.

Intanto, un uomo anziano con indosso una camicia a quadri rossi e blu su fondo bianco, avanza nel traffico urbano, con una valigetta in mano. Tenta di attraversare la strada, ma davanti a lui, paralizzato dal marasma cittadino, c’è un pullman rosso, sulla cui fiancata si leggono messaggi pubblicitari, scritti a caratteri blu e bianchi, e i numeri: 471 – 4039806 ben visibili, di sicuro, un riferimento telefonico. La vista dell’uomo è bombardata da una quantità di stimoli: palazzi elevati, condomini, lampioni, passanti, vetrine, fronde di un ipotetico albero, appena intuito.
Una macchina rossa, sopraggiunge veloce, supera l’autobus e lo costringe a fermarsi, per non essere investito.
“Tutti corrono. Tutti hanno fretta di andare. Andare. Ma dove?” sembra pensare l’uomo con la valigia in mano.
Intanto, squilla il cellulare che ha infilato nel taschino della camicia: «Pronto.» risponde. «Ciao, Lisa. No, Lisa. Non venire a prendermi… È inutile. Sono a un isolato da casa. Sono appena sceso dalla metropolitana e, fra cinque minuti, sarò da voi.»


   Il neurochirurgo.

Nello stesso momento, Milano.

Pomeriggio.

Nell’ospedale Niguarda, un neurochirurgo porta a termine un delicato intervento, per asportare un meningioma dal cervello di una donna. È affaticato, ma fiero per averle salvato la vita o, per lo meno, di averle regalato altro tempo da vivere.
“Cinque anni. Cinque, almeno.” pensa, senza che sul suo volto compaia l’ombra di un sorriso. “Mille e ottocento venticinque giorni da trascorrere con i suoi figli.” calcola, mentre toglie dal viso la mascherina, con gesti calmi e consueti.
Poi, sfila i guanti, e li getta nei rifiuti speciali, sopra la maschera verde. Si avvicina al lavabo, gira contemporaneamente le manopole dell’acqua fredda e calda, pone le mani sotto il getto bollente e inizia a strofinarle, in modo energico, con il sapone disinfettante, prima i palmi, poi il dorso, fino agli avambracci.
Intanto, la sua mente ripete: “Anche un anno è tanto per chi, come l’essere umano, è destinato a vivere una scheggia di tempo.”
Sfrega con rabbia la pelle, mentre già pensa al percorso in macchina verso casa, smarrito nel traffico, nel tentativo di annullarlo, abbandonandosi al suono della voce di Billie Holiday.

Immagina il volto sorridente di Lisa, la moglie, che lo avvolge nel suo sguardo morbido, da ventitré anni, in cui lui si lascia sprofondare, senza riuscire a coglierne la profondità.
«C’è sempre un po’ di mistero nel tuo sguardo.» le ripete, spesso.
Lisa sorride, senza immaginare o chiedersi cosa intenda Fabio con quelle parole, mentre il suo sorriso solleva, appena, le labbra e gli zigomi alti chiudono la coda dell’occhio, facendo il suo sguardo ancora più intimo e pieno di fascino.
“Oggi, ci sarà anche Anton. Dovrebbe essere già a casa.” pensa, mentre asciuga le mani e si propone di chiamare Lisa per chiederle, se il padre è arrivato. “Fra qualche giorno torneranno anche i ragazzi, e la famiglia sarà al completo.” si dice, avviandosi verso lo spogliatoio, dove ha lasciato i propri vestiti.


   Un sonno agitato.

Primavera 2015, Milano

Mattina

Joe Di Benedetti dormì un sonno agitato, quella notte.
Aprì gli occhi, prima che la sveglia suonasse. Quando vide che erano le otto, infilò la testa sotto le coperte, imprecando: «Azz, oggi che potevo dormire fino alle dieci…»
Prese a pugni il cuscino, che sprofondò sotto la potenza dei suoi muscoli. Se avesse potuto, il povero sacco, rigonfio di poliuretano, avrebbe gridato per il gran dolore.
Joe abbassò le palpebre sul blu delle sue pupille, che persino la notte ammirava, e si concentrò in attesa del sonno.
“Ancora un paio d’ore.” pregò, sul guanciale. “Voglio riposare ancora un po’. Azz’ o, che mi sono svegliato a fare po’?”  si chiese.

Joe era stanco.
Lui lavorava per vivere: faceva il pizzaiolo.
Non aveva mica il paparino che lo foraggiava. Ma il guadagno bastava, a mala pena, a mantenersi, e aveva bisogno di arrotondare con altri lavori saltuari, per gli sfizi, la palestra e quel suo progetto o “salto di qualità” che aveva in mente.


Capitolo 2

   Un tuffo nel passato di Joe.

Joe aveva vent’anni.
Faceva il turno serale alla pizzeria “A pizz’e Napule”, nel quartiere Lorenteggio. Era stato assunto quindici mesi prima, per l’esattezza da quando aveva rotto i ponti con la propria famiglia.
La causa del suo allontanamento da casa furono i continui litigi con il padre che avrebbe voluto un figlio diverso da lui: migliore, bravo a scuola, brillante e, soprattutto, laureato.
Joe, invece, aveva sempre incontrato molte difficoltà nello studio: la concentrazione era scarsa e la memoria lacunosa, dicevano gli insegnanti più comprensivi e gentili.
«Non sta attento.»
«È svogliato.»
«Si distrae.»
«Scrive male. Fa troppi errori ortografici.»
«Non studia.»
«Non ha ancora imparato le tavole pitagoriche.»
«Non sa fare undici più ventinove. Come se fosse un calcolo astronomico.» dicevano le maestre, quelle più rompiballe.
E così, mentre gli errori di ortografia e grammatica, le esitazioni nella lettura, la sintassi traballante, le incomprensibili regole della matematica e dei calcoli abbassavano i voti,  l’autostima calava a picco, in  modo proporzionale, con il grafico delle valutazioni.
Le incertezze scolastiche e gli aspri rimbrotti paterni fecero di Joe un ragazzino introverso e taciturno.
I commenti sarcastici, le risate crudeli e le prese per il culo dei compagni di classe, di fronte ai suoi insuccessi, alimentarono la disistima. E Joe iniziò a pensare a se stesso, come a uno sfigato.
Allora, si auto-emarginò in un angolo di mondo tutto suo, dove vivere in maniera serena. Non cercò la compagnia di bambini simili a lui. Non fece nulla per farsi accettare nel gruppo dei fighi, bulli o tosti o come dir si voglia. Si rifugiò in un’area che corrispondeva, press’a poco, alla zona cucina di casa, con una spiccata preferenza per l’angolo frigorifero e distributore di merendine e bibite a scuola.

Il suo attaccamento al cibo fu un vero disastro.
A dieci anni, Joe era un ragazzino grassottello, con un bel viso e gli occhi blu, che le bambine non si filavano per niente.
Non lo guardava neppure Alice, la «secca-secchia-occhialuta» del primo banco.
E questa circostanza aggiungeva umiliazione allo smacco che la vita da studente gli riservava.


      Cristina, ragazza strana, scrittrice al primo racconto.

Cristina a dieci anni scrisse la prima storia.
Accadde all’improvviso sull’onda di un’emozione o di un impulso creativo, non rammentava  bene le circostanze.
Aveva dimenticato. Erano tanti i ricordi smarriti nella nebbia del passato.
I protagonisti del racconto erano, non a caso, un bambino e un cane, dato che lei amava gli animali, e si occupava del suo cagnolino, con cui trascorreva molto tempo a giocare.
In tal modo, vinceva la solitudine, dato che la vicinanza dell’amico a quattro zampe aveva un potere benefico sul suo spirito.
La storia che inventò era ricca di cuore e senso, e Cristina la conservava nel libricino dei pensieri puri.

“C’era una volta un bambino solo, che viveva in una gran casa isolata, in mezzo alla campagna. Il ragazzino era malinconico. Trascorreva intere giornate nella solitudine e nel silenzio. Non vedeva anime vive attorno a sé per molte e molte ore. Non c’erano adulti con cui parlare e neppure bambini con i quali giocare.
Il bambino, d’estate, se ne stava quieto e muto sotto un gelso secolare e aspettava. Passava le giornate nell’attesa di qualcosa, di qualcuno. Però non accadeva mai nulla. Nei caldi pomeriggi se ne stava assopito, per ore, al piacevole fresco delle folte fronde del gelso, che producevano un’ombra scura e fredda che, a volte, gli dava i brividi lungo la schiena.
Un giorno, il ragazzo si sedette ai piedi dell’albero, appoggiò la schiena contro il tronco e guardò in lontananza. Vide la casa, il viottolo che conduceva all’orto, gli ulivi, i campi di grano dorato, il torrente, la strada nera e sottile che s’inerpicava tra i calanchi e scorse le colline punteggiate da case. Il bambino non sapeva nulla degli uomini e non conosceva il mondo. Socchiuse gli occhi, rapito dal sonno.

A un tratto, avvertì accanto a sé una presenza. Si scosse dal torpore e, proprio davanti a lui, comparve un uomo. Lo sconosciuto era giovane e lo guardava, e gli sorrideva. Il cane dell’uomo gli si avvicinò, scodinzolando.
E lui si ritrasse.
«Non avere paura. È un animale buono» assicurò lo sconosciuto.
Il piccolo si tranquillizzò e allungò una mano verso la bestia, che incominciò a leccarla. Il ragazzo rise, e accarezzò sulla testa il piccolo meticcio nero, prima timoroso, poi sempre più sicuro e affettuoso.
«È vero, è proprio bravo!» disse, senza smettere di far scivolare la mano sul capo del meticcio.
«Sì. È il mio compagno di viaggio.»
«Chi sei?» chiese il ragazzino, soffermando lo sguardo sul volto sereno dello sconosciuto.
«Sono un viandante!» rispose lui, e sollevò le labbra e gli angoli delle palpebre in un lieve accenno di sorriso.
«Dove vai?» domandò il bambino, con un’improvvisa curiosità.
«Torno a casa.»
«Hai viaggiato molto?»
«Sì. Ho visto posti inimmaginabili. Ho incontrato stranieri, ho conosciuto cose e mondi impensabili.»
«Io non so com’è il mondo. Non ho visto niente. Non so nulla!» ammise il ragazzino.
«Non hai un maestro?»
«No. Sono solo.»
«Vuoi partire con me?»
«Non so!»
«Vieni. Viaggeremo. Sarò la tua guida.»
«E se poi volessi tornare?» fece, dubbioso.
«Tornerai!»
L’uomo, il ragazzo e il cane partirono. Viaggiarono giorni e giorni. Videro paesi e città. Incontrarono persone d’ogni genere e razza. Il bambino scoprì le alte montagne e le verdi pianure. Vide la neve, i ghiacciai, i fiumi, i laghi. Scoprì il mare e i pesci. Nuotò con i delfini. Osservò il volo degli aironi. Desiderò volare.
Planò nel cielo azzurro sul dorso di un ippogrifo. Sorvolò una pianura, solcata da un torrente, scorse i calanchi, la casa grande, il gelso. Ebbe paura di cadere.
Aprì gli occhi. Avvertì i forti battiti del suo cuore, e sentì la schiena saldamente appoggiata al tronco.
“Ho sognato?” si chiese.
Poi si guardò attorno, e ritrovò il suo mondo. Accanto a lui, sdraiato sul ventre, c’era il meticcio nero.

«Arf!» il cane guaì e stese le zampe anteriori verso di lui.
«Ruff!» guaiolò, e pose il muso sulle zampe.
Il ragazzo gli fece una lieve carezza. Capì tutto.
L’uomo era ritornato là, da dov’era venuto, perché non poteva rimanere, ma gli aveva lasciato un fedele amico. Quel cane che ora lo fissava con gli occhi umidi e supplichevoli divenne, poi, il suo compagno di giochi. Il ragazzo non si separò mai dal cane, giacché era il dono, il legame tra lui e l’uomo.”


Cristina e la scrittura.

Cristina scriveva tutti i giorni.
Una forza divina, come una Musa, la ispirava e le imponeva di narrare una storia, scrivere un verso limpido e intenso, annotare un pensiero che nasceva dal cuore, o confidarsi con il proprio diario.
L’ispirazione fluiva dal suo animo simile al respiro di un dio interiore, e la creatività sgorgava con l’irruenza e la freschezza di una fonte d’acqua, tanto che neppure il male e le fratture del mondo potevano contaminarla. Ed era solo attraverso l’azione del creare che Cristina riusciva a vincere le inerzie dell’esistenza, e a sentirsi viva.

Da bambina, quando la maestra le chiedeva: «Cosa vuoi fare da grande?», lei rispondeva: «la scrittrice.»
«Perchè?»
«Mi piace raccontare belle storie che fanno sentire le farfalle dentro, come la favola di Biancaneve, o La bella addormentata. »
«Scrivere è faticoso. Devi stare seduta tante ore. Non puoi giocare, o uscire con la comitiva.» insisteva la maestra.
«Non importa.» replicava imperterrita. «Troverò il tempo anche per gli amici.»
«È un lavoro da fame. Le persone non leggono, e gli editori sono in crisi.»
Lei non cambiò idea. Il bisogno di dare voce ai giocattoli impigliati nei capelli della sua Fantasia era imperioso.

A quindici anni, uscire con le amiche non bastava, e pomiciare con il ragazzo non era sufficiente a tenere a bada la Fantasia. Le antiche Ossessioni, le arcaiche Fobie e, persino, le recenti Icone e le faccine del web la tormentavano. E le preoccupazioni quantiche non erano cosa di poco conto.
Narrare era la sola salvezza. Cristina scriveva i suoi racconti e li sottoponeva al giudizio delle amiche, da cui pretendeva sincerità totale  e critiche impietose.
«Altrimenti siete fuori dalle mie storie!» minacciava, osservando le loro espressioni e i gesti, per cogliere anche i pensieri al minimo segno, al cenno di un sopracciglio, dalla postura del corpo, o di una mano.

