Connected or Disconnected?


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Fino a ieri ero convinta di essere una donna matura con una figlia giovane. Sbagliavo.

Mia figlia è giovane, adora i manga, quindi è una ota-ku! Ammira i disegnatori giapponesi, o manga-ka, e i loro capolavori animati. Qualche mese fa mi ha portato a vedere “Il giardino delle parole” e ha fatto bene! Un vero capolavoro! Legge on-line i fumetti giapponesi, tradotti in inglese, guarda gli anime. Il suo orecchio è più abituato all’inglese che non all’italiano. Ascolta anche la musica giapponese, segue la moda di Arajuko, le piacciono le cosplayers, guarda i tutorial di cosmesi e, ultimamente, certi video di una noia mortale, dove ragazzine di buona famiglia e dai bei modi aiutano le persone a rilassarsi, parlando, che dico, soffiando a bassa voce nella web camera. Insomma, lei è giovane e ha interessi diversi dai miei. Ovvio, no! 

Invece no. Ieri, ho fatto una scoperta che mi ha schiuso porte su nuove rappresentazioni della realtà. Mi sono “connessa” al mondo dei “nativi digitali”. E ho capito che mia figlia è molto più vicina alla mia generazione analogica, o immigrata digitale, o adattata digitale, o non nativa digitale, o come dir si voglia, che non alla generazione dei “nativi digitali”.

Chi sono i nativi digitali?≫ semplice no, sono i ragazzi da 0 a 15 anni:  gli adolescenti e i futuri teen-ager.

Sono coloro che, seduti sul divano di casa, guarderanno la tv, useranno i video-games, faranno zapping intelligente, ascolteranno musica con gli auricolari, invieranno SMS dai telefoni, chatteranno davanti a una web-cam, su fb, su twitter e i vari social, faranno i compiti sul tablet … Insomma, saranno sempre connessi. Sempre connessi va inteso come “sempre connessi con tutti, o con molti social contemporaneamente, mentre studiano, chattano…”. Svilupperanno, in tal modo, un’intelligenza digitale. Certo, è vero! Vedo molti colleghi, alcuni più giovani di me, in difficoltà davanti al registro elettronico on-line, alla LIM, agli e-book, ai tablet e rimpiangono i registri cartacei, la polverosa lavagna con gesso e cancellino, che a me faceva allergia. Io no. Non sono in difficoltà e non ho allergie da connessione, ma gli studenti ne sanno molto più di me sulle nuove tecnologie.

C’è speranza anche per gli adulti!” mi dico. E la mia intuizione è confermata da recenti studi che riconoscono l’esistenza degli adattati digitali. Chi è più “adaptive”, dicasi “adattivo”, può considerarsi digitale anche a novant’anni.

E vai! Tutti connessi!

E, poi, vuoi mettere la bellezza di provare ciò che sente, vede, o legge, un amico a migliaia di chilometri di distanza! E vuoi aggiungere la magia di lasciare una traccia di te, per sempre, nel web, giacché ciò che viene scritto qui non si cancella mai, neppure se chiudi, o distruggi l’articolo, il commento, il messaggio, poiché tutto è tracciato. E questo è bello, ma ogni progresso ha il suo prezzo.

Qual è il prezzo di essere sempre connessi?≫ mi domando. Beh! Aumenta l’esposizione ai reati in rete: rischio di frode,  furto di identità, clonazione di carte di credito, prostituzione minorile, cyber bullismo, rischio di “disconnessione dalla realtà” con chiusura in un rapporto “a due” che non tiene conto di terze persone,  della famiglia, degli amici, della società. Ci si potrebbe persino dimenticare, in un futuro non troppo lontano, del calore di una carezza o del contatto fisico con l’altro.

E, poi, il linguaggio muterà dalla frase complessa, alla frase minima, alla parola, all’acronimo, all’emoticon, al segno, al pittogramma, fino al geroglifico! E non so, se sia un bene, o un male.

≪E tutto ciò come mai l’ho compreso solo ieri mattina?≫

L’ho intuito guardando il film  “Disconnected“, con la mia classe, in un cinema che propone matinée per studenti degli istituti superiori. La prima osservazione ha riguardato il comportamento dei ragazzi: tutti educati prima e dopo il film. E la sala era completa.

“Chi l’avrebbe detto!” ho pensato.

Durante la proiezione del film non fiatavano, tanto erano presi dal ritmo narrativo incalzante, dalle storie e dal linguaggio.

