Il poeta fruttivendolo: ovvero di critici letterari, editori, scrittori e dintorni


Mi é capitato di conoscere alcuni critici letterari, teatrali, televisivi e cinematografici, alcuni edulcoranti, altri interessati, altri fustiganti lo scrittore, il regista, il programma, o l’intero palinsesto. Un noto critico televisivo mi ha conquistato per la simpatia, i modi schietti e lo sguardo diretto. Un altro critico “di libri” mi è piaciuto, perchè ha trasformato in lavoro la sua passione per la lettura. Vive, leggendo in maniera “professionale”, ovvero scorre l’incipit, butta l’occhio su qualche pagina centrale e sul finale. Ahimè! 

Uno in particolare mi ha colpito per il suo guardare di traverso, studiare la reazione dell’interlocutore martoriato, per poi abbassare lo sguardo e, di nuovo, sbirciare con la coda dell’occhio. In quel caso ho pensato: “Ebbene sì, è vero: il critico di mestiere critica, per compensare la sua incapacità di fare arte, o per carenze empatiche.”
Editori e critici hanno un bel dire che gli scrittori del web non fanno letteratura, ma “pitoti camuni”, o che la rete è in fase “pitture rupestri”. La verità è che gli editori sobbalzano, quando si parla di nuovi linguaggi mediatici, innovazione dello stile e di editoria digitale.
«Il digitale non rende.» ripetono.
La temuta scomparsa dei libri cartacei angoscia pure me, ma la mia angoscia non fermerà l’informatizzazione degli uffici pubblici, degli enti, della scuola e dell’editoria.
Negli sguardi di editor e scrittori affermati ho visto passare ombre oscure, ma persistono nel loro atteggiamento  radical chic. La tendenza attuale è puntare sugli esordienti, meno pretenziosi dei nomi noti, e sulla letteratura di genere: polizieschi, noir, fantasy e varie sfumature di grigio e rosa. Gli editori orripilano di fronte alla rete, dagli scrittori vorrebbero un linguaggio innovativo, uno stile incisivo e personale, ma chi ci prova, prende un calcio in culo, o  perché ha osato troppo, o perché ha osato troppo poco.
Quando ho chiesto: «Come si fa a innovare il linguaggio?» intendendo «Che tipo di linguaggio vi aspettate da uno scrittore?»
Mi è stato risposto: «La scrittrice sei tu! Come fece Dante Alighieri con il volgare?»
“Esagerato.” ho pensato. “Non ho pretese di tale grandezza!” ma non gliel’ho detto. «Dante non ha mica inventato il volgare, l’ha nobilitato, dandogli una veste letteraria e, insieme ad altri intellettuali, ha creato il dolce stil novo.» ho replicato.

L’editor ha glissato con un: «Ma è una provocazione!»

“Quale provocazione? È una domanda seria. Forse un poco ingenua a casa di un editore, ma bisogna fare i conti con i nuovi linguaggi comunicativi, letterari e commerciali.” penso e, intanto, affermo: «La lingua non è un prodotto da laboratorio. Non sono gli scrittori a crearla, i glottologi, o gli studiosi, che incolonnano i vocaboli nei dizionari, ma il popolo.»

Sconcerto. Disappunto dell’editor, e chiuso l’argomento. Mi sono giocata male la partita. Pensare che volevo intavolare una riflessione significativa sui nuovi linguaggi comunicativi, i nuovi media e l’inevitabile nascita di una cultura che a me piacerebbe definire “Navigar dolce”.

Una nota scrittrice ha raccontato d’avere dissuaso una sua amica, brava scrittrice senza editore, dal pubblicare on demand, o in rete.

«Altrimenti lo scrittore, che vive solo di scrittura, scompare.» ha affermato con lo sguardo perso nel vuoto. «Si rischia  il ritorno alla figura elitaria dell’artista che scrive per l’arte, e vive d’altro.»
«Beh, che male c’è?» ho obiettato. «Molti autori sono casalinghe, docenti, giornalisti, studenti o disoccupati. Un mio amico, gran poeta, è fruttivendolo! Dante, Boccaccio e tanti illustri letterati non erano, di certo, “Poeti Laureati” come Dryden o Nahum Tate.»
Smorfia di disgusto e tira dritto: «Non cambiate le regole della scrittura. Ogni genere ha le proprie.»
«Se nessuno percorre la strada dell’innovazione, si rimane fossilizzati e lo scrittore è soffocato dalle regole dell’editoria che guarda alle vendite. Sembrerà ovvio, ma dov’è la libertà dell’artista, se la creatività è imbrigliata dalle leggi del mercato? Sarà per questo che non ci sono scrittori di spicco nella Letteratura italiana contemporanea?»