«Qui la trama non regge.» diceva una, accarezzandosi il mento.
«I dialoghi sono lunghi e fanno cagare.» affermava un’altra, e allargava le braccia sconsolata.
«Tu parleresti così?» chiedeva la più scafata del gruppo, scuotendo appena le mani  dalle dita giunte “a becco di pappagallo”.
Il “becco di pappagallo” era il segno più temuto e, quando Cristina vedeva quel gesto interrogativo,  sapeva che c’era bisogno di lavorare ancora tanto al linguaggio, alla trama, o alla definizione di un carattere, che non era cosa facile.
«Questo personaggio non va bene.» le diceva l’amica del cuore, mentre pensava ai consigli da suggerirle, per aiutarla a costruire una storia perfetta, con personaggi veri e credibili, in cui ogni lettore avrebbe voluto identificarsi.
Cristina imparò in questo modo la sua professione.
A diciassette anni, pensava: “Non sono mica stupidi i lettori. I protagonisti devono amare e soffrire davvero. Il linguaggio, lo stile, la trama, i colpi di scena, il finale sono importanti.”
Giurò di scrivere romanzi belli, in cui l’incipit prometteva: «Ti farò emozionare» e le pagine successive, in un crescente coinvolgimento, facevano desiderare «e poi? e poi?», sino all’epilogo risolutivo.


   Un salto nel passato di Joe.

A tredici anni, qualcosa mutò nella vita di Joe.
Il cambiamento fu tanto inatteso, quanto inevitabile. Successe tutto nel giro di pochi minuti un martedì mattina, durante l’ora di Educazione Motoria.
Alle otto e cinque, Joe rispose “presente” all’appello del professor Brunetti e iniziò la corsa di riscaldamento con i compagni di classe, intorno al perimetro della palestra. Joe stentava a tenere il ritmo e, dopo pochi giri,  ansimava, e le gambe dolevano.
«Forza, muoviti. Su, alza quelle ginocchia!  incalzò il professore.
«Cos’hai fatto ieri?» chiese, poi.
Joe non rispose, e si sforzò di correre accanto al proprio compagno. Ma invano, il corpo non collaborava.
«State seduti troppo tempo davanti alla TV e ai videogiochi.» strillò l’insegnante, tra gli echi dei passi sotto la volta  di legno.
Joe si morse le labbra, ma tenne il ritmo, sia pure a stento.
«Di Benedetti, quante merendine hai buttato in quella caz…volo di pancia, ieri?» chiese l’insegnante, inveendo contro di lui.
Circostanze simili, Joe ne aveva subite tante. Troppe.
«Non sono cazzi suoi, professor Brunetti.» replicò, fermandosi sulla linea laterale del campo da pallavolo. «A lei deve riguardare come svolgo gli esercizi.»
L’uomo si irrigidì al centro campo, e ammutolì per la sorpresa. Non se l’aspettava da lui una simile risposta.
Quando si riebbe, gli si avvicinò e, in tono severo, esclamò: «Ehi! Bamboccio, guarda che la mia disciplina prevede l’insegnamento delle buone regole alimentari e non solo la corsa, i saltelli, le partite e tutto il resto.»
«Va bene. Però m’impegno. Anzi, vedrà di cosa sono capace.» rispose Joe, in tono deciso.
«Sto aspettando, da due anni.» fece l’insegnante, meno aspro.
Poi gli voltò le spalle, per tornare in mezzo alla palestra. Ma, all’improvviso, volse la testa verso di lui, e lo fissò con lo sguardo accigliato.
«E non dire parolacce, ragazzino.» intimò, torvo.
«Neanche lei, professor Brunetti!» rispose Joe, con le braccia lungo i fianchi e lo sguardo alto e fiero.
I compagni che, fino a quel momento, avevano assistito al battibecco in silenzio, sfruttando il momento per riposare un po’, scoppiarono in una fragorosa risata.
«Basta. Marsh. Avanti. Pedalare. Pedalare. Vi ho mai detto di fermarvi?» fece il professore furibondo.
Anche Joe riprese la corsa e, quando raggiunse il suo posto nella fila, capì che tutto era cambiato nel giro di quei pochi attimi. Nulla sarebbe stato più come prima, poiché i ragazzi fighi e quelli popolari gli batterono il cinque e le ragazze lo guardarono, come se lo vedessero per la prima volta.
Da quel momento, Joe iniziò a frequentare la palestra vicino casa e a trascorrere meno tempo sul divano e accanto al frigorifero. Nel giro di un anno, smaltì i chili in eccesso e, come diceva la madre, incapace di celare l’orgoglio per la tenacia del figlio, “buttò via la pancia» e divenne “bellissimo”.
La terza media fu l’anno del cambiamento. La metamorfosi trasformò Joe, “lo sfigato” in un figo pazzesco, il ragazzo timido in un bel tenebroso, che faceva stragi di cuori femminili, e il bambino educato in un “bad boy”, che alternava gli stati depressivi ai momenti di grande euforia, in cui si trascinava dietro l’intera classe, facendo dannare gli insegnanti.

A quattordici anni, la scelta dell’indirizzo di studi divenne un piccolo dramma familiare, che vide lui e la madre schierati contro il padre.
«Joe è bravo nelle attività pratiche.» affermò il coordinatore di classe, durante un colloquio di orientamento. «Ha dimostrato un grande interesse per l’alimentazione, tanto che ha svolto una ricerca originale e innovativa sull’argomento.»
«Piena zeppa di errori.» obiettò il padre.
«Sì, ma l’ha esposta con sicurezza e competenza.» replicò il docente.
Il padre controbatté, in maniera aspra, e senza curarsi di ferire il proprio figlio, che un lavoro come quello era in grado di produrlo anche l’ultimo degli stupidi.
Una stilettata nel petto lo avrebbe colpito con minore violenza e, quando ripensava a quel momento, Joe soffriva, ancora.
Ricordava che il docente aveva reagito con insolita veemenza, a suo favore. “Strano.” aveva pensato. “In genere i professori e i genitori sono in sintonia.”
Quando l’insegnante aveva ribattuto: «Signor De Benedetti, le abbiamo consigliato più volte di rivolgersi a un centro specializzato nella diagnosi della dislessia e della discalculia, perchè siamo convinti che suo figlio abbia un Disturbo Specifico di Apprendimento o DSA, che sarebbe opportuno certificare. Senza contare che una segnalazione faciliterebbe il percorso scolastico di Joe.»
Forse, le parole del docente, forse la caparbietà di Joe e l’appoggio materno convinsero il padre a cedere all’evidenza.
Acconsentì che Joe si sottoponesse ai test e s’iscrivesse all’Istituto Alberghiero.
Alle superiori la sua vita fu meno tormentata: gli era stato, infine, riconosciuto il disturbo specifico di apprendimento, e, nonostante le immancabili difficoltà, nelle esercitazioni di laboratorio Joe risultava il migliore del corso. A tal punto eccelleva, che acquistò maggiore fiducia in se stesso, iniziò a frequentare anche la sala pesi nella palestra vicino casa e si lasciò desiderare dalle ragazze. Costruì un bel fisico, tartarugato nei punti giusti, adottò un abbigliamento da duro, capì che un pizzico di mistero affascinava le donne, e cominciò a fare stragi di cuori.
Nei cinque anni di superiori mieté più vittime lui di Zac Efron.

Dopo il diploma, scoppiò un altro dramma familiare. Questa volta la scintilla fu la scelta della Facoltà universitaria. I genitori litigavano sul suo percorso accademico, mentre lui escludeva in maniera categorica l’idea di proseguire gli studi.
Fu dopo una delle tante liti che decise di andarsene di casa, e, quando lo scelse il proprietario della pizzeria: un napoletano verace, nato a Milano da padre di Forcella e madre avellinese, offrendogli in affitto il bilocale, lasciato libero dal pizzaiolo tunisino che, da un giorno all’altro, lo aveva piantato in asso, per andare a combattere a fianco del nuovo califfo, lui accettò.
Fece i bagagli, salutò i genitori, e si trasferì in via degli Astri, a due passi dalla pizzeria, lasciando la madre in lacrime e con il cuore straziato e il padre furioso, neanche fosse partito anche lui per arruolarsi nell’esercito dell’ISIS.
Da allora, era trascorso un anno, e lui sentiva di avercela fatta.
Era stato un periodo duro, a tratti insostenibile, ma aveva resistito.
“L’ho sfangata.” si ripeteva, mentre progettava il prossimo passo, quello che lui definiva “il salto di qualità.”
Ma per quello c’era tempo.


Capitolo 3

   Mauro Franchi, agente letterario per passione.

Primavera 2015, Milano.

Mattina.

Appena entrò nel suo ufficio, Mauro Franchi accese il computer, e scorse l’interminabile elenco di e-mail, giunte quella mattina, alla ricerca di un nome, un titolo, un segnale che indicasse, fra i tanti messaggi di anonimi “illustrissimo editor…”, lo scrittore geniale, la rivelazione dell’anno, l’autore del romanzo più letto e venerato del secolo, un nuovo “Dante”, capace di reinventare la letteratura. Che molti aspiranti scrittori e autori famosi si rivolgessero a lui, per vie dirette o tramite intermediari, era ovvio e plausibile, dal momento che lui era il migliore agente letterario sulla piazza.
Mauro Franchi era un uomo di successo, di bell’aspetto, prossimo ai trentacinque anni che, dieci anni prima, aveva fondato l’agenzia “A.L.Ma.F.” e, in poco tempo, si era affermato nel mondo della carta stampata e del libro digitale con opere di successo.
Era uno degli uomini più corteggiati dai principali gruppi editoriali, fiduciosi nel suo gusto artistico ma, soprattutto, nel suo fiuto commerciale, supportato nelle sue scelte da una fitta rete di collaboratori fra lettori, critici, librai, bibliotecari e agenti di ogni nazione.
“Scopritore di talenti.” questo era Mauro e la definizione gli garbava parecchio.

Fra le tante e-mail, la sua attenzione andò subito a quella del suo agente a New York.
Lesse le poche righe e fece un sospiro di sollievo.
Cristina D’Amore, la creatura più fulgida fra i tanti astri della narrativa contemporanea, la sua pupilla destra, stava per essere dimessa dalla Clinica, in cui era ricoverata da mesi.
Seguivano le informazioni sulla partenza, l’arrivo della ragazza a Malpensa e poche raccomandazioni, riguardanti le terapie e un supporto psicologico. L’umore di Cristina era ancora instabile e le zone d’ombra tante, scriveva James Green. Il processo di guarigione si era arrestato
a un punto “nevralgico” e, in questa situazione, il rientro in Italia e la ripresa del lavoro potevano favorire la guarigione.
“Non aspettatevi miracoli. La convalescenza potrebbe durare mesi o degli anni.” diceva Green. “Tutto dipende da una serie di fattori imponderabili che hanno luogo nella psiche della ragazza.” seguivano i saluti e la promessa di una visita in Italia.
Mauro si accarezzò il mento, dubbioso, e impiegò un attimo a capire che avrebbe dovuto prendersi cura, prima della persona sofferente, e poi della scrittrice che, ogni due anni, regalava ai lettori un romanzo, campione d’incassi.
Non perse tempo in inutili pietismi, si alzò, percorse il corridoio, e bussò all’ultima porta in fondo, su cui c’era una targhetta d’ottone con sopra inciso: Catia Poli.
“Con qualche svolazzo di troppo”, pensò, come tutte le volte che posava lo sguardo su quella scritta.
“Ma lei l’ha voluta così!” si disse, scuotendo la testa.
«Catia.» esordì, senza attendere.
La donna, sua ineguagliabile collaboratrice, tollerava la sua irruenza, da anni. «Dimmi, Mauro. Hai preso la criptonite anche oggi?» chiese, senza scomporsi, mentre le sue labbra rosso fuoco abbozzavano un mezzo sorriso.
«Niente affatto.» fece lui, guardando il suo viso, truccato alla perfezione, che sbucava da una chioma rosso Tiziano con shatush fucsia sulle punte, neanche fosse una modella, uscita da una pagina di Vogue.
«Torna Cristina D’Amore.» disse Mauro, con le dita ancora appoggiate alla maniglia della porta.
Catia divenne seria, e chiese: «Quando?»
«Venerdì prossimo.»
«Tu come lo sai?»
«Ho appena ricevuto una e-mail da James.»
«Cos’ha scritto.»
«Ha recuperato, ma non è guarita del tutto.»
«Come dobbiamo comportarci?» domandò Catia, puntando i gomiti sul ripiano davanti a sé, e poggiando il viso sui palmi delle mani.
«Non ho la più pallida idea.» ammise lui, sedendosi sulla poltrona di pelle nera, di fronte alla sua scrivania. «Fatti venire in mente qualcosa.»

«Ma cosa?» domandò la donna, allargando le braccia.
«Dobbiamo affidarla a uno specialista.» disse Mauro. «Tu non andavi in analisi?» chiese, guardandola con sguardo indagatorio, come se si fosse appena ricordato di una vecchia informazione.
«Sì, ci vado ancora.» ammise lei, annuendo, come se la cosa fosse ovvia.
«Non avevo dubbi.» fu il commento sarcastico di Mauro.
«Guarda che dovresti andarci anche tu!» esclamò lei, scuotendo la testa.
Lui abbassò il mento, strinse le palpebre, e la guardò torvo. «Intanto, telefona al tuo psichiatra, e fissa un appuntamento.» disse.
«A nome di chi?» chiese lei.
«Tuo, naturalmente. Gli spieghi la situazione, e poi accompagnerai Cristina, la prima volta.» così dicendo, si alzò, e imboccò l’uscita.
Sulla soglia si fermò, si volse verso Catia, ed esclamò: «Sei troppo sobria, vestita di nero, e gli stivali hanno poche borchie.»
Poi uscì in corridoio, e tornò nel suo ufficio, certo che Catia avrebbe svolto un ottimo lavoro anche questa volta.