“E perché, invece, in classe non chiudono bocca un attimo e hanno tanto da polemizzare?”

“E perché  hanno riso solo su parole come cougar, gilf, milf …?”

≪E perchè i protagonisti del film si rifugiano nel mondo virtuale?≫ mi chiedo, adesso.

Perchè manca la  comunicazione, la relazione affettiva, lo  scambio, l’ascolto da parte dell’altro. Il film mette in evidenza i rischi della connessione e della disconnessione dal mondo reale, rischi che  non sono solo degli adolescenti, ma anche dei loro genitori.

La pellicola mostra adulti presi dalla carriera, vinti dai lutti, giovani bulli e vittime disconnessi dalla famiglia e dagli amici, che si rifugiano in rischiose relazioni virtuali, padri colpevoli d’indifferenza nei confronti dei figli e incapacità di dialogo, una giornalista  in carriera che usa la fragilità dell’altro per il successo personale, una coppia in crisi, dopo la morte del loro bambino. Tutti ugualmente disconnessi,  tutti privi di relazioni affettive significative, tutti smarriti in una gran solitudine  e nella mancanza d’amore.

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17 pensieri su “Connected or Disconnected?

  1. Uno dei più bei film che ho visto negli ultimi tempi. Mentre lo guardavo al cinema, ho pensato che avrebbero dovuto proiettarlo in tutte le scuole superiori.

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    • Effettivamente il film mi è piaciuto per il ritmo narrativo e le storie. Il film è stato seguito da un commento/dibattito in cui il moderatore ha evidenziato i rischi dei social e ha sottolineato che vicende come quelle narrate, purtroppo, saranno sempre più frequenti negli anni a venire. Ciao. Felice martedì.

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  2. Davvero un bel post ^^ E’ inutile dire che concordo con ciò che ha scritto.
    Grazie a lei, ho scoperto l’esistenza di questo film, che, devo ammettere, è stato molto interessante.
    Ps. Comunque, l’articolo che ci ha chiesto è stato pubblicato (steso dalla sottoscritta).
    Tanti saluti.
    – “Alfetta”

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    • Ciao Alfetta, riesco a connettermi solo adesso e con piacere ho visto il tuo commento al mio post. Inutile dire che ho traslocato immediatamente sul tuo blog, perché la curiosità di imparare qualcosa sul linguaggio dei nativi digitali era troppo forte. Quindi ricopierò quei vocaboli che non so, anche se devo riconoscere che i miei studenti mi tengono abbastanza aggiornata: è la bellezza di vivere in mezzo agli adolescenti. Trovo fantastica l’espressione “parlare a nastro”, che mia figlia ha subito adottato, riferendola a sé, ma anche “swag” e “scrauso” sono niente male. A proposito del film “Disconnected” devo ammettere che non è il genere di film che sarei andata a vedere ma, nell’ambito della rassegna cinematografica proposta ai nostri studenti, i miei alunni hanno scelto proprio questo film. Per cui sono loro che hanno portato noi docenti (si fa per dire!). A parte il finale molto “nei canoni americani” che non mi è piaciuto tanto, le storie sono interessanti e il ritmo narrativo travolgente, da “nativo digitale”. Hai notato che nelle scene in cui i protagonisti interagiscono sui social, quindi nella realtà virtuale, e creano situazioni, spesso, senza curarsi delle conseguenze, ci sono sempre solo due personaggi, mentre nella realtà le persone sono sempre almeno tre. È una scelta stilistica e simbolica del regista che ha voluto sottolineare in tal modo la pericolosità del mondo virtuale, le conseguenze delle nostre azioni virtuali sulla vita reale con il rischio di ferire e coinvolgere terze persone. Grazie, carissima Alfetta per aver soddisfatto una mia curiosità con un articolo molto interessante e simpatico.
      Buon martedì. Pina.
      (Già che ci sono incollo il commento anche da me.)

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  3. Ciao, ti ho scoperto ora…e mi permetto di entrare nel tuo mondo virtuale.
    Ho visto il film tempo e anche a me è piaciuto molto…non certamente un capolavoro, ma molto reale ed esauriente su alcuni aspetti della nostra vita quotidiana!

    A proposito…considerata la passione per gli anime (di tua figlia e forse anche la tua…): che mi dici della serie “Neon Genesis Evangelion”?

    Attendo commenti…cari saluti. 🙂

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