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24 pensieri su “Il poeta fruttivendolo: ovvero di critici letterari, editori, scrittori e dintorni

  1. Gran bell’articolo, Pina!
    Posso smettere di lamentarmi e tenermi la mia libertà … non pubblicherò mai niente!
    Un caro saluto 🙂

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    • Grazie Carlo. Le mie sono solo piccole considerazioni, vissute in prima persona. Anch’io, come te, ho cara la mia libertà. Tuttavia sento il bisogno di dare una forma ai miei scritti e porre la parola fine ai romanzi. Questo può avvenire solo attraverso un lavoro di editing professionale e poi la stampa del libro. Personalmente non sono contraria alle nuove forme di pubblicazione. Tu sei un poeta bravo e profondo, come te in rete ci sono altri meritevoli di edizioni con la copertina rigida e sovra copertina. Un caro saluto e l’augurio di una buona serata. Pina.

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    • Forse sono stato troppo categorico, sicuramente mi piacerebbe pubblicare i miei lavori ma vista la situazione non lo credo possibile. Quando parlo di pubblicare intendo veri libri e non file, questi li posso fare anche da me in ogni momento. Comunque grazie delle belle parole riguardo al merito, che conserveró come un caro augurio. Ciao
      Carlo

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    • Carlo, non ti nascondo la verità: è difficile farsi pubblicare, ma non impossibile. Un po’ più complicato è pubblicare una raccolta di poesie. Non so se hai già provato, ma fossi in te, manderei le poesie a qualche editore serio e non a pagamento, ti consiglio il gruppo GEMS. Sei davvero bravo e lo meriti. Ciao. Pina.

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    • Ho pubblicato una raccolta di poesie più di vent’anni fa a pagamento, ma sono più truffe legalizzate che altro. Grazie del consiglio, forse è la volta che mi decido a provare seriamente. Ciao

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    • Prova, la qualità viene apprezzata. Scrittori e poeti improvvisati inviano di tutto alle case editrici. Non è il tuo caso, ripeto.
      La pubblicazione non è assicurata, dipende da troppi fattori anche non dipendenti dall’editore, (vendibilità, librai, lettori…). Ciao.

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  2. Quando si parla male dei disegni che si trovano in rete, probabilmente si parla dei miei disegni! 😛
    Sono pienamente d’accordo al concetto di poeta fruttivendolo: non è un obbligo vivere scrivendo e non è detto che non si possa scrivere se non per questo. Idea elitaria? E non è elitario il non voler cambiare le regole perché sennò il gioco si “rompe”?

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    • Mah, parlano male di tutti, ma la rete la frequentano anche loro. Eccome! Ci tengono d’occhio. Non è escluso che vorranno monopolizzare anche questo spazio prima o poi. Siamo tutti graffitari, per loro! Siamo apprendisti scrittori, poeti, fotografi e disegnatori. A me secca molto che scrittori mediocri di successo possano dedicarsi per anni alla stesura di un romanzo con le natiche incollate alla sedia del proprio studio, mentre io le spalmo sulle sedie sghembe delle classi in cui insegno, anche volentieri. Se non è elitario questo privilegio… Ovvio che non vogliano cambiare le regole per continuare a giocare a modo loro. Ciao.

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    • Posso essere tante cose ma apprendista scrittore credo proprio di no…
      Le regole cambieranno nostro e loro malgrado, perché è nella natura della vita l’evoluzione.