   Il ritorno di Cristina.

Cristina arrivò a Milano, ignorando le ragioni profonde che l’avevano condotta in quella città. Aveva aderito, senza opporre alcuna resistenza, ai consigli dei medici che le avevano suggerito di vivere vicino a Mauro, che lei chiamava in tono affettuoso “quel rompiballe del mio agente italiano”.
E poi New York, liquida d’estate e cristallizzata dalle brume nel cuore dell’inverno, non era troppo diversa da Milano, pensava.

Cristina conosceva poco la sua anima, ma un problema ancor più serio l’angosciava ed era quell’insuperabile percezione di vuoto interiore, come se a tratti la memoria personale precipitasse nella “curva delle cose dimenticate”.  Altre volte, aveva la sensazione che il bravo regista della sua vita avesse affidato il montaggio del film a mani inesperte e queste avessero tagliato scene significative e indispensabili alla narrazione.
Sì, la sua linea del tempo era come una pellicola montata male: aveva dei vuoti, tali che lei vedeva scene nitidissime della sua infanzia, mentre altre si smarrivano nelle ombre notturne e alcune erano talmente sbiadite nelle nebbie fitte e misteriose, che sconfinavano nel nulla.
Talvolta, le capitava di seguire una traccia fumosa nei meandri della memoria tra una sinapsi e l’altra, ma qualcosa di amaro e pungente le sfuggiva. Si trattava di un ricordo angoscioso perchè, quando la coscienza si avvicinava troppo al limine dei vaghi fenomeni interiori, lei avvertiva un dolore fisico, una morsa proprio lì nelle viscere, finché i battiti del cuore divenivano rimbombi nella sua testa.
Allora distoglieva il pensiero dai ricordi e dormiva o scriveva.

Cristina andò ad abitare nel quartiere Lorenteggio, in un palazzo vicino alla ferrovia, in via delle Rose, anche se avrebbe desiderato vivere lungo i più romantici “Navigli”, per sentirsi un po’ come a Venezia, e respirare la medesima atmosfera struggente.
“Il quartiere è squallido e l’ambiente degradato.” si disse. “In compenso i nomi delle vie sono poetici. Vale l’intenzione.”
Quando passava un treno, lei sobbalzava alle vibrazioni dei pavimenti e al tintinnio dei vetri.
“Sembra un terremoto!” pensava.
Faticò ad adattarsi e, le prime notti, non chiuse occhio. Contò i convogli sfreccianti, e si accorse che ognuno aveva un proprio sferragliamento. Dopo pochi giorni, distingueva i rumori rampanti delle frecce dai suoni ferrosi e cupi dei regionali, in movimento da troppo tempo.
“Chissà quante storie sanno i treni?” si domandava, con gli occhi spalancati e la psiche sovreccitata dallo stridio delle ruote sulle rotaie, dallo sballottamento continuo dei vagoni e dai fischi acuti delle locomotive all’arrivo nella stazione.
Durante le notti insonni, le Fobie, più perfide delle Erinni, assalivano la sua mente e lei, come sempre, si smarrì nel vuoto cosmico e nelle pieghe del tempo infinito. Non sognò i giocattoli che si arrampicavano ai capelli della sua Fantasia e, di giorno, non scrisse.
“Caspita! Sono fottuta! Devo consegnare il romanzo. Bisogna trovare qualche buona idea per il finale.” pensò, mordicchiandosi il labbro inferiore.


   Il viaggiatore giovane.

In un altro tempo, ore 6.00 a. m.

Nel taxi giallo, appena partito, un ragazzo dalla carnagione chiara, la barba di tre giorni, i capelli corti e biondi, con sfumature rossicce, che gli danno un’aria da adolescente di vaghe origini celtiche, osserva la vita che si agita intorno a lui, attraverso i vetri del finestrino.
Siede calmo, impassibile sul sedile posteriore.
Indossa una felpa nera a maniche lunghe, con il cappuccio chiuso al collo da una coulisse. Ha sottili lacci di pelle, intorno al polso destro, e un bracciale, anche quello una striscia di cuoio, larga e piatta, decorata con piccole borchie, al braccio sinistro.

Se qualcuno lo osservasse con premura, noterebbe un filo di stanchezza sul viso, il misurato equilibrio del corpo, l’autocontrollo dei gesti o, forse, la noia della vita. Nel suo sguardo vedrebbe l’anima tesa a qualche sogno importante, e gli astri negli occhi.
Un osservatore superficiale direbbe che ha l’aria di chi, arrivato da poco in città, si guarda intorno, e osserva tutto ciò che lo circonda con curiosità.
Ma lui, no. Lui ha stelle e cielo nelle pupille febbricitanti e fissa, attento e imperturbabile, solo i palazzi, i ponti, i parapetti, le piante, i lampioni e tutto ciò che si eleva verso l’alto, o corre lungo un tragitto modulare, e pare disinteressato a tutto il resto.
“Voglio viaggiare, fino a raggiungere le stelle.” sembra pensare il ragazzo, vestito di nero.


   Il viaggio di Anton.

Nel medesimo tempo, Milano.

Pomeriggio.

L’uomo con la camicia a quadri si chiama Anton.
Anton è appena giunto a Milano dalla provincia, dove non accade mai nulla e gli unici eventi che fanno parlare gli uomini al bar e le donne in oratorio o dal parrucchiere sono le nascite, le morti, i tradimenti, la politica e il calcio. 
L’uomo si districa nel traffico cittadino, e procede verso l’abitazione di Lisa, sua figlia.
Anton ha settantatré anni, ed è in pensione da uno. Era pronto a viaggiare e a godersi la vita con la moglie, ma Anton è vedovo da sei mesi. La moglie se l’è portata via un carcinoma intestinale.
È stato un duro colpo per lui e, ancora, non si è abituato a vivere da solo.
Lei riempiva la casa e la sua vita. Era piena di energia e di aspettative, e sorrideva sempre. Era stata la sua prima donna e l’unica. Lui sapeva d’essere stato il primo, anche se non se lo erano mai detto, per pudore.

Anton soffre di solitudine, e si sente inutile. Sta raggiungendo la sua unica figlia, con cui trascorrerà qualche settimana, giusto il tempo necessario per fare alcune visite specialistiche e diagnostici. Il cuore gli fa strani scherzi, certe volte.
«Papà vieni a stare con noi.» gli ripete Lisa, ma lui desidera la sua indipendenza e, poi, è troppo abituato al paese, alle nebbie, alle brezze del Sebino, alle torbiere e alla pesca.
«Non posso vivere in città. Mi mancherebbero gli amici e il lago.» le risponde, mentre lei gli passa un braccio intorno alle spalle, e lo stringe a sé.
Anton è giunto a destinazione. Suona il campanello.
«Sono io.» dice, avvicinandosi un poco al citofono.
«Hai tanti bagagli, papà?» domanda Lisa.
«No, ho solo un borsone. Non scendere. Faccio da solo.» raccomanda.
Lui non vuole essere aiutato. Le premure lo fanno sentire vecchio e, ancora, più inutile.

Anton apre la porta a vetri, ed entra. Si dirige verso l’ascensore, pigia il pulsante, e ne attende l’arrivo, davanti al cancello in ferro battuto.
Guarda verso l’alto, e vede scendere la cabina di cristallo. Quando arriva, apre il battente, e sale. Richiude prima l’antico cancelletto e poi la porta moderna.
Schiaccia il bottone con il numero tre.
Primo, secondo, terzo piano.
Attraverso le vetrate, scorge Lisa che si sporge dalla balaustrata del pianerottolo, per vederlo arrivare.
Anton ha un tuffo al cuore.Per un attimo, le ha ricordato lei. Lisa è bella, bruna e slanciata come sua madre.
Le assomiglia sempre più, ora che è una donna matura.
Lei lo abbraccia e lo bacia sulle guance, cerca di togliergli la borsa da viaggio dalle mani, ma lui le dice: «Lascia, lascia. Ce la faccio. È leggera.»
Entrano, litigandosi la valigia, e si chiudono la porta alle spalle.


   Il viaggio di Fabio.

Nel medesimo tempo, Milano.

Pomeriggio.

La voce roca di Norah Jones intona “Chasing Pirates”.
Fabio, fermo davanti a un semaforo rosso, guarda la lunga fila di macchine, alla sua sinistra e una piccola folla sull’attraversamento pedonale, a destra.
Non gli è mai piaciuto guidare nel traffico cittadino, pensa, soprattutto durante l’ora di punta.
A un tratto, una motocicletta di grossa cilindrata lo affianca, a destra, e i passanti la guardano preoccupati. Si capisce che il guidatore ha intenzione di schizzare avanti, appena verrà il verde.
Aggrappato a lui, s’intravede un passeggero. Viaggiano su una Honda con la vernice nera metallizzata, che romba a ogni sgasata del ragazzo.
I due motociclisti indossano entrambi un casco rosso con una fiammata nera ai lati, e a Fabio basta una rapida occhiata per capire che chi guida è un giovane, mentre il passeggero è una ragazza minuta, scura di carnagione. Fabio intravede le sue mani, strette al petto di lui e una ciocca di capelli corvini, lisci e sericei, che svolazza, discinta, sulle spalle.
Lei indossa dei blue-jeans, una maglietta bianca a maniche lunghe e un gilet imbottito. Il giovane porta una tuta termica nera e stivaloni scuri.
Come aveva supposto, spariscono in un baleno, davanti a lui, al primo balugino di verde.
Fabio segue la motocicletta con lo sguardo, in lontananza, mentre sfreccia sotto un grattacielo che si perde, solitario, nell’orizzonte fumoso.
E si chiede perchè i giovani sfidino la vita, anziché averne cura.
“Forse, si credono immortali.” pensa.
Accanto alla strada, un edificio chiaro a forma di cubo, si smarrisce fra le stoppie taglienti come selci nel terreno arido della periferia, gli fa compagnia un triste palo elettrico che sorregge, da anni, i cavi dell’alta tensione.
Indifferente a tutto, una vettura bianca sorpassa una donna su una Yamaha fiammante, sfreccia sotto un cartellone pubblicitario, e svanisce nel traffico.
La motociclista sembra un’immigrata, venuta in Italia a cercare una vita migliore. Ha l’aria di una domestica filippina, I vestiti che indossa sono modesti e parlano di una vita marginale.

Fabio è quasi giunto a destinazione, quando squilla il cellulare. Preme sull’icona con il telefono verde del navigatore satellitare, e risponde. È Lisa.
«Papà è già qui.» gli dice. «Tu quando arrivi?» domanda.
«Sono quasi a casa.»
«Va bene, allora preparo gli aperitivi.» fa lei.
«Ottimo, a tra poco. Ciao, Lisa.»


Capitolo 4

L’irruzione di Pierre nella vita di Cristina.

Nottetempo la vita di Cristina diveniva ancora più angosciosa e le lunghe ore insonni e oscure scorrevano lente e pesanti.
La notte, quando era sfinita dalla scrittura, la ragazza indossava il suo pigiama, o un camicione, si sdraiava nel letto e aspettava il sonno, che non veniva.
Una notte mise una camicia rosa, e attese il sonno. Il sonno non venne, e lei rimase con gli occhi sbarrati a fissare il buio della camera, appena rischiarato dalle luci della città.

A un tratto, udì un lieve fruscio cui seguì un greve silenzio. Poi, di nuovo, percepì un “fru, fru, fru” leggero, simile a un frullare di ali.
I palpiti dell’aria attirarono la sua attenzione; scrutò nella penombra informe, ma non vide nulla. Il frullo si fece più vicino e insistente. Fu allora che, accanto a sé, intravide un ammasso di piume a grandezza d’uomo. Il piumaggio nero e lucente risplendeva in riflessi metallici violacei e verdi, mentre le punte delle piume sfumavano nel bianco. Spalancò la bocca per urlare, ma la voce rimase in gola, bloccata dal terrore, e la mente smise di pensare.
Il piumaggio camminava su zampe rossastre, fra cui spuntava una coda corta, e trascinava un’ala ferita. Razzolava per la stanza a caccia di insetti di cui nutrirsi e, a ogni passo, il pavimento vibrava paurosamente. Mangiò con avidità la frutta nel cestino, infilandovi dentro il becco aguzzo, di un bel colore bruno giallognolo, con alla base una macchia azzurra, unico indizio del suo genere.
Il pennuto si accanì sui fichi e le ciliegie che Cristina aveva comprato quel pomeriggio.
Bevve dal suo bicchiere sul comodino, e andò all’altro lato del letto. Sprimacciò il cuscino con becco e zampe. Si distese e avvolse intorno al corpo il lenzuolo, a mo’ di nido.
Cristina rimase immobile, trattenne il respiro, e udì solo i battiti del suo cuore che percuotevano le tempie. Poi regnò l’immobilità del panico.

A un tratto, un grido stridulo ruppe il silenzio vuoto, cui seguì una quiete greve, sino a quando una voce nel buio urlò: «Falco ci attacca!»
Cristina tremò di paura, ma non ebbe neanche il tempo di riprendersi, che ai piedi del letto era già comparsa un’altra entità incorporea, avvolta in un mantello di raso nero, in tutto simile a un arcaico cerusico, che andava leggendo a voce alta delle frasi misteriche dal libro che teneva tra le mani.
L’ente oscuro si avvicinò all’essere che giaceva nel letto e, solo allora, Cristina si accorse che l’ala ferita era diventata un braccio umano, in cui il medico infilava una fleboclisi.
La ragazza osservò meglio la creatura distesa accanto a lei, e si accorse che aveva assunto le sembianze di un bellissimo ragazzo. Distolse subito lo sguardo dal viso sofferente del giovane, nel timore che potesse ridiventare una creatura del cielo, e sparire nel nulla.
Paralizzata nel corpo, priva di voce e volontà, Cristina continuò a seguire la scena che avveniva accanto a lei e, incapace d’agire, si lasciò avvolgere dalla litania dell’uomo, che il ragazzo aveva chiamato Falco.
Alla nenia misteriosa del dottore-lettore i muscoli contratti si sciolsero, il respiro divenne regolare e il cuore smise il tumulto che le aveva sconquassato il petto e percosso le tempie.
Senza rendersene conto, Cristina abbassò le palpebre, e accostò la mano al braccio-ala. Le sue dita sfiorarono con delicatezza il dorso della mano del ragazzo, e le palpebre si socchiusero, ma prima di abbandonarsi al potere ipnotico della voce di Falco, ebbe la forza di chiedere: «Chi sei?»
«Sono Pierre. Non ti ricordi di me?» rispose il ragazzo in tono sofferente.
“Pierre, Pier…” ripeté Cristina nella sua mente.
Poi perse tutte le forze, e non ebbe più coscienza di nulla.


   Cristina e la metamorfosi.

La luminosità del sole che sorgeva a est, dietro la ferrovia, congedò le luci dei lampioni e le insegne dei negozi. Entrò nella camera, attraverso ogni feritoia, e sfiorò il viso di Cristina.
Lei schiuse gli occhi, e non ricordò le illusioni della notte.
Avvertì un cerchio alla testa e una lieve nausea. Provò a muoversi, e sentì il peso del suo corpo, indolenzito al punto di non potersi alzare. Un nodo di paura le strinse la gola, mentre il cuore rimbombava nelle tempie. Massaggiò le gambe, per ridar loro vita, e si trascinò fuori dal letto. Infilò i piedi nelle pantofole rosa, e si diresse in cucina.
“Non ho fame. L’insonnia o, forse, il troppo sonno mi devasta.” pensò, mentre preparava la caffettiera come di consueto.
Si avvicinò al tavolino su cui aveva sistemato il computer. Osservò la pagina A4, ferma al solito punto, e dedusse: “Non ho scritto niente di nuovo!”
“Cos’ho fatto, se non ho dormito?”, ma nessun ricordo affiorò alla memoria cosciente, nonostante lo sforzo. Anzi, la concentrazione le procurò un’angoscia sottile e pervasiva.
“Perchè non riesco a scrivere?” si chiese.
Lo specchio alla parete le rimandò l’immagine del suo viso bello, dalla pelle chiara e levigata, e lei fece scivolare lungo i contorni i palmi delle mani, aperti in una carezza, come a consolarsi del momento in cui la bellezza si sarebbe sciupata, e la salute del  corpo l’avrebbe tradita.
“Chissà dove andrà la mia anima, dopo la dissoluzione del corpo?” si domandò, come faceva da sempre. “La scrittura mi aiuta a gestire la vita, e ad accettare la morte. La grafia dello spazio interiore uniforma il mio orologio psichico al tempo reale. È su un foglio di carta che riescono a vivere in sincronia i miei due mondi. Troppi eventi oggettivi sono oscuri, indecifrabili, o indicibili. La sola via di salvezza è narrare la realtà attraverso metafore e allegorie. Se mi avvicino all’essenza del mondo oggettuale, rischio il delirio. Se analizzo me stessa troppo in profondità, impazzisco. Devo scrivere, mantenendo la giusta distanza dal mondo e dal mio io.” pensò.
Si avvicinò alla libreria, e prese “La metamorfosi” di Kafka. Sedette davanti al computer, e vi poggiò accanto il volume aperto, versò il caffè nella tazzina e, mentre mescolava lo zucchero con una mano, con l’altra sfogliava le pagine del libro. Lesse l’incipit del romanzo, Si avvicinò alla libreria, e prese “La metamorfosi” di Kafka. Sedette davanti al computer, e vi poggiò accanto il volume aperto, versò il caffè nella tazzina e, mentre mescolava lo zucchero con una mano, con l’altra sfogliava le pagine del libro.

Lesse l’incipit del romanzo: “Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo scorse il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, ormai prossima a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica…”, e ne fu turbata.

“Come se la faccenda mi riguardasse.” si disse, e piegò le labbra in un piccolo ghigno ironico, pensando ai contenuti fantastici e magici dei suoi best seller, in cui prevaleva il clima cupo e notturno.
“Oh, my dear Cristina, your urban fantasy novels, with their nocturne atmospheres, are so wonderful! Wonderful!” esclamava James, il suo agente americano, quando lavoravano insieme alla traduzione di un nuovo romanzo.
Cristina proseguì la lettura, continuando a sorseggiare il caffè. Ma, giunta a pagina dieci, smise di leggere:  le poche pagine erano bastate a farle provare un’emozione intensa e a ispirarle un ottimo epilogo per la sua storia. Mise un segnalibro, chiuse il romanzo, e riprese la scrittura dal punto in cui aveva interrotto, prima di ammalarsi.
“Chissà perchè ci si ammala?” si chiese. «Forse, perchè nei paesi si muore di noia e nelle metropoli la solitudine spegne le persone.” si disse, considerando la diffusa e cupa malinconia e le atmosfere rarefatte che aveva respirato in tutte le metropoli in cui aveva soggiornato.
Ma non trovò risposta al suo dubbio.


   Cristina, la scrittura e Cassandre.

Cristina al risveglio ricominciava a vivere con la creatività e l’inventiva di un’eterna adolescente.
 La mattina equivaleva a una rinascita, ma il giorno scorreva verso il mare fatale della sera.
La sera confluiva nell’oceano della notte, e lei si smarriva nel nulla. La notte era cupa, e la psiche di Cristina mal sopportava l’oscurità. Lei avvertiva il suo corpo come un luogo troppo fragile e inadatto ad accogliere il peso della vita.
Cristina non trovava pace. Aveva paura di tutto. Viveva nella sensazione di essere priva di futuro. Trovava conforto nella cristallizzazione dello spazio e del tempo e, per sconfiggere il senso di dissoluzione esistenziale, si estraniava dal mondo, e ne ampliava i confini nella scrittura. La scrittura era il suo strumento di vivere il reale attraverso l’incessante tentativo di rielaborare e restaurare la vita. Il giorno e la notte erano un alternarsi continuo di rinascite, crolli emotivi, deliri percettivi e risvegli coscienti.
Cristina scriveva sempre in cucina, quello era lo spazio in cui le sue idee molecolari prendevano forma, corpo e sostanza.
“Come il pane con la farina, l’acqua, il sale e il lievito madre.” si ripeteva, per non mollare nei momenti critici.

Quel giorno le dita di Cristina corsero veloci e leggere sui tasti. Nella foga di scrivere, saltava qualche parola, ma non se ne avvedeva. Ogni tanto, mangiucchiava un biscotto, o una gelatina alla frutta, attingendo dal vassoio che, come sempre, aveva preparato, prima d’iniziare a scrivere. Talvolta, accarezzava il capo di Cassandre, la gatta dal pelo nero, che le si sedeva in grembo e, in un chiacchierio da ruffiana, sbirciava nello schermo con i suoi attenti occhi gialli.
La scrittura fluiva, e il piattino con i dolciumi si svuotava. Quando ebbe finito tutti i frollini e le caramelle, la ragazza si chiese: “Quante ore ho scritto?”
Guardò l’orario sullo schermo del computer: erano le cinque del pomeriggio.
Contò sulle dita. “Sette ore, caspita!” e, al pensiero, sorrise.
Strinse i pungi, e li sollevò sulla testa, in un gesto di vittoria.
“E vai! Finalmente, sono riuscita a proseguire la storia.” si disse, compiaciuta per la ritrovata vena narrativa.
Avvertì un senso di spossatezza per le tante ore di immobilità, e distese la schiena, come faceva Cassandre, quando si stiracchiava, dopo dodici ore di sonno, raggomitolata in qualche angolo della casa. Si guardò allo specchio, attaccato alla parete dietro allo scrittoio, e vide riflesso il suo volto stanco. Una passeggiata se l’era meritata, e decise di andarsene in giro, per familiarizzare con i nuovi luoghi. Indossò un paio di blue-jeans e una T-shirt, calzò delle scarpe da jogging bianche, prese con sé una giacca, per il fresco della sera, e mise a tracolla la borsetta con l’inseparabile Iphone, il borsellino e un lucidalabbra, il suo unico cosmetico.

Salutò Cassandre, e lei l’accompagnò fin sull’uscio, intenzionata a sgattaiolare fuori ma, alla vista dell’indice puntato che, con decisi gesti di diniego, le ingiungeva di rimanere in casa, si arrestò.
«Non fare la sciocca. Scemotta, vuoi perderti per le vie di Milano?» le chiese Cristina.
«Meo, ow, mew.» rispose risentita, e, con la coda alta e vibrante,  se ne  tornò sul divano a passettini molto offesi.


Capitolo 5

Il ritorno di Pierre.

Da quando viveva a Milano, Cristina era stata indaffarata a sistemare le valigie, stracolme di biancheria e vestiti. Aveva ripreso a scrivere e le era mancato il tempo di fare una passeggiata nel quartiere, e quella rappresentava la sua prima uscita.
S’incamminò in direzione di uno spazio verde che aveva scorto dal balcone del suo appartamento e, mentre procedeva, lesse i nomi delle strade: via dei Garofani, via dei Gerani, via dei Giaggioli, via dei Giacinti, e pensò che il senso evocativo e poetico di quei fiori non riusciva a vincere la desolazione del quartiere e dei caseggiati tutti eguali.

Durante la camminata, familiarizzò con i negozi, e annotò, per misteriosi percorsi analitici, i punti strategici, le insegne bizzarre, le vetrine, cercando i probabili personaggi dei suoi prossimi racconti. Ma non vide nulla che meritasse di essere narrato, solo squallore e solitudine. Le strade semideserte acuirono il senso d’angoscia, mentre i rari passanti, che tiravano dritto, senza degnarla di uno sguardo, la facevano sentire un’aliena nella città. Appena giunse al Parco delle Crocerossine, costeggiò la piscina del Cardellino, e s’incammino lungo un sentiero in terra battuta.
Il luogo era deserto. In lontananza scorse una donna con una muta di  cani, sbizzarriti nel prato e deliziati dai numerosi tronchi, contro cui schizzavano i propri segnali territoriali. Si diresse verso quella bizzarra combriccola, ma non riuscì a raggiungerla, perchè la donna richiamò i cani, mise loro collare e guinzaglio e prese la direzione opposta alla sua.
Quando raggiunse il prato, in cui prima giocava la muta, si guardò intorno, ma non vide anima viva. Siccome la camminata l’aveva stancata e i muscoli dolevano per la mancanza di esercizio fisico, sedette su una panchina sotto un acero solitario e, solo allora, notò il nome della strada rasente ai giardini. Via dello Storno, lesse sul cartello stradale.

Non ebbe neanche il tempo di pensare alle strane coincidenze, che udì un fruscio alle sue spalle. Si volse e vide Pierre, in piedi accanto a lei, che perdeva la sua bella livrea maculata e diventava un ragazzo come tanti, forse solo un po’ più bello della media. Era la prima volta che lo vedeva, sebbene nella luce del tramonto, e il suo volto dal pallore lunare gli ricordò qualcosa, qualcuno, ma lui non le diede il tempo di riflettere, né di riprendersi dallo stupore perchè, con modi garbati e tono un po’ stridulo, le chiese: «Posso sedermi accanto a te?»