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  3. Scrivo da quando ho imparato a tenere la matita in mano. Per anni ho usato la scrittura come terapia per uscire da brutte storie subite durante l’infanzia e l’adolescenza. Dopo aver vinto un concorso letterario una piccola casa editrice locale mi ha offerto la possibilità di pubblicare un libro, era il lontano 1992. Mi sono state consegnate 1000 copie da distribuire personalmente. Tutti i soldi incassati sono andati nelle casse della casa editrice, io non ho visto un cent. Ho continuato a scrivere partecipando a concorsi di associazioni culturali, ho racconti sparsi in svariate antologie di cui non conosco neppure il nome. Nel 1995 provai a spedire alcuni progetti a case editrici scelte tra quelle che potevano essere interessate al mio genere letterario (scrivo racconti brevi e brevissimi, genere non classificabile, tra il surreale/futurista/onirico/visionario ma profondamente radicato nella realtà invisibile che circonda gli umani), un solo editore mi ha risposto dicendo: “lei ha tre problemi, 1 è donna, 2 è italiana, 3 è esordiente”. Da lì in poi ho smesso di partecipare a concorsi e messo da parte l ‘idea di pubblicare, ma ho continuato a scrivere per liberarmi da pensieri troppo difficili da gestire. Nel 2009 sono stata inviata a partecipare nuovamente a concorsi letterari, era appena morta mia mamma perciò ho riprovato per portare il cuore altrove. Ho vinto il primo premio in un concorso internazionale. Il premio era la pubblicazione gratuita dell’opera. La pubblicazione gratuita è avvenuta, mi sono state regalate 50 copie, ma il libro non è mai stato distribuito né venduto dall’editore. Due anni dopo succede l’identica cosa con un altro libro. Ho domandato all’editore il motivo di queste pubblicazioni fantasma, mi è stato risposto che la distribuzione costa troppo. Chi voleva i libri doveva ordinarli direttamente dalla casa editrice ma in numero minimo di 50 copie.
    Aggiungo solo che mi sono ripresa tutti i miei lavori, ed sono passata al selfpublishing, spendendo pochissimo poiché faccio stampare solo 10 copie che tengo per i miei amici, tutti i libri sono acquistabili on line sia in formato cartaceo, sia e-book. Quest’anno uno scrittore/giornalista, rinomato e molto conosciuto tra gli editori, casualmente ha letto e apprezzato la mia scrittura mi ha proposta ad una nuova piccola casa editrice. La scorsa settimana è uscito il mio nuovo libro, ora è in vendita presso la libreria di proprietà della casa editrice che su richiesta lo invia sia a privati sia ad altre librerie anche in unica copia. Non so che cosa succederà. Comunque vada, la copertina del nuovo libro sarà un successo perché è bellissima! (semicit) 😀

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    • Nadia ti ringrazio per l’intervento significativo su questo argomento che riguarda molti frequentatori del web. Hai raccontato il tuo percorso di scrittrice, il rapporto intenso con la creatività e la scrittura e si capisce che fa parte di te, del tuo essere più intimo. La mia storia è abbastanza simile alla tua. Ho iniziato a scrivere da adolescente e non ho mai smesso. Prima lo facevo per un mio bisogno interiore e, per anni, ho accumulato manoscritti. Lo scorso anno ho deciso che era il caso di pubblicare tutto. Ho seguito un corso formativo presso una casa editrice e mi sono messa in gioco, intenzionata a percorrere tutte le strade: concorsi, come hai fatto tu, self-publishing, on-demand, editoria tradizionale, che garantisce la distribuzione… Ti auguro tanto successo. Hai ragione: la copertina è bellissima, promette bene! Ti leggerò. Ciao. Pina.

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  4. Ho letto solo ora il tuo articolo, nascosto tra mille mail, ma ora, dopo aver visto il Salone del Libro di Torino, posso intervenire con maggior cognizione di causa : il libro digitale sta crescendo costantemente (dal 2011 allo scorso anno è passato dal 5% al 12% sul totale mercato) in barba al fatto che in Italia non si legga molto. Un altro dato per tutti: ho assistito a una presentazione di Amazon in cui la multinazionale dell’e-commerce divulga, in Italia, il print on demand a tutti gli editori. E qualche grande editore ha già iniziato a collaborare in tal senso. Quale sarà quindi le scelte di produzione e distribuzione nel campo del libro nel prossimo futuro? Sarà possibile disporre dei libri di tutti gli autori, non solo di quelli che fanno “cassetta”, poiché sarà disponibile “la lunga coda del catalogo”. Quindi ci potrà stare anche il fruttivendolo-scrittore. A questo proposito conosco un fruttivendolo che tutti chiamavano il pittore per i suoi quadri esposti in negozio che, ormai ottantenne, si può dedicare con tranquillità alla sua passione senza dover vendere frutta per vivere. Gli basta dipingerla per saziare il proprio spirito!

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    • Milos, grazie per la testimonianza della tua esperienza e scusa il ritardo nella risposta, ma ho lavorato molto e il mio Browser è stato attaccato da un virus molto invasivo. Ho preferito navigare poco. Un saluto.

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