«Prego, accomodati pure.» rispose Cristina, notando che aveva una voce armoniosa da adolescente. «Tanto abbiamo dormito insieme. Si può dire che siamo intimi.» aggiunse, con una risatina nervosa, lisciandosi i capelli e il viso, come ad accertarsi d’esistere fuori dal sogno.
Pierre prese posto accanto a lei sulla panca, rispettando le distanze di cortesia, quasi avesse timore di sembrarle invadente, e pensò bene di scusarsi per l’irruzione a casa sua.
«Perdona l’intrusione dell’altra sera.» le disse. «Ero ferito e mi sono intrufolato nella prima finestra aperta. I cacciatori dovrebbero essere banditi da tutti i mondi civili.» esclamò, e gli sfuggì dalle labbra sottili un trillo squillante, simile a un fischio.
«E dove andrebbero esiliati?» chiese lei incuriosita.
«Ah, non lo sai?»
«No, dimmelo tu.»
«Nel Mondo Contrario.»
«Tu ci sei stato?» chiese Cristina, pensando alle stringhe, alle bolle dell’universo, ai multiverso e ai mondi capovolti.
«Certo.»
«E dove si trova?»
«Ehm, dunque… ehm. È difficile da spiegare.»
«Tu provaci lo stesso.»
«Ehm, non ci riesco. Più facile andarci, che descrivere come arrivare sin là. Non sono mica un navigatore…» ed emise un riso stridente e un lungo fischio, che fece sorridere Cristina.
«E tu come ci sei finito?» domandò lei, sempre più vorace di novità da narrare.
«Io vivo in più dimensioni. Tu sei una Monodim, senza offesa.» fece, portandosi una mano davanti alla bocca, per celare il fischiettio imbarazzante, che proprio non riusciva a contenere.
Cristina si volse verso di lui con la bocca spalancata, e le pupille fisse nei suoi occhi puntuti di un bel marrone chiaro con tante pagliuzze dorate, rimase immobile qualche istante e poi, cercando di dissimulare la sorpresa, chiese: «Parli degli umani? I Monodim siamo noi?»
Pierre spalancò la bocca e, mostrando la lingua sottile e la caverna della gola, tossicchiò, per schiarire il trillo, e rispose in tono serio: «Sì, noi siamo i Polidim e voi gli spennacchiati. Ehm, scusa. Intendevo Monodim.» e volse lesto il capo dall’altra parte, per celare l’imbarazzo.
“Non vede l’ora di rimettersi le piume.” pensò Cristina.
Poi Pierre alzò gli occhi al cielo, girò di scatto la testa, e l’abbassò verso il collo, come fanno gli uccelli, quando infilano il becco nel piumaggio, per lisciarsi le piume con cura minuziosa.
E Cristina non potè fare a meno di ammirare i suoi capelli di un biondo castano dai riflessi melati.
«Ho capito, Polidim saccente.» fece Cristina.
«Ehi, mi chiamo Pierre.» ribatté lui, risentito.
«Pierre, e poi?»
«Starling. Mi chiamo Pierre Starling.» rispose lui e, a quel cognome, un lieve fremito attraversò il corpo di Cristina.
«Piacere, Cristina D’Amore.» fece, porgendogli la mano, che lui fu pronto a stringere e a scuotere in modo impacciato.
“Non ci sa fare con i toni formali.” pensò. “È troppo giovane.”
«Pierre, mi ci sapresti portare nel Mondo Contrario?» lo sfidò, subito dopo, guardandolo con le ciglia aggrottate.
«Certo, ma non ora. » rispose lui, mostrando improvvisi segni d’impazienza.
«Perchè?» chiese la ragazza.
«Sta scendendo la notte e non è sicuro viaggiare col buio.»
«Quando, allora?» insistè Cristina.
Pierre aguzzò la vista, e guardò verso il nord.
«Ne riparliamo. Non mancheranno occasioni.» fece in tono sbrigativo. «Ora devo andare. Non è sicuro…» e, così dicendo, si tramutò in un bellissimo storno blu.
“Come supponevo: era il momento di ridiventare pennuto, e volare verso il Mondo Contrario.” si disse Cristina.
Mentre lui zampettava, indifeso, intorno alla panchina, in cerca di qualche insetto prelibato e frugava con il becco nell’erba bassa e negli anfratti del suolo, a caccia di succulente larve, l’intuito le suggerì che Pierre faticava a rimanere umano per molto tempo, e decise di scoprire il suo mistero.
Quando fu sazio, lui volse la testa a destra e a sinistra, con scatti veloci, emise un grido lungo e inquietante, e si alzò in volo sulla testa di Cristina.
«Ciao.» strillò nell’aria.
«Ciao.» lo salutò la ragazza, seguendo la sua sagoma con lo sguardo, fino a quando non la vide scomparire nel cielo sopra Milano.


   L’incontro con Falco.

Quando fu sola, Cristina pensò che la passeggiata, in fondo, era stata proficua: aveva fatto movimento fisico, fino a percepire gli effetti nocivi e dolorosi dell’acido lattico, cosa che le succedeva di rado e, soprattutto, stava per intraprendere un viaggio fantastico nel Mondo Contrario, insieme con il suo amico.
Era sul punto di alzarsi dalla panchina, quando udì un grido stridulo trapassare l’aria. Alzò la testa, e vide il cielo tinto di rosso dietro le nuvole basse e l’ultimo arco di sole che si distendeva oltre l’orizzonte. La ragazza aguzzò le pupille e, in controluce, scorse la sagoma di un rapace che scendeva in picchiata sopra di lei. Ebbe un fremito di paura, e si affrettò, ma un nuovo strido percorse la porzione di cielo fra lei e la chioma dell’acero. Non fece in tempo ad alzarsi, che Falco si materializzò davanti a lei, nel suo mantello di raso nero e con il solito libro tra le mani, che pareva un antico manuale di medicina, o magia.
Cristina rimase inchiodata nel terrore d’essere attaccata. Piegò il busto in avanti, aggrappandosi alle assi di legno della panchina, e sollevò il volto. L’immobilità del falco pellegrino la rassicurò.
“Almeno non ha intenzione di aggredirmi.” pensò.
«Ragazza mia, chi ti ha detto che io voglia farti del male?» chiese Falco in tono pacato, come se i  pensieri della ragazza fossero intellegibili per il solo effetto d’essere concepiti.
«Nessuno.» replicò lei. «Signor Falco, deve ammettere che circostanze come questa non capitano tutti i giorni.»
«Credi davvero?» fece lui, in tono aspro.
«Certo, è rarissimo che una ragazza venga avvicinata da un rapace, che le piomba addosso dal cielo, al calare del sole e, per giunta, in un parco nel cuore di Milano.» asserì Cristina, con gli occhi sbarrati dalla paura e non troppo convinta.
«Beh, non sono mica una creatura aliena.» fece lui, rabbonito. «E poi ci conosciamo già.»
«Sì, questo è vero, però non capisco…» fece lei, ma s’interruppe, per non svelarsi troppo, ed evitò persino di pensare.
«Quante storie, alla tua età dovresti saperlo che i predatori si aggirano nelle tenebre.» disse lui, con voce ferma.
A quelle parole, Cristina provò un senso d’angoscia e un brivido corse lungo il midollo spinale, facendo orripilare la pelle. Strinse le braccia intorno al busto e le accarezzò con i palmi delle mani. Poi si fece coraggio, sollevò il volto, e scrutò la sagoma di Falco.
Il manto ondeggiava dinanzi ai suoi occhi, sospeso a mezz’aria. Svolazzava e si gonfiava come fosse sospinto da un lieve vento, ma tutt’intorno l’aria era immobile e, sotto la cappa, non palpitava né anima, né corpo.
Dai fori laterali della pellegrina fuoriuscivano le mani, cui pareva incollato il libro, mentre dall’apertura superiore sbucava il collo corto e possente, che sosteneva una testa piccola e oblunga, dal lungo rostro uncinato.
Falco indossava una preziosa maschera veneziana di cuoio conciato, dipinta con colori naturali, con le sembianze di un Falconide dalla livrea scura.
“Come facevano un tempo gli Egizi nel raffigurare Horus, il dio Falco.” disse una voce misteriosa che parlava alla sua mente e viveva dentro di lei, ma pareva provenire da un mondo parallelo, e le lacerava il cuore a ogni suono.
Cristina si sentiva come stordita da quegli eventi inspiegabili che le straziavano l’anima, ma ebbe la forza di fissare il volto di Falco con lo sguardo offuscato dalle lacrime.
Nella massa di fuliggine indistinta scorse i suoi occhi, d’un intenso azzurro indaco, e,  per un attimo, si lasciò incantare dalle pupille brillanti e dalle tracce umane che vi scorgeva.
Allora, un nuovo desiderio si fece strada in lei: abbandonarsi al potere ipnotico e protettivo di Falco, volare insieme con lui, fino a scoprire l’altrove che i suoi occhi severi e, a tratti, amabili promettevano.
Poi, di nuovo, scrutò il suo viso, per cogliere qualche indizio utile, oltre la maschera, ma vide solo la barba di qualche giorno, che gli dava un aspetto rude e un po’ selvaggio.
“Rude, affascinante e selvaggio.” erano tre aggettivi che aveva sentito, spesso, in passato, ma non ricordava quando, né dove, né chi ripetesse quelle tre parole tutte insieme.
E perchè quella voce profonda, aggrovigliata nelle sue viscere, assumesse toni strazianti, proprio non se lo spiegava. E perchè Falco la fissava, in un silenzio innaturale e sospeso? Come mai i suoi occhi, ora, parevano umidi di pianto e troppo umani.
Cristina desiderò vedere il suo volto. “Deve avere un viso da uomo d’altri tempi, con piccole rughe intorno agli occhi, i capelli castani con i primi fili d’argento, labbra sottili e la fossetta sotto il mento.” pensò.
Poi nella sua testa riecheggiò un riso limpido e la solita voce femminile che, in tono giocoso, diceva: “Possedeva fascino e talento da vendere. Aveva quel je ne sais quoi che faceva impazzire tutte le donne del pianeta, ma lui voleva me.”
“Oh, quanto desidero lasciarmi andare, e farmi condurre da lui nella vita.” ammise Cristina, sul punto di perdere coscienza e memoria di sé.
Falco taceva, e la osservava con sguardo premuroso, e lei fu invasa da un nuovo vortice di pensieri.
“Mi legge dentro… ho paura di lui… e vorrei essere protetta da lui… è un uomo che vola in alto, e osserva il mondo con occhi attenti… sarebbe meraviglioso volare sul mare accanto a lui…»
A quel pensiero, le sovvenne il ricordo del viaggio con Pierre e si disse che era bello esplorare i Mondi Contrari con il giovane amico, e non si chiese se quella fosse la scelta migliore.
«Ragazza, attenta. Non fidarti troppo di Pierre.» disse Falco.
«Perchè?» ebbe il coraggio di domandare.
«Non è tempo di risposte.» fece lui, in tono severo, prima di librarsi in volo, e scomparire nel lucore lunare.
Cristina avvertì uno strappo nel petto, abbassò le ciglia, e inalò l’aria umida e scura della notte. Prima di schiudere le palpebre, pregò che non ci fossero altre misteriose creature volatili, terrestri, o acquatiche nei paraggi. Lei, alla perenne ricerca di emozioni, ritenne di averne avute abbastanza per quel giorno. Aprì gli occhi, e non scorse né frutti del cielo, né della terra. Esisteva solo lei e il buio nel Parco delle Crocerossine.
Le invenzioni e i miraggi della mente erano stati risucchiati dalla notte e cancellati dalla memoria.


Capitolo 6

   Cristina e Joe.

Cristina si affrettò verso casa, con la sensazione che quel pomeriggio noioso, in un quartiere anonimo della periferia urbana, fosse scivolato verso una serata rilassante, come un ruscello nel fiume padano.
Nonostante non conservasse il ricordo di Pierre e Falco, lei procedeva sicura, in uno stato di benessere e attesa, giacché l’incontro le aveva lasciato nel cuore l’illusione di nuove avventure e scoperte avvincenti, con quel tocco di mistero e paura, che le faceva sentire un fremito sotto la pelle.
L’adrenalina scorreva ancora nelle sue vene, il respiro era affannoso e il cuore pulsava a ritmo accelerato, per la visione dei due esseri venuti dal cielo, ma lei non attribuiva le sue funzioni fisiologiche all’istinto difensivo, bensì alla lunga passeggiata.
La passeggiata le aveva messo appetito, si disse, ma quella sera pensava a tutto, tranne che a cucinare, e decise di cenare fuori. Non sapeva ancora dove: i sensi avrebbero scelto per lei il ristorante migliore.
E così fu.
Mentre procedeva verso casa, fu attratta dal profumo fragrante di pizza, appena sfornata. Si diresse verso la pizzeria “A Pizz’e Napule”, a un isolato dalla strada in cui abitava e, quando vi giunse davanti, si arrestò, e rimase a guardare la buffa figura in plastica del cuoco obeso e rubizzo, con cappello da chef, camice bianco, fazzoletto rosso al collo, calzoni a scacchi bianchi e neri e un lungo grembiule scuro, legato attorno ai fianchi.
Sbirciò oltre le vetrine: la sala era affollata, ma vide qualche tavolo libero.
“L’odore è ottimo e i clienti sono numerosi: qui si mangia bene!” dedusse.
Diede un’occhiata alla lista delle portate e ai prezzi esposti fra le mani del cuoco baffuto e sorridente, ed entrò. Gli avventori prossimi all’ingresso, una giovane coppia e il loro bambino, si volsero a guardarla, mentre gli altri non fecero caso a lei. Un cameriere in calzoni neri e camicia bianca, con il collo sbottonato e le maniche rivoltate, le si fece incontro.
«È da sola?» chiese.
Alla sua risposta affermativa la fece accomodare a un tavolo apparecchiato per due, di fronte al bancone del pizzaiolo.

Tolse l’altro coperto, e chiese: «Ha già deciso cosa ordinare, oppure le porto la lista?»
«Prendo una pizza capricciosa e un bicchiere di birra.» rispose con un sorriso di circostanza.
«Grande, o media?» chiese il ragazzo, senza guardarla, continuando a scrivere a matita la comanda su un taccuino a quadretti.
«Media, bionda.» rispose, alzando lo sguardo verso il cameriere e, questa volta, lui ricambiò il sorriso.
Mentre attendeva, Cristina si guardò intorno in modo discreto.
A un tratto, le parve di cogliere un’occhiata intensa del pizzaiolo, pronto con una infornata.
Non ebbe il tempo di realizzare, lui si era già voltato di spalle, e faceva scivolare la pizza sul suolo di cottura con delicati movimenti degli avambracci. Cristina rimase incantata ad ammirare i gesti del giovane in quel ventre infuocato di maiolica, dall’ampia gola rossa.
“Terrificante.” si disse. “Deve fare un caldo infernale davanti a quella bocca incandescente.”
Ebbe caldo, e bevve un sorso di birra.
Le parvero belle e adeguate all’atmosfera del locale le mattonelle decorative dai vivaci colori nelle tonalità del giallo, sfumanti in cromie verdi e azzurre.
“Anche il forno è impastato con elementi naturali, come il pane.” considerò. “È fatto di terra imbevuta di acqua, seccata all’aria, e cotta nel fuoco.”
Quando il pizzaiolo si volse, per tornare a stendere altre pizze, di nuovo, vide i suoi occhi d’un blu intenso soffermarsi su di lei.
“Sarà perché gli siedo di fronte.” si disse, continuando a osservarlo di sottecchi.
Era abile con le mani, pensò, nel vedere la premura con cui lisciava l’impasto lievitato, lo spianava in gesti abili e decisi, per rendere docile e arrendevole quella pasta flessibile ed elastica, riluttante ad assumere la forma perfetta nelle sue mani.
Poi Cristina notò la bandana fantasia, legata dietro la nuca, i cui motivi in stile cubistico riproponevano i colori della bandiera italiana, e l’insieme le parve molto patriottico.
“Italiano verace, come la pizza.” pensò, e sorrise.
Lui ricambiò il sorriso, e le fece un cenno con il capo. Cristina ne fu intimamente turbata, ma contenne l’emozione.
Mentre lavorava, il ragazzo le lanciava occhiate furtive da sotto la bandana, e le pupille riflettevano le scintille delle fiamme nel forno a legna. Poi, con rapidi gesti, poneva una margherita, o una capricciosa sulla pala rotonda e forata, dal lungo manico in fibra di carbonio e, prima di voltarsi a infornare, sollevava lo sguardo su di lei, ma giusto un istante. Chinava subito il capo, e lo riaccostava alla bocca dell’inferno.
Cuoceva quattro pizze alla volta, sempre con lo stesso rituale: a ogni infornata le lanciava uno sguardo peccaminoso. La cottura durava non più di tre minuti, durante i quali rigirava le pizze un paio di volte. Le rivolgeva un’altra occhiata bassa e sbieca, quando sfornava, prima di ritornare al suo mestiere.
“È bello da togliere il respiro.” pensò la ragazza, stupita dal suo insolito coinvolgimento e preoccupata per quei nuovi battiti del cuore che non erano né di gioia, né di paura, ma parevano originati da un sentimento sconosciuto.
Non riusciva a staccare lo sguardo da quel volto d’angelo in cui brillavano le pupille da demone in maglietta bianca, aderente sul petto scolpito e sulle braccia muscolose. Di tanto in tanto, si distoglieva da lui, per riscoprirsi, dopo un attimo, sempre più attratta e con gli occhi puntati sul suo corpo di una bellezza indescrivibile.
“Dovrei iniziare a scrivere romance.” si disse Cristina, non senza ironia, e, mentre ancora sorrideva, vide il cameriere avvicinarsi al suo tavolo con il piatto fumante sul palmo della mano.
«Prego, signorina, la sua pizza!» esclamò, appena le fu accanto. «Con gli omaggi di Joe, il pizzaiolo.» aggiunse, posando la pizza a forma di cuore davanti a lei e un bigliettino ripiegato sul tovagliolo.
«Grazie, che meraviglia!» esclamò, guardando il cuore roseo di cotto.
Poi sorrise, e lanciò un’occhiata di riconoscenza a Joe che, davanti alla bocca dell’inferno, accennò un inchino, portandosi le mani sul cuore. Cristina rimase inebetita, e continuò a guardarlo con le pupille scintillanti, dilatate in una nuova felicità, mentre lui le sorrideva non solo con la bocca, ma con gli occhi e ogni gesto del corpo. Senza distogliere lo sguardo da lui, Cristina prese il foglietto, lo aprì, e, consapevole che Joe stesse studiando ogni sua reazione, lo lesse.
“Sei una visione, o esisti davvero?” diceva, e un tuffo al cuore la fece fremere.
“Se sei una creatura terrena, chiamami.”
Con le mani tremanti, lei si distolse da quel volto, che l’aveva rapita con il sorriso impertinente e seduttivo, chinò il capo per nascondere l’emozione, e infilò il messaggio nella tasca dei blu-jeans e, quando sollevò gli occhi, fu avvolta dal fascino di Joe, che ancora la fissava, e sorrideva  solo a lei.


   Gesti d’amore.

Al primo boccone, Cristina pensò: “È la pizza più buona che abbia mai mangiato.” e, mentre la pastosità si scioglieva in bocca, lei assaporava la succulenza e la fragranza degli ingredienti.
Il seducente gioco di sguardi e sorrisi con Joe proseguì fra l’incontrollabile coinvolgimento, che la metteva in imbarazzo, e un nascente desidero d’intimità.
Cristina sentiva il bisogno di custodire nei limiti della propria dimensione quel che di segreto e unico stava accadendo fra lei e quel ragazzo, inviato lì da un dio, o da un altro pianeta a infornare le pizze, affinché lei lo incontrasse, e ne fosse affascinata.
“No, stronzate.” si disse. “Chris, non scrivere un romanzo sul pizzaiolo. Attieniti alla realtà.”
Scese sia dall’olimpo, sia dall’astronave della Fantasia, stette tre minuti nel mondo concreto delle cose tangibili, e ammise: “Mi piace e mi emoziona.”
Quando i loro sguardi s’incontrarono di nuovo, lei si sfiorò le labbra con i polpastrelli, quasi a rendere palpabili le carezze dei suoi occhi ardenti.
Il linguaggio del corpo, indiscreto e loquace, comunicava con gesti sinceri, incapace di finzioni e parole di senso contrario.
Cristina non seppe resistere ai suoi richiami sensuali, e prese il cellulare, che portava sempre con sé nella borsetta, per inviargli un messaggio all’istante, e al diavolo la prudenza, ma l’Iphone era scarico.
“Maledetti telefonini, sono sempre scarichi.” e imprecò fra sé, mordicchiandosi il labbro inferiore.
“Merita un ringraziamento.” si disse, pensando a una maniera discreta di comunicare con lui, che avesse una parvenza di casualità.
Osservò il locale, e vide la cassa accanto alla porta d’ingresso, il forno dal lato opposto in un angolo della sala e, poco più in là, la toilette.
“Alla fine della cena, lavarsi le mani è sempre fine.” e si alzò.
Puntò verso il bagno, tenendo d’occhio Joe.
Lui non le toglieva lo sguardo di dosso, Cristina percepiva la sua ammirazione e stava bene, come mai prima. Da vicino, era ancora più bello, pensò, e quando lui si accostò al bancone, per sussurrarle un “ciao”, il suo cuore fece una capriola nel petto. Lui era là, davanti a lei, e i loro occhi si scrutavano, desiderosi di scoprire l’altro. Lui sorrideva, sollevando le labbra carnose, e lei disse sottovoce: “Grazie, la pizza era squisita.”
“Chiamami.” fece lui, aggrottando le sopracciglia.
La sua espressione corrucciata e supplichevole la divertì e, prima di proseguire, si lasciò sfuggire un “forse.”
Lui pose la mano destra sul petto, e batté con il palmo aperto dei piccoli colpi sul cuore e, ancora, la pregò con uno sguardo pieno di fervore, come un devoto che invoca a una dea la grazia di uno sms.
Fu così che, finita la cena, Cristina si affrettò a pagare il conto. Prima di uscire dalla pizzeria, scambiò un’ultima occhiata di fuoco con Joe, e si diresse verso casa.


   Colpo di fulmine.

Affermare che Cristina tornò a casa di fretta è un eufemismo. Volò come una rondine al nido, rende meglio l’idea.
Impaziente di stabilire un contatto immediato con Joe, pensava a riattivare l’Iphone il più in fretta possibile. Mentre camminava, dandosi della sciocca, per non aver preso il carica batterie portatile, non si accorse che le strade erano deserte già alle dieci di sera.
A un tratto, in prossimità dell’incrocio fra via dei Garofani e via delle Rose, nel buio notturno, scorse la sagoma di un gatto nero, che camminava a passi lievi e calmi in mezzo al marciapiede.
Le parve simile a Cassandre e, mentre la chiamava a voce alta, si chiese: “Come ha fatto a uscire, se ho chiuso porte e finestre?”
Il gatto si volse al suo richiamo ma, anziché fermarsi, affrettò il passo e, lesto, svoltò l’angolo in via delle Rose e, quando Cristina giunse al crocevia, non vi era più traccia di lui.
Pff! Sparito nel buio.
In fondo alla strada, vide un’unica passante: una donna alta, slanciata, dai capelli neri, lunghi fin oltre le spalle. Indossava abiti eleganti e al braccio portava una borsetta di pelle da almeno mille euro. Procedeva davanti a lei, con un’andatura lenta e aggraziata, tipica di una donna fiera e sicura di sé.
Cristina s’incuriosì e, mentre un tremito le trapassava il cuore, si domandò come fosse capitata in quella zona una signora come lei, appartenente, senz’alcun dubbio, all’alta borghesia milanese, e la immaginò seduta in un cenacolo fra letterati, artisti e scrittori, o dietro la scrivania, in un ufficio direzionale di una Corporation. Cristina la seguì con lo sguardo, finché non sparì nel portone del palazzo in cui abitava lei.
“Strano, non l’ho mai vista.” si disse.
Poi considerò che, in una settimana, non poteva conoscere tutti i condomini e tornò a fantasticare su Joe e le belle emozioni che aveva provato grazie a lui.
“Promette bene. Fra noi potrebbe nascere…”, ma non volle neanche pensare. Non era il caso di correre troppo con la fantasia.
Poi parlò con il cuore. “Beh, sì. I colpi di fulmine esistono. Non ci avevo mai creduto, ma ora…”
Ora, il suo cuore galoppava nella prateria dell’innamoramento, e lei non seguiva il pensiero freddo e razionale, ma obbediva alle leggi del sentimento.
E, rincorrendo le strane regole dell’amore, Cristina giunse a casa.
Siccome abitava al pianterreno, non prese l’ascensore. Salì le scale di corsa, aprì il portone, e lo richiuse alle sue spalle con una spinta del piede, mentre già toglieva il cellulare dalla borsetta.
Si affrettò a cercare il cavo USB sulla scrivania, e mise l’apparecchio sotto carica. Fu allora che scorse Cassandre, acciambellata sulla poltrona girevole dello studiolo.
“Ciao, amore. Eri qua!” fece, accarezzandole la testa.
La gatta schiuse una palpebra, emise un delizioso gorgheggio di benvenuto, e si riprese a dormire. Cristina estrasse dalla tasca il bigliettino di Joe, lo lesse, e lo rilesse e, quando fu appagata dalle poche parole e dai tratti della sua grafia, accese l’Iphone. Trascrisse il numero, e lo nominò con quelle due semplici lettere “J” e “o”, cui attribuì un valore inestimabile.
Infine, digitò un breve messaggio. “Grazie, Joe. Sono stata bene, tornerò a mangiare la pizza da te. Buona notte. Chris.”
Mentre inviava, si disse: “Adesso, può pensare a me e pronunciare il mio nome.”
Poi mise il telefono accanto al computer e si diresse verso la camera: desiderava sfilarsi i blu-jeans aderenti e indossare abiti più comodi. Sentì il bisogno di scrivere ancora un po’, dato che non aveva sonno.
Non fece neppure due passi che udì lo squillo del telefono. Sobbalzò e rimase inchiodata sul posto con il cuore in tumulto e le gambe molli.
“Ha risposto, all’istante.” considerò con un misto di gioia e paura, a ogni modo, si affrettò a rispondere.
«Pronto.» disse.
«Pronto, ma dov’eri finita?»
“È quel rompiballe di Mauro.” pensò, delusa.
«Ti chiamo da cinque ore, e tu non rispondi. Sono venuto a cercarti, ma non ti ho trovato. Si può sapere dove sei stata?» chiese, in tono agitato, il suo agente.
Avrebbe voluto rispondergli che erano fatti suoi, ma si limitò a dire: «Sono andata a fare una passeggiata nel parco. Mi è venuto appetito e ho mangiato una pizza qui vicino.»
«Ah, ecco! Stai bene?»
«Certo.» rispose lei, in tono perplesso. «Perchè me lo chiedi?» domandò dubbiosa, parendogli ovvio il suo benessere.
«Perchè tengo a te!» affermò Mauro.
Poi esitò, e chiese se aveva sistemato i bagagli e se si era ambientata.
«Altrimenti ti mando Giulia.» aggiunse.
Giulia era la donna che faceva le pulizie nell’Agenzia Letteraria Ma.F.&Associati.
«No, grazie. Me la cavo da sola, ho già sistemato tutti i bagagli.» rispose, mentendo. «Ho anche scritto l’epilogo del romanzo, devo rivedere solo alcune parti.» ci tenne a precisare.
All’altro capo del telefono, seguì un lungo silenzio.
«Ehi, ci sei?» chiese Cristina.
«Sì, sì. Mi chiedevo come hai fatto in solo sei giorni?»
«Sono ispirata.» rispose lei, con semplicità.
«Beh, ora sono più tranquillo. Se hai bisogno chiama.» fece lui.
«Va bene.»
«Vengo da te lunedì, così leggo l’ultimo capitolo.» aggiunse Mauro.
«Ti aspetto.» terminò Cristina.
Pigiò il tasto rosso e poggiò il telefono sulla scrivania. Esitò un momento, fece un lungo respiro e si diresse nella camera degli ospiti.
Diede un’occhiata al letto su cui qualcuno aveva disteso una bella coperta bianca, lavorata a  crochet, all’armadio stile veneziano, al comò e alla poltroncina di raso verde acqua, in un angolo accanto alla finestra, schermata da tendine di voile bianco e trovò familiari quegli arredi, come se avesse abitato sempre là. Una fitta le ferì il cuore e una sensazione angosciosa le bloccò il respiro, mentre le mani incominciavano a tremare.
Sotto la finestra, seminascosto dalla tenda, c’era uno scatolone sigillato con del nastro adesivo.
Su un lato lesse la scritta: “ricordi”.
Lo prese, e lo ripose nell’armadio, senza aprirlo.


   I messaggi di Joe.

Cristina fece ritorno nello studio, lanciò un’occhiata affettuosa a Cassandre che dormiva rincantucciata sulla poltrona, prese il computer, e si trasferì in cucina.
Iniziò a scrivere e, come sempre accadeva, quando narrava una nuova vicenda, le sue invenzioni fantastiche la assorbirono, estraniandola dalla realtà. Scrisse a lungo, fino a perdere la cognizione del tempo.
A un tratto, le parve di udire il gling della messaggeria. Guardò l’ora sullo schermo, e vide che era mezzanotte.
Si alzò, e si diresse nello studiolo, questa volta senza il pensiero fisso di Joe nella testa, e si ripromise di non cedere alle false illusioni. Prese in mano il cellulare, sfiorò lo schermo, e apparve l’icona con il nome di Joe. Sorrise, e si affrettò a leggere il messaggio, con l’animo in tumulto. Mise la mano destra sul petto, come a voler frenare la corsa del suo cuore impazzito, e controllare il respiro. Socchiuse le palpebre, sollevò la testa, e inalò l’aria, attraverso le narici. Poi schiuse gli occhi nella certezza di un messaggio super fantastico ma, quando chinò il capo per leggere le parole di Joe, le sue pupille non videro altro che uno schermo opaco e sfuocato. Si stropicciò gli occhi, guardò la parete di fronte, e vide i quadri che si rincorrevano sulla parete e i colori che si mescolavano, come in un quadro di Mirò.
“Devo aver inspirato troppo ossigeno.” pensò la ragazza, sentendosi scoppiare le tempie e vorticare la mente, mentre il cuore correva nelle praterie del west, come un tatanka imbizzarrito.
“Ohi, che scema. Sono in iper ventilazione.” si disse, cercando di non ingoiare altra aria, e facendo piccoli respiri prudenti.  Quando, infine, l’agitazione si calmò, i suoi occhi riuscirono a leggere l’sms, sebbene alcune lettere traballassero ancora.
“Ciao, Chris. Mi hai sconvolto l’esistenza!” diceva il messaggio. Allora, lei strinse il pugno della mano destra, finché sentì le unghie conficcarsi nella carne, e accostò le nocche alle labbra per contenere la gioia, premendole forte contro i denti.
Poi iniziò a digitare. “Ciao, Joe. Inizi sempre così?” chiese.
Scrisse un messaggio breve, sia perchè non riusciva a centrare i piccoli tasti, sia per non cedere alla tentazione di comporre un capitolo di una storia d’amore non ancora iniziata.
“L’incipit, da che mondo è mondo, spetta al ragazzo.” ripeté fra sé e sé.
“Mai, prima d’ora.” fu la pronta risposta di Joe.
“Chissà quante volte l’hai detto?” insinuò lei nel messaggio.

“Una cosa così non mi è mai capitata.” scrisse lui, alla luce fioca di un lampione, nel parcheggio davanti alla pizzeria.

Mentre lavorava, Joe aveva udito la suoneria del cellulare, era anche riuscito a dare un’occhiata alla casella di posta e, nel vedere un numero sconosciuto, aveva rischiato di bruciare le pizze per l’emozione. Nell’incertezza, volle sognare ancora, e decise di non leggere il nuovo sms. La speranza gli diceva che era “Lei”, facendo volare alta la fantasia. Invece, il dubbio suggeriva prudenza e, lì, davanti alla bocca dell’inferno, gli bisbigliava in un orecchio che si trattava di qualche rompiscatole. A ogni modo, lui conservò nel cuore quella sensazione di aspettativa e sospensione che gli fece sembrare meno duro il lavoro, davanti al forno.
Adesso, doveva essere convincente, pensava, mentre componeva i brevi testi per “Lei”.
La risposta di Chris non si fece attendere. “Non ci credo.” diceva.
“Una roba da infarto, credici. Posso chiamarti Cristina? È più adatto alla tua bellezza.” rispose Joe, cercando le parole giuste.
“Va bene. Cristina è il mio nome.”
“Ho finito di lavorare poco fa, e sto tornando a casa. Tu cosa fai?”
“Cosa faccio?” si chiese Cristina. “Che gli rispondo?”
Decise di stare sul vago. “Lavoravo?” gli scrisse.
“Lavori di notte?” domandò lui.
“A volte.”
“Dove abiti?” chiese ancora Joe.
Lei rimase su un indefinito: “Nei dintorni.”
“Anch’io. Posso venire da te, adesso?” osò proporre il ragazzo, considerando che valeva la pena tentare: tutt’al più, prendeva un rifiuto in faccia.
A quel proposito impudente, Cristina fu turbata e, sebbene Joe le piacesse molto, decise di contenere la sua intraprendenza, senza essere scostante, come al solito.
Cristina era maestra nel tenere alla larga i ragazzi che le stavano appresso. Aveva iniziato col respingere il primo che le aveva chiesto di uscire insieme, quando aveva quattordici anni, e non aveva mai smesso. Si può, quindi, affermare che avesse maturato un lustro di esperienza nell’arte dello “scoraggiamento sentimentale”. Se fosse esistito un corso universitario in “Strategie e Tecniche Anti Corteggiamento”, o STAC, lei l’avrebbe ottenuta “Honoris Causa”.

Non le erano mai piaciuti i tipi senza ritegno, che andavano dritto allo scopo, e miravano a una scopata. Via una. Avanti la prossima. Eh, no! Se quel pizzaiolo era uno scopatore seriale, bisognava arginare la sua irruenza, si disse Chris, e rispose con un prudente e serio. “Ehi, corri troppo. No.”
“Per parlare. Giuro, solo per conoscerci un po’.” seguitò lui.
“Non insistere.” ribadì Chris, e già pensava di abbandonare la conversazione, quando lui cambiò tono e, in modo ragionevole, scrisse: “Vado a correre al Parco delle Crocerossine. Vieni anche tu?”
“Corri di notte?” chiese lei, e aggiunse due faccine, una sudata e l’altra sorridente.
Joe si sentì uno stupido, e pose rimedio con un: “No, domani alle cinque. Vieni, ho una voglia matta di conoscerti.”
“Forse.” rispose lei.
“Dimmi che verrai, domani. Ti aspetterò. Buona notte, Cristina.” e aggiunse un’icona con gli occhi a cuoricino e un’altra con un bouquet di fiori virtuali.
“Buona notte, Joe.”
Lui lesse l’ultimo messaggio, e s’incamminò a piedi verso casa, che si trovava dopo il parco, in via degli Astri, accanto a via delle Genziane.
Mentre procedeva, pensò: “Ehi, dov’è finito Joe, il “bad boy” di ieri? Mi ha travolto. ‘Sti cazzi! Se Cristina non viene all’appuntamento, finirò a piangere, come uno sfigato qualsiasi.”


Capitolo 7

   Il viaggio di Pierre verso Polidim.

Quando lasciò il Parco delle Crocerossine, Pierre spiccò il volo verso il Mondo Contrario, conscio dei pericoli che correva in quel viaggio notturno e solitario.
Poteva essere pericoloso per un Polidim avventurarsi da solo nelle Terre mono dimensionali, gli avevano spiegato i suoi simili, appena era stato in grado di capire, mettendolo in guardia anche sui pericoli delle attrazioni gravitazionali e dei buchi neri, risucchia materia.
Sopra ogni altra cosa, gli erano stati proibiti gli spostamenti da un mondo all’altro.
Il passaggio rappresentava un rischio inimmaginabile e, a causa di ciò, i “viaggi” erano regolamentati nel “Panta Rei”, la raccolta legislativa della comunità civile di Polidim.
I trasferimenti ultra dimensionali affascinavano gli abitanti dei Mondi Contrari, ma era necessario effettuarli in grandi gruppi, che loro chiamavano “Stormi”, per evitare di rimanere intrappolati in una dimensione indesiderata, o di finire aspirati dal nulla.
«Senza contare che alcuni Monodim costituiscono un grave pericolo per noi.» aveva spiegato, una volta, il Gran Maestro Bianco che l’aveva educato al rispetto delle norme di Polidim. «I più nocivi sono quelli che, nella loro dimensione, si chiamano pretenziosamente “Umani”. Costoro sono limitati, per l’appunto, “mono”. Possiedono scarse facoltà in ogni campo dello scibile, come nella comprensione del Tutto e dell’Oltre, o la Coscienza delle Dimensioni Superiori e Inferiori, e va evitato qualsiasi contatto diretto con loro.» aveva terminato.

In principio, Pierre aveva rispettato le leggi del “tutto scorre” ma, nonostante si trovasse bene a Polidim, era attratto dal volo. Non riusciva a vivere senza ali e, tutti i giorni, esplorava una porzione di stringa, alla ricerca di una porta che conducesse oltre le stelle di Polidim.
Continuò a perlustrare, ogni congiuntura delle bolle, finché trovò un passaggio nella materia del multiverso.
Provò a infiltrarsi oltre la cortina elastica dello spazio e del tempo, forzò l’apertura, allargò il varco con le mani, infilò dentro la testa e, nel reticolo di materia e fra gli spazi vuoti, scorse tutte le Galassie e i Mondi dell’universo, ma fu attratto da uno solo: il più piccolo e luminoso di tutti, il leggendario Pianeta Blu, abitato dagli Umani Monodim.
Ne fu talmente affascinato, che desiderò andarvi a fare un “parcour”, la sua grande passione, la ragione per cui era finito a Polidim. Studiò la faccenda nei minimi dettagli, in modo da aggirare le regole ed eludere la sorveglianza dei Falconidi, i guardiani delle frontiere di Polidim, e si esercitò nel volo al di fuori dell’atmosfera del Mondo Contrario. All’inizio, percorse in orbita piccoli tratti, poi divenne più sicuro anche sui lunghi percorsi, finché si sentì pronto alla partenza. Aveva intenzione di giungere sulla Terra al tramonto e, per questo, intraprese il viaggio una mattina all’alba.
Percorse la metropoli con circospezione, sotto forma di storno, nascondendosi in tutti gli anfratti che la natura e le sovrastrutture dei polidim offrivano. Sfuggì alla sorveglianza dei Falchi, e oltrepassò i confini del Mondo Contrario. Volò l’intero giorno e, al calare del sole, fu in vista dei grattacieli di Milano.
Il resto è storia nota. Pierre si rifugiò da Cristina, ferito a un’ala, e là fu curato da Falco.

Falco era uno sconosciuto che si era materializzato dal nulla. Pierre non escludeva l’ipotesi che l’avessero inviato sulla Terra per riportarlo a Polidim, o, ancor peggio, che l’avesse seguito in segreto, chissà per quale misteriosa ragione.
Era uno strano guardiano, pensava, il ragazzo, che non si spiegava come mai non lo avesse acciuffato e ricondotto con sé nel Mondo Contrario.
Non solo l’aveva lasciato libero, ma gli aveva permesso di volare nel cielo sopra Milano, di rivedere Cristina e, persino, di affrontare da solo il viaggio di ritorno.
Il comportamento di Falco era ambiguo, Pierre non si fidava di lui, e poco contava che fosse un dottore, e l’avesse curato.
“Troppe contraddizioni, troppe stranezze per fidarmi di lui.” pensava Pierre.
Quella notte, durante il viaggio di ritorno, il ragazzo incontrò nembi e cumuli, e, seguendo la stella polare,  potè ammirare la bellezza della Via Lattea e delle altre Galassie. Evitò le correnti delle forze di gravità, la materia oscura, i getti di particelle, emessi dai nuclei delle radio galassie ellittiche, e l’antimateria, dispersa nell’universo. Ai confini fra i Mondi evitò i guardiani, e vide che di Falco non v’era traccia, né lo aveva scorto alle sue spalle durante il volo nella polimaterica cosmica.
All’arrivo,  sorvolò le terrazze verde muschio dei giardini pensili sui grattacieli, i campi da golf a un passo dalle nubi, i prati all’inglese, i frutteti e gli orti verticali. Si specchiò nei riflessi plumbei delle piscine, a sessanta metri di altezza, le cui acque riflettevano il cielo notturno.
In basso ammirò le strisce d’argento con pochi veicoli parcheggiati accanto ai marciapiedi, sotto le piante secolari che disegnavano la struttura urbana, come se i polidim avessero scavato una nicchia ecologica nella natura e si fossero adattati a essa, senza troppe pretese antropiche, evitando in tal modo di distruggere ciò che era indomabile.
Via via che procedeva, le luci si accendevano nelle case, e mandavano i primi segnali di vita, mentre i fari dei veicoli, i fasci di luci e le corolle rosse e arancio dei lampioni riverberavano sulle strade, livide di brume e notte.
Albeggiava, quando Pierre, nelle sue sembianze umane, giunse a Poli Metropoli, la capitale del Mondo Contrario. Seguì gli antichi percorsi in quella meravigliosa città nella foresta poli-mimica e, mentre procedeva verso casa, ripensava al viaggio e a ciò che aveva conosciuto.
“La città vista dall’alto, è tutt’un’altra cosa.” pensò Pierre, prima di rientrare  nel suo mondo.


   Il viaggiatore giovane, vestito di nero.

In un altro tempo.

ore 6.30 a. m.

Ora, il ragazzo viaggia sul sellino posteriore di una Yamaha blu indaco di piccola cilindrata. Ha una postura distesa e ponderata, e priva di appigli, come chi si fida molto di se stesso e del proprio equilibrio. Lungo la carreggiata, cartelli segnaletici indicano varie direzioni e la moto imbocca la corsia d’incanalamento per Divisoria.
Il viso del conducente è coperto da un casco nero, integrale. Chi sia, non si sa. Forse, è un amico o un accompagnatore locale del viaggiatore.
Il motociclista indossa guanti di lana a righe blu e celesti, un paio di blue-jeans e una T-shirt a maniche lunghe, ad ampie fasce orizzontali bianche, azzurre e rosse, e scarpe sportive monocolore di un bianco immacolato. Il suo abbigliamento e la struttura fisica fanno pensare a un giovane filippino, più basso e meno atletico del viaggiatore, appena giunto.

Il passeggero, sprezzante del pericolo, non porta il casco. Calza scarpe da ginnastica “smoke”, in cui spicca il logo bianco della “Nike”.
Semi disteso e rilassato tiene il cellulare con la mano sinistra e digita un messaggio con la destra, mentre il gomito sfiora la spalla del guidatore e quel minimo contatto basta a garantirgli stabilità, durante il percorso.

Poi la moto fiancheggia un marciapiede divelto dalle indomite radici di alberi, imprigionati nel cemento, dietro i quali corre un muro di cinta, su cui un “writer” ha scritto in urdu una frase incomprensibile.
Il ragazzo in nero compone ancora il suo testo.
Sul muro un’inferriata verde recinge una proprietà privata.
Mentre i ragazzi in motocicletta passano davanti a una rivendita di legname, accatastato sotto una lunga tettoia, il ragazzo in nero continua a digitare il messaggio.
“Sono arrivato a destinazione.” sembra dire.

La moto prosegue ai bordi di una strada dissestata, ai cui margini si scorgono numerosi segnali di degrado urbano, la meta dei due viaggiatori sono i quartieri periferici, o i sobborghi urbani più degradati.
Chi sia il ragazzo in nero, dove stia andando e perchè, non è ancora il momento di scoprirlo.
Sta viaggiando. Corre verso la propria meta.


Capitolo 8

   Il bacio dei suoi occhi.

La mattina seguente, appena sveglia, Cristina si stiracchiò fra le lenzuola, provando un senso di leggerezza nel corpo e un diffuso stato di benessere psicologico e il suo primo pensiero fu l’incontro con Joe.
Quelle percezioni benefiche erano insolite per lei che non ricordava, quando e perchè avesse smesso di provare gioia e di avere coscienza delle proprie sensazioni interiori.
Da tempo, la consapevolezza dei suoi processi più intimi e veri era smarrita, e lei si sentiva impreparata a riprendere i contatti con il suo essere più profondo e ad abbandonarsi ai sentimenti. Per Cristina era impensabile lasciarsi andare a una reazione di rabbia o compassione, provare affetto o odio, vivere un’amicizia o una relazione d’amore.
Poi in questo scenario buio e senza forma, era comparso Joe: una magnifica emozione che l’aveva risvegliata.

“Già, mi ha svegliata con il bacio dei suoi occhi.”
Le passò per la mente quel pensiero, e sorrise ironica, perchè non credeva al potere miracoloso del bacio di un ragazzo innamorato e, soprattutto, ignorava di avere una malattia da cui guarire, anche se i segnali del corpo e dello spirito, insieme agli incubi e a certi lampi di memoria, rivelavano una pena nel cuore, immensa e devastante come un meteorite.
Lei viveva in uno stato limbico, e avvertiva un infinito bisogno di tranquillità. Provava nostalgia della casa interiore e dei luoghi, che esistevano nelle sue ansiose incertezze.
Cristina tendeva a quegli spazi dell’anima, attraverso azioni fumose e forme irrisolte di partecipazione emotiva e conduceva un’esistenza, cui mancava un tassello importante, che non riusciva a ricordare, ma c’era.
Lo sentiva, ma non rammentava. Quella parte nascosta nell’oblio del crepuscolo, talvolta, si affacciava all’orlo della memoria, aggrappandosi ai bordi dell’alba, ma la notte, di nuovo, giungeva a respingere i ricordi troppo dolorosi in un assopimento d’intensa dolcezza.
Ora, non aveva dubbi: amava la vita, l’arte, la bellezza… e Joe.

Rigirò mille volte quel pensiero nella mente e, per non lasciarsene sopraffare, s’impegnò nelle consuete faccende: fece colazione, diede il suo cibo a Cassandre, preparò il solito vassoio di frollini e gelatine alla frutta, da mangiucchiare mentre scriveva, e fece una spremuta di arance e pompelmi.
Poi andò al computer, seguita da Cassandre che le trotterellava dietro. Quando sedette sulla poltroncina girevole, la gatta la guardò, come un’usurpatrice, e, molto offesa, salì sulla scrivania e si acciambellò accanto allo schermo del computer, tenendo d’occhio le dita che pigiavano sulla tastiera. Poi, vinta dalla noia, si addormentò.
Cristina scrisse molte ore, e pose l’ultima parola al suo nuovo romanzo, che erano le quattro e trenta in punto.
“Domani, lo rileggerò per le modifiche.” si propose, prima di spegnere il PC.
Poi andò in bagno a fare una doccia.

Infilò un paio di leggins neri e una maglietta azzurra a maniche corte, con la scritta “state” a caratteri maiuscoli, bianchi. Raccolse in una coda i lunghi capelli biondi e lisci. Ai piedi mise un paio di scarpette da jogging blu con inserti celesti.
Salutò Cassandre con una lieve carezza sulla testa, e lei si strusciò contro il suo braccio, sollevandosi sulle zampe posteriori.

Si avviò che erano le cinque meno dieci, e, nel timore di arrivare in anticipo all’appuntamento, una volta che fu sulla via, proseguì come fosse nella strada dei passi perduti.
Giunta nei pressi del parco, iniziò a scrutare i passanti e i visitatori alla ricerca di Joe. Vide persone che camminavano lungo i vialetti, o sedevano sulle panchine, all’ombra delle chiome delle betulle penduli o degli ippocastani con le infiorescenze erette a racemo, dai petali bianchi, macchiati di rosa e giallo alla base.
Lui non c’era, ma non si perse d’animo. Proseguì, continuando a cercarlo con lo sguardo.
Quando giunse nei pressi della Piscina del Cardellino, fu attratta da due biciclette datate, poggiate l’una sull’altra, dietro a una panchina, su cui sedeva una coppia di anziani coniugi, poco loquaci, ma le loro spalle, che si sfioravano appena, parlavano di un’intimità decennale.
In lontananza, vide le case, i palazzi di cristallo del centro finanziario e la sagoma del grattacielo Pirelli. Quel pomeriggio di primavera, il parco era affollato da una moltitudine di gente. Joe poteva essere ovunque, pensò per farsi coraggio, inoltrandosi nei giardini, rosati dai fiori degli alberi di Giuda.

A un tratto, in fondo al vialetto che aveva appena imboccato, scorse un ragazzo di spalle. Un impensabile tuffo al cuore le suggerì che si trattava di Joe, che procedeva a passi lenti verso una panchina libera, accanto a una pianta di Thuja orientale.
La prima cosa che notò fu il berretto di lana scuro in testa. Poi vide la maglietta mauve a maniche corte, da cui sbucavano gli stessi muscoli di ieri, un fondo schiena da urlo, nei pantaloni sportivi color fango. Quando raggiunse la panchina, sotto le fronde di un tiglio, il ragazzo si volse, e gli occhi di Cristina s’illuminarono.
Era proprio Joe. Poco mancò che il suo cuore applaudisse e i polmoni iniziassero a sospingere le nubi nel cielo.

Joe era uscito di casa in anticipo, e aveva corso una buona mezz’ora, per rendere più sopportabile l’impazienza. Era un po’ accaldato, e sentiva la gola arida, come se avesse ingoiato la polvere del deserto. Giunto sotto la pianta, svitò il tappo della bottiglietta, cui si aggrappava quasi fosse un salvagente in mezzo a quel mare verde, e bevve una lunga sorsata. Ma la bocca era ancora arsa, e sorseggiò altra acqua, provando a spegnere il fuoco che gli stringeva la gola.
Stava avvitando il tappo, quando scorse Cristina a pochi passi da lui. Rimase immobile, incapace di muovere un passo, mentre il suo cuore le andava incontro.
Appena Cristina lo raggiunse, lui sorrise, e la prese per mano.
Si formavano le fossette ai lati della bocca, quando sorrideva, pensò Cristina, e trovò qualcosa di buono in quella sua caratteristica. Le persone con le fossette sul viso le avevano sempre ispirato una gran simpatia. Ricordò. Ma non sapeva perchè le era passato per la mente quel particolare, e, per giunta, in un momento tanto delicato.

«Ciao.» disse Joe, e le fece cenno di sedersi.
«Ciao.» rispose lei, prendendo posto accanto a lui.
Joe accavallò le gambe con movimenti tesi, che tradivano un certo imbarazzo. Continuò a guardare davanti a sé, poggiò la bottiglia dell’acqua sulla coscia, tenendola ferma con una mano, mentre con l’altra non cessava di far ruotare il tappo.
Cristina sorrise del suo gesto, e, in sintonia con lui, pose una gamba sul ginocchio, poi unì le mani sul grembo, con i palmi a contenere il cielo.
Sollevò appena una spalla, volse il busto verso di lui, e, a testa alta, rimase a osservare il suo profilo perfetto e le zone più scure della pelle, là dove cresceva la barba. Poi il suo sguardo si posò sugli occhi di Joe, di un colore azzurro intenso, che la carnagione olivastra faceva risaltare, valorizzando le sfumature dell’iride.
Fu allora che lui si voltò, i loro sguardi s’incontrarono, e le bocche sorrisero della reciproca bellezza.
Tacquero entrambi, vinti da un’impalpabile emozione, per tornare a ridere nel flusso e nel riflusso dei movimenti del cuore.
Cristina chinò la testa e, sistemando una ciocca di capelli ribelli dietro l’orecchio, disse: «Forse, potremmo iniziare tutto da principio, e presentarci.» e tese la mano verso di lui.
Lui la strinse forte. «Piacere, Joe Di Benedetti.»
«Cristina D’Amore.»
«Che cognome! È molto…» e non finì la frase.
Lei rise di gusto, sollevò il mento, e guardò la sua fronte. Lui comprese che puntava al cappellino, incassò un po’ il collo nelle spalle, chinò il capo in avanti, portandosi una mano al berretto.
«Vuoi che lo tolga?» le domandò, guardandola negli occhi.
Lei prima fece spallucce, poi ammise: «Sì.»
«Fa parte del mio studiatissimo look… sportivo.» fece lui, in tono ironico.
Le piegò il busto in avanti, e sollevò lo sguardo, fissandolo con aria finto supplichevole.
«Ti ho visto sempre con una cuffia in testa.» asserì.
Lui sorrise, tolse il cappello, lo mise sulla panchina accanto a lei, e si passò una mano fra i capelli corti e scuri.
«Sei pettinato, non preoccuparti.» lo rassicurò lei.
«Tu hai dei capelli bellissimi.» disse il ragazzo, facendo scivolare fra le dita alcune ciocche che pendevano sulla nuca.
Cristina, allora, prese il berretto, e glielo rimise sulla testa. «Eccolo al suo posto.» disse, sistemando il capellino con entrambe le mani.
«Ehi, come l’hai messo a posto bene.» esclamò lui, controllando a sua volta.
Scoppiarono a ridere, senza togliersi gli occhi di dosso. Quando ritornarono seri, lui fissò un punto indefinito dinanzi a sé, poi incrociò le dita, e pose le mani sulle cosce.
Lei si volse da un lato a cercare qualcosa che aveva appoggiato sulla panchina vicino al borsello, e lui, incuriosito, si protese in avanti per seguire i suoi gesti. Quando Cristina si girò verso di lui, con un movimento brusco della testa, la coda di cavallo gli sfiorò il viso e lui ne respirò il profumo.
Poi vide una scatolina fra le mani di Cristina, sorrise, scosse appena la testa, e sollevò le sopracciglia con aria interrogativa.
«Ne vuoi uno?» chiese lei, mostrando una confezione di Ferrero Rocher.
«Sì, grazie.» rispose.
Prese un cioccolatino, lo scartò con cura, lo mise in bocca tutto intero e non riuscì a trattenere dei piccoli mugolii di piacere. Lei lo guardò, e scosse il capo. Le labbra appena tirate, a stento, trattennero il sorriso.
Mentre sbocconcellava il suo cioccolatino, Alcune briciole di nocciole caddero ai lati della bocca. Lui si avvicinò e, sfiorandola gesti delicati, tolse i pezzetti dal contorno della bocca. Cristina mangiò l’ultimo pezzo, e lui disse: «Ne hai un altro.» fissandole la bocca.
Lei passò i polpastrelli intorno alle labbra e sul mento, e lo guardò con espressione interrogativa. Ma lui scosse la testa.
«Dov’é?» chiese, sfiorandosi fin sotto le narici.
«Più giù.» fece lui, e lei spolverò la maglietta dal collo in giù.
«Oh, oh! Non così giù.» disse lui, avvicinandosi. «È qui.» e le sfiorò con l’indice un angolo della bocca, in cui si era infilato un minuscolo frammento di nocciola e cioccolata.
Allora, lei abbassò lo sguardo, e volse il viso verso di lui. Joe si avvicinò, le loro fronti si sfiorarono, e gli occhi si attrassero. Le dita di Joe percorsero il contorno delle sue labbra e sfiorarono le guance, mentre l’altra mano toccava lieve il suo fianco. Infine la cinse, e la trasse a sé con dolcezza.
Cristina si lasciò rapire. Allora, la mano di Joe corse dietro la sua nuca e la accarezzò.
Lei sfiorò il suo viso, senza staccare gli occhi dai suoi. Poi anche le bocche s’incontrarono e si unirono in un bacio intenso, cui seguirono altri piccoli baci.
Qunado le labbra si allontanarono un istante. Cristina e Joe schiusero le palpebre e scorsero la propria passione riflessa nello sguardo dell’altro. Allora, di nuovo, le bocche aderirono in un bacio profondo.

«Devo bere qualcosa.» disse Joe, staccandosi da lei, e accarezzandole il volto con i palmi aperti e leggeri, come ali di farfalla.
«Anch’io.» fece lei, smarrita nei suoi occhi.

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